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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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L’azzurro oltre le foglie:

racconti e poesie di vita attraverso le fatiche

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Premio letterario dell’Associazione Palma

Quando l’uomo è sopraffatto dal dolore più grande, soverchiato e schiacciato dalle prove della vita, struggente e desolato è il suo lamento, senza requie. Da millenni l’umanità eleva al cielo il suo pianto, trovando consolazione e rifugio nel raccoglimento. Da millenni la parola poesia scaturisce spontanea dal cuore trafitto, e sembra più leggero il buio, più umano il tormento.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma per la cura del dolore al fine di estendere la conoscenza dell’attività che svolge e di promuovere il valore e la funzione della scrittura e della lettura, ha lanciato per la prima volta un premio letterario rivolto ai racconti inediti e alla poesia dal titolo “L’azzurro oltre le foglie: racconti e poesie di vita attraverso le fatiche”.

Un vero e proprio concorso, a iscrizione gratuita, rivolto a chi ha il desiderio, attraverso la scrittura, di trasmettere e condividere messaggi di speranza che vanno oltre le fatiche fisiche e psicologiche che a volte la vita ci costringe ad affrontare. I racconti e le poesie sono stati valutati da una giuria di professionisti composta da Maria Castelli (Presidente e giornalista), Katia Trinca Colonel (giornalista de Il Corriere di Como), Mauro Fogliaresi (scrittore e poeta) Giovanni Magatti (responsabile libreria Feltrinelli di Como), Antonella Grignola (docente di italiano e latino, Liceo Teresa Ciceri) Angelo Palma (Presidente Associazione Palma).

-L’idea di promuovere un premio letterario- spiega il Presidente dell’Associazione Antonio e Luigi Palma, dottore Angelo Palma -deriva dall’attività quotidiana dei numerosi operatori, medici, infermieri, psicologi, e dalla loro esperienza a contatto con i pazienti e con i loro familiari, che sentono il bisogno di condividere con altre perosne vicine il proprio stato d’animo, la propria sofferenza, ma anche l’ansia della speranza e l’anelito al cambiamento.

Ora, il mezzo per trasferire questi stati d’animo, soprattutto dei familiari dei pazienti, è lo scritto, infatti lo scrivere permette di esprimere sentimenti, emozioni ed esperienze che possono sgorgare “dall’azzurro oltre le foglie”.-

Dice la Presidente di Giuria Maria Castelli: “Ben duecentoventisette opere hanno partecipato al concorso e le migliori sono state pubblicate nell’antologia “L’azzurro oltre le foglie” per Dominioni Editore. Tutte accomunate da quel filo di cuore, quel filo di affanno e quel filo di sogno che legano le parole. Tutte le parole e tutte le pagine. Scan

Il soffio dell’umanità esce dalle opere esaminate: è questo il messaggio. Soffiano esperienze umane, storie umane della vita quotidiana nascosta dietro le foglie della conoscenza pubblica. Umane come è umano il dolore e come è umana la solidarietà , come è umano il bisogno di aggrapparsi al bene, a ciò che si alza oltre la voragine della vita.

Il tema era la sfida al dolore, al male e non c’è solo la malattia, c’è anche l’ingiustizia, la povertà e poi la violenza, c’è anche l’amore deluso e disilluso e questi argomenti sono stati affrontati tutti, a volte con un scrittura sofferta e singhiozzante e inoltrati nello spiraglio finale che dice “Non tutto è perduto”, cioè, “c’è azzurro oltre le foglie”.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma per la cura del dolore onlus, senza fini di lucro, è nata a Como nel 1992 per perpetuare la memoria di due benemeriti professionisti Antonio e Luigi Palma. L’Associazione offre assistenza e cura gratuita alle persone affette da tumore maligno in fase avanzata presso il loro domicilio, mediante l’intervento di un’equipe di medici, infermieri, psicologi e volontari qualificati per il supporto al malato e alla sua famiglia. In particolare, l’Associazione garantisce interventi specifici di terapia del dolore e medicina palliativa, assistenza infermieristica specialistica e supporto al malato e alla sua famiglia, volto al sostegno psicologico e al mantenimento di un’adeguata qualità di vita.”

Tra le poesie premiate anche “Anniversario Sciesopoli” dedicata agli 800 bambini ebrei scampati ai campi di concentramento e accolti a Selvino dal 1945 al 1948.

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Anniversario Sciesopoli, poesia di Aurora Cantini

“Parole davanti al fuoco”

ad Aviatico

una serata con l’autrice Aurora Cantini

0 LOCANDINA serata Parole davanti al fuoco“In compagnia della scrittrice Aurora Cantini alla scoperta di tradizioni e narrazioni poetiche del territorio di montagna nel magico periodo invernale.

Una serata di fotografie e racconti, storie, poesie e oggetti in mostra che raccontano la terra di Aviatico e le sue frazioni (Ganda, Ama, Amora), la sua gente, il suo mondo a tema invernale
Sala Civica via Chiesa Aviatico

Parole davanti al fuoco su facebook

Questi sono giorni quasi leggeri, pieni di magie, di attese, come la Notte di Santa Lucia, su  tutto predomina il rosso come il fuoco che scalda, tramonti luminosi, luce che incanta. Solo per una notte ci sembra quasi di udire un leggero sospiro nel vento, per chi sa ascoltare. E la notte si fa magica…

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Un tempo l’acqua presa a Mezzanotte era considerata benedetta perché a quell’ora fu lavato il piccolo Gesù appena nato. A Mezzanotte ci si bagnava con quest’acqua e si benediceva anche il bestiame come protezione, recitando il Credo. Anche i ceppi carbonizzati del fuoco del camino erano considerati talismani e il fuoco di quella Notte era considerato Benedetto. Con i tizzoni ardenti della Notte si accendeva il fuoco in cucina, passandoli casa per casa.

La stalla era il luogo di convegno dei contadini durante l’inverno. In quell’ambiente dove il calduccio era protettivo e odoroso, nella penombra inquietante di un lumicino a olio, donne, uomini, bambini partecipavano a veglie comunitarie. Le donne filavano o cucivano, gli uomini giocavano o discorrevano delle loro occupazioni campestri o delle novità del paese. I bambini stavano sulle ginocchia del papà o dello zio e ascoltavano gli emigranti ritornati in occasione delle feste. Uno dei divertimenti prediletti era la narrazione di storie, quelle che mettevano i “sgrisoi” e tenevano svegli la notte: parlavano di morti che ritornavano tra i vivi e anime maledette. Altri episodi narravano di cimiteri e morti nascosti dietro il cancello che chiamavano le fanciulle con appuntamenti a mezzanotte. Un fatto che sconvolgeva moltissimo i bambini era ciò che gli adulti raccontavano succedesse nel cimitero: sferragliare di catene, cigolare di cardini, fischiare tra le mura. Perciò transitarci davanti, tappa obbligatoria lungo la mulattiera, richiedeva sguardi guardinghi e passo svelto.

Tante le storie, tanti i ricordi: Il Vescovo in bidonvia

Un tempo in inverno si celebravano i matrimoni. Celebrare matrimoni in inverno, soprattutto a gennaio e febbraio, non era una novità: questa era la stagione nella quale i giovani emigranti all’estero, grazie a una minor frequenza di lavori all’aperto, potevano ritornare al paese e ne approfittavano per sposarsi o per partecipare al matrimonio di un familiare.

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Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì mentre sale verso la chiesa, anno 1967

Quello che spiccava era la sposa nel suo vestito bianco al ginocchio, con le scarpette bianche che affondavano nella fanghiglia o nella neve ai lati della mulattiera. Sembrava quasi di vetro, una bambolina di ghiaccio che spiccava sul bianco, bianche le mani, il viso, il vapore dell’aria gelida, il cielo.

L’inverno sulle montagne evoca anche ricordi perduti, tragedie mai dimenticate: Lettere dal fronte della Prima Guerra Mondiale

Migliaia di ragazzi lasciarono le loro case e tante famiglie delle nostre contrade trascorsero i giorni del Natale in ansia, chissà con quale pena, con quale tristezza, con quale sgomento e paura.

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E poi il lamento struggente verso i tanti Dispersi nella gelida terra di Russia: Dal freddo inverno russo la Madonna del Don

Storie di montagna, di ieri e di oggi, storie di vita.

L’ARTICOLO

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Su L’Eco di Bergamo la notizia della serata

LA FOTOGALLERY DELL’EVENTO

Momenti…

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… e oggetti

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Le donne senza più patria raccontate in poesia

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A Treviglio, nell’ambito nella Tredicesima Edizione del concorso nazionale di Poesia “Enrico Brianza” organizzato da ANTEAS (Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà) è stata premiata la poesia dedicata a tutte le donne senza più patria tratte in salvo dal mare, assistite dai soccorritori, dal titolo “Sono una foglia su una zattera” di Aurora Cantini, che si è classificata seconda.

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Motivazione della Giuria per la poesia di Aurora Cantini

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

“L’attualità del contenuto e il linguaggio poetico, intriso di immagini forti, incalzanti e di riferimenti all’intimità del quotidiano, offrono al lettore lo spunto per riflettere sul valore della vita, fragile ma preziosa, e sul significato della fratellanza”

Tantissime donne, molte con i figlioletti in braccio o attaccati alle giacche, intraprendono la via del mare per fuggire alle guerre, alle carestie, alle persecuzioni, alla miseria.
Tanti, troppi bambini sono morti in questi ultimi mesi, tante, troppe donne sono scomparse sui barconi della morte, gettate fuori bordo, lasciate annegate nelle gelide acque, avvolte dai loro veli, come un sudario che le ha imprigionate. Le infinite stragi del mare

LA POESIA PREMIATA

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LA TESTIMONIANZA DI UN SOCCORRITORE

“Se non li vedi non puoi capire. Quegli enormi laghi neri e profondi che sono gli occhi dei bambini, la dignità di una donna che nonostante tutto tenta di lavarsi con una salviettina profumata, un ragazzo che tiene per mano l’amico con la gamba fratturata, il sapore del sale acre sulle labbra, il sudore, l’odore del ferro e l’odore della morte di quel momento di tragica stasi e di silenzio al passaggio dei sacchi neri pieni di corpi, di persone, di sogni, di speranze, di popoli. Siamo ospiti, ospiti di questo mondo, non proprietari.” (Fonte: E Liberali Dal Mare)

LA PREMIAZIONE

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Aurora Cantini premiata a Treviglio

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I Premiati della 13^ edizione del concorso nazionale di poesia “Enrico Brianza” ANTEAS Treviglio

DONNE SENZA PIÙ PATRIA

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Il 60% dei rifugiati e migranti sono donne e bambini

Victor Hugo e il suo struggente

lamento per la figlia perduta

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Leopoldine Hugo

Testo in lingua originale: Demain dès l’aube, de Victor Hugo

Domani, all’alba

Domani, all’alba, quando imbianca la campagna

io partirò. Lo vedi, so bene che m’attendi.

Andrò per la foresta, andrò per la montagna.

Non posso stare ancora a te così distante.

Camminerò, lo sguardo intento ai miei pensieri,

senza vedere niente, senza ascoltare suoni,

ignoto, solitario, mani incrociate, chino,

triste, e per me la luce sarà come la notte.

Non guarderò né l’oro del giorno che declina,

né i veli che ad Harfleur cadono di lontano,

e, giunto in tua presenza, poserò sulla tomba

un mazzo d’agrifoglio e l’erica fiorita.

(Traduzione di Andrea Giampietro)

Un padre che perde la figlia primogenita, un uomo che attraverso la parola lancia il suo lamento al Cielo, disperato, unico, inafferrabile. Il grande autore del dramma immortale come lo sono I Miserabili supera il tempo per trafiggere il cuore di chi ha perduto una persona cara e sente straziante la ferita che mai si rimargina.

Nata nel 1824, Leopoldine portava il nome del nonno paterno, Leopold Hugo. Era una gioia per il papà Victor Hugo vederla crescere, unica sua farfalla, unico suo splendore.
Aveva diciannove anni, quando, nel febbraio 1843, andò sposa a un giovanotto  del quale la ragazza era follemente innamorata da quando aveva 15 anni. Vivevano sulla riva destra della Senna, felici come lo sono tutte le giovani coppie vibranti d’amore.

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La corona del matrimonio di Leopoldine Hugo, Museo Casa di Victor Hugo http://maisonsvictorhugo.paris.fr/en/work/leopoldine-hugos-wedding-wreath-1843

Nell’estate del 1843 Victor Hugo,  prima di partire per la Spagna per qualche giorno di riposo, andò a salutare l’amata figlia: da tre mesi aspettava un bambino e la sua felicità le illuminava gli occhi e il cuore come un gioiello prezioso. Un momento di pura e intima fusione con il papà, che non si stancava di ammirare quel suo giglio perfetto e puro.

Leopoldine aveva promesso al padre che, se fosse stato un maschio, gli avrebbe dato il suo nome.
Eppure… quel giorno Leopoldine non voleva staccarsi dal papà, addirittura lo implorò di non partire.
Un doloroso senso di distacco, di perdita offuscò il dolce viso della ragazza, e anche il padre sentì opprimente un senso di profonda angoscia che rese la partenza estremamente agitata. Il viaggio non riuscì a scacciare un pesante senso di oppressione e di presentimento che rendevano le notti dell’autore estremamente inquiete.
Rientrato in Francia, la mattina del 9 settembre 1843 Victor Hugo si fermò in un caffè di Rochefort, per rifocillarsi e leggere qualche giornale.
Come scrive il sito Penna d’autore: “…E fu a quel punto che il pungente turbamento che lo aveva accompagnato durante le vacanze si cristallizzò in una notizia assurda, devastante.
Aperto un giornale, Hugo sbottò in un’angosciosa esclamazione: “È terribile!” e rimase pietrificato, esterrefatto.
Il quotidiano riportava la notizia dell’improvvisa morte della sua Leopoldine e del genero, annegati nella Senna cinque giorni prima.
“Leopoldine Hugo se noie à Villequier avec son mari”, titolava il giornale.
Oltre che al suo ostinato turbamento quella ferale notizia suggeriva un’amarissima spiegazione al tetro presentimento che aveva attanagliato la figlia nel momento del distacco da lui.
Era successo che Leopoldine aveva voluto fare una gita in barca, ma un improvviso colpo di vento aveva fatto rovesciare la piccola imbarcazione, facendo cadere in acqua lei ed il marito, il quale, abile nuotatore, aveva cercato di trarre in salvo la moglie, ma lei, presa dal terrore, non voleva staccare le mani dalla chiglia ormai capovolta.
Charles, resosi conto che non sarebbe riuscito a farle allentare la presa, s’era lasciato colare a picco insieme con la moglie.
Gli sventurati coniugi furono sepolti in un’unica bara, nel piccolo cimitero della città dove si erano stabiliti, Villequier.

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Victor Hugo fu sopraffatto da un dolore indescrivibile, con una notevole componente di rimorso: si domandava, con lancinante insistenza, se per caso non dovesse pagare per non essere rimasto accanto alla figlia.
Da allora ogni anno, nella mesta ricorrenza del decesso di Leopoldine, al riaprirsi, cioè, di una ferita difficilmente rimarginabile, il grande scrittore compiva un pellegrinaggio nella cittadina di Villequier e quando, a causa del forzato esilio a Guernesey (Belgio), scattato l’11 dicembre 1851, ciò non fu più possibile, vi ritornava con la mente e coi versi.
Ritornato in patria il 5 settembre 1870, Hugo riprese la via crucis, che lo conduceva al cimitero vicino alla Senna, dove riposava per sempre la primogenita.
L’eco appassionata e commovente del suo tenacissimo attaccamento alla ragazza, repentinamente strappatagli da un crudele destino, vibra nella seconda parte di Le Contemplazioni (1856), il capolavoro lirico dello scrittore francese, il quale nella breve prefazione aveva scritto: “Un abisso separa le due parti di questo libro: una tomba”, ovviamente quella della sua Didine.
La sezione del libro dedicato alla figlia contiene i versi ispiratigli dalla morte di lei e degli anniversari di quella tragedia.
Si tratta indubbiamente delle più belle poesie sgorgate dalla penna di un padre.
Si racconta che Hugo, il quale aveva il pallino dell’occultismo, riusciva spesso, nel corso di sedute spiritiche, a mettersi in contatto con l’anima dell’amatissima Didine e a colloquiare con lei, estremo suggello di un legame affettivo che la morte della ragazza – lungi dall’aver affievolito – aveva oltremodo corroborato, portandolo quasi ad un livello ascetico.”

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Nulla più si può aggiungere alla forza dirompente e terribile di un uomo che ha perso l’unica certezza d’immortalità, l’amore più grande, il più innocente, l’unico al di sopra di ogni sospetto. Un padre che ha perso il proprio figlio.

L’ALTRA FIGLIA, ADÈLE

Adèle, la figlia del Poeta
a cura di Andrea Giampietro

A mia figlia Adele

Bambina, mi dormivi accanto, fresca e rosea,
come un piccolo Cristo sopito nel presepe;
era il tuo puro sonno così calmo e incantato
che non udisti il canto dell’uccello nell’ombra;
pensieroso, aspiravo tutto il dolce mistero
del nero firmamento.

Ed ascoltavo gli angeli volare sul tuo capo,
guardandoti dormire; e sopra le tue fasce
sfogliavo lievemente gelsomini e garofani;
e, vigile, pregavo, sulle tue chiuse palpebre;
e gli occhi mi bagnava la sola idea di cosa
la notte ci riserva.

Un giorno sarà il turno per me riposare;
il letto fatto d’ombra sarà così tremendo
che più non sentirò il canto dell’uccello,
la notte sarà nera; allora, mia colomba,
in pianto, preci e fiori, rendimi sulla tomba

quanto alla culla diedi.

(traduzione di Andrea Giampietro)

 

Il respiro della Natura nella poesia di Aurora Cantini

Posted by Maria Grazia Porceddu per Sannio Life, News dalla Provincia di Benevento

Sanniolife.it

Radura d'inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Radura d’inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

“L’arte – scriveva Marina Cvetaeva – è la natura stessa. Non cercate nell’arte altre leggi che non siano le sue.”

Leggendo la raccolta di poesia di Aurora Cantini, Oltre la curva del tramonto (LietoColle), pare si percepisca una sorta di fedeltà al pensiero della grande poetessa. Tutto questo lo si intuisce già leggendo ciò che la Cantini scrive nella nota introduttiva:

“Sono legata alla mia terra di montagna come una radice sospesa, la sento vibrare in me in ogni respiro di vento, in ogni scricchiolare di foglia, in ogni sentiero nascosto.
Ho ascoltato le poesie degli alberi frondosi che muovendosi nel dolce tramonto estivo cullavano i miei sogni bambini, o quando, carichi di neve, svettavano al cielo e mi portavano fin lassù, nell’azzurro, con le loro lunghe dita di diamanti.

Mi raccontavano, mi consolavano, mi inebriavano di vita. Mi amavano teneramente, silenziosamente e per sempre, portandomi oltre la curva del tramonto, fino a raggiungere le stelle.”

Tramonto d'inverno sull'Altopiano Selvino Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Tramonto d’inverno sull’Altopiano Selvino Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Ma è pur vero che chi ama la poesia cerca in ogni verso che legge un po’ di se stesso. Quindi, lasciando parlare la poesia di Aurora Cantini per qualche istante, di sicuro in qualche lettore vicino alla sua anima, risveglieremo il desiderio di attraversare con lo sguardo, pagina dopo pagina, questa silloge:

Mi chiedo se davvero/ Non te ne sei mai andato/ O se in realtà mi chiami/ Ma io non ascolto,/ Cuore senza voce/ parole senza lettere/ Preghiere senza lacrime (…)”

LietoColle Editore

Oltre la curva del tramonto

Medaglia d’oro alla poesia dedicata

al giovane alpino bergamasco Caduto nella Grande Guerra

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Diploma seconda classificata alla poesia “Come una fiamma accesa” di Aurora Cantini, Bardineto (SV) 3 settembre 2016

La poesia “Come una Fiamma accesa” che dà il titolo al memoriale dedicato ai 5 fratelli Carrara di Amora Bassa (Aviatico – Bergamo) Combattenti e Caduti nella Prima Guerra Mondiale ha ricevuto la Medaglia d’oro alla 15^ edizione del Premio Nazionale di Poesia “Italo Carretto” a Bardineto, in provincia di Savona.

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La medaglia d’oro alla poesia “come una fiamma accesa” di Aurora Cantini dedicata al giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara Caduto sul Cukla-Rombon il 2 agosto 1916 a vent’anni e mai più riportato a casa.

LA POESIA

“Come una fiamma accesa”

La poesia è dedicata in particolare ad uno dei più giovani dei 5 fratelli bergamaschi, il giovane alpino Fermo Antonio Carrara, Disperso sul Monte Cukla Rombon il 2 agosto 1916 a 20 anni, durante missione notturna in cordata, fatta uscire allo scopo di trovare una via di arrampicata sul retro del Rombon, quota 2105, in quei giorni in mano agli Austriaci. Furono selezionati sette “scalatori provetti” (così ingiunse il comando da Torino) di quella “ardita pattuglia” come si legge sui Diari Storici dei Battaglioni depositati nell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, scoperti tra oltre 2.500 pagine dal signor Massimo Peloia del Gruppo Alpini di Saronno a giugno di quest’anno.

Rientrarono sul far dell’alba senza aver trovato alcun passaggio, nè fenditura, nè possibile via di accesso. Ma avevano perso un compagno. Non avendo luci né torce non erano riusciti  localizzarlo, per questo nei giorni successivi vennero fatte uscite varie pattuglie per cercarlo. Dovettero arrendersi alle impervie e insuperabili difficoltà create dalle pareti a strapiombo, dai profondi crepacci, dalle abissali voragini che avevano fatto del gruppo del Rombon uno dei punti più pericolosi dell’intero fronte alpino di guerra. Il giovane soldatino Fermo Antonio giace ancora oggi tra le rocce del Rombon.

Carrara Fermo Antonio con la divisa da alpino

Carrara Fermo Antonio con la divisa da alpino

MOTIVAZIONE PER LA POESIA

“Come una fiamma accesa”

In questa commossa elegia, scritta in memoria del giovane alpino Fermo Antonio Carrara caduto nella guerra ’15-’18, bene ha fatto la poetessa a dare la parola a lui, al Soldato, il cui canto “sommesso, perduto nel silenzio”, trova il suo affondo nei versi “di me non è rimasta neanche un’impronta  sul nevaio battuto dal vento, (…), solo un cippo imbiancato dal tempo, (…), della mia vita di ragazzo di montagna non è rimasta nemmeno una croce”. La lirica si stempera in un fraseggio denso di nostalgia “per i giorni leggeri lungo i pendii della valle”, ma infine, ecco, l’affrancamento dal rimpianto e dal dolore attraverso la forza della parola poetica: “Il mio nome è fiamma accesa che scalda la memoria”, dove la potenza salvifica della poesia assegna alla memoria il compito di trascendere la morte, facendo rivivere questo giovane soldato, ormai per noi un eroico fratello. Quel fratello che abbiamo conosciuto solo ora, ma che, come recita il suo nome, è tuttora “Fermo” nei suoi meravigliosi vent’anni donati alla Patria. Ma “Fermo” anche, e per sempre, nel nostro cuore, grazie a questi indimenticabili versi.

Bardineto 3 settembre 2016

Per la Giuria Franca Maria Ferraris

LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

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Aurora Cantini premiata con la Medaglia d’oro insieme al sindaco di Bardineto Franca Mattiauda, (a sinistra), al Capogruppo alpini di Bardineto e alla signora Ines Gastaldi, moglie del poeta Italo Carretto.

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Aurora Cantini legge la poesia “Come una fiamma accesa” Medaglia d’oro alla 15^ edizione del Premio Nazionale di poesia “Italo Carretto” a Bardineto, Savona, 3 settembre 2016.

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Nicola Cilenti,

il cantore lucano che scrisse l'”Ode ad Amora”,

il minuscolo paesino arroccato sulle Prealpi Bergamasche

Foto di Giorgio Fossati, Amora vista da Bondo Petello

Foto di Giorgio Fossati, Amora vista da Bondo Petello

Il minuscolo paesino di Amora, una delle frazioni che compongono il Comune di Aviatico, sull’Altopiano di Selvino, Orobie Bergamasche, è rinomato per essere un belvedere che dà sulla Media Valle Seriana, in un abbraccio ideale a 360 gradi. Sembra davvero di toccare il cielo con un dito, afferrarlo e racchiudere nel cuore quel suo azzurro intenso, quasi diamantino, che brilla nelle giornate terse di primavera.

Tra le sue storie più significative vi è senz’altro la vicenda dei fratelli Carrara, Combattenti e Caduti nella Grande Guerra, nati nella contrada di Amora Bassa. Accanto agli eroici fratelli spicca la mistica storia dell’esile fratino questuante Fra Pacifico da Amora, (1883 – 1937) morto in odore di santità dopo una vita trascorsa percorrendo ogni giorno a piedi centinaia e centinaia di chilometri lungo le vie dell’Italia settentrionale e fino oltre confine.

Il paesino di Amora è stato decantato anche in poesia, attraverso quelli che un tempo erano detti “sonetti”: a Bergamo intorno al 1950 giunse dalla Basilicata il cantore di Lavello, Nicola Cilenti, (1883 – 1967) già famoso nella Lucania per i suoi componimenti poetici e le sue pubblicazioni. Intendeva  partecipare agli eventi letterari del momento, tra cui il rinomato Premio Nazionale di Poesia Città di Bergamo (oggi scomparso).

Nei giorni di permanenza in città si dedicò a visitare le meraviglie del posto e in una delle sue escursioni salì fino ad Amora seguendo la mulattiera da Albino (la Via Mercatorum). Conquistato dalla bellezza del paesino a strapiombo sulla valle in un aperto scenario naturale, scrisse un’Ode, pubblicata sulla rivista “ProAlbino” nel 1955.

ODE AD AMORA

La poesia ODE DI AMORA, di Nicola Cilenti

La poesia ODE DI AMORA, di Nicola Cilenti

“Sono figlia di Aviatico e su Albino mi affaccio, dominante: sono Amora.

Piccola e luminosa, come aurora risplendo, dentro raggi d’oro fino.

Trecent’anime ho in me, vive tutt’ora, trecento voci sole,

ma vicino m’è la Grazia di Dio e m’incammino a diventare

più splendida dimora.

Sotto il segno d’amor fui battezzata e in luce d’amor voglio restare presso la cara gente che m’è nata.

Piccola son, ma già così felice, e voglio ancora crescer

per donare altro amore ad ognun ch’è a me s’addice.”

Nicola Cilenti

Amora, 1971

Amora, 1971

NICOLA CILENTI, IL CANTORE DI LAVELLO

a cura di Michele Traficante

Nicola Cilenti su Siderurgikatv

Nicola Cilenti

Nicola Cilenti

Per conoscere questo poeta del Sud riporto testualmente le notizie apparse sul sito di Siderurgika TV,  a cura di Michele Traficante

“Nato nel 1883  collaborò anche con quotidiani e dedicò un poema a Padre Pio

Una comunità deve sempre essere fiera ed orgogliosa  dei suoi figli migliori. Importante e fortemente educativo è indicarli alle nuove generazioni perché possano trarne stimoli ed utili insegnamenti. Bene ha fatto, pertanto, l’Amministrazione Comunale di Lavello a scoprire nei giorni scorsi una lapide commemorativa a ricordo dell’illustre concittadino Nicola Cilenti proprio nel quartiere Sant’Anna, dove da piccolo egli si recava spesso a trovare i nonni e i cugini .

Nicola Cilenti è senza dubbio  uno dei cantori più sensibili del folclore lavellese. Fine poeta, dall’animo profondamente popolare, ha saputo come pochi cantare gli aspetti tradizionali più genuini della comunità di Lavello.

Nato il 19 giugno 1883 nella cittadina dauna, posta ai confini con la Puglia, dall’avv.Giuseppe e Giuseppina Fuggetta, Cilenti studiò presso il Convitto nazionale di Lucera, legandosi di sincero affetto ed amicizia con numerosi compagni di scuola. All’età di 16 anni (nel 1899) si trasferì a Roma per proseguire gli studi presso quell’Università ove si laureò nel 1906 in legge.

Conseguita la laurea Cilenti si fermò nella capitale ove esercitò con notevole successo la libera professione di avvocato. Amante delle lettere nello stesso tempo collaborò ad importanti giornali, quali “Il Giornale d’Italia “, “Il Mattino ” di Napoli”, “L’Ora ” di Palermo.  Pubblicò anche un volumetto di pregevolissime liriche in lingua italiana, “Notturni e Sinfonie” (Fracchia, Pescara, 1914) che gli diede notevole notorietà.

Pur vivendo lontano Nicola Cilenti sentiva struggente la nostalgia della terra natìa e, soprattutto, delle sette verdi cime del Monte Vulture, sulle cui propaggini, Lavello, egli è nato. “Io soffoco – egli esclama – tra gli alti palazzi de la città, io cerco il sole, il cielo, le stelle “. Nel 1950 pubblicò il volumetto “Sò turnato “, 113 sonetti in dialetto lavellese ( alcuni dei quali poi musicati ed interpretati da Mauro Antonio Gravinese), dedicato all’amico Giuseppe Solimene. Un vero atto d’amore per il suo paese natale, carico di emozionanti ricordi di personaggi e paesaggi suggestivi di Lavello.

Tornò effettivamente spesso, dopo tanti anni di lontananza, a Lavello ove ogni anno curava l’organizzazione delle “Sagre autunnali “, canzoni e folclore del suo paese.

Pubblicò ancora ” I sonetti della Montagna” (1952), “Poesia, musica della mia vita” (1953), “Domani partirò” (1956, “C’è sempre il sole” ( 1956).

Nel 1954 con la poesia in vernacolo “Gli ucch’ di r’ laviddese” ( Gli occhi delle lavellese) vinse a Gardone  Riviera il primo premio di un concorso nazionale di poesia dialettale. Nel 1955 a Bergamo vinse il primo premio nazionale con la traduzione  in dialetto de “L’infinito “ di Giacomo Leopardi

Sulla rivista ProAlbino del 1954 o 1955 appare la poesia “Ode ad Amora”, questo indica un possibile passaggio o visita al paesino che svetta su Albino.

Particolarmente significativa la descrizione in vernacolo lavellese (unico esempio di tal genere ) del suo pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo del 1949. Incantato dal misticismo del luogo e dalla ieratica figura del Frate di Pietrelcina, il poeta resta letteralmente conquistato dal fascino spirituale di Padre Pio, di cui pubblicherà, nel 1960, un poemetto, inserito poi in un fascicolo del “Convivio letterario di Milano”.

Con grande commozione e trasporto descrive i vari momenti della visita al convento, alla chiesetta, al contatto con il Fraticello delle stimmate e, soprattutto, alla celebrazione della sua santa messa. Così scrive al riguardo rivolgendosi ai lavellesi ed ai lucani in genere:

” E sò certe, paisà, ca padre Peje / affacciànnese sup’a a lu Gargàne / e vedenne lu Vòlture luntane / luccecà cu la Croce auzata a Dèje / vularrà benedè, de quanne n’ quanne, / Lavìdde e la Lucania e totte quante ! / ca, cum’ a me, lu prèghene ( e sò tante !) / de farce degne e vere crestijane “. ( E sono certo, paesani, che padre Pio / affacciandosi sopra il Gargano / e vedendo il Vulture lontano/ luccicare con la Croce innalzata a Dio/ vorrà benedire, di tanto in tanto, / Lavello e la Lucania tutta quanta! / che, come me lo pregano ( e sono tanti) / di farci degni e veri cristiani).

Nicola Cilenti morì a Genova, all’età di 84 anni, il 4 gennaio del 1967.

Nel 1981 lo chansionner lavellese Mauro Antonio Gravinese, ha musicato e magistralmente interpretato, producendo un’interessante audiocasseta, dieci dei più noti sonetti di Nicola Cilenti.

Recentemente la figura e l’opera di Nicola Cilenti sono state oggetto di approfondito studio da parte del prof. Saverio Caprioli che ha pubblicato un pregevole volume dal titolo “Pe’ sempe so turnato”. Per meglio onorare la nobile figura di Nicola Cilenti è auspicabile che la sua Città natale istituisca un concorso o premio letterario a lui intestato.”

                                                                          
                                          Michele Traficante

COLORI D’ALTOPIANO,

Aviatico si racconta con parole a colori

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Cornagera in autunno, dipinto di Carla Santomauro

Aviatico e le sue frazioni si racconta in una mostra personale di Carla Santomauro, pittrice di Sesto San Giovanni con casa ad Amora (una delle tre frazioni del Comune) con interventi poetici di Aurora Cantini.

L’evento, dal titolo “Colori d’Altopiano“, è promosso dall’Amministrazione Comunale allo scopo di valorizzare la bellezza del paesaggio dell’Altopiano bergamasco come risorsa per ridare valore alla cultura, allo star bene e al volersi bene, amando il proprio patrimonio culturale, territoriale e naturale.

Locandina Colori d'Altopiano 1-3 agosto 2016 Aviatico

Locandina Colori d’Altopiano, mostra pittorico-poetica  1-3 agosto 2016 Aviatico

Angoli di contrade quasi svuotate, sentieri che si perdono nell’ombra del sottobosco, rocce dolomitiche avvolte dal sole autunnale, ma anche il silenzio della neve, lo scrosciare del torrente, il sussurro della nebbia, il mormorio della pioggia, raccontati da immagini, dipinti e poesie.  Per l’occasione la Sala Civica del paese diventa scenario dove prende vita l’identità di un paese che con i suoi 500 abitanti ancora resiste allo spopolamento e all’abbandono.

Nelle opere pittoriche di Carla Santomauro si avverte il legame con la terra, con la montagna, con i ricordi, con la memoria. E i colori si fanno parole di poesia, il tratto si fa storia infinita, il pennello diventa inchiostro di vita.

“I colori a olio su una tela

sono come coriandoli

di vita nel cielo.

Il vento li porterà lontano.”

(aur cant)

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Pendio sotto il Poieto in autunno, dipinto di Carla Santomauro

Su tutto svetta e predomina lei, la Montagna, che perenne guida i passi delle genti abituate alla fatica dei lunghi inverni, alle partenze e ai ritorni, alle attese di nuova primavera, di nuovi caldi giorni, di nuove voci sull’aia e nei cortili, di nuovi colori oltre gli occhi, di sapori diversi da gustare.

Inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Oscar Carrara

Inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Oscar Carrara

Dall’1 al 3 agosto presso la Sala Civica del paese quindici quadri ad olio racconteranno Aviatico con le sue frazioni: Ganda, Ama, Amora. Spazio anche alle opere poetiche di Aurora Cantini, per tessere “Parole a colori”, parole di paesaggio.

Grande serata finale il 3 agosto, con l’evento “L’altopiano si racconta con parole a colori” tra immagini proiettate sullo schermo, fotografie, poesie e storie, per emozionarsi, ricordare, amare e sognare il nostro bellissimo Altopiano e i suoi abitanti.

C’è un desiderio di conoscere di più la storia del proprio territorio, la Cultura dei luoghi, che solo poesia e pittura sanno raccontare.

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Aurora Cantini durante la serata ad Aviatico 3 agosto 2016

La montagna chiede di essere di nuovo asocltata, accolta, protetta, dopo decenni in cui abbiamo maltrattato il paesaggio intorno  a noi, distorcendo l’idea di “benessere” e confondenolo con il possesso di cose e oggetti, mentre abbiamo bisogno di possedere l’idea di bellezza custodita dalla montagna.

Strade asfaltate che diventano sentieri, cartelli pubblicitari che diventano alberi, rumori che diventano stormir di foglia, palazzoni che diventano contrade, inferriate che diventano cortili.

Nel momento in cui abbiamo cominciato ad abbandonare a loro stessi i centri storici, a inquinare aria, acqua e silenzio, a devastare i terreni abbiamo dato il via alla crisi di identità, di se stessi, di storia, di cultura, di lettura, di riflessione, di valori.

Perché tutti noi siamo affamati di bellezza, quella vera, quella nostra.

 

 

 

La voce della montagna per ricordare la Grande guerra

“The voice of the mountain” al Rifugio Poieto di Aviatico

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Un canto echeggia lungo le vallate, lungo i costoni, dal pianoro fino alle vette. Il Comune di Aviatico vuole ricordare il Centenario della Grande guerra con un tributo alla montagna, ai canti di soldati e alpini che evocano quei 41 mesi di cento anni fa dove milioni di ragazzi montanari, contadini e mezzadri, muratori e carpentieri, vennero mandati al massacro, attraverso prove durissime e patimenti indescrivibili per la conquista di una vetta, di una postazione, di un caposaldo.

Gran parte di quei ragazzi delle valli non rividero più il loro paese, la loro contrada, il loro giaciglio.

Per loro sabato 16 luglio dalle ore 10.30 è in programma una giornata dedicata all’esibizione di cori alpini sulla vetta del Monte Poieto, accanto ai pilastri dolomitici del Monte Cornagera, a 1400 metri di altezza, raggiungibili con la salita in cabinovia.

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Il Rifugio del Monte Poieto visto dalla Cornagera

Ben tre cori alpini si alterneranno durante l’evocazione, in un grande, unico raduno di cori in vetta: il Coro Orobico Alpini Boccaleone, il Coro Ana Penne Nere Villa d’Almé e il Coro Alpini ValCavallina.

Si esibiranno in Canti nati dalla Grande guerra, tra le trincee, nei pochi momenti di tregua all’assalto e all’urlo della battaglia, nati come struggente richiamo per la propria terra, per la propria casa, canti che si fanno preghiera e disperata nostalgia per la morosa, la mamma e il papà che attendono forse invano nel chiuso della loro povera cucina.

Raccontano storie di sofferenza e di solitudine, lacrime e paura, lassù su quelle vette imprigionate dalle nevi perenni, dai nomi ancora oggi evocatori di struggente memoria: Adamello, Ortles, Dolomiti, Rombon, Alpi…

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Sul pianoro davanti al Rifugio Monte Poieto, là dove ogni estate si rilassano le famiglie e giocano i bambini, le voci possenti e robuste degli Alpini lanceranno il loro tributo al Cielo, per chiedere di non dimenticare, di ricordare e di operare affinché mai più la guerra possa rubare generazioni intere, cancellate, scomparse al mondo, come quelle innocenti e perdute di quei ragazzi degli Anni Novanta di Cento anni fa.

E quando riuscirono a tornare, molti di quei giovani soldati trovarono i loro paesi distrutti, i campi abbandonati e incolti, macerie di un vita che non fu più la stessa. Senza lavoro, senza futuro, furono costretti a ripartire, senza più una patria né una famiglia. Nacquero i canti degli emigranti, del ricordo e della fatica, perché la montagna è sudore e silenzio, giorni che si adombrano in fretta e notti lunghe d’inverno.

Tra i tanti che non tornarono anche i  fratelli Carrara di Amora Bassa, che diedero la vita per la Patria raccontati nel memoriale “Come una fiamma accesa” a cui la sottoscritta (Aurora Cantini) ha dedicato i versi poetici della poesia che ne dà il titolo, scritta per il giovane alpino Fermo Antonio disperso sul Rombon il 2 agosto 1916 a 20 anni.

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I 4 fratelli Carrara di Amora Bassa (Aviatico) Combattenti e Caduti nella Grande guerra

Al termine delle esibizioni l’orizzonte della montagna si riempirà del suono potente del maestoso Corno delle Alpi, utilizzato un tempo sulle Alpi Svizzere come strumento dei pastori. Lungo tre metri e mezzo, scavato nel legno, serviva a richiamare le mucche dal pascolo verso la stalla quando giungeva il momento della mungitura. Anche il suono del Corno delle Alpi verso sera è un tema tradizionale nella storia dell’arte. Il suono aveva infatti valenza di preghiera della sera e si sentiva risuonare lungo i dirupi come un legame indissolubile di comunicazione, armonia e quiete.

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MA OGGI QUALE E’ IL DESTINO DELLA MONTAGNA?

Oggi fatta eccezione per alcuni centri turistici di moda, la montagna “vera”, quella dei paesini arroccati sulle alture, si sta spopolando: contrade deserte, cascine abbandonate tra i rovi, ci vivono tenacemente solo i vecchi e alcune famiglie con le donne casalinghe, i bambini si contano sulle dita di una mano. Nei prati inselvatichiti non pascolano più le mandrie, né la fontana della piazza fa sentire il suo gorgoglio, si intravedono qua e là le ultime fienagioni, che gli uomini rastrellano la sera dopo essere risaliti al monte al termine di una giornata di lavoro.

In molti paesini sono stati chiusi la scuola, l’osteria, l’ufficio postale, il negozietto del paese, perfino il parroco giunge da fuori a dire messa. L’analisi non mira a un tentativo inutile di ritornare al passato, ma indubbimanete  ci si chiede perché la montagna stia morendo in questo modo brutale e inarrestabile, anche se ricopre il 64 % del territorio italiano. Non è possibile abbandonare in questo modo i suoi abitanti, considerati di serie B, costretti a far fronte alle emergenze, ai disagi invernali, alle spese per i neonati, alle cure mediche in bassa valle. I trasporti pubblici si riducono, si tagliano le corse e gli orari, aumentano i prezzi dei biglietti, e per i pochi studenti scendere in città ogni mattina all’alba è un pesante prezzo da pagare in nome della cultura e del progresso.

Perciò molte famiglie emigrano, si spostano nei centri abitati a ridosso della città e lassù rimangono ancora una volta le mamme e i papà invecchiati, che piangono nel chiuso delle loro cucine la fine di un mondo.

Ma la voce della montagna deve giungere al cuore di ognuno, per tenere vive le comunità, caparbiamente e instancabilmente, con la fantasia e l’unione, con la collaborazione e la fiducia.

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16 luglio Poieto

Il Gruppo Alpini di Amora al Rifugio Poieto il 16 luglio con Aurora Cantini e il memoriale “Come una fiamma accesa” dedicato ai Combattenti fratelli Carrara di Amora Bassa; accanto all’autrice il coordinatore della Zona 13 signor Vincenzo Carrara.

La decima edizione del concorso letterario

“Salvatore Quasimodo”

per la prima volta a Bergamo

11Nell’ambito della 57 ^ Fiera dei Librai a Bergamo, che quest’anno ha avuto numeri entusiasmanti sia come iniziative correlate che come pubblico e visitatori,  ha avuto grande risalto un evento straordinario: per la prima volta nella sua storia la Cerimonia di Premiazione  del concorso letteraio dedicato a Salvatore Quasimodo, giunto alla sua decima edizione e patrocinato dal figlio Alessandro Quasimodo, ha avuto come scenario il monumentale Quadriportico del Sentierone, annesso ai Padiglioni della Fiera dei Librai.

Proprio il figlio del grande poeta ha chiesto e ottenuto che per questo traguardo del decimo anno fosse scelta una locazione suggestiva e storica, memorabile e affascinante, Bergamo e il Sentierone, Bergamo e il suo Quadriportico secolare.

Bergamo e il suo Sentierone

La famiglia Quasimodo è da sempre legata alla terra di Bergamo, infatti nel paese di Palazzago possiede una dimora di campagna, dove il Poeta Premio Nobel soggiornava spesso e dove lo stesso Alessandro è cresciuto spensierato nei giorni di vacanza. Oggi l’imponente palazzo è sovente aperto da Alessandro alla cittadinanza come sede di iniziative cultuali, rievocazioni, memorie e cerimonie religiose di rilievo.

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Alessandro Quasimodo

L’Associazione Culturale che prende il nome proprio dal poeta Quasimodo da anni porta avanti l’impegno di onorare la parola poetica nella cultura bergamasca e anche quest’anno ha mantenuto fede ai suoi proposti.

Come dice lo Statuto “L’Associazione Culturale Salvatore Quasimodo si propone di perseguire le seguenti finalità: contribuire alla promozione e allo sviluppo della cultura nella realtà territoriale in cui opera, attraverso lo svolgimento di attività dirette sia agli associati che ai non associati e di attività di propaganda e informazione. L’associazione si ispira ai principi della nonviolenza, del rispetto delle differenze, della pluralità delle esperienze culturali, della solidarietà tra le persone, della valorizzazione e tutela dell’ambiente nella ricerca di una società equa, solidale, pluralista.” (dallo Statuto)

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LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

Premiazione X Concorso Letterario

La Giuria, presieduta da Alessandro Quasimodo (figlio del premio Nobel), è composta da cinque esperti, scelti dall’Associazione Culturale Salvatore Quasimodo, tra esponenti locali del mondo della cultura, informazione e docenza scolastica. La loro opera viene svolta nel pieno rispetto delle linee guida dell’Associazione. I nominativi di tutti ci componenti della giuria saranno segnalati sul sito internet dell’Associazione

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Alessandro Quasimodo con alcuni premiati alla X Edizione del concorso letterario dedicato al padre Salvatore, Bergamo

sezione NARRATIVA ADULTI:

1° CLASSIFICATO: Borghi Stefano (Cornaredo, MI) “Il colore del vento”.

2° CLASSIFICATO: Bertolas Lino (Monteforte d’Alpone, VR), “Time”.

3° CLASSIFICATO: Pelosi Michele (Robbiate, LC) “.Eitù”.

SEGNALATO: Redaelli Giulio (Albiate, MB) “Il sogno della bonfanta”.

sezione POESIA ADULTI:

1° CLASSIFICATO: Giacobbi Carlo (Rieti), “Da quali precipizi chiama”.

2° CLASSIFICATO: Lotti Daniele (Codroipo UD) “Un risveglio”.

3° CLASSIFICATO: De Falco Gennaro (Milano) “Via El Alamein 67”.

SEGNALATO: Cantini Aurora (Nembro BG),”La mia casa”.

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Aurora Cantini premiata dal segretario dell’Associazione Culturale Salvatore Quasimodo

 

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