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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Il Roncio d’oro assegnato alla poesia in Memoria

del giovane alpino bergamasco

Caduto sul Monte Rombon durante la Grande Guerra

Il Roncio d’Oro ad Aurora Cantini

Roncole: fonte Wikipedia

Il roncio da sempre è compagno fedele del mondo contadino, espressione dialettale che indica la roncola, attrezzo apparso fin dall’Era del Bronzo, simile ad un grosso coltello a serramanico, usato per potare rami e canne, sfoltire cortecce, pulire i tronchi.

Ed è proprio questo legame indissolubile con la terra, la natura, la fatica e la vita, che la città di Ronciglione (Ronciò in dialetto locale) ha ideato l’omonimo Premio Letterario, giunto quest’anno alla ventiquattresima edizione.

Roncio d’Oro – Città di Ronciglione

La cronaca della Cerimonia di Premiazione è stata così riportata dal sito TusciaWeb: “Nella magica atmosfera della piazzetta di Sant’Andrea, colma ogni oltre aspettativa, in uno dei Borghi medievali più belli e suggestivi d’Italia, organizzato dal Centro Ricerche Studi, con il patrocinio della Provincia e del Comune di Ronciglione, rappresentato dall’Assessore alle politiche Culturali professore Massimo Chiodi e di numerose autorità Civili che operano nel sociale sul territorio , si è svolta la cerimonia di premiazione della XXIV a edizione del premio letterario nazionale “Roncio d’oro – Città di Ronciglione”.

L’evento ha rappresentato un classico dell’estate eonciglionese e questa edizione, come tutte le altre, è stata organizzata con il patrocinio del comune di Ronciglione dal Centro Ricerche Studi, vero baluardo e custode, per conservare, promuovere e tramandare alle nuove e future generazioni, le tradizioni e il patrimonio storico e culturale della terra natia.

Premiazione del concorso Roncio d’Oro – Città di Ronciglione

Questa 24esima edizione ha visto una notevole ed incoraggiante partecipazione dei giovani  studenti delle scuole elementari, medie e liceali. Motivo di conforto che lascia ben sperare  per il nostro futuro. Ai vincitori nelle varie sezioni, è stato assegnato il Roncio d’Oro, ai secondi classificati il Roncio d’argento e menzione speciale per opere meritevoli di risalto.

Il presidente professoressa Maria Lucia Girelli, dopo aver ringraziato tutti i presenti per la numerosa partecipazione, ha manifestato la soddisfazione sua personale e degli organizzatori per le opere ricevute, tutte di qualità e degne di menzione. Un sincero ringraziamento alle insegnanti, ai docenti, agli attori, a tutti i membri delcda del Centro ricerche studi, presidente, vice presidente, segretario e consiglieri, che con il loro fattivo impegno, dedizione e professionalità, hanno reso possibile la realizzazione di questa splendida manifestazione.

Un ringraziamento particolare al professore Luca Damiani, presidente della commissione esaminatrice. La professoressa Silvia Scialanca, svolgendo il ruolo di presentatrice e conduttrice in modo impeccabile, con il supporto della band di Alfredo e Mirco, che con le loro melodie hanno creato vera armonia, ha dato inizio alle premiazioni delle opere.

Per la Categoria Bp – Poesia in lingua Italiana hanno vinto:
Aurora Cantini di Bergamo. Come una Fiamma accesa. Roncio D’Oro.
Maria Silvia Rita di Orte (VT). Tempo Sospeso. Roncio D’Argento.
Fausto Marseglia di Marano (NA). Signori….si scende! Menzione Speciale.
Giulio Bernini di Montecompatri (RM) Eos. Menzione Speciale.
Subino Angelo Giovagnoli di Ronciglione. 83 Carnevale. Premio Speciali della
Giuria.

Una targa speciale è stata consegnata al Cavaliere Alcide Pelliccia e al professore Contardo Emilio detto “Mimmo” per il loro prezioso e impagabile contributo dato al Centro Ricerche Studi dalle sue origini.

Questa XXIV a edizione del premio letterario nazionale “Roncio d’oro” città di Ronciglione è da incorniciare ed è motivo di stimolo e d’incoraggiamento per l’anno 2018, quando il “Roncio d’oro” festeggerà le nozze d’argento con i primi 25 anni di vita e il Centro Ricerche Studi di Ronciglione compirà le sue prime 70 Primavere.
Attraverso la Poesia e il Dialetto si riscoprono le origini e le radici di appartenenza. Tradizioni , Storia e Vera Cultura da vivere e tramandare alle nuove e future Generazioni.”

Lavista Giuseppe
Per il Centro ricerche studi di Ronciglione

LA MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

Aurora Cantini e il suo Roncio d’Oro

Sezione Bp Poesia

Aurora CANTINI – con la poesia “COME UNA FIAMMA ACCESA” 1 classificata, Roncio d’Oro,

con la seguente motivazione:

“Avara la vita, iniqua la guerra, ingrata la Storia: c’è soltanto una mamma straziata di pianto che vaga, vaga sui prati ormai del cielo per riunirsi ai vent’anni martoriati di bombe e di abbandoni, “oltre la battaglia”, oltre la caduta, oltre il buio dell’interminabile notte. È il grido straziante di un oblio ingrato, è una condanna alla guerra sulla punta di una penna splendidamente “essenziale”, magicamente espressiva, vigorosamente indignata. Sintatticamente perfetta.”

Roncio d’Oro 2017

Con i burattini per raccontare la Grande Guerra

Viva Bèrghem di Carla Passera e Roberta Navoni

Dalla Redazione delle Edizioni Sahel: “Sulla scia di una lunga tradizione teatrale quale è quella dei burattini a Bergamo, centrata sulla famiglia di Gioppino, la Margì e Bortolino… È stato realizzato per le Edizioni Sahel di Pedrengo un libretto teatrale intitolato “Viva Berghèm” curato da Carla Passera e Roberta Navoni con il Patrocinio del Ducato di Piazza Pontida. Il libretto ha come protagonista Gioppino in veste di portalettere. A lui è affidato il valoroso compito di consegnare lettere e pacchi ai soldati impegnati al fronte.

Carla Passera e Roberta Navoni curatrici del libretto “Viva Berghèm” sui Combattenti e Caduti nella Grande Guerra usando i burattini

Il burattino che rappresenta il Sergente Elia Celestino Carrara

Il burattino che rappresenta Nino Calvi

Gioppino viaggia e incontra storie di uomini e di ideali. Con Gioppino si vogliono celebrare alcuni eroi della Prima guerra Mondiale quali Don Angelo Roncalli futuro Papa Giovanni XXIII, Antonio Locatelli, i quattro fratelli Carrara di Amora frazione di Aviatico, i quattro fratelli Calvi di Piazza Brembana, Don Giovanni Antonietti di Gandino, Gennaro Sora… Combattenti tutti rappresentati attraverso i loro corrispondenti burattini. Tra un episodio e l’altro si intervallano alcune schede sulla vita di questi personaggi storici incontrati al fronte.

I Combattenti e Caduti nella Grande Guerra protagonisti del libretto di burattini “Viva Berghèm”: Don Angelo Roncalli, Antonio Locatelli, i quattro fratelli Carrara, i quattro fratelli Calvi, Gennaro Sora, Don Giovanni Antonietti

Il capitolo dedicato ai fratelli Carrara Combattenti nella Grande Guerra

La tragedia della Grande Guerra sale così sulla baracca dei Burattini e viene presentata al publbico dei bambini e degli adulti. Diviene un modo gioioso e di rispetto, nonostante si tratti di arte cosidetta povera, per ricordare le figure di questi eroi. Essi non vanno dimenticati per i valori civili e religiosi che hanno rappresentato in quei momenti drammatici.

Il libretto “Viva Berghèm” e la lettera del Vescovo Boschi alle autrici

La tradizione dei Gioppini continua così la lunga serie dei santi burattinai, come Don Bosco, il Beato Luigi Palazzolo, San Filippo Neri. Essi utilizzavano le marionette per intrattenere ed educare i ragazzi.

Con Gioppino riscopriamo i valori della terra bergamasca, l’impegno di tanti soldati che si sacrificarono per la patria. Ci addentriamo nelle vicende di personaggi bergamaschi che si sono resi protagonisti di imprese onorevoli. Un po’ per ritornare bambini e riscoprire l’infanzia, ma soprattutto per riscoprire l’insegnamento della storia scritta dagli uomini che l’hanno vissuta in prima persona.

Fiera dei Librai Bergamo: Viva Berghèm di Carla Passera e Roberta Navoni

Fiera dei Librai Bergamo: Viva Berghèm di Carla Passera e Roberta Navoni

 

 

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La Campana di Rovereto e i suoi cento rintocchi per i Caduti

La Campana di Rovereto, foto di Aurora Cantini

Nel Centenario dalla Grande Guerra uno dei suoi simboli più toccanti e quasi struggenti è il battito dei  cento rintocchi che ogni sera, sul Colle Miravalle sopra la città di Rovereto, in Trentino Alto Adige, si propagano da una possente campana, che si erge maestosa e isolata su un ampio pianoro lastricato adornato dalle bandiere dei popoli, visibile a distanza lungo la vallata del fiume Sarca. Alcuni visitatori dicono che il suono della campana è stato creato a rievocare il colpo cupo, fondo e terrificante, dei cannoni quando sparavano dalle alture.

https://www.youtube.com/watch?v=vyGmFKN8HxE

È la Campana più grande del mondo che suoni a distesa, tre metri e mezzo di ampiezza per altrettanti in altezza, un simbolo unico in bronzo fuso con i cannoni degli eserciti partecipanti alla Prima guerra Mondiale. Davanti alla Campana, retta da due enormi colonne, è stata posta una conca, che in occasioni speciali e ricorrenze o visite di autorità, viene rimepita di acqua e resa ancora più suggestiva con numerosi lumini accesi che le fanno da contorno, i lumini che rappresentano le anime dei soldati Caduti Cento anni fa.

La Campana dei Caduti a Rovereto e la conca di acqua illuminata

 

Campana di Rovereto vista dalle gradinate, con la polla d’acqua che viene riempita e illuminata nelle grandi occasioni, foto di Aurora Cantini

Come si legge sul sito di VisitRovereto: “…Nata da un’idea di don Antonio Rossaro, che voleva creare una memoria colletiva, della guerra che fu una strage di giovani mandati al massacro, la Campana dei Caduti di Rovereto venne fusa a Trento nel 1924 con il bronzo dei cannoni delle nazioni partecipanti alla Prima guerra mondiale. Battezzata con il nome di Maria Dolens, fu collocata sul torrione Malipiero del Castello di Rovereto. La Campana, rifusa a Verona nel 1939 tornò a Rovereto esattamente un anno dopo. Nel 1960, in seguito ad una grave e irreparabile incrinatura, smise di suonare. Perciò Maria Dolens venne rifusa presso le fonderie Capanni a Castelnovo Né Monti (Reggio Emilia). L’attuale bronzo benedetto da Papa Paolo VI, venne collocato sul colle di Miravalle il 4 novembre 1965, da dove domina tuttora la città di Rovereto.

Il Viale delle Bandiere che conduce alla Campana dei Caduti, foto di Aurora Cantini

Nella zona museale trovi una mostra fotografica permanente e un breve video sulla storia della Campana dei Caduti. Con una piacevole passeggiata nel bosco, dal colle di Miravalle puoi raggiungere il Sacrario Monumentale di Castel Dante, che conserva le spoglie di ventimila soldati.” (fonte VisitTrentino.it)

Dal sito della Fondazione Opera Campana si legge: “È la più grande Campana del mondo che suoni a distesa: alta 3,36 metri, ha un diametro di 3,21, pesa 226,39 quintali, cui vanno aggiunti il battaglio (6q) e il ceppo (103q). Lo scultore Stefano Zuech ha realizzato le scene allegoriche relative alla guerra e alla celebrazione dei caduti che la fasciano.

Ogni sera, da oltre novant’anni, la Campana fa udire i suoi rintocchi per ricordare i Caduti di tutte le guerre, senza distinzioni di fede o di nazionalità, e per inviare il monito ai viventi: “Non più la guerra”.”

Vista sull’Altopiano di Rovereto e il fiume Sarca, con a sinistra il Sacrario dei Cadutidi Castel Dante, foto di Aurora Cantini

Quando io (Aurora) mi sono ritrovata sotto l’imponente e possente battacchio, la Memoria e il ricordo sono andati ancora una volta ai miei prozii, i cinque fratelli Carrara, Combattenti e Caduti nella Grande Guerra.  Un’esperienza che va vissuta almeno una volta, la solenne Memoria dei nostri ragazzi di Cento anni fa che su queste montagne hanno visto spegnersi sogni e desideri, immolati come agnelli innocenti.
Non ho provato tristezza, io che ho avuto 5 prozii sacrificati nella Grande Guerra, bensì dolce commozione, quasi che loro da lassù, tutti quei giovani soldati, vegliassero su di me, su noi tutti, sull’intera Umanità e ci benedicessero. Sembravano accarezzarci al suono della possente ed enorme campana, che, ogni sera, batte i suoi rintocchi per loro, quasi a dire che non verranno dimenticati. Ci sarà sempre qualcuno che li ricorderà. Io sarò sicuramente tra quelli.

Foto sui pannelli della Mostra “Il mondo alla Campana”: le Madrine, le mamme e le spose dei Caduti

Il primo matrimonio sotto la Campana di Rovereto, 28 aprile 1929

IL SACRARIO MONUMENTALE DI CASTEL DANTE

 

Il Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Salendo al Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Interno del Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Vista su Rovereto dal Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto, uno dei cannoni ancora posti lassù.

Vista su Rovereto, dal Sacrario Monumentale di Castel Dante Rovereto

Un anniversario del ricordo al Rifugio Calvi

per l’ultimo famèi Modesto Carrara

L’articolo su Modesto Carrara nel 55° anniversario della morte al rifugio Calvi

Modesto Carrara aveva solo 18 anni quando il 26 luglio 1962 si tuffò nella pozza che alimenta i Bacini dell’Enel sotto la diga di Fregabolgia, sul sentiero verso il Rifugio Calvi, pozza detta “Presa della Capra”, e non era più riemerso.

Sono passati 55 anni, ma i discendenti non dimenticano quel giovane bergamino, uno degli ultimi abitanti del piccolo borgo di Predale, sull’Altopiano Selvino Aviatico, partito un giorno di inizio giugno verso il Rifugio Calvi come bergamino, e mai più ritornato a casa.

Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi

Un tempo, all’inizio dell’estate, si portavano le mucche in alpeggio e anche gli abitanti delle varie borgate dell’Altopiano Selvino Aviatico seguivano questa consuetudine. Modesto era uno dei “famèi”, i ragazzini che all’inizio di ogni estate lasciavano le loro case in valle per salire sui monti e accudire il bestiame al pascolo. Quel giugno del 1962 il giovane Modesto aveva compiuto 18 anni, erano anni che sopportava mesi di isolamento e solitudine, con la sola compagnia del suono dei campanacci nei lunghi crepuscoli estivi. Era stanco. Il papà Stefano lo convinse a salire per l’ultima stagione al Calvi, assicurandogli che sarebbe giunto a dargli il cambio la sera del 26 luglio. Così Modesto aveva ubbidito. All’arrivo in baita aveva a lungo implorato il cugino Guido, che lo aveva accompagnato, di rimanere con lui per qualche giorno: aveva un presentimento, era travolto dalla nostalgia, era solo e spaurito. Ma Guido stava iniziando l’apprendistato come fabbro e non poté accontentarlo. L’ultima immagine che ebbe di lui fu quel suo amato cugino che lo salutava dall’alto del costone, il cuore gonfio di lacrime trattenute e di struggente addio.

Il 26 luglio, dopo 40 giorni di solitudine, Modesto era elettrizzato per l’imminente ritorno a casa. Per rinfrescarsi e partire bello pulito, poco prima di mezzogiorno si tuffò nella pozza che alimenta i bacini dell’Enel, poco sotto la diga di Fregabolgia, la pozza detta “Presa della capra”. Non era più riemerso.

La pozza dei Bacini dell’Enel detta Presa della capra sotto la diga di Fregabolgia sotto il Rifugio Calvi dove morì Modesto Carrara

Il papà Stefano, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché lui e la moglie Bepa presero la sofferta decisione di lasciare per sempre quella casa dove ancora riecheggiava la voce di quel giovane figlio tanto amato. Si trasferirono in pianura, a Ospitaletto, in casa di una delle figlie che viveva là, ma l’anno seguente Stefano morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano da suo figlio, ancora e sempre invocando il giovane Modesto.

Con la sua morte iniziò anche la decadenza e l’abbandono del borgo di Predale, che venne lasciato vuoto ed esposto alle intemperie e ai rovi, i quali piano piano  ricoprirono le mura delle abitazioni.

Le mandrie al Calvi

Per ricordare quella giovane vita strappata al futuro, il cugino Guido, di 15 anni, realizzò una croce di ferro, il suo primo lavoro come apprendista fabbro, e in occasione del primo anniversario la portò lassù nel punto in cui il cugino era scomparso. Qualche anno dopo venne aggiunta anche una lapide bianca con la sua fotografia, portata a spalla dal fratello maggiore di Modesto, Ettore.

La vecchia lapide in memoria di Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

L’ANNIVERSARIO DEL RICORDO

Il gruppo di parenti e amici saliti al Calvi pe rl’anniversario della morte di Modesto Carrara

Oggi, 29 luglio 2017, dopo 55 anni dalla scomparsa del giovane bergamino, alcuni nipoti, i cugini Guido e Oliviero, parenti, familiari e alcuni conoscenti sono ritornati lassù, sul pianoro accanto alla pozza detta “Presa della Capra” per ricordarlo. Dopo un momenti di raccoglimento carico di emozione nel quale si è rievocata la storia di questo ragazzo sfortunato, è stata posizionata una nuova lapide, realizzata in un unico blocco di pietra di ardesia di Branzi, in sostituzione di quella vecchia irrimediabilmente scheggiata e rotta in più punti.

La nuova lapide posizionata il 29 luglio 2017 per ricordare il 55° anniversario di Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

È stato un desiderio coltivato da tempo dal cugino Oliviero che ancora ricorda quel doloroso funerale tra i campi in piena fienagione quando lui aveva solo 7 anni e aveva fatto il chierichetto in chiesa. La nuova lapide rappresenta il profilo stilizzato del Monte Cornagera che sovrasta  l’antico borgo di Predale, oggi sepolto dai rovi. Sopra campeggia la fotografia di Modesto, sorridente nella sua giacca a quadretti nuova, la stessa che si era comprato per i suoi 18 anni con i soldi risparmiati e che gli venne indossata nel giorno del suo funerale. Gli occhi di quel giovinetto sembrano brillare di luce, o forse piccole gemme come di lacrime. La sua storia sconosciuta è la storia dei ragazzi di un mondo lontano, quasi seppellito dietro le rocce scure delle montagne, la storia di fatiche e distacchi, di strappi dolorosi e gioventù costretta a diventare grande troppo in fretta, ma ricorda anche come questa terra aspra porta le voci dei suoi antichi abitanti e chiede di non perderne il ricordo. La montagna vive finché ci vive la gente e la memoria.    

La nuova lapid ein memoria dell’ultimo famèi Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

      

Irma Kurti e Aurora Cantini,

voci di donne in poesia a Selvino

Poesia al femminile, ricordi ed emozioni raccontate da voci di donna: a Selvino le poetesse Irma Kurti, albanese residente da 11 anni a Bergamo, e Aurora Cantini, bergamasca doc, hanno aperto il proprio cuore coinvolgendo il numeroso pubblico attraverso la declamazione e l’analisi delle prorpie poesie, da quelle scritte agli inizi della loro carriera, fino alle ultime composizioni, quelle della maturità.

Nel mezzo le storie di due donne, nate entrambe negli Anni Sessanta, estremamaente diverse, con origini quasi agli antipodi, sia come estrazione familiare che come esordio letterario, ma accomunate da un comune progetto di vita, da una comune esigenza dell’anima, un’affinità di intenti e di riflessioni quasi in simbiosi. È stata proprio questa sinergia di cuori, di menti e di talento creativo che le ha portate ad incontrarsi in una delle numerose iniziative letterarie ad Albino nel 2015. Si ritrovarono fin da subito l’una nei versi dell’altra, decidendo di percorrere insieme un tratto di quel cammino in cui credono, per cui lottano quasi quotidianamente, un cammino dove la parola “Poesia” è la sola porta che può aprire il cuore dell’umanità. Ed eccole ora a Selvino, dopo la bella performance a Bergamo nel gennaio 2016.

Le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti a Selvino, con il consigliere Mario Vitali, la vicesindaco Virginia Magoni, Luigi Gandossi e Franca Mismetti della Compagnia Dialettale Città di Albino, che hanno fatto da moderatori all’incontro

Nata a Tirana, all’epoca sotto il regime dittatoriale, Irma Kurti ha iniziato a scrivere poesie su stimolazione del padre, che la spinse, ancora bambina,  a frequentare il Circolo Letterario di poesia presso la “Casa dei Pionieri”. Il Regime operava un’ attenta e certosina opera di censura sui lavori letterari dei giovani poeti, ma nonostante ciò il talento della Kurti emerse ben presto in tutto il suo valore.

Per la Cantini, nata in Valle Seriana, la poesia fu una scoperta autodidatta. A sei anni già componeva a voce piccoli abbozzi di poesia osservando  i fiocchi di neve volteggiare come diafane ballerine. La natura, i prati su cui correva o su cui si distendeva, le fronde amorevoli degli alberi del bosco, hanno fatto da motivo ispiratore alle prime poesie, pubblicate fin dall’adolescenza.

Insieme la scoperta di modelli letterari univoci, come Emily Dickinson, Puskin, Pablo Neruda, le sorelle Bronte… Modelli che hanno ispirato e influenzato entrambe durante il periodo dell’adolescenza.

Il pubblico a Selvino per le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti

Nel corso del tempo sono cambiati i motivi ispiratori, i temi e i contenuti della loro poetica, considerata da entrambe un “Bisogno dell’anima a cui non ci si può sottrarre”, ma nonostante  i disegni della vita abbiamo condotto la Cantini e la Kurti lungo strade diverse, è rimasta indissolubile l’affinità verso temi particolarmente cari ad entrambe: la figura del padre, la nostalgia, il dolore, le problematiche sociali, la poesia civile, i rapporti con le persone, l’amore.

“È avvenuto un ampliamento dei temi ed entrambe siamo liete che ciò si avvenuto in modo naturale, grazie alla maturità e alle esperienze di vita.”

Di tutto ciò le due poetesse hanno raccontato a Selvino, in una sala ricolma all’inverosimile. Su tutto l’amore verso la propria terra, culla e radice a cui sempre tornare.

Voci di donne in poesia a Selvino: da sinistra Mario Vitali, consigliere del Comune di Selvino, Aurora Cantini e Irma Kurti, poetesse, Franca Mismetti e Luigi Gandossi, moderatori e presentatori

Dalla Cornagera alle Dolomiti con il Cristo Pensante

Locandina serata ad Aviatico Pino Dellasega e Aurora Cantini

Per una sera il piccolo paese di Aviatico, sotto il Monte Cornagera, è diventato scenario per un cammino virtuale di fede, devozioni popolari, ricordi e racconti che uniscono idealmente il piccolo triangolo dolomitico bergamasco alle sorelle più famose, le Dolomiti.

Comune denominatore il Cristo Pensante, una scultura alta circa due metri, che l’alpinista, scrittore e camminatore Pino Dellasega ha voluto posizionare sulla vetta del Monte Castellazzo, teatro di alcune delle più atroci e sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale, luogo quasi sacro e mistico dove caddero migliaia di giovani ragazzi, che mai più ritornarono a casa, immolati sull’altare dell’Eternità.

“Il Cristo è rappresentato seduto su di un masso che sta pensando, con la mano sinistra appoggiata sul ginocchio e con il palmo della mano  sostiene il viso. Il suo viso è sofferente e preoccupato e tiene gli occhi chiusi. Sulla testa è posata la corona di spine della sofferenza ed è stata confenzionata con del filo spinato della Grande Guerra raccolto in parte sullo stesso monte e in parte a Malga Valazza al Passo del Valles.

Il Cristo Pensante

Una corona di spine che ha un grande significato umano e un ricordo indelebile per tutti i giovani che tra il 1915 e il 1918 si sono sacrificati per la difesa della Patria, sia di parte Italiana che Austriaca. Un Cristo e una corona di spine che finalmente li riafratella.

Il peso del Cristo pensante è di 20 quintali e la sua altezza di circa 180 cm. Sotto il Cristo pensante, in un’apposita teca sono racchiusi i simboli dei luoghi più sacri del Mondo, dall’acqua della sorgente di Lourdes, alla terra e alle pietre di Gerusalemme, del Lago di Getsemani, del Colosseo luogo di martirio di molti cristiano, di Chestochova, di San Giovanni Rotondo e Pietrelcina, e l’elce della Cova da Iria a Fatima.

Sulla base del Cristo Pensante è stata posta una lastra di ferro corten con la scritta ottonata: “TROVA IL TEMPO DI PENSARE, TROVA IL TEMPO DI PREGARE, TROVA IL TEMPO DI SORRIDERE“, parole di Madre Teresa di Calcutta.” (fonte Trekking del Cristo Pensante)

Pino Dellasega è stato ospite ad Aviatico per raccontare la storia legata a questa statua e in particolare il Trekking del Cristo Pensante, un itinerario escursionistico ideato e curato proprio dall’alpinista, ex Fiamme Gialle. Migliaia di pellegrini ogni anno salgono al Cristo come devozione e tenace spiritualità.

Aurora Cantini e Pino Dellasega ad Aviatico

Insieme al Campione italiano di Orientering e fondatore della Scuola Nordic Walking, anche Aurora Cantini, che ha accompagnato il pubbblico numerosissimo in un viaggio del cuore legato alla montagna. Attraverso numerose immagini la Cantini ha narrato il Cuore della Cornagera e l’antica devozione di San Rocco e la peste manzoniana, che per prodigio miracoloso, con invocazione alla Madonna del Rosario, non ha colpito gli abitanti di Aviatico, nascosti nella Cornagera.

Pino Dellasega e Aurora Cantini ad Aviatico

Il tributo alle Dolomiti e al Centenario dalla Grande guerra è stato dato dalla Cantini attraverso l’omaggio profondo ai Caduti di Aviatico. Nessuno dei venti Caduti riposa oggi nei cimiterini dei 4 paesi (Ganda, Amora, Ama, Aviatico) che compongono il territorio. Anche i due che morirono a casa non hanno più una tomba, scomparsi dal cimitero.

Il Bòcia e il Vecio tra i Caduti di Aviatico, frazione Ganda

La maggior parte è rimasta lassù, tra le rocce, o in piccoli camposanti di montagna, oppure nei Sacrari costruiti negli Anni Trenta. Tanti morirono lontano, uno addirittura in Libia il 19 giugno 1915, uno dei primi soldati bergamaschi a cadere. La maggior parte erano giovanissimi, ben 14 erano di un’età compresa tra i 19 e i 30 anni. Accanto ad essi anche tre veterani, delle classi più vecchie, nati nel 1874 e 1877.

Eppure la Cornagera culla ancora e sempre quei giovani cuori indomiti di giovinezza, le voci degli antichi abitanti di questa terra riempiono il cuore di chi ascolta ancor ala montagna. ed e lì che si capisce di non essere più soli, né inquieti. La sua parola dà voce ai sentimenti legati ad un mondo in cui la vita è ogni giorno una lotta, da condurre fino in fondo, senza autocommiserazioni. Solo con la forza di andare avanti, senza fermarsi, in un perenne cammino verso la Luce.

La Cornagera e i suoi fiori tenaci, foto di Oscar Carrara

 

Lo scrittore Isidoro Perin commenta

Il bambino con la valigia rossa

romanzo di Aurora Cantini

Il bambino con la valigia rossa all’edizione 2017 della Fiera dei Librai Bergamo

Quella valigia così grande, così rossa, ai piedi di Pietro ormai cresciuto, avremo voluto conoscerla meglio, ma Aurora l’ha nascosta fino al finale, dove si svela l’arcano.

Pietro vive i suoi giorni dentro il Brefotrofio, un luogo terribile quanto indispensabile per quei tempi di miseria e di guerra, dove però anche sorridere, può essere già una colpa.

La penna di Aurora lo segue con trepidazione, gli anticipa i pensieri, lo protegge finché un giorno lo lascia arrampicarsi sul ciliegio carico di marinelle mature. Pietro ne fa una scorpacciata e le raccoglie anche per gli altri “Esposti” suoi compagni di sventura. Sale sui rami più alti e assapora per la prima volta il sapore della libertà.

Lo scenario della 2^ Guerra Mondiale è vissuto da Pietro e dagli altri trovatelli con le storture imposte dalla Direzione. Tuttavia i più grandicelli riescono a percepire un minimo di realtà.

La malattia dall’amico Gino sarà vissuta da Pietro in modo traumatico.

Per fortuna Aurora attinge alla sua vena poetica per mitigare la durezza degli avvenimenti. Così descrive l’amicizia dei due orfanelli alla fine della guerra:

  • Aveva solo bisogno di volare, il mio amico Gino, ma il suo piccolo cuore era troppo debole per strappare i sogni alla notte che ancora attanagliava la nostra vita.

Ne eravamo tutti consapevoli. Il mondo ricominciava a vivere, ma  non era giunto al Brefotrofio.

A dodici anni Pietro uscirà dal Brefotrofio con la sua valigia rossa e scoprirà, al suo interno, il grande amore della mamma.

Abbiamo bisogno ancora di storie raccontate da Aurora Cantini, e siamo sicuri che anche lei ha bisogno di scriverne! Grazie Aurora,   Isidoro Perin 

https://www.facebook.com/Isidoro-Perin-250963635037722/

ARTI, MESTIERI E TRADIZIONI RIVIVONO PER UN GIORNO

Ad Aviatico, paese sull’Altopiano Selvino, Orobie Bergamasche, per un giorno rivive il mondo delle antiche contrade.

Arti, mestieri e tradizioni ad Aviatico

Un tempo nei borghi di montagna transitavano periodicamente bizzarri personaggi con il loro vario campionario di commercio. Nel mese di ottobre, in concomitanza con le feste del Rosario, capitava nella contrada un tale ometto bizzarro; costui girava a piedi per i borghi recando numerose statuette in gesso della Madonna, di varie fogge e misure. Stava sull’altopiano per qualche settimana, distribuendo le sue statuine in cambio di cibo e magari anche alloggio di fortuna. Quando sopraggiungeva lui, i bambini interrompevano i loro impegni, magari stavano sfogliando “ol melgòt” (il granoturco) e lo attorniavano chiedendogli di dire la Predica o il Rosario o altre giaculatorie un po’ interpretate a modo loro, sul ridere.L’ometto accettava di buon grado il loro assalto e per un’oretta si trasformava anche lui in un bambino.

Non appena la stagione intiepidiva uno dei primi ambulanti a comparire sulla strada era l’arrotino, il “molèta”; poi “ol magnà”, il calderaio, colui che veniva a “giöstà i orègie di peroi”, cioè i manici laterali delle pentole, l’ombrellaio, l’impagliaio, che impagliava le sedie; le donne si passavano la voce quando passava l’uomo col fagotto, un ambulante di biancheria, il quale girava a piedi con un fagotto che dispiegava sull’aia in un tappeto multicolore di abiti e stoffe.

http://www.icponte.gov.it/ipertesti/ambiente_alpino/pmagna.htm

Il Calderaio

Talvolta spuntava “ol strassér”, lo straccivendolo, che annunciava il suo arrivo con il grido: “Strassér, òss, strass, pèi de cünì!” (straccivendolo, ossa, stracci, pelli di coniglio!”) Girava con un carretto e pesava tutto con la bilancia piccola o quella con l’asta graduata e il peso che si mette nelle varie tacche, il piatto sospeso a delle catenelle e il gancio per tenerla sollevata. I contadini appendevano alle lobbie le pelli dei conigli e dei gatti in attesa dello straccivendolo che le avrebbe portate via. Gli avrebbero permesso di raggranellare qualche soldo.

Lo straccivendolo

 Lo “stremassì”, il materassaio era l’uomo che rimetteva a nuovo i materassi, “i stremàss”, con lo scardasso, “ol scartès”, un attrezzo munito di denti uncinati, “i décc”, che consentiva di pettinare la lana, rendendola di nuovo soffice. L’arrivo dello “stremassì”, che andava di casa in casa, per i ragazzi era un evento originale e solleticava la loro curiosità. Le donne provvedevano ad aprire i materassi e ad allargare manualmente la lana arruffata e increspata, così che il suo lavoro era facilitato e costava meno. Poi lavavano la tela mentre “ol stremassì” ridava forma al materasso lavorando con spago e un grosso ago.

http://www.paviaedintorni.it/temi/attivita_professioni_file/vecchimestieri_file/materassaio.htm

Il materassaio

In casa non tutti i materassi erano di lana, perché erano tenuti dacconto: di solito per la camera dei ragazzi si usava un saccone pieno di foglie di mais “ol melgòt” o di paglia chiamato ”pajù” ( paglione) appoggiato alla rete metallica con le molle. Nella tela c’erano delle aperture attraverso cui si entrava manualmente a rimescolare “i sfoiàss” e “rügà ol melgòt” (mescolare le folgie di mais) per evitare dossi e montagnole che spezzavano la schiena.

fonte Beni culturali Marche

Il camino lo spazzavano i ragazzi della casa, usando i rami frondosi di cornale, che non si rompevano e si potevano maneggiare con facilità.

Anche le scarpe quando era possibile si aggiustavano in casa, usando un attrezzo per chiodare il cuoio con il martello da “scarpulì”.

Per i lavori di carpenteria ci si faceva prestare “ol  trapén”, progenitore del moderno trapano, funzionante a manovella. Era un attrezzo molto costoso e quindi andava maneggiato con attenzione, solo in casi di effettiva necessità, perchè in cambio andava “returnat ol tép” o si offriva il servizio dell’asino.

Per fare buchi o piccoli fori nel legno, nelle cinture, per costruire le gabbie o le bacchette si utilizzava una specie di punteruolo: “ol tenevrì”.

ol tenevrì

La piallatura delle assi o dei tavolati veniva eseguita con “la piala” in legno fatta scorrere sul ripiano avanti e indietro fino alla completa lisciatura. I chiodi, grossi e acuminati, erano adatti ad ogni necessità e si conservavano per ogni nuovo manufatto.

Ma ad Aviatico domenica 23 luglio si potranno anche ascoltare storie di vita quotidiana al tempo delle contrade:  oggetti antichi messi in mostra con il loro corrrdo di ricordi e di emozioni, gerle e gabbie, rastrelli e forconi, falci e pietre coti. E poi ancora gli oggetti di casa, dal ferro da stiro di ghisa al macinino da caffè, alla zangola usata per fare il burro, fino al bidone del latte che già da bambini si portava a spalla lungo i sentieri dal pascolo alla stalla o alla cascina.

Antichi mestieri ormai scomparsi: l’impagliatore di sedie, il casaro, il fabbricante di gerle, il fabbro e il minatore, il boscaiolo e l’intagliatore del legno.

Fonte web

Per un giorno quegli ex bambini che un tempo vivevano la quotidianità della vita contadina, oggi adulti, si presteranno a fare il fieno, a raggrupparlo in covoni sulla schiena usando l’attrezzo della “fraschéra” una sorta di lettiga. Il pubblico verrà guidato a sperimentare dal vivo il peso della zangola, del fieno, della gerla… in un immedesimarsi per un istante in quell’epoca aspra e difficile dove ci si affidava alla Provvidenza e alla fede per riuscire a sopravvivere e ad andare avanti.

“Ol masöl” mazzo di fieno con la fraschera

Le donne con la loro paziente attesa di un ritorno, a sferruzzare sulla porta di casa o a dipanare le matasse usando l’arcolaio, recitavano il rosario ogni giorno, ogni sera.

Ad allietare le antiche storie e narrazioni raccontate da Aurora Cantini ci saranno i canti  ele musiche delle tradizioni, al suono della fisarmonica e del flauto.

Aurora Cantini e alcuni oggetti di vita contadina

Ed ecco che l’Italia riscopre il profeta don Milani

Sembra strano oggi risentire parlare di don Lorenzo Milani. Scrisse e pubblicò nel 1967, cinquant’anni fa, “Lettera a una professoressa” che tutti abbiamo letto. Sbandierato ai quattro venti come un libro sabotatore”, fu considerato quasi rivoluzionario, ribelle, un cartaceo Sessantotto.  Lo abbiamo letto a scuola, commentando quelle pagine con una certa accondiscendenza, perché scritte da un  prete. In ogni caso c’era il rispetto e la guardinga attenzione di noi studenti verso quell’adulto che, strano ma vero, teneva la parte ai giovani. E ci ritrovavamo un po’ in quei ragazzi, per noi degli Anni Settanta già considerati “vecchiotti” ma veri.

Poi è calato l’oblio. Dimenticato letteralmente quel pretino strambo, sorridente nelle fotografie, che doveva aver combinato chissà quali misfatti per essere cacciato in esilio, così lontano, così solitario.

Ma oggi arriva Papa Francesco che decide di andare a pregare sulla tomba del Profeta, di don Milani.

https://www.cislbrescia.it/tag/don-milani/

https://www.cislbrescia.it/tag/don-milani/

E allora quel vecchio libro ritorna alla ribalta.

In realtà rileggendolo in questi Anni Duemila non si trova più traccia di quel terremoto che all’epoca aveva suscitato nell’Italia del boom economico, ancora avvinta però alle catene dell’arretratezza e della miseria.

Parlava di obbligo scolastico, una parola che neanche si pronuncia più, se non per parlare dei bimbi del Terzo Mondo. Ma l’obbligo scolastico di cui intendeva don Milani era diverso. Diceva: “I figli dei ricchi hanno già tutte le parole a casa, prima ancora di andare a scuola. E se arrancano sui banchi possono permettersi le lezioni private per rimettere in sesto la pagella. I figli dei poveri invece partono indietro, condannati al ritardo e lasciati soli dai professori fino alla bocciatura, che li trasforma in carne da fabbrica.” Lapidaria questa sentenza, che se letta oggi, vale ancora e soprattutto in questo mondo globale, interconnesso e social.

Ed ecco che l’Italia si accorge del Profeta.

Don Lorenzo Milani non aveva nessuna intenzione di rivoluzionare il mondo, la sua parola d’ordine era antica come il respiro: Amore. L’amore verso le persone, non verso le idee. Quelle cambiano e si modificano, girarono e prendono il volo. Le persone no, quelle muiono là dove sono cadute e magari dove sono nate, nel fango. Persone che non hanno visto nient’altro che botte e schiaffi, che non hann sentito altro odore se non quello della nafta, del metallo, dell’olio surriscaldato.

Già a Firenze don Milani non aveva guardato i colori, né le idee: al funerale di un operaio aveva accettato in chiesa le bandiere del Pc.

Per questo il  23 novembre 1954 viene nominato Priore della chiesa di Sant’Andrea a Barbiana, negli Appennini. Niente telefono, né elettricità, niente Ufficio Postale. Niente strada carrozzabile.

Anche il numero dei fedeli era ridotto, una trentina o poco più. Don Milani giunge a piedi alla canonica, arrancando lungo la mulattiera, nel freddo di una sera d’inverno, il 7 dicembre del 1954, sotto una pioggia  battente. Lui e la fedele perpetua. Dopo una notte gelida, la mattina subito decide di comprarsi una tomba nel minuscolo cimitero e al pomeriggio pensa già a creare una scuola. I ragazzi, pochi in realtà, giungono sulla porta a curiosare, noncuranti.

http://www.corriere.it/foto-gallery/cultura/16_febbraio_04/don-lorenzo-milani-biografia-c4ddd3e4-cb47-11e5-9200-b61ee59246a7.shtml

http://www.corriere.it/foto-gallery/cultura/16_febbraio_04/don-lorenzo-milani-biografia-c4ddd3e4-cb47-11e5-9200-b61ee59246a7.shtml

Ma a poco a poco quel giovane prete strano li conquistò. Scrisse nel suo testamento: “Cari ragazzi,  ho voluto più bene a voi che a Dio, ma sono sicuro che non baderà a queste piccolezze.”

Morì a soli 44 anni, il 6 giugno 1967, dopo una lunga e terribile malattia.

Era consapevole di lascire un’Italia smarrita, una generazione che aveva perso il proprio equilibrio, un rinnovamento che mai era arrivato davvero. Lasciava la consapevolezza che “le Beatitudini”  ancora non erano davvero entrate nel cuore dell’uomo.

Mentre sul letto in casa di sua madre vedeva scoccare le ultime ore, pensava a quella moltitudine di poveri già esclusi in partenza dalla vita sociale: a scuola, nelle fabbriche, fantasmi che nessuno vedeva e osservava davvero.

Un Profeta. Il suo libro “Lettera a una professoressa” oggi quasi fa sorridere nella sua ingenuità, in tempi in cui in diretta assistiamo alla barbarie quotidiana dell’uomo verso i suoi simili. Eppure lo mandò perfino a processo. Le autorità ecclesiastiche e civili lo braccarono, lo accusarono, lo denigrarono. Gli negarono Amore.

E oggi questo Papa ha revocato il divieto di pubblicazione di un altro libro di don Milani “Esperienze Pastorali” ed è andato a pregare sulla sua tomba. In privato. Come un genitore che, dopo tanti anni, ritrova quel figlio da lui considerato “scapestrato”, senza esserlo davvero. Perché anche un genitore può aver torto. E se si accorge di aver torto quando ormai il proprio figlio è morto, nulla può più riannodare i fili. Nulla. Si può solo piangere.

 

“Forse sarei più sola

Senza la mia solitudine”

(Emily Dickinson)

http://www.artspecialday.com/9art/2017/05/15/emily-dickinson-solitudine/

È una delle poesie più brevi di Emily Dickinson, la grande poetessa americana, nata ad Amherst, Massachussets, il 10 dicembre 1830, e morta, sempre ad Amherst, il 15 maggio 1886. Nel leggere i pochi versi la prima cosa che ci avvolge è la sensazione di un prato mosso dal vento, saranno le tante S, allitterazioni morbide e rotonde che evocano il leggero fruscio del vento, saranno le parole sola – solitudine che fanno pensare al sole, ad una giornata luminosa, tersa, azzurra… e quindi un prato, con l’erba mossa dal vento, accarezzata come una persona cara. E già qui è sentirsi parte di un tutt’uno, di un’immensità. Non c’è tristezza in quei versi, né malinconia, semmai la gioia di amarsi, di vivere con sé come se fosse uno specchio in cui l’altro si può tuffare.

Sarà che io fin da bambina ho provato, senza saperlo, quella stessa solitudine, quando abbandonavo i giochi rumorosi dei cugini in piazza o in cortile e me ne andavo nei boschi a camminare lungo i sentieri, solo io e la mia ombra, l’altra me, la mia gemella dentro di me. Avevo otto o nove anni,  ma chissà cosa meditavo, cosa pensavo quando mi staccavo dagli altri, dal gruppo, per starmene un  po’ da sola, quando mi intrufolavo nel sottobosco parlando da sola, sussurrandomi storie e canzoncine inventate, quando parlavo ad immaginari personaggi e creavo storie e avventure. Stavo via delle ore, fino al crepuscolo, salendo la montagna lungo la ripa del torrente, seguendo i sentieri dei cacciatori e dei boscaioli, in alto, in alto, fino alle cascate. Cantavo e gridavo, ripetevo l’eco, saltellavo e piroettavo, poi mi sdraiavo sul prato di una radura.

https://acolazionenonsiparla.com/2016/02/22/io-viaggio-da-sola-libro/

Ero sola, ma non in solitudine. Ero una bambina, ero felice. La brezza sussurrava il mio nome, tanti nomi, quelli che conoscevo e quelli che sognavo, le foglie e i rami disegnavano volti che mi sorridevano, che vegliavano su di me, volti che conoscevo e volti che sognavo. I fiori assomigliavano a piccoli cuori di vita, un battito dopo l’altro, disposti così sparsi, lontani eppur vicini, come una famiglia, come tanti piccoli cuori umani, insieme, anche se ognuno solo con i suoi petali e i suoi colori. In quella solitudine io mi sentivo accolta, afferrata, completata e rinata.

Altopiano di Ganda, fotografia di Oscar Carrara

Altopiano di Ganda, fotografia di Oscar Carrara

Oggi invece il mondo è solo, soffre la solitudine. Ne è piegato, schiacciato, spezzato. Ne ha paura.

Emily Dickinson in un’altra poesia, scritta nel 1865, numerata F1091,  scrisse:

“Possedere nell’Anima l’Arte
D’intrattenere l’Anima
Col Silenzio come Compagnia
E in continua Festa”

Io ho avuto quel grande, unico e stupendo privilegio: crescere cullata dalla solitudine, coccolata dal silenzio, amata da quelle lunghe ore tutte mie, da riempire con me stessa, con il mio io, con la mia compagnia.

Ringrazio mio padre e mia madre, che non mi hanno mai impedito di vivere quella mia solitudine. Semplicemente mi attendevano, sapevano che ne avevo bisogno, che era essere  me stessa quel mio strano fuggire via.

Non sono mai venuti a cercarmi, nemmeno quando pioveva, o quando  mi attardavo tra le rocce e le ombre della sera scendevano dalla montagna, nemmeno quando c’era la neve, o faceva freddo. Si fidavano e basta.

Oggi c’è la paura che attanaglia i pensieri di un genitore, l’ansia di riempire il silenzio ad ogni costo, l’angoscia di allontanare la solitudine dai propri figli, vista come qualcosa di maligno, scuro, cattivo. E allora tutti a chattare, a digitare sullo smartphone, a partecipare a piazze virtuali. Tutti a fare rumore, ognuno chino sulla sua finestra, ognuno isolato da chi è vicino. Ognuno con gli occhi bassi, pe rnon incrociare quelli del vicino, sconosciuto.

Eppure solo stando con noi stessi, nel nostro cantuccio caldo e calmo, nel nostro prato accarezzato da una leggera brezza riusciamo ad assaporare e a gustare la vita. Per vivere una solitudine che rallegra l’anima. Con il silenzio come compagnia, dobbiamo ritrovare nell’intimo dell’anima l’arte di rallegrare l’anima. Solo così riscopriremo il valore di una parola amica, di un sorriso, di una mano che ci sostiene, che ci toglie dalle spalle i pesi della giornata quotidina, che ci accompagna, che ci scalda. E impareremo di nuovo a volare, come una libellula che tende le ali azzurre verso il cielo, sfiorando i petali di un fiore, facendolo dondolare lievemente, come un accordo di musica che solo noi, nel nostro intimo, riusciamo ad ascoltare. E sarà “una continua festa”.

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