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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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L’Anima in Versi premia la poesia al femminile
e la prima donna poetessa ad aggiudicarsi la statuetta
dell’Oscar

l'articolo dedicato alla mia poesia Come una fiamma..

Importanti novità all’edizione 2015 del concorso di poesia “L’Anima in Versi” organizzato dalla Casa Editrice Edilè, la rivista “Zonanews” e patrocinato dal Comune di Lazzate, Monza Brianza, con il sindaco signora Loredana Pizzi incaricato a premiare le opere scelte dalla Giuria.
La suggestiva cornice dell’Arengario ha abbellito domenica 27 settembre 2015 la preziosa cerimonia di premiazione che per la prima volta nelle sue quattro edizioni ha visto vincitrice una donna, la poetessa bergamasca Aurora Cantini, la quale, con la poesia “Come una fiamma accesa” (in Memoria del giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara, Disperso a 20 anni nei fatti d’arme del 2 agosto 1916 sul Monte Cukla – Rombon, quota 2105 metri) si è aggiudicata la statuetta dell’Oscar, un’opera unica in bronzo realizzata dal maestro d’arte e designer dottor Giandomenico Mammone, e fusa a appositamente da Fusioni d’arte 3V di Origgio. Le poesie premiate e le altre partecipanti, accompagnate dalla Motivazione della Giuria, sono state poi raccolte in una pregevole antologia.

 

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Aurora Cantini con la statuetta dell’Oscar al concorso poetico “L’Anima in versi” a Lazzate

Il concorso letterario ha come punto centrale del suo progetto far parlare l’Anima. Come dice il dottor Mammone: “La poesia è dentro ognuno di noi, in fugaci momenti affiora nella nostra mente, se sappiamo leggerla possiamo anche scriverla e renderla visibile a tutti. Nella Poesia traspaiono le emozioni più profonde dell’animo umano e tutte le sue sfaccettature. Lasciamo ai lettori la gioia di penetrare nell’intimo dell’essere umano, per ritrovare la stessa emozione che suscita un sorriso o una lacrima.”

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I poeti premiati

LA CLASSIFICA FINALE DELL’EDIZIONE 2015

I poeti premiati

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Il maestro d’arte dottor Giandomenico Mammone con Aurora Cantini

LA FOTOGALLERY DELLA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

La galleria fotografica 2015

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La lettura della poesia vincitrice

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Da sinistra il Sindaco di Lazzate Loredana Pizzi, la presentatrice dell’evento, la poestessa Aurora Cantini e il Maestro d’arte Giandomenico Mammone

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Mille e una Bergamo,

quel borgo dimenticato

sull’Altopiano di Selvino Aviatico:

Predale

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IL VIDEO REPORTAGE

Predale, quel borgo dimenticato, video slide

LA STORIA

Sotto il paesino di Ama, Altopiano Selvino Aviatico, a metà pendio del monte Nigromo e quasi all’altezza della contrada di Amora Bassa, posta sopra la cittadina di Albino, tra gli sterpi e la boscaglia fitta, occhieggiano commoventi nella loro solitaria storia, i ruderi di un antico borgo ormai dimenticato, meta di escursionisti e camminatori: Predale. Si parte nei pressi della funivia Albino-Selvino (ampio parcheggio) lungo il sentiero n°550 intorno alla Valle dell’Albina. Rocce dolomitiche e profonde forre celano grotte preistoriche ricche di reperti (Büs de la Scabla). Verso l’alto, dopo un’ora di cammino, il sentiero si biforca: a sinistra sale verso Selvino, a destra si incrocia con il sentiero n°537, che giunge fino ad Ama, risalendo la Valle del torrente Valgua, tra boschi di latifoglie e castagni. A metà crinale improvvisamente appaiono le buie finestre vuote di un gruppo di casolari un tempo possenti e dignitosi.

Foto 1 1980 Predale come eraPredale 1980, fotografia esclusiva e unica, per gentile concessione dell’autore, Cuter Alessio

Sono tutto ciò che resta di Predale, un nucleo di abitazioni molto antico che negli anni Quaranta del secolo scorso aveva contato più di cinquanta abitanti tanto da far ipotizzare la costruzione di una cappelletta per celebrare la messa. Era collegato da una fitte rete di sentieri cavalcatori alle due borgate di appoggio: a monte in alto Ama, e parallelamente a lato est, Amora Bassa di Aviatico.
In mezzo le varie vallette tra cui la valle dell’omonimo torrente, gli strapiombi oppure i precipizi detti “Corégn”, o, più in basso gli “Orridi di Valgua”. Un forte legame di parentela legava gli abitanti di Predale ai loro vicini di Ama e Amora Bassa, in continuo vincolo di solidarietà e aiuto.
In estate i ragazzi più temerari si tuffavano dalle rocce nelle pozze profonde: una di esse, detta “dol tinèl” del tinello o mastello per la sua forma circolare, è rimasta pressoché intatta fino ai giorni nostri.

Foto 2 La pozza circolare dove si tuffavano i ragazziLa pozza dol tinèl dove amava tuffarsi il giovane Modesto Carrara

foto 3 la val PredaleValle di Predale

Foto 4 val PredaleScorcio della Valle di Predale

foto 5 il torrente Predale, qui un tempo era tutto pratoTorrente Predale, qui un tempo era tutto prato e quando il torrente si ingrossava il vecchio Mas-cio metteva alcune assi come passerella

Accanto ai ruderi, su quello che un tempo era il pianoro centrale, il CAI di Albino ha affisso un pannello esplicativo che riporta i fondamentali dati storici: Predale, o “Predàl”, come è scritto negli antichi documenti, è stato per secoli un piccolo nucleo rurale circondato da limitati appezzamenti di coltivazioni e di prato, circondati da tratti di pascolo e di bosco. Il Catasto di Albino del 1476 ce lo presenta composto da quattro case, ognuna con orto e piccolo cortile, la “éra”, abitata ognuna dalle famiglie di tre fratelli, i Gidotti, i quali possedevano individualmente una mucca e alcune pecore. Vivevano del lavoro dei campi, vendendo formaggi e la lana delle pecore. Nel borgo vi era situata anche una quarta casa, di un certo Antonio Bazalini, trasferito però ad Albino. Nei secoli successivi venne abitato dagli Isabelli (oggi i discendenti hanno modificato il cognome in Usubelli), originari di Ama.

Incisioni su una delle abitazioni di Predale

Incisioni su una delle abitazioni di Predale

Incisioni su una delle abitazioni di Predale

Incisioni su una delle abitazioni di Predale

Predale era una delle contrade del “Comune maggiore di Albino”, ed insieme ai paesini di Amora ed Ama, era aggregato alla parrocchia di Albino.
Nel 1654 il Comune di Albino si fraziona e Predale con Ama ed Amora, in tutto 415 abitanti, acquistò una Amministrazione autonoma, con propri sindaci e tesorerie.
I notevoli disagi per accedere alle funzioni religiose nella sottostante parrocchia di Albino, soprattutto per i bambini, gli anziani, le donne incinte, e in occasioni di funerali, costrinse nel 1688 le tre piccole località di montagna (già gli abitanti erano scesi a circa 200) a chiedere la separazione dal Comune di Albino, per costituirsi parrocchia unica intorno alla chiesa di San Bernardino di Amora.
La natura aspra del luogo ha impedito lo sviluppo del piccolo abitato e la durezza della vita contadina ha spinto gli abitanti ad emigrare verso il fondovalle della Media Valle Seriana. Dalla metà del Novecento è stato lasciato in completo abbandono.

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Mappa della via Mercatorum con Selvino e segnato Predale (scritto Pradale) e Amora

Documento trovato nei Musei Vaticani, la Via Mercatorum e Predale

Questa antica mappatura fa bella mostra di sé in una delle tante sale espositive dei Musei Vaticani. Illustra la ramificazione della Via Mercatorum che, partendo dalla città di Bergamo, collegava la Valle Seriana alla Valle Brembana e portava nei Cantoni dei Grigioni. A sinistra appare la dicitura di Selvino, a destra Aviatico e Ama, accanto si intravede il nome Amora e poco sotto la scritta “Predale” (“Pradale”) segno inequivocabile che il borgo rivestiva una certa importanza nella locazione dell’epoca.
Oltre al percorso principale, questa antica Via forniva collegamenti quasi “moderni” attraverso le sue numerose diramazioni con vari punti di salita, accomunati però dal ricongiungimento a San Giovanni Bianco, in Valle Brembana (valle bloccata al commercio con Bergamo a causa degli strapiombi sul Brembo in località Botta di Sedrina, scavalcati poi dai Ponti con la Via Priula e negli Anni Ottanta del secolo scorso dai Viadotti). Insieme ai tratti che da Alzano risalivano fino alle frazioni Burro, Brumano e Monte di Nese per giungere a Selvino, vi era anche la Via che raggiungeva l’altopiano di Selvino mediante la valle dell’Albina, in territorio di Albino, su , su, oltre Amora e poi verso Aviatico, Trafficanti, Serina.

storia di predale

LE FAMIGLIE

Le ultime famiglie residenti negli Anni Cinquanta appartenevano alla stirpe detta “Enansie”, i Carrara, i Cuter e gli Usubelli: i contadini Stefèn, Virgilio, Maele, Luigiòt, Meròl (Angelo Carrara) e le loro rispettive famiglie.

foto 7 1950Anni Cinquanta, ragazzi di Predale, in alto a destra la chiesa di Amora sul pendio

foto2 1950 la gioia dei ragazzi davanti alla casa del Meròl ad angolo col balconcino

Anni Cinquanta, Maria Carrara figlia dello “Stefèn” con il fratello Gino e il fratellino Osvaldo davanti alle case di Predale, sulla piazzola detta “ol piasöl”

Tre figli dello “Stefèn” davanti alle case di Predale: da sinistra Cecilia, Ettore, Maria

foto9a 1950 La famiglia dello Stefèn con la moglie Bepa davanti alla propria casa, a sinistra la latrina usata come gabinetto

Anni Cinquanta, la famiglia dello “Stefèn” con la moglie “Bèpa” e i figli davanti alle case di Predale

Ogni casa presentava un cucinone e la stalla, la cantina adiacente, dove fu ricavato un angolo per fare il formaggio, “ol sirtèl”, oltre ai prati intorno, suddivisi nei vari appezzamenti, con le ripe su cui pascolava il bestiame. Un’ampia e pratosa aia, detta “ol piasöl” (la piazzola) illuminava la stupenda vista sulla valle e faceva da cornice alla vita comunitaria. Proprio sul “piasöl” negli Anni Venti si celebrò il pranzo di nozze di Antonietta, sorella del Meròl, con grande coinvolgimento di tutta la gente del circondario.

 

Foto 8 La fontana dell'abbeverata di acqua sorgiva, ancora intattaLa fontana di acqua sorgiva per l’abbeverata, intatta ancora oggi

A ridosso delle case vi era “ol stansì del rüt” nel quale si gettava il letame con la forca,”ol ras-cc del rüt” e le cisterne dell’acqua, “i sösternie”, utilizzate per raccogliere l’acqua piovana con cui abbeverare gli animali, cucinare, oppure lavarsi. L’acqua giungeva anche da un bacino posto sotto il Poggio di Ama, una piccola costruzione nascosta nel bosco in località “Cantörie”, da cui partivano semplici tubature. In primavera però andava ripulito dalla melma, foglie e terriccio depositati dai temporali e dagli acquazzoni; il pericolosissimo compito spettava ai ragazzi.

2014-03-08_162229Come era: la facciata della casa dello Stefèn Oggi: ruderi della casa dello Stefèn

2014-03-08_162303Come era: la casa del Meròl e del Luigiòt Oggi: ruderi della casa del Meròl e del Luigiòt

Verso la fine di aprile si rinnovava la magia delle spettacolari fioriture di narcisi selvatici, che ricoprivano i prati di Predale come una distesa di stelle.
I bambini ne raccoglievano a bracciate e li disponevano in ordine nei “sòi” (mastelli) o nelle grandi “ramine”, per poi legarli a mazzetti di varie misure, che andavano a vendere ai villeggianti fuori dall’abitato di Selvino, alle prime curve dei tornanti. In fila indiana si risaliva il sentiero fino ad Ama in una processione di cherubini, ognuno con i suoi mazzi stretti come un tesoro, in attesa dei primi guadagni: uno piccolo sarebbe valso 50 lire, per poi salire a 100 per quelli più grossi.

Foto 13 Come erano case dello Stefèn e del LuigiòtCome era: la casa dello Stefèn e del Luigiòt

Foto 14 Come era retro delle case di PredaleCome era: retro delle case di Predale

Anche per la scuola si seguiva lo stesso tragitto: i bambini di Predale, detti “Predalì”, componevano una buona parte del gruppo alunni, infatti quando la neve era alta e i bambini di Predale non erano riusciti a salire a scuola, la maestra sospendeva le lezioni.
I funerali avvenivano nella chiesa di Ama. Dal borgo di Predale partiva il corteo a piedi, una colonna di uomini e donne in nero, lungo il sentiero che si inerpicava in mezzo ai prati in piena fienagione o ricoperti di neve, un tragitto di mezz’ora o poco più fino alla chiesa di Ama, posta su un pianoro, mentre i lugubri rintocchi della campana a morto si propagavano su tutto l’altopiano, e accompagnavano alla sepoltura nella nuda terra del piccolo cimitero sul Poggio Ama, unica costruzione solitaria tra il verde.

Foto 15 Oggi la Via cavalcatoria che saliva fino ad AmaOggi: la Via cavalcatoria che saliva fino ad Ama coperta dalle sterpaglie

SEL 26 chiesa Ama con stradina per PredaleCartolina d’epoca: la chiesa sul piano di Ama e a destra la stradina che scendeva verso la Valle di Predale

La vita nel borgo era vivace ed attiva, le donne sulla porta di casa si scambiavano pasti e tessuti, i giovani dell’altopiano scendevano a Predale in cerca di morose, ci si parlava lungo i sentieri scambiando notizie e fatti, portati di bocca in bocca da chi transitava per di là.

2011-11-13_212009Oggi: il terrazzino della casa del Meròl intrappolato dai rovi. Come era: il terrazzino al tempo del borgo

2011-11-13_215119Come era e Oggi: della casa del Maele rimane solo la volta d’entrata

I PERICOLI

Era pericoloso per le mandrie pascolare sui pendii intorno a Predale. Le numerose “ripe” (come la “ria dol Meròl” o “ol büs dol Mèi”) nascondevano insidie.
Una volta avanzando lungo il sentiero dai “Còste” una delle mucche spintonò talmente alcune delle giovani che una di esse, öna manzèta”, scivolò giù nelle “Cimie”, chiamate così per le cime, o spuntoni di roccia che frastagliavano l’orrido della Valle di Valgua. Gli uomini disperati tentarono di salvare l’animale finché lo Stefèn riuscì in qualche maniera ad afferrare il manzo trattenendolo per la coda. Ma non poteva resistere a lungo, così sospeso a pancia in giù oltre il ciglio del sentiero, con il peso dell’animale che gravava sempre più verso il basso dimenandosi e muggendo atterrito. Il fratello Ceserì, che abitava ad Amora Bassa, era nel frattempo corso a perdifiato verso la contrada a chiamare soccorsi. Le sue grida richiamarono i giovani, i quali accorsero in un baleno e insieme riuscirono a portare in salvo l’animale. Stanchi e stremati si lasciarono andare tra l’erba. La mandria era sparpagliata in lungo e in largo, ma nessuno in quel momento si diede pena di radunarla.

la gàbia

LE PARTENZE E LA TRAGEDIA

A causa della difficoltà di vita e mancanza di lavoro, ebbe inizio dopo la metà degli Anni Cinquanta il lento abbandono: le famiglie residenti, circa sette, emigrarono una dopo l’altra, chi in Bassa Valle Seriana, chi più lontano, ad Ospitaletto, Brescia, dove già avevano trovato lavoro i figli maggiori.

La decadenza ebbe il suo colpo fatale con la morte di uno dei suoi giovani abitanti, il diciottenne Modesto Carrara, che il 26 luglio 1962 annegò nell’acqua della pozza detta “Presa della Capra” poco sotto la diga di Fregabolgia, sul sentiero verso il Rifugio Calvi, dove stavano stanziate le mucche della famiglia che il ragazzo seguiva per il periodo estivo.

La lapide sul sentiero verso il Rifugio Calvi n memoria del giovane bergamino Modesto Carrara di Predale, annegato il 26 luglio 1962 a 18 anni in una delle pozze sotto la diga Bregabolgia mentre accudiva le mucche della famiglia che aveva seguito in alpeggio estivo.

La lapide sul sentiero verso il Rifugio Calvi in memoria del giovane bergamino Modesto Carrara di Predale, annegato il 26 luglio 1962 a 18 anni in una delle pozze sotto la diga Bregabolgia mentre accudiva le mucche della famiglia che aveva seguito in alpeggio estivo.

Il papà “Stefèn”, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché, non reggendo al grande dolore, lui e la moglie “Bèpa” presero la sofferta decisione di andarsene dal Borgo di Predale. Non vi era più nulla che li legasse a quella contrada, la voce del loro amato Modesto riecheggiava ancora tra le pareti spoglie dell’enorme casa a più piani, e l’entrata economica che lui garantiva con le sue forti e giovani braccia era venuta a mancare. Partirono ad inizio giugno del 1963 diretti a Ospitaletto, in provincia di Brescia, dove da tempo si erano stabiliti gli altri figli, emigrati in cerca di lavoro sicuro. Ma qualche mese dopo, nel 1964, “Stefèn”, sopraffatto dall’immane fardello, morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano dal suo mondo. Modesto rimase a riposare nel piccolo cimitero di Ama per 18 anni, fino al 1980, quando venne riesumato e anche lui raggiunse i genitori a Brescia.

Maria dello STefèn con i fratelli gino osvaldo bimbo Modesto cravatta davanti alla propria casa

Maria Carrara figlia dello “Stefèn” con il fratello Modesto in camicia e cravatta, il fratello Gino e il fratellino Osvaldo davanti alle case di Predale

Per una quindicina d’anni la cura della campagna, delle case e delle stalle venne affidata alle famiglie dei parenti che ancora abitavano ad Amora Bassa: ci si spostava a Predale da maggio a ottobre, da mattina fino a sera, per accudire le mucche portate in precedenza nelle stalle ormai vuote, si tenevano tagliati i prati, si rastrellava il fieno, si potavano gli alberi, si preparava il formaggio, si coltivavano piccoli poderi, si vangava e si ripuliva il bosco dalle ramaglie, per tenere lontane le vipere, i biscioni e le serpi. A sera, allo scoccare delle ore, si ripercorreva il sentiero verso casa, lasciando la solitudine e il senso di malinconia del borgo di Predale.
Le case deserte si animavano solo d’estate quando coloro che erano partiti risalivano al monte con i figlioletti, in cerca di fresco e riprendevano possesso delle stanze lasciate da ragazzini.

Foto 18 1970 da Predale la vista sul pendio di AmoraAnni Settanta, da Predale la vista verso il pendio di Amora: il personaggio con il cappellino era “Ol Rico”, figura conosciutissima nella contrada per le sue innumerevoli storie.

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 Anni Settanta sul piasöl (piazzale) davanti alla casa del   Meròl, uno degli abitanti  del borgo, detto “ol Rico”     circondato da ragazzi e dalla moglie Cecilia.

Foto 19 Oggi il pendio e il sentieroOggi: il pendio di Amora e il sentiero

Con il tempo anche questo ultimo legame si spezzò: a metà degli Anni Settanta i giovani di Amora Bassa partivano sui pulmini diretti nell’hinterland milanese come muratori cottimisti, gli adulti invecchiavano, si vendettero le mucche una dopo l’altra, e la sera, risalendo al monte, non si aveva più la forza di percorrere il sentiero fino al borgo di Predale. Calò il silenzio su quegli antichi muri, il piazzale “ol piasöl”si imboscò e il verde dei rovi avvolse ogni cosa come in una antica fiaba.

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OGGI IL BORGO DIMENTICATO

Reportage fotografico di Oscar Carrara

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L’AFFRESCO RITROVATO

Sulla facciata della lobbia della casa del “Maele di Enansie” si poteva ammirare un affresco del XVI-XVII secolo, dipinto anonimo, della grandezza di due metri per due. Rappresentava una Madonna col Bambino, più precisamente la Madonna del Latte, molto invocata dalle puerpere del tempo affinché, in un periodo in cui non esistevano ancora pappe ed omogeneizzati, garantisse latte a sufficienza per permettere ai neonati di superare il primo anno di vita. Con lei erano raffigurati a sinistra San Pietro con le due Chiavi del Cielo, a destra San Francesco, mentre inginocchiata stava una figura di popolano, probabilmente il committente dell’opera. Il suo volto è stato però danneggiato dal tempo e il lavoro di restauro ha coperto il dipinto originario.
Verso la fine degli Anni Sessanta il Prevosto di Cenate Sotto, Don Francesco Berbenni, detto “ol Preostù”, appassionato d’arte, venuto a conoscenza dell’affresco, l’aveva prelevato dalla parete e collocato nella sua abitazione. Per parecchio tempo sul muro a Predale ne rimase l’impronta e chi transitava nei pressi si faceva il segno della croce e diceva due preghiere di devozione. Dopo molte ricerche tra gli eredi del vecchio Prevosto, nel 2009, grazie all’interessamento di Don Valerio Ghilardi, originario di Selvino, e con l’aiuto di Guido Carrara, nipote dello Stefèn si è riusciti a ritrovarlo in casa di una delle nipoti del parroco, che l’aveva ricevuto in eredità alla morte dello zio. Attraverso vari contatti con gli eredi, finalmente questo antico affresco, espressione della pittura popolare, è ritornato sull’Altopiano ed ha trovato degna collocazione nel Santuario della Beate Vergine Madonna del Perello, di cui don Valerio è guida spirituale.

Foto 20 l'affresco di PredaleL’affresco di Predale
Foto 21 Oggi la parete dove c'era l'affresco sulla casa del MaeleOggi: la parete della casa del Maele dove c’era l’affresco

IL RITORNO

L’estate 2012 è stata molto importante per Anna Usubelli, figlia del Luigiòt di Predale. Partita da Predale ancora ragazzina, è ritornata con la figlia Nives e le giovani nipoti nel suo antico borgo di nascita. Momenti di grande commozione e ricordi sono stati intervallati da racconti mai sopiti, persone mai scomparse, vite mai perdute. Per non perdere mai il filo del cammino, per non dimenticare chi ha lasciato le proprie impronte.

Foto 22 Come era la stanza dove dormiva Anna UsubelliCome era: la stanza dove dormiva Anna Usubelli bambina

Foto 23 Oggi Anna Usubelli, al centro in nero, nel suo borgo di PredaleOggi: Anna Usubelli (al centro in nero) nel suo vecchio borgo di Predale

NOTA DELL’AUTRICE

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia del borgo dimenticato di Predale è dare conoscenza e memoria di una pagina della nostra storia bergamasca oggi dimenticata, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio Sergio Magoni di Selvino per le foto di Predale negli Anni Ottanta, Anna Usubelli di Predale per le foto personali, Maria Carrara figlia dello Stefèn per le foto di famiglia, Ivan Novelli per la foto della mappa. Un mio grazie ad Oscar Carrara per le foto della Valle di Predale, delle incisioni sulle pareti del borgo e per il reportage fotografico nel borgo oggi ormai in decadimento.
Ringrazio chi mi ha raccontato, spiegato, emozionato davanti ai ruderi, Oliviero Carrara, che da bambino, al lavoro nei campi e nella stalla insieme a suo papà Ceserì, ha testimoniato la vitalità del borgo ma anche il suo lento abbandono. TUTTI I DIRITTI RISERVATI

La medaglia del Leoncavallo d’argento alla poesia dedicata alla Prima Guerra Mondiale

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Medaglia del Leoncavallo d’argentto messa in palio alla 6^ Edizione del concorso nazionale di poesia “Amalia Vilotta” a Montalto Uffugo, Cosenza

Al concorso di poesia

di Montalto Uffugo,

 l’omaggio alla poesia del giovane alpino bergamasco

disperso nella Grande Guerra

La sesta edizione del concorso nazionale di poesia “Amalia Vilotta”, organizzata dal Comune di Montalto Uffugo (Cosenza), in collaborazione con la Fondazione Amalia Vilotta, ha avuto come tema – IL CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA – I confini della Patria.

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Si è registrata la partecipazione di poeti da ogni parte d’Italia e la poesia vincitrice è stata annunciata nell’ambito della serata di gala del Festival Leoncavallo con pubblico riconoscimento. Ad essa la consegna della Medaglia del Leoncavallo d’argento, ispirata alla famosissima e intramontabile opera lirica “Pagliacci” su libretto e musica del compositore Ruggero Leoncavallo.

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Locazione della cerimonia di premiazione a Montalto Uffugo nel chiostro domenicano

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Aurora Cantini con la moneta Leoncavallo d'argento al concorso di poesia di Montalto Uffugo

Aurora Cantini con la moneta Leoncavallo d’argento al concorso di poesia di Montalto Uffugo

La particolarità del concorso è il doppio filo che lega Montalto Uffugo a Bergamo. Innanzitutto perché la  vincitrice del premio è risultata la poetessa bergamasca Aurora Cantini con la poesia “Come una fiamma accesa” dedicata al giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara, uno dei   fratelli Carrara. Egli venne dichiarato disperso a vent’anni durante la presa del Monte Cukla-Rombon il 2 agosto 1916,  quota 2105. Eppure quasi nessuno sa che uno fra i primi cantori dell’opera scritta da Ruggero Leoncavallo, di cui la medaglia d’argento è il premio più ambito del concorso, fu il grande tenore bergamasco Federico Gambarelli. Egli infatti fece delirare le folle con il suo primo Canio nei “Pagliacci”.

Il grande tenore bergamasco Federico Gambarelli al Teatro Regio di Malta nell'interpretazione de "Pagliacci" di Ruggero Leoncavallo

Il grande tenore bergamasco Federico Gambarelli al Teatro Regio di Malta nell’interpretazione di Canio nei “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo

Quest’opera lirica fu ispirata, sia come personaggi che come ambientazione, a un delitto realmente accaduto a Montalto Uffugo in Calabria, quando il compositore era bambino. Di tale crimine il padre, magistrato, istruì il processo che portò alla condanna dell’uxoricida. La rappresentanzione fu messa in scena alla fine del 1892. Ma già pochi mesi dopo era osannata al teatro Regio di Malta, proprio grazie al grande tenore Federico Gambarelli.

Nella biografia scritta da Don Giuseppe Rizzi nel lontano 1976 sono registrate le cronache che raccontano l’acclamato esordio:

“Dal Giornale di Malta, marzo 1893
“Il successo dell’opera “Pagliacci” –messa in scena martedì 27 marzo e ripetuta per 3 giorni di seguito con sempre crescente entusiasmo- è stato veramente grandioso, immenso, eccezionale. E non poteva essere altrimenti. Un numeroso pubblico, impressionato dalla soave e toccante melodia e dal soggetto indovinato, applaudì freneticamente tutti i pezzi principali. Innanzitutto il Prologo, Il coro delle campane, La ballata di Nedda (bissata), L’arioso di Canio (bissato), L’intermezzo (bissato), La serata di Arlecchino (bissata) e il Finale Secondo.
Il grande e splendidissimo successo ottenuto dal signor De Gambarell nella parte difficilissima di Canio è al presente il tema delle conversazioni di tutti i frequentatori dell’Opera.
E veramente in questo spartito il valente tenore superò il successo brillante riportato nelle altre quattro opere da lui eseguite nelle nostre scene. Infatti nei Pagliacci non solo egli dimostrò di essere il cantante delizioso, corretto e dalla frase calda e appassionata, ma bensì l’attore potente ed efficace. De Gambarell diede alla scabrosa interpretazione una forza di tinte talmente veritiere da trascinare il pubblico a piangere con lui.
Il colmo è stato però all’aria “Vesti la giubba” detta anche “Ridi pagliaccio” eseguita in modo sublime.

“Ridi pagliaccio sul tuo amore infranto,
ridi del duol che t’avvelena il cor” 

Il canto “Ridi Pagliaccio”

In essa il De Gambarell affascina e commuove, trascinando lo spettatore alla verità della situazione del povero Pagliaccio, tradito crudelmente dalla sposa amata e costretto in quello stato a recitare erompendo in singhiozzi ed in pianto. Nell’animo vi getta un gelo e le fibre dell’ascoltatore le scuote talmente che un urlo generale scoppia quando scompare.
Il De Gambarell viene chiamato al proscenio tra grida di “bravo, bis” innumerevoli, e costretto a ripetere tutto il pezzo.
Nella tragica scena con Nedda il tenore emula i più famosi attori. L’ultima frase “La Commedia è finita” la esprime in modo ammirevole, trovando il vero tuono per questa tragica esclamazione.” (Dal Giornale di Malta, 1893)

Federico Gambarelli, nato ad Albino nel 1858 e morto nel 1922, ebbe verso questa opera lirica una particolare predilezione. Era quasi coetaneo di Ruggero Leoncavallo (1857-1919) che conobbe di persona e verso il quale nutrì una forte affinità musicale e caratteriale. Entrambi ebbero una vita avventurosa e rocambolesca, vissuta a cavallo dei due secoli. Entrambi furono poi “dimenticati”, perduti nell’oblio e nel silenzio.

L’ARTICOLO DEDICATO ALLA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

L'articolo dedicato al concorso nazionale di poesia "Amalia Vilotta" a Cosenza

Sul giornale di Cosenza l’articolo dedicato al concorso nazionale di poesia “Amalia Vilotta” a Cosenza

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LA NOTIZIA SUL CORRIERE DELLA CALABRIA

I vincitori del premio nazionale di poesia “Amalia Vilotta” a Montalto Uffugo

 LA POESIA VINCITRICE DSCF2798

70 ° ANNIVERSARIO SCIESOPOLI
1945 – 1948

I BAMBINI DELLA SCIESOPOLI DI SELVINO:
il lungo viaggio nella memoria

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Erano 800 i bambini ebrei sopravvissuti alla Shoah e ai campi di sterminio. Dopo 70 anni 15 dei ragazzi di allora, sono ritornati a Selvino e a Sciesopoli, la loro casa dell’infanzia, per ritrovare i valori dell’accoglienza e della solidarietà che li riportarono alla vita, al gioco, al sorriso.

Incontro Internazionale dei “Bambini di Selvino”
15- 29 settembre 2015

Scrive il sito di ValSeriananews:
“…Ora quei bambini, sopravvissuti alla Shoah e nel 1945 mandati in una grande casa chiamata Sciesopoli nata come struttura di educazione fascista per i giovani balilla milanesi, hanno tutti più di 80 anni e sono giunti da ogni parte del mondo per ritrovarsi e ritrovare la proprio storia.
Di 800 bambini e ragazzi accolti tra il 1945 e il 1948 ne sono restati in vita una cinquantina e una dozzina hanno raggiunto la Valle Seriana, alcuni per la prima volta dopo l’infanzia.
Selvino ha accolto questi uomini e donne da venerdì 25 settembre a domenica 27 settembre, un weekend dove sono stati molti i momenti commoventi. Per l’occasione è stata inaugurata anche una mostra presso le scuole con i documenti che raccontano la storia di questo luogo, oggi in stato di abbandono, e le vicende di chi è passato di lì.
“Arrivammo prima a Milano e poi a Sciesopoli nel 1945 – spiega uno degli ex bambini -; le nostre giornate erano fatte sia di studio che di piccoli lavoretti. Qui abbiamo ritrovato la serenità per poi tornare dalle nostre famiglie nelle diverse parti del mondo”. Nessuno di loro infatti restò in Italia, preferendo la Palestina o l’America.
Determinante la collaborazione con l’amministrazione comunale che spera che un giorno Sciesopoli, oggi in stato di abbandono, possa tornare a vivere: “Un ringraziamento – ha commentato in chiusura dei 3 giorni il sindaco Diego Bertocchi – va al Comitato e a tutti quelli che hanno collaborato; la speranza è che l’amministrazione non venga lasciata da sola affinché questo torno ad essere un luogo di accoglienza”.

L’ARTICOLO SU L’ECO DI BERGAMO

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IL MUSEO  MEMORIALE

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LA POESIA PER L’ANNIVERSARIO

Aurora Cantini

Aurora Cantini legge la poesia dedicata all’Anniversario Sciesopoli

IN ITALIANO…

Poesia Anniversario Sciesopoli 1945 2015, di Aurora Cantini

Poesia Anniversario Sciesopoli 1945 2015, di Aurora Cantini

… IN INGLESE

Poesia Anniversario Sciesopoli 1945 2015, di Aurora Cantini

Poesia Anniversario Sciesopoli 1945 2015, di Aurora Cantini

LA POESIA SUL SITO SCIESOPOLI.COM

Poesia Anniversario Sciesopoli

Sciesopoli

Sciesopoli e i versi finali della poesia

I LINK AGLI ARTICOLI DI APPROFONDIMENTO

Il Giorno.it, Sciesopoli e i bambini sopravvissuti ai lager

Bergamopost, quando Selvino accolse i bambini ebrei

selvino-sciesopoli-incontro-internazionaleIL VIDEO

Sciesopoli, una storia sconosciuta

GLI EX BAMBINI DI SCIESOPOLI OGGI

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LA TESTIMONIANZA DI UNO DEGLI EX BAMBINI DI SELVINO

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LA LETTERA DI RINGRAZIAMENTO

DA PARTE DEL COMITATO ORGANIZZATIVO

ringraziamento di marco cavallarin

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