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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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I romanzi di Irma Kurti e Aurora Cantini al Macondo Café di Bergamo

Aurora Cantini e Aurora Cantini al Macondo Café di Bergamo

Nuovo appuntamento per le scrittrici Irma Kurti e Aurora Cantini allo spazio lettura del Macondo Café, a Bergamo. Il filo conduttore è la città orobica, per la Kurti eletta luogo di residenza da quando vive in Italia, per la Cantini il capoluogo cuore della provincia di nascita.

“Albania e Italia, le due rive. In essa vivono i ricordi dell’autrice Irma Kurti, la cui anima è perennemente divisa tra la voglia di partire il desiderio di lasciare il proprio paese e la nostalgia struggente, il malinconico tormento di tornare a casa. Un canto di dolore, un urlo straziante, un pianto soffocato che si stempera nei ghiacci del silenzio, un inno d’amore alla persona più cara. Un flusso ininterrotto di avvenimenti, emozioni, sogni infranti che si mescola nei ricordi di una vita, che cerca dentro di sé le ragioni della propria sopravvivenza e insieme ripete all’infinito la sua disperazione”. Da “Tra le due rive“, Kimerik  Edizioni, 2011.

L’Eco di Bergamo per l’incontro con Irma Kurti e Aurora Cantini al Macondo Café di Bergamo

“È un’immagine che mi è rimasta fissa nella mente e non posso rimuoverla. Ogni volta che tornavo tardi, mia madre stava al quarto piano, in piedi, appoggiata al davanzale, sia al freddo, sia quando c’era un’afa soffocante. Spesso, nel buio, mentre stavo tornando e gli occhi mi andavano immediatamente al piano in cui abitavamo noi, distinguevo l’ombra che era diventata un tutt’uno con l’oscurità, cioè mia madre. In quei momenti una mano sconosciuta portava via la mia tristezza, la stanchezza; avevo una persona che mi amava quanto il mondo intero. La salutavo e lei mi aspettava finché, arrivata al quarto piano, mi diceva: “Amore di mamma, dove sei stata? Mi hai fatto preoccupare!”

Aurora Cantini, Alessia Gotti moderatrice, Irma Kurti al Macondo Café di Bergamo

Bergamo e la montagna, le radici. La forza che viene data dal sapersi parte di un mondo tenace, silenzioso ma fermo, si trasforma nell’autrice in parole che si fanno vita, ricordi, memoria.

“Il personaggio di Luisella, nel romanzo “Come briciole sparse sul mondo”, seppur immaginario, si muove, vive e agisce in paesi e luoghi che esistono davvero, tra cui il paesino di Sant’Antonio Abbandonato. Si trova a 1000 metri di altezza sospeso sulla Valle Brembana al termine di una ripida strada a tornanti. Con la sua freschezza di ragazza che vive in montagna è un tributo alla vita, ma rappresenta anche una desolante realtà, quella delle valli bergamasche, da sempre costrette a combattere contro lo spopolamento e le poche nascite.

Racconto come si vive ancora nelle Valli di montagna, ma anche come può essere stata la tragedia irreversibile di coloro che erano intrappolati nelle Torri e da lì non sarebbero più usciti. Sapevano che si sarebbero fusi in un solo cuore, in un solo ed unico destino, proiettati per sempre nell’eternità? La gente di montagna sa come è difficile fare i conti con la vita. Questo romanzo è un omaggio alla memoria recente della nostra storia, ma anche alle tradizioni di un mondo non ancora scomparso, per credere nel futuro, per credere nell’uomo.” Da “Come briciole sparse sul mondo“, Aletti editore, 2012

Al Macondo Café di Bergamo: Aurora Cantini, Alessia Gotti moderatrice, Irma Kurti

Di quegli uomini e quelle donne di un tempo lontano cosa rimarrà se non i ricordi che solo noi possiamo portare avanti? Per non dimenticare chi ha tracciato il cammino affinché nessuno di noi si perda e trovi sempre la luce oltre l’orizzonte. Per non lasciare che la polvere dell’indifferenza ricopra la memoria della montagna e il respiro delle contrade ormai svuotate. Per non lasciare che gli ultimi vecchi vedano spegnersi per sempre la storia della loro terra.” Da “Lassù dove si toccava il cielo“, Edizioni Villadiseriane, 2009

Aurora Cantini al Macondo Café di Bergamo

 

Sul fronte del Cukla-Rombon seguendo il sacrifico del giovane alpino

nella Grande Guerra

(fotografie esclusive dell’alpino Massimo Peloia, per gentile concessione)

L’articolo sulla rivista L’Alpino, numero di novembre

Massimo Peloia è un socio alpino della Sezione ANA di Saronno. Si è sempre interessato alle vicende  terribili e drammatiche della Prima Guerra Mondiale, dedicando attenzione particolare ai dimenticati eroi del Battaglione alpino ValCamonica, 5° Reggimento alpino.

Erano per la maggior parte ragazzi bergamaschi e bresciani, che combatterono soprattutto sui versanti di due monti famigerati per l’alto numero di vittime nelle battaglie svolte sui loro versanti. Sono il Cukla (1776 metri) e il Rombon, che raggiunge i 2.208 metri di altezza, accanto al Romboncino, a quota 2105. Massimo Peloia ha voluto salire fin lassù, al confine con la Slovenia, per rendere omaggio alle migliaia di ragazzi lanciati nell’impeto delle battaglie, strappati alle loro case, alla loro vita di gioventù, molti di essi mai più tornati a casa. Era uno dei fronti di guerra “forse la più ingrata del nostro schieramento alpino” come disse il Generale Cadorna.

Una gavetta rimasta sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Il Cukla e Rombon rimasero quasi sempre in mano agli Austriaci e più volte vennero invano attaccati dagli Italiani. Solo il Cukla divenne italiano, anche se solo per pochi mesi, tra il 1915 e il 1916. Ma in generale ci furono incessanti e sanguinosi tentativi che portarono solo esiti drammatici, con innumerevoli Caduti. L’epilogo fu dato la sera del 24 ottobre 1917, dopo la disfatta di Caporetto, quando le truppe italiane abbandonarono per sempre il Cukla – Rombon.

Il cippo sul Cukla, foto di Massimo Peloia

Lassù rimasero soltanto le anime dei tantissimi ragazzi morti in combattimento. Tra essi il giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara, terzultimo di cinque fratelli mandati in guerra. Proveniva da un borgo delle valli bergamasche, Amora Bassa di Aviatico, e quella notte tra l’1 e il 2 agosto 1916, aveva 20 anni e pochi mesi. Gli venne comandato di uscire con altri cinque compagni per cercare una via di accesso al Rombon, una missione esplorativa richiesta dal Comando Militare. Dovevano scendere dal Romboncino lungo una parete impervia per approdare alla Valle Mozenca e da lì conoscere appostamenti e difese nemiche.

Reticolati ancora ben arrotolati e munizioni rimasti sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia


Non si saprà mai cosa successe in quella notte d’estate, nel silenzio della cordata. Fermo Antonio precipitò in uno degli Abissi del Rombon, e là rimase. Lo cercarono invano per giorni, ma non fu mai più ritrovato.

Rombon, dove precipitò il giovane alpino Fermo Antonio Carrara nella Grande Guerra (foto di Massimo Peloia)

Massimo Peloia, dopo cento anni, è salito fin sul baratro di quell’Abisso che divenne sepolcro del giovane soldatino. Una volta raggiunta la cima ha depositato un dono, accanto al cippo che ricorda i tanti ragazzi immolati per la libertà.

È la poesia dedicata a Fermo Antonio “Come una fiamma accesa” scritta dalla pronipote del giovane alpino, Aurora Cantini. I versi letti ad alta voce sono stati trasportati dall’eco lungo il vento del ricordo, della memoria, dello struggente doloroso silenzio. “La poesia è stata lasciata nella cassetta di metallo in cima al Rombon, che contiene il libro di vetta dove gli escursionisti lasciano la loro firma, così da ricordare il giovane Carrara e tutti gli altri soldati Caduti”. (parole di Massimo Peloia)

Massimo Peloia con la poesia dedicata al giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara (Fonte: L’Alpino, numero di novembre)

“Come una fiamma accesa”, la poesia dedicata al giovane alpino bergamasco posata sulla vetta del Rombon. Foto di Massimo Peloia

Massimo Peloia ha così commentato la lettura della poesia: “I nostri Caduti furono anche Eroi, ma la maggior parte di loro erano vittime inconsapevoli del loro destino. Erano uomini di provenienza diversa, ma furono uniti dalla stessa sorte: morire nel fiore degli anni per una causa che faticavano a comprendere”.

Lungo il percorso di salita, il gruppo guidato da Massimo Peloia è transitato accanto ai resti di piccoli cimiteri in quota, con ancora croci e lapidi oramai divelte. Dopo la riesumazionenegli Anni Trenta, i corpi dei soldati Caduti sul Cukla-Rombon vennero radunati nei Sacrari che si stavano costruendo. Più avanti cappellette e resti di trincee, poi ecco i muri sbrecciati di quella che era l’Infermeria del Rombon, un edificio che stava addossato alla parete. Salendo in alto, appaiono i resti di un altro cimiterino di guerra, croci e scritte nei blocchi di roccia. La maestosa parete del Rombon sovrasta come a voler schiacciare i pensieri. Dalla cima lo sguardo vaga oltre la fitta vegetazione, oltre queste montagne selvagge, e si ritrova la linea austriaca, così vicina, così lontana.

Brano dell’articolo dedicato al fronte del Cukla Rombon sulla rivista L’Alpino del numero di novembre

Il pensiero va agli ultimi istanti di tanti giovani che non ebbero mai vita al sogno, poco più che adolescenti, per sempre giovani, per sempre Eroi.

I resti del cimitero sul Cukla Rombon (fotografia di Massimo Peloia)

Croce dove fu sepolto un Caduto sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Una delle croci dei Caduti sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Cippo dove furono sepolti alcuni Caduti sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Una della croci dei Caduti Austriaci sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Il monumento ai Caduti austriaci sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

 

Caravaggio a Milano,

l’uomo che sapeva leggere dentro l’uomo

Mi ha fatto sorridere leggere nel numero di ottobre della rivista “Airone” come Caravaggio sia stato definito un “avanzo di galera”.

Penso che il grande pittore bergamasco avrebbe fatto spallucce: lui non accettava le regole strette da una briglia di convenzioni, era uno spirito libero e rivoluzionario che non sapeva di esserlo, semplicemente aveva vissuto respirando a pieni polmoni la sete della vita, l’ebbrezza del cuore palpitante, l’adrenalina dell’attimo fugace.

Era un mistero anche per la sua famiglia, una famiglia media, con il padre architetto presso la corte degli Sforza, a Milano. Ci siamo passati un po’ tutti, chi ha avuto figli lo sa bene: stupirci di come alcuni di quegli esserini, nati da noi, così simili a noi, con i nostri stessi geni, fin dall’inizio  vanno controcorrente,  si mostrano “personaggi”, e ci chiediamo: “Ma da chi avrà preso?” “Chi gli ha messo in testa certe idee?”. Vivono coi fratelli allo stesso tavolo, gli si insegna la stessa educazione, gli si danno le stesse regole… ma LORO fanno il contrario, mostrando fin da subito un caratterino tutto particolare, che ci lascia esterrefatti, spiazzati.

E allora mi chiedo cosa avranno provato i genitori davanti a quel bimbetto che invece di seguire le buone maniere e le consuetudini dell’epoca, se ne andava solitario nella bruma, oppure se ne stava quasi in raccoglimento ad osservare una foglia squarciata dalla tempesta, una pozzanghera dopo il temporale, un frutto bacato… o sgattaiolava tra  i vicoli incantato dai barboni, dalle sciupate massaie e lavandaie, dai vecchi sdentati a ridosso delle seriole.

Di questo pittore che ha attraversato i secoli, affascina quello sguardo cupo, da “gioventù bruciata”, da generazione “maledetta”, ma in realtà è proprio questo suo esporsi senza maschere, né specchi, che lo rende unico, immortale, immenso. Era talmente sensibile all’uomo, alla sua fragilità, alla sua cattiveria, alla sua fangosa realtà da rimanerne sconvolto, conquistato, anche atterrito. Al contrario della massa umana, che fa di tutto per nascondere sotto strati di “normalità” ciò che apparentemente normale non è (e tutti noi abbiamo qualcosa che nascondiamo ben volentieri, qualche “stranezza” che ci premuniamo di non mettere in luce) Caravaggio la mostrava, la esibiva, proprio per questa sua grande, grandissima capacità: riuscire a leggere dentro l’uomo, riuscire a scavare a fondo, riuscire ad affondare nel fango senza temere di essere risucchiato.

“Dentro Caravaggio”  a Milano

Caravaggio è in mostra a Milano: dal 29 settembre al 28 gennaio 2018, presso Palazzo Reale, è visitabile “Dentro Caravaggio”, una ventina di capolavori per la prima volta insieme. Riflettendo su questa combinazione unica, che non si ripeterà mai più, mi viene da pensare che Caravaggio è forse uno dei pochissimi pittori che non abbia un’opera che lo rappresenti. Un unico dipinto che lo esprima a tutto tondo. Quale opera è da considerarsi la più famosa di Caravaggio? Quale può essere considerata la carta d’identità di questo immenso genio?

Ognuno sceglierà l’opera che meglio rappresenta se stesso, le sue inquietudini, le sue paure, il suo buio, la sua luce.  

Anche qui la risposta è semplice: forse Caravaggio ha dipinto ogni quadro per ognuno di noi, per dirci: “Io SO che cosa stai provando”, lasciandoci un pezzo di se stesso, lasciandoci scegliere l’opera che meglio ci consola, affinché ognuno di noi potesse dire “Non sono solo.”

Mille Caravaggio, un solo unico dipinto: l’Uomo. Da parte mia scelgo questo dipinto. Giuditta e Oloferne.

 

Il Roncio d’oro assegnato alla poesia in Memoria

del giovane alpino bergamasco

Caduto sul Monte Rombon durante la Grande Guerra

Il Roncio d’Oro ad Aurora Cantini

Roncole: fonte Wikipedia

Il roncio da sempre è compagno fedele del mondo contadino, espressione dialettale che indica la roncola, attrezzo apparso fin dall’Era del Bronzo, simile ad un grosso coltello a serramanico, usato per potare rami e canne, sfoltire cortecce, pulire i tronchi.

Ed è proprio questo legame indissolubile con la terra, la natura, la fatica e la vita, che la città di Ronciglione (Ronciò in dialetto locale) ha ideato l’omonimo Premio Letterario, giunto quest’anno alla ventiquattresima edizione.

Roncio d’Oro – Città di Ronciglione

La cronaca della Cerimonia di Premiazione è stata così riportata dal sito TusciaWeb: “Nella magica atmosfera della piazzetta di Sant’Andrea, colma ogni oltre aspettativa, in uno dei Borghi medievali più belli e suggestivi d’Italia, organizzato dal Centro Ricerche Studi, con il patrocinio della Provincia e del Comune di Ronciglione, rappresentato dall’Assessore alle politiche Culturali professore Massimo Chiodi e di numerose autorità Civili che operano nel sociale sul territorio , si è svolta la cerimonia di premiazione della XXIV a edizione del premio letterario nazionale “Roncio d’oro – Città di Ronciglione”.

L’evento ha rappresentato un classico dell’estate eonciglionese e questa edizione, come tutte le altre, è stata organizzata con il patrocinio del comune di Ronciglione dal Centro Ricerche Studi, vero baluardo e custode, per conservare, promuovere e tramandare alle nuove e future generazioni, le tradizioni e il patrimonio storico e culturale della terra natia.

Premiazione del concorso Roncio d’Oro – Città di Ronciglione

Questa 24esima edizione ha visto una notevole ed incoraggiante partecipazione dei giovani  studenti delle scuole elementari, medie e liceali. Motivo di conforto che lascia ben sperare  per il nostro futuro. Ai vincitori nelle varie sezioni, è stato assegnato il Roncio d’Oro, ai secondi classificati il Roncio d’argento e menzione speciale per opere meritevoli di risalto.

Il presidente professoressa Maria Lucia Girelli, dopo aver ringraziato tutti i presenti per la numerosa partecipazione, ha manifestato la soddisfazione sua personale e degli organizzatori per le opere ricevute, tutte di qualità e degne di menzione. Un sincero ringraziamento alle insegnanti, ai docenti, agli attori, a tutti i membri delcda del Centro ricerche studi, presidente, vice presidente, segretario e consiglieri, che con il loro fattivo impegno, dedizione e professionalità, hanno reso possibile la realizzazione di questa splendida manifestazione.

Un ringraziamento particolare al professore Luca Damiani, presidente della commissione esaminatrice. La professoressa Silvia Scialanca, svolgendo il ruolo di presentatrice e conduttrice in modo impeccabile, con il supporto della band di Alfredo e Mirco, che con le loro melodie hanno creato vera armonia, ha dato inizio alle premiazioni delle opere.

Per la Categoria Bp – Poesia in lingua Italiana hanno vinto:
Aurora Cantini di Bergamo. Come una fiamma accesa. Roncio D’Oro.
Maria Silvia Rita di Orte (VT). Tempo Sospeso. Roncio D’Argento.
Fausto Marseglia di Marano (NA). Signori….si scende! Menzione Speciale.
Giulio Bernini di Montecompatri (RM) Eos. Menzione Speciale.
Subino Angelo Giovagnoli di Ronciglione. 83 Carnevale. Premio Speciali della
Giuria.

Una targa speciale è stata consegnata al Cavaliere Alcide Pelliccia e al professore Contardo Emilio detto “Mimmo” per il loro prezioso e impagabile contributo dato al Centro Ricerche Studi dalle sue origini.

Questa XXIV a edizione del premio letterario nazionale “Roncio d’oro” città di Ronciglione è da incorniciare ed è motivo di stimolo e d’incoraggiamento per l’anno 2018, quando il “Roncio d’oro” festeggerà le nozze d’argento con i primi 25 anni di vita e il Centro Ricerche Studi di Ronciglione compirà le sue prime 70 Primavere.
Attraverso la Poesia e il Dialetto si riscoprono le origini e le radici di appartenenza. Tradizioni , Storia e Vera Cultura da vivere e tramandare alle nuove e future Generazioni.”

Lavista Giuseppe
Per il Centro ricerche studi di Ronciglione

LA MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

Aurora Cantini e il suo Roncio d’Oro

Sezione Bp Poesia

Aurora CANTINI – con la poesia “COME UNA FIAMMA ACCESA” 1 classificata, Roncio d’Oro,

con la seguente motivazione:

“Avara la vita, iniqua la guerra, ingrata la Storia: c’è soltanto una mamma straziata di pianto che vaga, vaga sui prati ormai del cielo per riunirsi ai vent’anni martoriati di bombe e di abbandoni, “oltre la battaglia”, oltre la caduta, oltre il buio dell’interminabile notte. È il grido straziante di un oblio ingrato, è una condanna alla guerra sulla punta di una penna splendidamente “essenziale”, magicamente espressiva, vigorosamente indignata. Sintatticamente perfetta.”

Roncio d’Oro 2017

Con i burattini per raccontare la Grande Guerra

Viva Bèrghem di Carla Passera e Roberta Navoni

Dalla Redazione delle Edizioni Sahel: “Sulla scia di una lunga tradizione teatrale quale è quella dei burattini a Bergamo, centrata sulla famiglia di Gioppino, la Margì e Bortolino… È stato realizzato per le Edizioni Sahel di Pedrengo un libretto teatrale intitolato “Viva Berghèm” curato da Carla Passera e Roberta Navoni con il Patrocinio del Ducato di Piazza Pontida. Il libretto ha come protagonista Gioppino in veste di portalettere. A lui è affidato il valoroso compito di consegnare lettere e pacchi ai soldati impegnati al fronte.

Carla Passera e Roberta Navoni curatrici del libretto “Viva Berghèm” sui Combattenti e Caduti nella Grande Guerra usando i burattini

Il burattino che rappresenta il Sergente Elia Celestino Carrara

Il burattino che rappresenta Nino Calvi

Gioppino viaggia e incontra storie di uomini e di ideali. Con Gioppino si vogliono celebrare alcuni eroi della Prima guerra Mondiale quali Don Angelo Roncalli futuro Papa Giovanni XXIII, Antonio Locatelli, i quattro fratelli Carrara di Amora frazione di Aviatico, i quattro fratelli Calvi di Piazza Brembana, Don Giovanni Antonietti di Gandino, Gennaro Sora… Combattenti tutti rappresentati attraverso i loro corrispondenti burattini. Tra un episodio e l’altro si intervallano alcune schede sulla vita di questi personaggi storici incontrati al fronte.

I Combattenti e Caduti nella Grande Guerra protagonisti del libretto di burattini “Viva Berghèm”: Don Angelo Roncalli, Antonio Locatelli, i quattro fratelli Carrara, i quattro fratelli Calvi, Gennaro Sora, Don Giovanni Antonietti

Il capitolo dedicato ai fratelli Carrara Combattenti nella Grande Guerra

La tragedia della Grande Guerra sale così sulla baracca dei Burattini e viene presentata al publbico dei bambini e degli adulti. Diviene un modo gioioso e di rispetto, nonostante si tratti di arte cosidetta povera, per ricordare le figure di questi eroi. Essi non vanno dimenticati per i valori civili e religiosi che hanno rappresentato in quei momenti drammatici.

Il libretto “Viva Berghèm” e la lettera del Vescovo Boschi alle autrici

La tradizione dei Gioppini continua così la lunga serie dei santi burattinai, come Don Bosco, il Beato Luigi Palazzolo, San Filippo Neri. Essi utilizzavano le marionette per intrattenere ed educare i ragazzi.

Con Gioppino riscopriamo i valori della terra bergamasca, l’impegno di tanti soldati che si sacrificarono per la patria. Ci addentriamo nelle vicende di personaggi bergamaschi che si sono resi protagonisti di imprese onorevoli. Un po’ per ritornare bambini e riscoprire l’infanzia, ma soprattutto per riscoprire l’insegnamento della storia scritta dagli uomini che l’hanno vissuta in prima persona.

Fiera dei Librai Bergamo: Viva Berghèm di Carla Passera e Roberta Navoni

Fiera dei Librai Bergamo: Viva Berghèm di Carla Passera e Roberta Navoni

 

 

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Nel cuore del Magic Bus “Into the wild” dove morì Chris McCandless, Alaska

(Fotografie esclusive di Matteo Cò – tutti i diritti riservati)

Il Magic Bus “Into the wild” dove morì Chris McCandless, Alaska

Il Magic Bus dove morì nel 1992 il giovane Chris McCandless, Alaska

Nell’aprile del 1992 Chris McCandless, un ragazzo di buona famiglia cresciuto in un sobborgo di Washington D.C., si incamminò da solo negli immensi spazi selvaggi dell’Alaska. Dopo aver lasciato la città di Fairbanks, imboccò lo Stampede Trail, nel Denali Park, una pista aperta nei secoli dai cacciatori di pellicce e dagli indiani del posto. Era da due anni che percorreva le strade degli Stati Uniti, dopo aver conseguito la laurea con lode nel 1990. Aveva incontrato gente, paesi, città, a contatto con un immenso mondo variegato e complesso, semplice e bizzarro, ma unico. La sua meta era “Into the wild”, vivere a contatto con la natura nello sterminato territorio al confine con la civiltà, là dove l’uomo ha sperimentato le migrazioni, il buio, la solitudine, la fede, l’immensità.

Lo Stampede Trail

Ma Chris non era equipaggiato a vivere, e sopravvivere, alle condizioni estreme di una terra ancora poco esplorata, misteriosa e inaccessibile, gelida e crepuscolare. Venne ritrovato morto quattro mesi dopo da un cacciatore del luogo, poco lontano dal fiume Sushana. Accanto al corpo magrissimo, trovarono anche un diario che Chris aveva cominciato a scrivere appena messo piede in Alaska.

Denali Park, Alaska

Il ragazzo stava rannicchiato su un materasso in quella che era diventata la sua casa: un vecchio autobus dismesso dalla vernice verde e bianca, l’autobus numero 142, della linea “Fairbanks City Transit Sistem”. Era un vecchio scuolabus usato originariamente per trasportare i braccianti a una miniera di antimonio poi chiusa.

 

L’interno del Magic Bus “Into the wild” dove morì Chris McCandless, Alaska

Dentro il Magic Bus dove morì nel 1992 il giovane Chris McCandless, Alaska

L’interno del Magic Bus dove morì nel 1992 il giovane Chris McCandless, Alaska

Dal momento in cui la tragica, commovente storia del giovane sognatore divenne di dominio pubblico, prima con la pubblicazione del libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer e poi con il film diretto da Sean Penn “Into The Wild”, iniziarono anche i pellegrinaggi a quello che Chris nel suo diario chiamò il “Magic Bus” di Chris. Ma raggiungere il Bus nella foresta era impervio, difficile, pericolosissimo. Numerosi furono gli incidenti, anche mortali, da parte dei tenaci escursionisti.

Così nel 2017 le autorità hanno deciso che il Magic Bus andava spostato.

Con l’ausilio di un elicottero, l’autobus è stato sollevato e trasportato nel centro della cittadina di Healy, davanti alla birreria del paese, dove si trova ancora oggi.

Nel cuore del Magic Bus “Into the wild” dove morì Chris McCandless, Alaska

All’interno tutto è rimasto uguale a quei giorni: la stufa, il piccolo angolo cottura, gli utensili, gli stivali sotto il fornello, lo spazzolino da denti, le sue scritte a pennarello alle pareti. Ma oggi c’è qualcosa in più, rispetto a quei giorni. Numerose fotografie scattate dallo stesso Chris, che raccontano con i suoi occhi, struggenti, luminosi e belli, la sua impresa di vagabondo del mondo.

Nel cuore del Magic Bus “Into the wild” dove morì Chris McCandless, Alaska

Interno del Magic Bus “Into the wild” dove morì Chris McCandless, Alaska

Le immagini esclusive scattate all’interno del luogo dove il  giovane Chris esalò l’ultimo respiro sono un omaggio all’anima più innocente e ingenua dell’umanità, quella che ancora crede nella libertà e nel sogno, nell’ascolto e nel silenzio. Il video “Nel cuore del Magic Bus” https://www.youtube.com/watch?v=r2ZvJUueA0s è stato realizzato da Matteo Cò, che ringrazio dal profondo del cuore. Io stessa, fin dalla scoperta della sua storia negli anni Novanta, ho avuto un doloroso affetto verso questo ragazzo nato nel 1968, quasi mio coetaneo, simbolo di quel viaggio che tutti noi desideravamo seguendo  l’avventura dopo aver letto “Sulla strada” di Jack Kerouac.

Il Magic Bus “Into the wild” dove morì Chris McCandless, Alaska

Il giovane Chris non si lasciò morire, non aveva deciso di chiudere la vita come molti pensarono frettolosamente. Semplicemente voleva raggiungere il silenzio, la bellezza unica e assoluta della natura. Purtroppo non fece i conti con il lato selvaggio e oscuro di quella natura: i fiumi ingrossati dallo scioglimento delle nevi, gli animali difficili da cacciare e conservare, i frutti selvatici non sempre commestibili, il gelo interminabile…

Chris aveva un sogno: vivere abbracciato al cuore dell’orizzonte, quello stesso orizzonte che rimase muto ai suoi richiami.

Lato del Magic Bus “Into the wild” dove morì Chris McCandless, Alaska

Il Magic Bus “Into the wild” dove morì Chris McCandless, Alaska

Magic Bus dove morì nel 1992 il giovane Chris McCandless, Alaska

La Campana di Rovereto e i suoi cento rintocchi per i Caduti

La Campana di Rovereto, foto di Aurora Cantini

Nel Centenario dalla Grande Guerra uno dei suoi simboli più toccanti e quasi struggenti è il battito dei  cento rintocchi che ogni sera, sul Colle Miravalle sopra la città di Rovereto, in Trentino Alto Adige, si propagano da una possente campana, che si erge maestosa e isolata su un ampio pianoro lastricato adornato dalle bandiere dei popoli, visibile a distanza lungo la vallata del fiume Sarca. Alcuni visitatori dicono che il suono della campana è stato creato a rievocare il colpo cupo, fondo e terrificante, dei cannoni quando sparavano dalle alture.

https://www.youtube.com/watch?v=vyGmFKN8HxE

È la Campana più grande del mondo che suoni a distesa, tre metri e mezzo di ampiezza per altrettanti in altezza, un simbolo unico in bronzo fuso con i cannoni degli eserciti partecipanti alla Prima guerra Mondiale. Davanti alla Campana, retta da due enormi colonne, è stata posta una conca, che in occasioni speciali e ricorrenze o visite di autorità, viene rimepita di acqua e resa ancora più suggestiva con numerosi lumini accesi che le fanno da contorno, i lumini che rappresentano le anime dei soldati Caduti Cento anni fa.

La Campana dei Caduti a Rovereto e la conca di acqua illuminata

 

Campana di Rovereto vista dalle gradinate, con la polla d’acqua che viene riempita e illuminata nelle grandi occasioni, foto di Aurora Cantini

Come si legge sul sito di VisitRovereto: “…Nata da un’idea di don Antonio Rossaro, che voleva creare una memoria colletiva, della guerra che fu una strage di giovani mandati al massacro, la Campana dei Caduti di Rovereto venne fusa a Trento nel 1924 con il bronzo dei cannoni delle nazioni partecipanti alla Prima guerra mondiale. Battezzata con il nome di Maria Dolens, fu collocata sul torrione Malipiero del Castello di Rovereto. La Campana, rifusa a Verona nel 1939 tornò a Rovereto esattamente un anno dopo. Nel 1960, in seguito ad una grave e irreparabile incrinatura, smise di suonare. Perciò Maria Dolens venne rifusa presso le fonderie Capanni a Castelnovo Né Monti (Reggio Emilia). L’attuale bronzo benedetto da Papa Paolo VI, venne collocato sul colle di Miravalle il 4 novembre 1965, da dove domina tuttora la città di Rovereto.

Il Viale delle Bandiere che conduce alla Campana dei Caduti, foto di Aurora Cantini

Nella zona museale trovi una mostra fotografica permanente e un breve video sulla storia della Campana dei Caduti. Con una piacevole passeggiata nel bosco, dal colle di Miravalle puoi raggiungere il Sacrario Monumentale di Castel Dante, che conserva le spoglie di ventimila soldati.” (fonte VisitTrentino.it)

Dal sito della Fondazione Opera Campana si legge: “È la più grande Campana del mondo che suoni a distesa: alta 3,36 metri, ha un diametro di 3,21, pesa 226,39 quintali, cui vanno aggiunti il battaglio (6q) e il ceppo (103q). Lo scultore Stefano Zuech ha realizzato le scene allegoriche relative alla guerra e alla celebrazione dei caduti che la fasciano.

Ogni sera, da oltre novant’anni, la Campana fa udire i suoi rintocchi per ricordare i Caduti di tutte le guerre, senza distinzioni di fede o di nazionalità, e per inviare il monito ai viventi: “Non più la guerra”.”

Vista sull’Altopiano di Rovereto e il fiume Sarca, con a sinistra il Sacrario dei Cadutidi Castel Dante, foto di Aurora Cantini

Quando io (Aurora) mi sono ritrovata sotto l’imponente e possente battacchio, la Memoria e il ricordo sono andati ancora una volta ai miei prozii, i cinque fratelli Carrara, Combattenti e Caduti nella Grande Guerra.  Un’esperienza che va vissuta almeno una volta, la solenne Memoria dei nostri ragazzi di Cento anni fa che su queste montagne hanno visto spegnersi sogni e desideri, immolati come agnelli innocenti.
Non ho provato tristezza, io che ho avuto 5 prozii sacrificati nella Grande Guerra, bensì dolce commozione, quasi che loro da lassù, tutti quei giovani soldati, vegliassero su di me, su noi tutti, sull’intera Umanità e ci benedicessero. Sembravano accarezzarci al suono della possente ed enorme campana, che, ogni sera, batte i suoi rintocchi per loro, quasi a dire che non verranno dimenticati. Ci sarà sempre qualcuno che li ricorderà. Io sarò sicuramente tra quelli.

Foto sui pannelli della Mostra “Il mondo alla Campana”: le Madrine, le mamme e le spose dei Caduti

Il primo matrimonio sotto la Campana di Rovereto, 28 aprile 1929

IL SACRARIO MONUMENTALE DI CASTEL DANTE

 

Il Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Salendo al Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Interno del Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Vista su Rovereto dal Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto, uno dei cannoni ancora posti lassù.

Vista su Rovereto, dal Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Un anniversario del ricordo al Rifugio Calvi

per l’ultimo famèi Modesto Carrara

L’articolo su Modesto Carrara nel 55° anniversario della morte al rifugio Calvi

Modesto Carrara aveva solo 18 anni quando il 26 luglio 1962 si tuffò nella pozza che alimenta i Bacini dell’Enel sotto la diga di Fregabolgia, sul sentiero verso il Rifugio Calvi, pozza detta “Presa della Capra”, e non era più riemerso.

Sono passati 55 anni, ma i discendenti non dimenticano quel giovane bergamino, uno degli ultimi abitanti del piccolo borgo di Predale, sull’Altopiano Selvino Aviatico, partito un giorno di inizio giugno verso il Rifugio Calvi come bergamino, e mai più ritornato a casa.

Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi

Un tempo, all’inizio dell’estate, si portavano le mucche in alpeggio e anche gli abitanti delle varie borgate dell’Altopiano Selvino Aviatico seguivano questa consuetudine. Modesto era uno dei “famèi”, i ragazzini che all’inizio di ogni estate lasciavano le loro case in valle per salire sui monti e accudire il bestiame al pascolo. Quel giugno del 1962 il giovane Modesto aveva compiuto 18 anni, erano anni che sopportava mesi di isolamento e solitudine, con la sola compagnia del suono dei campanacci nei lunghi crepuscoli estivi. Era stanco. Il papà Stefano lo convinse a salire per l’ultima stagione al Calvi, assicurandogli che sarebbe giunto a dargli il cambio la sera del 26 luglio. Così Modesto aveva ubbidito. All’arrivo in baita aveva a lungo implorato il cugino Guido, che lo aveva accompagnato, di rimanere con lui per qualche giorno: aveva un presentimento, era travolto dalla nostalgia, era solo e spaurito. Ma Guido stava iniziando l’apprendistato come fabbro e non poté accontentarlo. L’ultima immagine che ebbe di lui fu quel suo amato cugino che lo salutava dall’alto del costone, il cuore gonfio di lacrime trattenute e di struggente addio.

Il 26 luglio, dopo 40 giorni di solitudine, Modesto era elettrizzato per l’imminente ritorno a casa. Per rinfrescarsi e partire bello pulito, poco prima di mezzogiorno si tuffò nella pozza che alimenta i bacini dell’Enel, poco sotto la diga di Fregabolgia, la pozza detta “Presa della capra”. Non era più riemerso.

La pozza dei Bacini dell’Enel detta Presa della capra sotto la diga di Fregabolgia sotto il Rifugio Calvi dove morì Modesto Carrara

Il papà Stefano, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché lui e la moglie Bepa presero la sofferta decisione di lasciare per sempre quella casa dove ancora riecheggiava la voce di quel giovane figlio tanto amato. Si trasferirono in pianura, a Ospitaletto, in casa di una delle figlie che viveva là, ma l’anno seguente Stefano morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano da suo figlio, ancora e sempre invocando il giovane Modesto.

Con la sua morte iniziò anche la decadenza e l’abbandono del borgo di Predale, che venne lasciato vuoto ed esposto alle intemperie e ai rovi, i quali piano piano  ricoprirono le mura delle abitazioni.

Le mandrie al Calvi

Per ricordare quella giovane vita strappata al futuro, il cugino Guido, di 15 anni, realizzò una croce di ferro, il suo primo lavoro come apprendista fabbro, e in occasione del primo anniversario la portò lassù nel punto in cui il cugino era scomparso. Qualche anno dopo venne aggiunta anche una lapide bianca con la sua fotografia, portata a spalla dal fratello maggiore di Modesto, Ettore.

La vecchia lapide in memoria di Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

L’ANNIVERSARIO DEL RICORDO

Il gruppo di parenti e amici saliti al Calvi pe rl’anniversario della morte di Modesto Carrara

Oggi, 29 luglio 2017, dopo 55 anni dalla scomparsa del giovane bergamino, alcuni nipoti, i cugini Guido e Oliviero, parenti, familiari e alcuni conoscenti sono ritornati lassù, sul pianoro accanto alla pozza detta “Presa della Capra” per ricordarlo. Dopo un momenti di raccoglimento carico di emozione nel quale si è rievocata la storia di questo ragazzo sfortunato, è stata posizionata una nuova lapide, realizzata in un unico blocco di pietra di ardesia di Branzi, in sostituzione di quella vecchia irrimediabilmente scheggiata e rotta in più punti.

La nuova lapide posizionata il 29 luglio 2017 per ricordare il 55° anniversario di Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

È stato un desiderio coltivato da tempo dal cugino Oliviero che ancora ricorda quel doloroso funerale tra i campi in piena fienagione quando lui aveva solo 7 anni e aveva fatto il chierichetto in chiesa. La nuova lapide rappresenta il profilo stilizzato del Monte Cornagera che sovrasta  l’antico borgo di Predale, oggi sepolto dai rovi. Sopra campeggia la fotografia di Modesto, sorridente nella sua giacca a quadretti nuova, la stessa che si era comprato per i suoi 18 anni con i soldi risparmiati e che gli venne indossata nel giorno del suo funerale. Gli occhi di quel giovinetto sembrano brillare di luce, o forse piccole gemme come di lacrime. La sua storia sconosciuta è la storia dei ragazzi di un mondo lontano, quasi seppellito dietro le rocce scure delle montagne, la storia di fatiche e distacchi, di strappi dolorosi e gioventù costretta a diventare grande troppo in fretta, ma ricorda anche come questa terra aspra porta le voci dei suoi antichi abitanti e chiede di non perderne il ricordo. La montagna vive finché ci vive la gente e la memoria.    

La nuova lapid ein memoria dell’ultimo famèi Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

      

Irma Kurti e Aurora Cantini,

voci di donne in poesia a Selvino

Poesia al femminile, ricordi ed emozioni raccontate da voci di donna: a Selvino le poetesse Irma Kurti, albanese residente da 11 anni a Bergamo, e Aurora Cantini, bergamasca doc, hanno aperto il proprio cuore coinvolgendo il numeroso pubblico attraverso la declamazione e l’analisi delle prorpie poesie, da quelle scritte agli inizi della loro carriera, fino alle ultime composizioni, quelle della maturità.

Nel mezzo le storie di due donne, nate entrambe negli Anni Sessanta, estremamaente diverse, con origini quasi agli antipodi, sia come estrazione familiare che come esordio letterario, ma accomunate da un comune progetto di vita, da una comune esigenza dell’anima, un’affinità di intenti e di riflessioni quasi in simbiosi. È stata proprio questa sinergia di cuori, di menti e di talento creativo che le ha portate ad incontrarsi in una delle numerose iniziative letterarie ad Albino nel 2015. Si ritrovarono fin da subito l’una nei versi dell’altra, decidendo di percorrere insieme un tratto di quel cammino in cui credono, per cui lottano quasi quotidianamente, un cammino dove la parola “Poesia” è la sola porta che può aprire il cuore dell’umanità. Ed eccole ora a Selvino, dopo la bella performance a Bergamo nel gennaio 2016.

Le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti a Selvino, con il consigliere Mario Vitali, la vicesindaco Virginia Magoni, Luigi Gandossi e Franca Mismetti della Compagnia Dialettale Città di Albino, che hanno fatto da moderatori all’incontro

Nata a Tirana, all’epoca sotto il regime dittatoriale, Irma Kurti ha iniziato a scrivere poesie su stimolazione del padre, che la spinse, ancora bambina,  a frequentare il Circolo Letterario di poesia presso la “Casa dei Pionieri”. Il Regime operava un’ attenta e certosina opera di censura sui lavori letterari dei giovani poeti, ma nonostante ciò il talento della Kurti emerse ben presto in tutto il suo valore.

Per la Cantini, nata in Valle Seriana, la poesia fu una scoperta autodidatta. A sei anni già componeva a voce piccoli abbozzi di poesia osservando  i fiocchi di neve volteggiare come diafane ballerine. La natura, i prati su cui correva o su cui si distendeva, le fronde amorevoli degli alberi del bosco, hanno fatto da motivo ispiratore alle prime poesie, pubblicate fin dall’adolescenza.

Insieme la scoperta di modelli letterari univoci, come Emily Dickinson, Puskin, Pablo Neruda, le sorelle Bronte… Modelli che hanno ispirato e influenzato entrambe durante il periodo dell’adolescenza.

Il pubblico a Selvino per le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti

Nel corso del tempo sono cambiati i motivi ispiratori, i temi e i contenuti della loro poetica, considerata da entrambe un “Bisogno dell’anima a cui non ci si può sottrarre”, ma nonostante  i disegni della vita abbiamo condotto la Cantini e la Kurti lungo strade diverse, è rimasta indissolubile l’affinità verso temi particolarmente cari ad entrambe: la figura del padre, la nostalgia, il dolore, le problematiche sociali, la poesia civile, i rapporti con le persone, l’amore.

“È avvenuto un ampliamento dei temi ed entrambe siamo liete che ciò si avvenuto in modo naturale, grazie alla maturità e alle esperienze di vita.”

Di tutto ciò le due poetesse hanno raccontato a Selvino, in una sala ricolma all’inverosimile. Su tutto l’amore verso la propria terra, culla e radice a cui sempre tornare.

Voci di donne in poesia a Selvino: da sinistra Mario Vitali, consigliere del Comune di Selvino, Aurora Cantini e Irma Kurti, poetesse, Franca Mismetti e Luigi Gandossi, moderatori e presentatori

Dalla Cornagera alle Dolomiti con il Cristo Pensante

Locandina serata ad Aviatico Pino Dellasega e Aurora Cantini

Per una sera il piccolo paese di Aviatico, sotto il Monte Cornagera, è diventato scenario per un cammino virtuale di fede, devozioni popolari, ricordi e racconti che uniscono idealmente il piccolo triangolo dolomitico bergamasco alle sorelle più famose, le Dolomiti.

Comune denominatore il Cristo Pensante, una scultura alta circa due metri, che l’alpinista, scrittore e camminatore Pino Dellasega ha voluto posizionare sulla vetta del Monte Castellazzo, teatro di alcune delle più atroci e sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale, luogo quasi sacro e mistico dove caddero migliaia di giovani ragazzi, che mai più ritornarono a casa, immolati sull’altare dell’Eternità.

“Il Cristo è rappresentato seduto su di un masso che sta pensando, con la mano sinistra appoggiata sul ginocchio e con il palmo della mano  sostiene il viso. Il suo viso è sofferente e preoccupato e tiene gli occhi chiusi. Sulla testa è posata la corona di spine della sofferenza ed è stata confenzionata con del filo spinato della Grande Guerra raccolto in parte sullo stesso monte e in parte a Malga Valazza al Passo del Valles.

Il Cristo Pensante

Una corona di spine che ha un grande significato umano e un ricordo indelebile per tutti i giovani che tra il 1915 e il 1918 si sono sacrificati per la difesa della Patria, sia di parte Italiana che Austriaca. Un Cristo e una corona di spine che finalmente li riafratella.

Il peso del Cristo pensante è di 20 quintali e la sua altezza di circa 180 cm. Sotto il Cristo pensante, in un’apposita teca sono racchiusi i simboli dei luoghi più sacri del Mondo, dall’acqua della sorgente di Lourdes, alla terra e alle pietre di Gerusalemme, del Lago di Getsemani, del Colosseo luogo di martirio di molti cristiano, di Chestochova, di San Giovanni Rotondo e Pietrelcina, e l’elce della Cova da Iria a Fatima.

Sulla base del Cristo Pensante è stata posta una lastra di ferro corten con la scritta ottonata: “TROVA IL TEMPO DI PENSARE, TROVA IL TEMPO DI PREGARE, TROVA IL TEMPO DI SORRIDERE“, parole di Madre Teresa di Calcutta.” (fonte Trekking del Cristo Pensante)

Pino Dellasega è stato ospite ad Aviatico per raccontare la storia legata a questa statua e in particolare il Trekking del Cristo Pensante, un itinerario escursionistico ideato e curato proprio dall’alpinista, ex Fiamme Gialle. Migliaia di pellegrini ogni anno salgono al Cristo come devozione e tenace spiritualità.

Aurora Cantini e Pino Dellasega ad Aviatico

Insieme al Campione italiano di Orientering e fondatore della Scuola Nordic Walking, anche Aurora Cantini, che ha accompagnato il pubbblico numerosissimo in un viaggio del cuore legato alla montagna. Attraverso numerose immagini la Cantini ha narrato il Cuore della Cornagera e l’antica devozione di San Rocco e la peste manzoniana, che per prodigio miracoloso, con invocazione alla Madonna del Rosario, non ha colpito gli abitanti di Aviatico, nascosti nella Cornagera.

Pino Dellasega e Aurora Cantini ad Aviatico

Il tributo alle Dolomiti e al Centenario dalla Grande guerra è stato dato dalla Cantini attraverso l’omaggio profondo ai Caduti di Aviatico. Nessuno dei venti Caduti riposa oggi nei cimiterini dei 4 paesi (Ganda, Amora, Ama, Aviatico) che compongono il territorio. Anche i due che morirono a casa non hanno più una tomba, scomparsi dal cimitero.

Il Bòcia e il Vecio tra i Caduti di Aviatico, frazione Ganda

La maggior parte è rimasta lassù, tra le rocce, o in piccoli camposanti di montagna, oppure nei Sacrari costruiti negli Anni Trenta. Tanti morirono lontano, uno addirittura in Libia il 19 giugno 1915, uno dei primi soldati bergamaschi a cadere. La maggior parte erano giovanissimi, ben 14 erano di un’età compresa tra i 19 e i 30 anni. Accanto ad essi anche tre veterani, delle classi più vecchie, nati nel 1874 e 1877.

Eppure la Cornagera culla ancora e sempre quei giovani cuori indomiti di giovinezza, le voci degli antichi abitanti di questa terra riempiono il cuore di chi ascolta ancor ala montagna. ed e lì che si capisce di non essere più soli, né inquieti. La sua parola dà voce ai sentimenti legati ad un mondo in cui la vita è ogni giorno una lotta, da condurre fino in fondo, senza autocommiserazioni. Solo con la forza di andare avanti, senza fermarsi, in un perenne cammino verso la Luce.

La Cornagera e i suoi fiori tenaci, foto di Oscar Carrara

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