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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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La Campana di Rovereto e i suoi cento rintocchi per i Caduti

La Campana di Rovereto, foto di Aurora Cantini

Nel Centenario dalla Grande Guerra uno dei suoi simboli più toccanti e quasi struggenti è il battito dei  cento rintocchi che ogni sera, sul Colle Miravalle sopra la città di Rovereto, in Trentino Alto Adige, si propagano da una possente campana, che si erge maestosa e isolata su un ampio pianoro lastricato adornato dalle bandiere dei popoli, visibile a distanza lungo la vallata del fiume Sarca. Alcuni visitatori dicono che il suono della campana è stato creato a rievocare il colpo cupo, fondo e terrificante, dei cannoni quando sparavano dalle alture.

https://www.youtube.com/watch?v=vyGmFKN8HxE

È la Campana più grande del mondo che suoni a distesa, tre metri e mezzo di ampiezza per altrettanti in altezza, un simbolo unico in bronzo fuso con i cannoni degli eserciti partecipanti alla Prima guerra Mondiale. Davanti alla Campana, retta da due enormi colonne, è stata posta una conca, che in occasioni speciali e ricorrenze o visite di autorità, viene rimepita di acqua e resa ancora più suggestiva con numerosi lumini accesi che le fanno da contorno, i lumini che rappresentano le anime dei soldati Caduti Cento anni fa.

La Campana dei Caduti a Rovereto e la conca di acqua illuminata

 

Campana di Rovereto vista dalle gradinate, con la polla d’acqua che viene riempita e illuminata nelle grandi occasioni, foto di Aurora Cantini

Come si legge sul sito di VisitRovereto: “…Nata da un’idea di don Antonio Rossaro, che voleva creare una memoria colletiva, della guerra che fu una strage di giovani mandati al massacro, la Campana dei Caduti di Rovereto venne fusa a Trento nel 1924 con il bronzo dei cannoni delle nazioni partecipanti alla Prima guerra mondiale. Battezzata con il nome di Maria Dolens, fu collocata sul torrione Malipiero del Castello di Rovereto. La Campana, rifusa a Verona nel 1939 tornò a Rovereto esattamente un anno dopo. Nel 1960, in seguito ad una grave e irreparabile incrinatura, smise di suonare. Perciò Maria Dolens venne rifusa presso le fonderie Capanni a Castelnovo Né Monti (Reggio Emilia). L’attuale bronzo benedetto da Papa Paolo VI, venne collocato sul colle di Miravalle il 4 novembre 1965, da dove domina tuttora la città di Rovereto.

Il Viale delle Bandiere che conduce alla Campana dei Caduti, foto di Aurora Cantini

Nella zona museale trovi una mostra fotografica permanente e un breve video sulla storia della Campana dei Caduti. Con una piacevole passeggiata nel bosco, dal colle di Miravalle puoi raggiungere il Sacrario Monumentale di Castel Dante, che conserva le spoglie di ventimila soldati.” (fonte VisitTrentino.it)

Dal sito della Fondazione Opera Campana si legge: “È la più grande Campana del mondo che suoni a distesa: alta 3,36 metri, ha un diametro di 3,21, pesa 226,39 quintali, cui vanno aggiunti il battaglio (6q) e il ceppo (103q). Lo scultore Stefano Zuech ha realizzato le scene allegoriche relative alla guerra e alla celebrazione dei caduti che la fasciano.

Ogni sera, da oltre novant’anni, la Campana fa udire i suoi rintocchi per ricordare i Caduti di tutte le guerre, senza distinzioni di fede o di nazionalità, e per inviare il monito ai viventi: “Non più la guerra”.”

Vista sull’Altopiano di Rovereto e il fiume Sarca, con a sinistra il Sacrario dei Cadutidi Castel Dante, foto di Aurora Cantini

Quando io (Aurora) mi sono ritrovata sotto l’imponente e possente battacchio, la Memoria e il ricordo sono andati ancora una volta ai miei prozii, i cinque fratelli Carrara, Combattenti e Caduti nella Grande Guerra.  Un’esperienza che va vissuta almeno una volta, la solenne Memoria dei nostri ragazzi di Cento anni fa che su queste montagne hanno visto spegnersi sogni e desideri, immolati come agnelli innocenti.
Non ho provato tristezza, io che ho avuto 5 prozii sacrificati nella Grande Guerra, bensì dolce commozione, quasi che loro da lassù, tutti quei giovani soldati, vegliassero su di me, su noi tutti, sull’intera Umanità e ci benedicessero. Sembravano accarezzarci al suono della possente ed enorme campana, che, ogni sera, batte i suoi rintocchi per loro, quasi a dire che non verranno dimenticati. Ci sarà sempre qualcuno che li ricorderà. Io sarò sicuramente tra quelli.

Foto sui pannelli della Mostra “Il mondo alla Campana”: le Madrine, le mamme e le spose dei Caduti

Il primo matrimonio sotto la Campana di Rovereto, 28 aprile 1929

IL SACRARIO MONUMENTALE DI CASTEL DANTE

 

Il Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Salendo al Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Interno del Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Vista su Rovereto dal Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto, uno dei cannoni ancora posti lassù.

Vista su Rovereto, dal Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

I commenti dei lettori per il Memoriale “Come una fiamma accesa ” sui fratelli Carrara soldati nella Grande Guerra

Libro dedicato ai 4 fratelli Carrara Caduti nella Grande Guerra

Libro dedicato ai  fratelli Carrara Combattenti e Caduti nella Grande Guerra

“Buongiorno Signora Aurora, in ritardo, ma ho voluto rileggere il Suo libro, che ho trovato molto bello da sfogliare, ben fatto. Per un neofita di sicuro dà nozioni base sul perché della tragedia della Grande Guerra. Apre una finestra di vita, di una Famiglia a cui vengono strappati cinque figli, di cui tre Cadono facendo il proprio dovere, umili Eroi, tra i tanti, che purtroppo nessuno ricorda. Grazie a Lei, le vicende dei Suoi Zii ora possono essere lette ed apprezzate.

Descrivono lo strazio di chi ha vissuto la perdita dei Figli, per il dolore la scomparsa del Padre e il logoramento fisico e mentale del Figlio primogenito, scampato con il Fratello alla Grande Guerra. Interessante la storia della Moglie di Celestino, altra tragedia nella tragedia.

Un bel libro che di sicuro farà riflettere i lettori, quali tragedie le Famiglie Italiane hanno dovuto patire per la pazzia e la voglia di potere di alcuni uomini.

Un occasione per ricordare quegli Eroi dimenticati, ma per me vivi nei miei giri che faccio nei luoghi dove si è combattuto. Gentilissima Aurora, sono poche le persone che con le parole sanno dare emozioni, Tu con le tue mi hai dato una grande emozione, nel leggere le tue parole, mi sono scese le lacrime. Ringrazio Te per aver saputo esprimere quello che provo quando visito i luoghi, a me Sacri, dove migliaia di Persona hanno dato la Loro Vita. Ringrazio il Sindaco ed il Capogruppo degli Alpini di Amora.

Quando ritornerò sul Cukla, porterò un fiore, a nome Tuo, per l’Alpino Fermo Antonio Carrara. Se vorrai visitare quei luoghi, sappi, che io Ti accompagnerò volentieri. Un Grazie di nuovo, Lino Ravani”

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“Ciao Aurora, innanzi tutto complimenti per la serata, grande affluenza e pubblico interessato, complimenti anche per il modo con cui affronti l’argomento. Non usi metodi accademici ma ti immedesimi nella parte della mamma o della zia che racconta il passato e le origini della propria famiglia. Se non si conoscono le proprie origini cresciamo orfani, senza legami, e senza esempi da seguire. Mauro Marchi, Cene”

“Cara Aurora
ricevo l’inaspettato libro sulla vita dei  poveri ragazzi Carrara, Alpini sfortunati ma ricordati da persone come lei, non moriranno mai! Non so come ringraziarla del pensiero, davvero molto gradito anche a mio marito che è un appassinato lettore di queste vicende. Solo in questi ultimi anni scopre, con i programmi tv, le letture moderne e il suo stesso libro, quanto quella guerra così idealizzata nel periodo della sua giovinezza sia stata in realtà il massacro di una generazione!
Quando andrò al Tonale, guarderò con occhi diversi tutti quei nomi e penserò a loro!
La saluto e le auguro di seguire questa sua strada. Annaluisa Palmirani, Bergamo”

DSCF3291“Gentile Aurora,
ho letto il suo libro; veramente commovente, quanta sofferenza, povera gente.
Grande merito il suo di aver fatto conoscere queste storie così che la memoria rimanga sempre “accesa”.
Per Fermo notavo che il ruolo parla di battaglione Edolo come primo reparto ed è plausibile perchè essendo di prima categoria non doveva andare subito al battaglione Val Camonica. Essendo appunto un battaglione “Valle”, cioè di Milizia Territoriale reclutava i soldati anziani (classi da 1874 e metà anni 1880) e i giovani ma di terza categoria, tipo figli unici con madre vedova o con qualche problema fisico. In teoria i battaglioni Valle dovevano stare in retrovia e svolgere compiti meno gravosi. Poi nella realtà sappiamo come è andata. Credo sia stato poi trasferito successivamente per riempire i numerosi vuoti tra morti, feriti, invalidi.
Per il fratello morto sulla Sgualdrina (in realtà si chiama Cornicciolo Presena, il nome Sgualdrina è stato dato dai soldati) sarebbe utile recuperare le pagine del diario del Battaglione Edolo per quel giorno. Probabilmente è stato un colpo di artiglieria perchè la battaglia per la presa del Presena-Monticelli-Sgualdrina è avvenuta un mese prima. Se avrò un’altra opportunità di andare a Roma proverò a cercare. Massimo Peloia, Gruppo Alpini Saronno”

“Cara Aurora, ho terminato di leggere il tuo libro. Mi è piaciuto tantissimo, mi ha riportato indietro nel tempo, a ricordare con nostalgia certi momenti della mia infanzia alle colonie, dove sono andata per tanti anni. Un dolce ricordo, legato anche al rammarico di non averlo più, va anche agli Ospedali Riuniti e alla loro storia legata a Bergamo. Rossana”

 

La medaglia del Leoncavallo d’argento alla poesia dedicata alla Prima Guerra Mondiale

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Medaglia del Leoncavallo d’argentto messa in palio alla 6^ Edizione del concorso nazionale di poesia “Amalia Vilotta” a Montalto Uffugo, Cosenza

Al concorso di poesia

di Montalto Uffugo,

 l’omaggio alla poesia del giovane alpino bergamasco

disperso nella Grande Guerra

La sesta edizione del concorso nazionale di poesia “Amalia Vilotta”, organizzata dal Comune di Montalto Uffugo (Cosenza), in collaborazione con la Fondazione Amalia Vilotta, ha avuto come tema – IL CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA – I confini della Patria.

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Si è registrata la partecipazione di poeti da ogni parte d’Italia e la poesia vincitrice è stata annunciata nell’ambito della serata di gala del Festival Leoncavallo con pubblico riconoscimento. Ad essa la consegna della Medaglia del Leoncavallo d’argento, ispirata alla famosissima e intramontabile opera lirica “Pagliacci” su libretto e musica del compositore Ruggero Leoncavallo.

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Locazione della cerimonia di premiazione a Montalto Uffugo nel chiostro domenicano

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Aurora Cantini con la moneta Leoncavallo d'argento al concorso di poesia di Montalto Uffugo

Aurora Cantini con la moneta Leoncavallo d’argento al concorso di poesia di Montalto Uffugo

La particolarità del concorso è il doppio filo che lega Montalto Uffugo a Bergamo. Innanzitutto perché la  vincitrice del premio è risultata la poetessa bergamasca Aurora Cantini con la poesia “Come una fiamma accesa” dedicata al giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara, uno dei   fratelli Carrara. Egli venne dichiarato disperso a vent’anni durante la presa del Monte Cukla-Rombon il 2 agosto 1916,  quota 2105. Eppure quasi nessuno sa che uno fra i primi cantori dell’opera scritta da Ruggero Leoncavallo, di cui la medaglia d’argento è il premio più ambito del concorso, fu il grande tenore bergamasco Federico Gambarelli. Egli infatti fece delirare le folle con il suo primo Canio nei “Pagliacci”.

Il grande tenore bergamasco Federico Gambarelli al Teatro Regio di Malta nell'interpretazione de "Pagliacci" di Ruggero Leoncavallo

Il grande tenore bergamasco Federico Gambarelli al Teatro Regio di Malta nell’interpretazione di Canio nei “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo

Quest’opera lirica fu ispirata, sia come personaggi che come ambientazione, a un delitto realmente accaduto a Montalto Uffugo in Calabria, quando il compositore era bambino. Di tale crimine il padre, magistrato, istruì il processo che portò alla condanna dell’uxoricida. La rappresentanzione fu messa in scena alla fine del 1892. Ma già pochi mesi dopo era osannata al teatro Regio di Malta, proprio grazie al grande tenore Federico Gambarelli.

Nella biografia scritta da Don Giuseppe Rizzi nel lontano 1976 sono registrate le cronache che raccontano l’acclamato esordio:

“Dal Giornale di Malta, marzo 1893
“Il successo dell’opera “Pagliacci” –messa in scena martedì 27 marzo e ripetuta per 3 giorni di seguito con sempre crescente entusiasmo- è stato veramente grandioso, immenso, eccezionale. E non poteva essere altrimenti. Un numeroso pubblico, impressionato dalla soave e toccante melodia e dal soggetto indovinato, applaudì freneticamente tutti i pezzi principali. Innanzitutto il Prologo, Il coro delle campane, La ballata di Nedda (bissata), L’arioso di Canio (bissato), L’intermezzo (bissato), La serata di Arlecchino (bissata) e il Finale Secondo.
Il grande e splendidissimo successo ottenuto dal signor De Gambarell nella parte difficilissima di Canio è al presente il tema delle conversazioni di tutti i frequentatori dell’Opera.
E veramente in questo spartito il valente tenore superò il successo brillante riportato nelle altre quattro opere da lui eseguite nelle nostre scene. Infatti nei Pagliacci non solo egli dimostrò di essere il cantante delizioso, corretto e dalla frase calda e appassionata, ma bensì l’attore potente ed efficace. De Gambarell diede alla scabrosa interpretazione una forza di tinte talmente veritiere da trascinare il pubblico a piangere con lui.
Il colmo è stato però all’aria “Vesti la giubba” detta anche “Ridi pagliaccio” eseguita in modo sublime.

“Ridi pagliaccio sul tuo amore infranto,
ridi del duol che t’avvelena il cor” 

Il canto “Ridi Pagliaccio”

In essa il De Gambarell affascina e commuove, trascinando lo spettatore alla verità della situazione del povero Pagliaccio, tradito crudelmente dalla sposa amata e costretto in quello stato a recitare erompendo in singhiozzi ed in pianto. Nell’animo vi getta un gelo e le fibre dell’ascoltatore le scuote talmente che un urlo generale scoppia quando scompare.
Il De Gambarell viene chiamato al proscenio tra grida di “bravo, bis” innumerevoli, e costretto a ripetere tutto il pezzo.
Nella tragica scena con Nedda il tenore emula i più famosi attori. L’ultima frase “La Commedia è finita” la esprime in modo ammirevole, trovando il vero tuono per questa tragica esclamazione.” (Dal Giornale di Malta, 1893)

Federico Gambarelli, nato ad Albino nel 1858 e morto nel 1922, ebbe verso questa opera lirica una particolare predilezione. Era quasi coetaneo di Ruggero Leoncavallo (1857-1919) che conobbe di persona e verso il quale nutrì una forte affinità musicale e caratteriale. Entrambi ebbero una vita avventurosa e rocambolesca, vissuta a cavallo dei due secoli. Entrambi furono poi “dimenticati”, perduti nell’oblio e nel silenzio.

L’ARTICOLO DEDICATO ALLA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

L'articolo dedicato al concorso nazionale di poesia "Amalia Vilotta" a Cosenza

Sul giornale di Cosenza l’articolo dedicato al concorso nazionale di poesia “Amalia Vilotta” a Cosenza

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LA NOTIZIA SUL CORRIERE DELLA CALABRIA

I vincitori del premio nazionale di poesia “Amalia Vilotta” a Montalto Uffugo

 LA POESIA VINCITRICE DSCF2798

28 GIUGNO 1914,

quella scintilla dell’attentato a Sarajevo

che divampò nel fuoco devastante

della Prima Guerra Mondiale

 La scintilla di Sarajevo

28 giugno 1914, Attentato di Sarajevo

28 giugno 1914, Attentato di Sarajevo

Una data, il 28 giugno 1914, che pochi ricordano. Una data che è passata in secondo piano rispetto alle tante battaglie, ai tanti fatti d’armi, ai tanti episodi di insuperabile valore che diedero eterna fama alla Grande Guerra.

Una data che pochi ricordano, che nessuno ha segnato.

Eppure quel giorno mite di giugno, nell’accogliente città di Sarajevo, ricca di storia con i suoi monumenti e architetture, rappresentò in modo silente e nascosto un nuovo inizio, uno spartiacque tra due mondi, e dal suo tepore si innescò una fiamma che bruciò devastante polverizzando il mondo intero, bruciando nel suo fuoco distruttivo 10 milioni di ragazzi, di giovani soldati, quasi 6 milioni di civili innocenti.

Una pira funebre colossale, che ghermì storie e lacrime, pagine e ricordi, volti e pensieri come un Sacrificio immane ad un Dio sconosciuto e terribile.

In quella tarda mattinata, a lato di una via laterale del lungofiume, circondata da alte cancellate su giardini fioriti, un ragazzo, uno studente serbo come tanti, tale Gavrilo Princip, di 19 anni,  colpì mortalmente l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono dell’Impero, e sua moglie Sofia, in visita alla città nel loro anniversario di nozze. Due colpi di pistola, due destini tracciati. E poi il buio calò sull’Europa e sulla geografia dei continenti. Esattamente un mese dopo, il 28 luglio 1914, l’Austria-Ungheria dichiarava guerra alla Bosnia.

Quel 28 giugno di cento anni fa saettò come una spada tagliente sull’ombra di tante e tante inconsapevoli anime, che da quel momento ebbero i giorni segnati. Per loro, quasi 16 milioni, cominciò il conto alla rovescia che avrebbe cancellato per sempre il loro respiro come una pagina mai scritta.

Tra di essi, 4 fratelli, i miei prozii, 4 ragazzi di montagna, Celestino Elia, Giovanni, Fermo Antonio e Enrico Vittorio Emanuele Carrara, che quella mattina del 28 giugno 1914 erano nei campi sui pendii intorno alla contrada di Amora Bassa, Altopiano di Selvino Aviatico, montagne bergamasche, impegnati nella fienagione, oppure stavano lavorando in qualche cantiere edile nei dintorni come muratori. Il cielo era azzurro, sempre lo stesso di ogni giorno, l’aria leggera, polverosa di fieno, il vociare dei compaesani cullava il ritmico muoversi delle braccia forti di gioventù. Neanche sapevano che esistesse la parola “Sarajevo”. Tutto era lontano, indescrivibile, un altro mondo.

Avranno alzato lo sguardo? Avranno percepito il cambio del vento? La bufera in arrivo? Avrà  mai immaginato Fermo Antonio che sarebbe morto di lì a due anni, in una torrida giornata d’agosto, a 20 anni a nord di Caporetto? O Enrico Enrico Vittorio Emanuele che avrebbe seguito il fratello e anche lui a 20 anni sarebbe caduto un anno dopo, nella decima battaglia dell’Isonzo? O Giovanni, che non avrebbe più potuto salutare i due fratellini più piccoli e anche lui avrebbe cessato di vivere quattro anni dopo, nella Guerra Bianca dell’Adamello?

Avrebbero mai immaginato che sarebbero tutti Caduti al Fronte o Combattenti senza poer tornare a casa per 41 mesi?

Avrà mai immaginato il maggiore di tutti e i fratelli, Celestino Elia, muratore in Francia in quel giugno del 1914, che sarebbe stato richiamato alle armi? La guerra l’avrebbe lasciato tornare a casa, disperato e ferito gravemente, distrutto nel fisico e nell’anima. Avrà mai immaginato che avrebbe dovuto raccogliere la drammatica e tragica eredità dei 3 fratelli mai più ritornati a casa?

PER APPROFONDIRE

Per scoprire la storia dei miei 4 prozii Carrara, Combattenti nella Grande Guerra

Voci e volti dal Fronte

e anche

 I quattro fratelli Carrara, Combattenti

 L’ARTICOLO

L'Eco di Bergamo

L’Eco di Bergamo

LA POESIA

SAN MARTINO DEL CARSO,

di Giuseppe Ungaretti

Di queste case
Non è rimasto
Che qualche
Brandello di muro
Di tanti
Che mi corrispondevano
Non è rimasto
Neppure tanto
Ma nel cuore
Nessuna croce manca
E’ il mio cuore
Il paese più straziato.

(Giuseppe Ungaretti)

IL VIDEO

https://www.youtube.com/watch?v=YzjCpUDwEro

Amora di Aviatico, Altopiano Selvino Aviatico, e la chiesa a mezza costa

Amora di Aviatico, Altopiano Selvino Aviatico, e la chiesa a mezza costa

 

 

 

 

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