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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Irma Kurti e Aurora Cantini,

voci di donne in poesia a Selvino

Poesia al femminile, ricordi ed emozioni raccontate da voci di donna: a Selvino le poetesse Irma Kurti, albanese residente da 11 anni a Bergamo, e Aurora Cantini, bergamasca doc, hanno aperto il proprio cuore coinvolgendo il numeroso pubblico attraverso la declamazione e l’analisi delle prorpie poesie, da quelle scritte agli inizi della loro carriera, fino alle ultime composizioni, quelle della maturità.

Nel mezzo le storie di due donne, nate entrambe negli Anni Sessanta, estremamaente diverse, con origini quasi agli antipodi, sia come estrazione familiare che come esordio letterario, ma accomunate da un comune progetto di vita, da una comune esigenza dell’anima, un’affinità di intenti e di riflessioni quasi in simbiosi. È stata proprio questa sinergia di cuori, di menti e di talento creativo che le ha portate ad incontrarsi in una delle numerose iniziative letterarie ad Albino nel 2015. Si ritrovarono fin da subito l’una nei versi dell’altra, decidendo di percorrere insieme un tratto di quel cammino in cui credono, per cui lottano quasi quotidianamente, un cammino dove la parola “Poesia” è la sola porta che può aprire il cuore dell’umanità. Ed eccole ora a Selvino, dopo la bella performance a Bergamo nel gennaio 2016.

Le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti a Selvino, con il consigliere Mario Vitali, la vicesindaco Virginia Magoni, Luigi Gandossi e Franca Mismetti della Compagnia Dialettale Città di Albino, che hanno fatto da moderatori all’incontro

Nata a Tirana, all’epoca sotto il regimne dittatoriale, Irma Kurti ha iniziato a scrivere poesie su stimolazione del padre, che la spinse, ancora bambina,  a frequentare il Circolo Letterario di poesia presso la “Casa dei Pionieri”. Il Regime operava un’ attenta e certosina opera di censura sui lavori letterari dei giovani poeti, ma nonostante ciò il talento della Kurti emerse ben presto in tutto il suo valore.

Per la Cantini, nata in Valle Seriana, la poesia fu una scoperta autodidatta. A sei anni già componeva a voce piccoli abbozzi di poesia osservando  i fiocchi di neve volteggiare come diafane ballerine. La natura, i prati su cui correva o su cui si distendeva, le fronde amorevoli degli alberi del bosco, hanno fatto da motivo ispiratore alle prime poesie, pubblicate fin dall’adolescenza.

Insieme la scoperta di modelli letterari univoci, come Emily Dickinson, Puskin, Pablo Neruda, le sorelle Bronte… Modelli che hanno ispirato e influenzato entrambe durante il periodo dell’adolescenza.

Il pubblico a Selvino per le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti

Nel corso del tempo sono cambiati i motivi ispiratori, i temi e i contenuti della loro poetica, considerata da entrambe un “Bisogno dell’anima a cui non ci si può sottrarre”, ma nonostante  i disegni della vita abbiamo condotto la Cantini e la Kurti lungo strade diverse, è rimasta indissolubile l’affinità verso temi particolarmente cari ad entrambe: la figura del padre, la nostalgia, il dolore, le problematiche sociali, la poesia civile, i rapporti con le persone, l’amore.

“È avvenuto un ampliamento dei temi ed entrambe siamo liete che ciò si avvenuto in modo naturale, grazie alla maturità e alle esperienze di vita.”

Di tutto ciò le due poetesse hanno raccontato a Selvino, in una sala ricolma all’inverosimile. Su tutto l’amore verso la propria terra, culla e radice a cui sempre tornare.

Aurora Cantini e Irma Kurti con Franca Mismetti che le ha presentate e Luigi Gandossi che ha raccontato la loro storia

 

Dalla Cornagera alle Dolomiti con il Cristo Pensante

Locandina serata ad Aviatico Pino Dellasega e Aurora Cantini

Per una sera il piccolo paese di Aviatico, sotto il Monte Cornagera, è diventato scenario per un cammino virtuale di fede, devozioni popolari, ricordi e racconti che uniscono idealmente il piccolo triangolo dolomitico bergamasco alle sorelle più famose, le Dolomiti.

Comune denominatore il Cristo Pensante, una scultura alta circa due metri, che l’alpinista, scrittore e camminatore Pino Dellasega ha voluto posizionare sulla vetta del Monte Castellazzo, teatro di alcune delle più atroci e sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale, luogo quasi sacro e mistico dove caddero migliaia di giovani ragazzi, che mai più ritornarono a casa, immolati sull’altare dell’Eternità.

“Il Cristo è rappresentato seduto su di un masso che sta pensando, con la mano sinistra appoggiata sul ginocchio e con il palmo della mano  sostiene il viso. Il suo viso è sofferente e preoccupato e tiene gli occhi chiusi. Sulla testa è posata la corona di spine della sofferenza ed è stata confenzionata con del filo spinato della Grande Guerra raccolto in parte sullo stesso monte e in parte a Malga Valazza al Passo del Valles.

Il Cristo Pensante

Una corona di spine che ha un grande significato umano e un ricordo indelebile per tutti i giovani che tra il 1915 e il 1918 si sono sacrificati per la difesa della Patria, sia di parte Italiana che Austriaca. Un Cristo e una corona di spine che finalmente li riafratella.

Il peso del Cristo pensante è di 20 quintali e la sua altezza di circa 180 cm. Sotto il Cristo pensante, in un’apposita teca sono racchiusi i simboli dei luoghi più sacri del Mondo, dall’acqua della sorgente di Lourdes, alla terra e alle pietre di Gerusalemme, del Lago di Getsemani, del Colosseo luogo di martirio di molti cristiano, di Chestochova, di San Giovanni Rotondo e Pietrelcina, e l’elce della Cova da Iria a Fatima.

Sulla base del Cristo Pensante è stata posta una lastra di ferro corten con la scritta ottonata: “TROVA IL TEMPO DI PENSARE, TROVA IL TEMPO DI PREGARE, TROVA IL TEMPO DI SORRIDERE“, parole di Madre Teresa di Calcutta.” (fonte Trekking del Cristo Pensante)

Pino Dellasega è stato ospite ad Aviatico per raccontare la storia legata a questa statua e in particolare il Trekking del Cristo Pensante, un itinerario escursionistico ideato e curato proprio dall’alpinista, ex Fiamme Gialle. Migliaia di pellegrini ogni anno salgono al Cristo come devozione e tenace spiritualità.

Aurora Cantini e Pino Dellasega ad Aviatico

Insieme al Campione italiano di Orientering e fondatore della Scuola Nordic Walking, anche Aurora Cantini, che ha accompagnato il pubbblico numerosissimo in un viaggio del cuore legato alla montagna. Attraverso numerose immagini la Cantini ha narrato il Cuore della Cornagera e l’antica devozione di San Rocco e la peste manzoniana, che per prodigio miracoloso, con invocazione alla Madonna del Rosario, non ha colpito gli abitanti di Aviatico, nascosti nella Cornagera.

Pino Dellasega e Aurora Cantini ad Aviatico

Il tributo alle Dolomiti e al Centenario dalla Grande guerra è stato dato dalla Cantini attraverso l’omaggio profondo ai Caduti di Aviatico. Nessuno dei venti Caduti riposa oggi nei cimiterini dei 4 paesi (Ganda, Amora, Ama, Aviatico) che compongono il territorio. Anche i due che morirono a casa non hanno più una tomba, scomparsi dal cimitero.

Il Bòcia e il Vecio tra i Caduti di Aviatico, frazione Ganda

La maggior parte è rimasta lassù, tra le rocce, o in piccoli camposanti di montagna, oppure nei Sacrari costruiti negli Anni Trenta. Tanti morirono lontano, uno addirittura in Libia il 19 giugno 1915, uno dei primi soldati bergamaschi a cadere. La maggior parte erano giovanissimi, ben 14 erano di un’età compresa tra i 19 e i 30 anni. Accanto ad essi anche tre veterani, delle classi più vecchie, nati nel 1874 e 1877.

Eppure la Cornagera culla ancora e sempre quei giovani cuori indomiti di giovinezza, le voci degli antichi abitanti di questa terra riempiono il cuore di chi ascolta ancor ala montagna. ed e lì che si capisce di non essere più soli, né inquieti. La sua parola dà voce ai sentimenti legati ad un mondo in cui la vita è ogni giorno una lotta, da condurre fino in fondo, senza autocommiserazioni. Solo con la forza di andare avanti, senza fermarsi, in un perenne cammino verso la Luce.

La Cornagera e i suoi fiori tenaci, foto di Oscar Carrara

“Forse sarei più sola

Senza la mia solitudine”

(Emily Dickinson)

http://www.artspecialday.com/9art/2017/05/15/emily-dickinson-solitudine/

È una delle poesie più brevi di Emily Dickinson, la grande poetessa americana, nata ad Amherst, Massachussets, il 10 dicembre 1830, e morta, sempre ad Amherst, il 15 maggio 1886. Nel leggere i pochi versi la prima cosa che ci avvolge è la sensazione di un prato mosso dal vento, saranno le tante S, allitterazioni morbide e rotonde che evocano il leggero fruscio del vento, saranno le parole sola – solitudine che fanno pensare al sole, ad una giornata luminosa, tersa, azzurra… e quindi un prato, con l’erba mossa dal vento, accarezzata come una persona cara. E già qui è sentirsi parte di un tutt’uno, di un’immensità. Non c’è tristezza in quei versi, né malinconia, semmai la gioia di amarsi, di vivere con sé come se fosse uno specchio in cui l’altro si può tuffare.

Sarà che io fin da bambina ho provato, senza saperlo, quella stessa solitudine, quando abbandonavo i giochi rumorosi dei cugini in piazza o in cortile e me ne andavo nei boschi a camminare lungo i sentieri, solo io e la mia ombra, l’altra me, la mia gemella dentro di me. Avevo otto o nove anni,  ma chissà cosa meditavo, cosa pensavo quando mi staccavo dagli altri, dal gruppo, per starmene un  po’ da sola, quando mi intrufolavo nel sottobosco parlando da sola, sussurrandomi storie e canzoncine inventate, quando parlavo ad immaginari personaggi e creavo storie e avventure. Stavo via delle ore, fino al crepuscolo, salendo la montagna lungo la ripa del torrente, seguendo i sentieri dei cacciatori e dei boscaioli, in alto, in alto, fino alle cascate. Cantavo e gridavo, ripetevo l’eco, saltellavo e piroettavo, poi mi sdraiavo sul prato di una radura.

https://acolazionenonsiparla.com/2016/02/22/io-viaggio-da-sola-libro/

Ero sola, ma non in solitudine. Ero una bambina, ero felice. La brezza sussurrava il mio nome, tanti nomi, quelli che conoscevo e quelli che sognavo, le foglie e i rami disegnavano volti che mi sorridevano, che vegliavano su di me, volti che conoscevo e volti che sognavo. I fiori assomigliavano a piccoli cuori di vita, un battito dopo l’altro, disposti così sparsi, lontani eppur vicini, come una famiglia, come tanti piccoli cuori umani, insieme, anche se ognuno solo con i suoi petali e i suoi colori. In quella solitudine io mi sentivo accolta, afferrata, completata e rinata.

Altopiano di Ganda, fotografia di Oscar Carrara

Altopiano di Ganda, fotografia di Oscar Carrara

Oggi invece il mondo è solo, soffre la solitudine. Ne è piegato, schiacciato, spezzato. Ne ha paura.

Emily Dickinson in un’altra poesia, scritta nel 1865, numerata F1091,  scrisse:

“Possedere nell’Anima l’Arte
D’intrattenere l’Anima
Col Silenzio come Compagnia
E in continua Festa”

Io ho avuto quel grande, unico e stupendo privilegio: crescere cullata dalla solitudine, coccolata dal silenzio, amata da quelle lunghe ore tutte mie, da riempire con me stessa, con il mio io, con la mia compagnia.

Ringrazio mio padre e mia madre, che non mi hanno mai impedito di vivere quella mia solitudine. Semplicemente mi attendevano, sapevano che ne avevo bisogno, che era essere  me stessa quel mio strano fuggire via.

Non sono mai venuti a cercarmi, nemmeno quando pioveva, o quando  mi attardavo tra le rocce e le ombre della sera scendevano dalla montagna, nemmeno quando c’era la neve, o faceva freddo. Si fidavano e basta.

Oggi c’è la paura che attanaglia i pensieri di un genitore, l’ansia di riempire il silenzio ad ogni costo, l’angoscia di allontanare la solitudine dai propri figli, vista come qualcosa di maligno, scuro, cattivo. E allora tutti a chattare, a digitare sullo smartphone, a partecipare a piazze virtuali. Tutti a fare rumore, ognuno chino sulla sua finestra, ognuno isolato da chi è vicino. Ognuno con gli occhi bassi, pe rnon incrociare quelli del vicino, sconosciuto.

Eppure solo stando con noi stessi, nel nostro cantuccio caldo e calmo, nel nostro prato accarezzato da una leggera brezza riusciamo ad assaporare e a gustare la vita. Per vivere una solitudine che rallegra l’anima. Con il silenzio come compagnia, dobbiamo ritrovare nell’intimo dell’anima l’arte di rallegrare l’anima. Solo così riscopriremo il valore di una parola amica, di un sorriso, di una mano che ci sostiene, che ci toglie dalle spalle i pesi della giornata quotidina, che ci accompagna, che ci scalda. E impareremo di nuovo a volare, come una libellula che tende le ali azzurre verso il cielo, sfiorando i petali di un fiore, facendolo dondolare lievemente, come un accordo di musica che solo noi, nel nostro intimo, riusciamo ad ascoltare. E sarà “una continua festa”.

L’azzurro oltre le foglie:

racconti e poesie di vita attraverso le fatiche

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Premio letterario dell’Associazione Palma

Quando l’uomo è sopraffatto dal dolore più grande, soverchiato e schiacciato dalle prove della vita, struggente e desolato è il suo lamento, senza requie. Da millenni l’umanità eleva al cielo il suo pianto, trovando consolazione e rifugio nel raccoglimento. Da millenni la parola poesia scaturisce spontanea dal cuore trafitto, e sembra più leggero il buio, più umano il tormento.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma per la cura del dolore al fine di estendere la conoscenza dell’attività che svolge e di promuovere il valore e la funzione della scrittura e della lettura, ha lanciato per la prima volta un premio letterario rivolto ai racconti inediti e alla poesia dal titolo “L’azzurro oltre le foglie: racconti e poesie di vita attraverso le fatiche”.

Un vero e proprio concorso, a iscrizione gratuita, rivolto a chi ha il desiderio, attraverso la scrittura, di trasmettere e condividere messaggi di speranza che vanno oltre le fatiche fisiche e psicologiche che a volte la vita ci costringe ad affrontare. I racconti e le poesie sono stati valutati da una giuria di professionisti composta da Maria Castelli (Presidente e giornalista), Katia Trinca Colonel (giornalista de Il Corriere di Como), Mauro Fogliaresi (scrittore e poeta) Giovanni Magatti (responsabile libreria Feltrinelli di Como), Antonella Grignola (docente di italiano e latino, Liceo Teresa Ciceri) Angelo Palma (Presidente Associazione Palma).

-L’idea di promuovere un premio letterario- spiega il Presidente dell’Associazione Antonio e Luigi Palma, dottore Angelo Palma -deriva dall’attività quotidiana dei numerosi operatori, medici, infermieri, psicologi, e dalla loro esperienza a contatto con i pazienti e con i loro familiari, che sentono il bisogno di condividere con altre perosne vicine il proprio stato d’animo, la propria sofferenza, ma anche l’ansia della speranza e l’anelito al cambiamento.

Ora, il mezzo per trasferire questi stati d’animo, soprattutto dei familiari dei pazienti, è lo scritto, infatti lo scrivere permette di esprimere sentimenti, emozioni ed esperienze che possono sgorgare “dall’azzurro oltre le foglie”.-

Dice la Presidente di Giuria Maria Castelli: “Ben duecentoventisette opere hanno partecipato al concorso e le migliori sono state pubblicate nell’antologia “L’azzurro oltre le foglie” per Dominioni Editore. Tutte accomunate da quel filo di cuore, quel filo di affanno e quel filo di sogno che legano le parole. Tutte le parole e tutte le pagine. Scan

Il soffio dell’umanità esce dalle opere esaminate: è questo il messaggio. Soffiano esperienze umane, storie umane della vita quotidiana nascosta dietro le foglie della conoscenza pubblica. Umane come è umano il dolore e come è umana la solidarietà , come è umano il bisogno di aggrapparsi al bene, a ciò che si alza oltre la voragine della vita.

Il tema era la sfida al dolore, al male e non c’è solo la malattia, c’è anche l’ingiustizia, la povertà e poi la violenza, c’è anche l’amore deluso e disilluso e questi argomenti sono stati affrontati tutti, a volte con un scrittura sofferta e singhiozzante e inoltrati nello spiraglio finale che dice “Non tutto è perduto”, cioè, “c’è azzurro oltre le foglie”.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma per la cura del dolore onlus, senza fini di lucro, è nata a Como nel 1992 per perpetuare la memoria di due benemeriti professionisti Antonio e Luigi Palma. L’Associazione offre assistenza e cura gratuita alle persone affette da tumore maligno in fase avanzata presso il loro domicilio, mediante l’intervento di un’equipe di medici, infermieri, psicologi e volontari qualificati per il supporto al malato e alla sua famiglia. In particolare, l’Associazione garantisce interventi specifici di terapia del dolore e medicina palliativa, assistenza infermieristica specialistica e supporto al malato e alla sua famiglia, volto al sostegno psicologico e al mantenimento di un’adeguata qualità di vita.”

Tra le poesie premiate anche “Anniversario Sciesopoli” dedicata agli 800 bambini ebrei scampati ai campi di concentramento e accolti a Selvino dal 1945 al 1948.

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Anniversario Sciesopoli, poesia di Aurora Cantini

“Parole davanti al fuoco”

ad Aviatico

una serata con l’autrice Aurora Cantini

0 LOCANDINA serata Parole davanti al fuoco“In compagnia della scrittrice Aurora Cantini alla scoperta di tradizioni e narrazioni poetiche del territorio di montagna nel magico periodo invernale.

Una serata di fotografie e racconti, storie, poesie e oggetti in mostra che raccontano la terra di Aviatico e le sue frazioni (Ganda, Ama, Amora), la sua gente, il suo mondo a tema invernale
Sala Civica via Chiesa Aviatico

Parole davanti al fuoco su facebook

Questi sono giorni quasi leggeri, pieni di magie, di attese, come la Notte di Santa Lucia, su  tutto predomina il rosso come il fuoco che scalda, tramonti luminosi, luce che incanta. Solo per una notte ci sembra quasi di udire un leggero sospiro nel vento, per chi sa ascoltare. E la notte si fa magica…

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Un tempo l’acqua presa a Mezzanotte era considerata benedetta perché a quell’ora fu lavato il piccolo Gesù appena nato. A Mezzanotte ci si bagnava con quest’acqua e si benediceva anche il bestiame come protezione, recitando il Credo. Anche i ceppi carbonizzati del fuoco del camino erano considerati talismani e il fuoco di quella Notte era considerato Benedetto. Con i tizzoni ardenti della Notte si accendeva il fuoco in cucina, passandoli casa per casa.

La stalla era il luogo di convegno dei contadini durante l’inverno. In quell’ambiente dove il calduccio era protettivo e odoroso, nella penombra inquietante di un lumicino a olio, donne, uomini, bambini partecipavano a veglie comunitarie. Le donne filavano o cucivano, gli uomini giocavano o discorrevano delle loro occupazioni campestri o delle novità del paese. I bambini stavano sulle ginocchia del papà o dello zio e ascoltavano gli emigranti ritornati in occasione delle feste. Uno dei divertimenti prediletti era la narrazione di storie, quelle che mettevano i “sgrisoi” e tenevano svegli la notte: parlavano di morti che ritornavano tra i vivi e anime maledette. Altri episodi narravano di cimiteri e morti nascosti dietro il cancello che chiamavano le fanciulle con appuntamenti a mezzanotte. Un fatto che sconvolgeva moltissimo i bambini era ciò che gli adulti raccontavano succedesse nel cimitero: sferragliare di catene, cigolare di cardini, fischiare tra le mura. Perciò transitarci davanti, tappa obbligatoria lungo la mulattiera, richiedeva sguardi guardinghi e passo svelto.

Tante le storie, tanti i ricordi: Il Vescovo in bidonvia

Un tempo in inverno si celebravano i matrimoni. Celebrare matrimoni in inverno, soprattutto a gennaio e febbraio, non era una novità: questa era la stagione nella quale i giovani emigranti all’estero, grazie a una minor frequenza di lavori all’aperto, potevano ritornare al paese e ne approfittavano per sposarsi o per partecipare al matrimonio di un familiare.

32a Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì, anno 1967

Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì mentre sale verso la chiesa, anno 1967

Quello che spiccava era la sposa nel suo vestito bianco al ginocchio, con le scarpette bianche che affondavano nella fanghiglia o nella neve ai lati della mulattiera. Sembrava quasi di vetro, una bambolina di ghiaccio che spiccava sul bianco, bianche le mani, il viso, il vapore dell’aria gelida, il cielo.

L’inverno sulle montagne evoca anche ricordi perduti, tragedie mai dimenticate: Lettere dal fronte della Prima Guerra Mondiale

Migliaia di ragazzi lasciarono le loro case e tante famiglie delle nostre contrade trascorsero i giorni del Natale in ansia, chissà con quale pena, con quale tristezza, con quale sgomento e paura.

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E poi il lamento struggente verso i tanti Dispersi nella gelida terra di Russia: Dal freddo inverno russo la Madonna del Don

Storie di montagna, di ieri e di oggi, storie di vita.

L’ARTICOLO

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Su L’Eco di Bergamo la notizia della serata

LA FOTOGALLERY DELL’EVENTO

Momenti…

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… e oggetti

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Le donne senza più patria raccontate in poesia

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A Treviglio, nell’ambito nella Tredicesima Edizione del concorso nazionale di Poesia “Enrico Brianza” organizzato da ANTEAS (Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà) è stata premiata la poesia dedicata a tutte le donne senza più patria tratte in salvo dal mare, assistite dai soccorritori, dal titolo “Sono una foglia su una zattera” di Aurora Cantini, che si è classificata seconda.

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Motivazione della Giuria per la poesia di Aurora Cantini

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

“L’attualità del contenuto e il linguaggio poetico, intriso di immagini forti, incalzanti e di riferimenti all’intimità del quotidiano, offrono al lettore lo spunto per riflettere sul valore della vita, fragile ma preziosa, e sul significato della fratellanza”

Tantissime donne, molte con i figlioletti in braccio o attaccati alle giacche, intraprendono la via del mare per fuggire alle guerre, alle carestie, alle persecuzioni, alla miseria.
Tanti, troppi bambini sono morti in questi ultimi mesi, tante, troppe donne sono scomparse sui barconi della morte, gettate fuori bordo, lasciate annegate nelle gelide acque, avvolte dai loro veli, come un sudario che le ha imprigionate. Le infinite stragi del mare

LA POESIA PREMIATA

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LA TESTIMONIANZA DI UN SOCCORRITORE

“Se non li vedi non puoi capire. Quegli enormi laghi neri e profondi che sono gli occhi dei bambini, la dignità di una donna che nonostante tutto tenta di lavarsi con una salviettina profumata, un ragazzo che tiene per mano l’amico con la gamba fratturata, il sapore del sale acre sulle labbra, il sudore, l’odore del ferro e l’odore della morte di quel momento di tragica stasi e di silenzio al passaggio dei sacchi neri pieni di corpi, di persone, di sogni, di speranze, di popoli. Siamo ospiti, ospiti di questo mondo, non proprietari.” (Fonte: E Liberali Dal Mare)

LA PREMIAZIONE

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Aurora Cantini premiata a Treviglio

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I Premiati della 13^ edizione del concorso nazionale di poesia “Enrico Brianza” ANTEAS Treviglio

DONNE SENZA PIÙ PATRIA

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Il 60% dei rifugiati e migranti sono donne e bambini

Victor Hugo e il suo struggente

lamento per la figlia perduta

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Leopoldine Hugo

Testo in lingua originale: Demain dès l’aube, de Victor Hugo

Domani, all’alba

Domani, all’alba, quando imbianca la campagna

io partirò. Lo vedi, so bene che m’attendi.

Andrò per la foresta, andrò per la montagna.

Non posso stare ancora a te così distante.

Camminerò, lo sguardo intento ai miei pensieri,

senza vedere niente, senza ascoltare suoni,

ignoto, solitario, mani incrociate, chino,

triste, e per me la luce sarà come la notte.

Non guarderò né l’oro del giorno che declina,

né i veli che ad Harfleur cadono di lontano,

e, giunto in tua presenza, poserò sulla tomba

un mazzo d’agrifoglio e l’erica fiorita.

(Traduzione di Andrea Giampietro)

Un padre che perde la figlia primogenita, un uomo che attraverso la parola lancia il suo lamento al Cielo, disperato, unico, inafferrabile. Il grande autore del dramma immortale come lo sono I Miserabili supera il tempo per trafiggere il cuore di chi ha perduto una persona cara e sente straziante la ferita che mai si rimargina.

Nata nel 1824, Leopoldine portava il nome del nonno paterno, Leopold Hugo. Era una gioia per il papà Victor Hugo vederla crescere, unica sua farfalla, unico suo splendore.
Aveva diciannove anni, quando, nel febbraio 1843, andò sposa a un giovanotto  del quale la ragazza era follemente innamorata da quando aveva 15 anni. Vivevano sulla riva destra della Senna, felici come lo sono tutte le giovani coppie vibranti d’amore.

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La corona del matrimonio di Leopoldine Hugo, Museo Casa di Victor Hugo http://maisonsvictorhugo.paris.fr/en/work/leopoldine-hugos-wedding-wreath-1843

Nell’estate del 1843 Victor Hugo,  prima di partire per la Spagna per qualche giorno di riposo, andò a salutare l’amata figlia: da tre mesi aspettava un bambino e la sua felicità le illuminava gli occhi e il cuore come un gioiello prezioso. Un momento di pura e intima fusione con il papà, che non si stancava di ammirare quel suo giglio perfetto e puro.

Leopoldine aveva promesso al padre che, se fosse stato un maschio, gli avrebbe dato il suo nome.
Eppure… quel giorno Leopoldine non voleva staccarsi dal papà, addirittura lo implorò di non partire.
Un doloroso senso di distacco, di perdita offuscò il dolce viso della ragazza, e anche il padre sentì opprimente un senso di profonda angoscia che rese la partenza estremamente agitata. Il viaggio non riuscì a scacciare un pesante senso di oppressione e di presentimento che rendevano le notti dell’autore estremamente inquiete.
Rientrato in Francia, la mattina del 9 settembre 1843 Victor Hugo si fermò in un caffè di Rochefort, per rifocillarsi e leggere qualche giornale.
Come scrive il sito Penna d’autore: “…E fu a quel punto che il pungente turbamento che lo aveva accompagnato durante le vacanze si cristallizzò in una notizia assurda, devastante.
Aperto un giornale, Hugo sbottò in un’angosciosa esclamazione: “È terribile!” e rimase pietrificato, esterrefatto.
Il quotidiano riportava la notizia dell’improvvisa morte della sua Leopoldine e del genero, annegati nella Senna cinque giorni prima.
“Leopoldine Hugo se noie à Villequier avec son mari”, titolava il giornale.
Oltre che al suo ostinato turbamento quella ferale notizia suggeriva un’amarissima spiegazione al tetro presentimento che aveva attanagliato la figlia nel momento del distacco da lui.
Era successo che Leopoldine aveva voluto fare una gita in barca, ma un improvviso colpo di vento aveva fatto rovesciare la piccola imbarcazione, facendo cadere in acqua lei ed il marito, il quale, abile nuotatore, aveva cercato di trarre in salvo la moglie, ma lei, presa dal terrore, non voleva staccare le mani dalla chiglia ormai capovolta.
Charles, resosi conto che non sarebbe riuscito a farle allentare la presa, s’era lasciato colare a picco insieme con la moglie.
Gli sventurati coniugi furono sepolti in un’unica bara, nel piccolo cimitero della città dove si erano stabiliti, Villequier.

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leopoldine_HUGO_et_son_mari https://www.landrucimetieres.fr/spip/spip.php?article1970

Victor Hugo fu sopraffatto da un dolore indescrivibile, con una notevole componente di rimorso: si domandava, con lancinante insistenza, se per caso non dovesse pagare per non essere rimasto accanto alla figlia.
Da allora ogni anno, nella mesta ricorrenza del decesso di Leopoldine, al riaprirsi, cioè, di una ferita difficilmente rimarginabile, il grande scrittore compiva un pellegrinaggio nella cittadina di Villequier e quando, a causa del forzato esilio a Guernesey (Belgio), scattato l’11 dicembre 1851, ciò non fu più possibile, vi ritornava con la mente e coi versi.
Ritornato in patria il 5 settembre 1870, Hugo riprese la via crucis, che lo conduceva al cimitero vicino alla Senna, dove riposava per sempre la primogenita.
L’eco appassionata e commovente del suo tenacissimo attaccamento alla ragazza, repentinamente strappatagli da un crudele destino, vibra nella seconda parte di Le Contemplazioni (1856), il capolavoro lirico dello scrittore francese, il quale nella breve prefazione aveva scritto: “Un abisso separa le due parti di questo libro: una tomba”, ovviamente quella della sua Didine.
La sezione del libro dedicato alla figlia contiene i versi ispiratigli dalla morte di lei e degli anniversari di quella tragedia.
Si tratta indubbiamente delle più belle poesie sgorgate dalla penna di un padre.
Si racconta che Hugo, il quale aveva il pallino dell’occultismo, riusciva spesso, nel corso di sedute spiritiche, a mettersi in contatto con l’anima dell’amatissima Didine e a colloquiare con lei, estremo suggello di un legame affettivo che la morte della ragazza – lungi dall’aver affievolito – aveva oltremodo corroborato, portandolo quasi ad un livello ascetico.”

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Nulla più si può aggiungere alla forza dirompente e terribile di un uomo che ha perso l’unica certezza d’immortalità, l’amore più grande, il più innocente, l’unico al di sopra di ogni sospetto. Un padre che ha perso il proprio figlio.

L’ALTRA FIGLIA, ADÈLE

Adèle, la figlia del Poeta
a cura di Andrea Giampietro

A mia figlia Adele

Bambina, mi dormivi accanto, fresca e rosea,
come un piccolo Cristo sopito nel presepe;
era il tuo puro sonno così calmo e incantato
che non udisti il canto dell’uccello nell’ombra;
pensieroso, aspiravo tutto il dolce mistero
del nero firmamento.

Ed ascoltavo gli angeli volare sul tuo capo,
guardandoti dormire; e sopra le tue fasce
sfogliavo lievemente gelsomini e garofani;
e, vigile, pregavo, sulle tue chiuse palpebre;
e gli occhi mi bagnava la sola idea di cosa
la notte ci riserva.

Un giorno sarà il turno per me riposare;
il letto fatto d’ombra sarà così tremendo
che più non sentirò il canto dell’uccello,
la notte sarà nera; allora, mia colomba,
in pianto, preci e fiori, rendimi sulla tomba

quanto alla culla diedi.

(traduzione di Andrea Giampietro)

 

Il respiro della Natura nella poesia di Aurora Cantini

Posted by Maria Grazia Porceddu per Sannio Life, News dalla Provincia di Benevento

Sanniolife.it

Radura d'inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Radura d’inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

“L’arte – scriveva Marina Cvetaeva – è la natura stessa. Non cercate nell’arte altre leggi che non siano le sue.”

Leggendo la raccolta di poesia di Aurora Cantini, Oltre la curva del tramonto (LietoColle), pare si percepisca una sorta di fedeltà al pensiero della grande poetessa. Tutto questo lo si intuisce già leggendo ciò che la Cantini scrive nella nota introduttiva:

“Sono legata alla mia terra di montagna come una radice sospesa, la sento vibrare in me in ogni respiro di vento, in ogni scricchiolare di foglia, in ogni sentiero nascosto.
Ho ascoltato le poesie degli alberi frondosi che muovendosi nel dolce tramonto estivo cullavano i miei sogni bambini, o quando, carichi di neve, svettavano al cielo e mi portavano fin lassù, nell’azzurro, con le loro lunghe dita di diamanti.

Mi raccontavano, mi consolavano, mi inebriavano di vita. Mi amavano teneramente, silenziosamente e per sempre, portandomi oltre la curva del tramonto, fino a raggiungere le stelle.”

Tramonto d'inverno sull'Altopiano Selvino Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Tramonto d’inverno sull’Altopiano Selvino Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Ma è pur vero che chi ama la poesia cerca in ogni verso che legge un po’ di se stesso. Quindi, lasciando parlare la poesia di Aurora Cantini per qualche istante, di sicuro in qualche lettore vicino alla sua anima, risveglieremo il desiderio di attraversare con lo sguardo, pagina dopo pagina, questa silloge:

Mi chiedo se davvero/ Non te ne sei mai andato/ O se in realtà mi chiami/ Ma io non ascolto,/ Cuore senza voce/ parole senza lettere/ Preghiere senza lacrime (…)”

LietoColle Editore

Oltre la curva del tramonto

Medaglia d’oro alla poesia dedicata

al giovane alpino bergamasco Caduto nella Grande Guerra

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Diploma seconda classificata alla poesia “Come una fiamma accesa” di Aurora Cantini, Bardineto (SV) 3 settembre 2016

La poesia “Come una Fiamma accesa” che dà il titolo al memoriale dedicato ai 5 fratelli Carrara di Amora Bassa (Aviatico – Bergamo) Combattenti e Caduti nella Prima Guerra Mondiale ha ricevuto la Medaglia d’oro alla 15^ edizione del Premio Nazionale di Poesia “Italo Carretto” a Bardineto, in provincia di Savona.

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La medaglia d’oro alla poesia “come una fiamma accesa” di Aurora Cantini dedicata al giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara Caduto sul Cukla-Rombon il 2 agosto 1916 a vent’anni e mai più riportato a casa.

LA POESIA

“Come una fiamma accesa”

La poesia è dedicata in particolare ad uno dei più giovani dei 5 fratelli bergamaschi, il giovane alpino Fermo Antonio Carrara, Disperso sul Monte Cukla Rombon il 2 agosto 1916 a 20 anni, durante missione notturna in cordata, fatta uscire allo scopo di trovare una via di arrampicata sul retro del Rombon, quota 2105, in quei giorni in mano agli Austriaci. Furono selezionati sette “scalatori provetti” (così ingiunse il comando da Torino) di quella “ardita pattuglia” come si legge sui Diari Storici dei Battaglioni depositati nell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, scoperti tra oltre 2.500 pagine dal signor Massimo Peloia del Gruppo Alpini di Saronno a giugno di quest’anno.

Rientrarono sul far dell’alba senza aver trovato alcun passaggio, nè fenditura, nè possibile via di accesso. Ma avevano perso un compagno. Non avendo luci né torce non erano riusciti  localizzarlo, per questo nei giorni successivi vennero fatte uscite varie pattuglie per cercarlo. Dovettero arrendersi alle impervie e insuperabili difficoltà create dalle pareti a strapiombo, dai profondi crepacci, dalle abissali voragini che avevano fatto del gruppo del Rombon uno dei punti più pericolosi dell’intero fronte alpino di guerra. Il giovane soldatino Fermo Antonio giace ancora oggi tra le rocce del Rombon.

Carrara Fermo Antonio con la divisa da alpino

Carrara Fermo Antonio con la divisa da alpino

MOTIVAZIONE PER LA POESIA

“Come una fiamma accesa”

In questa commossa elegia, scritta in memoria del giovane alpino Fermo Antonio Carrara caduto nella guerra ’15-’18, bene ha fatto la poetessa a dare la parola a lui, al Soldato, il cui canto “sommesso, perduto nel silenzio”, trova il suo affondo nei versi “di me non è rimasta neanche un’impronta  sul nevaio battuto dal vento, (…), solo un cippo imbiancato dal tempo, (…), della mia vita di ragazzo di montagna non è rimasta nemmeno una croce”. La lirica si stempera in un fraseggio denso di nostalgia “per i giorni leggeri lungo i pendii della valle”, ma infine, ecco, l’affrancamento dal rimpianto e dal dolore attraverso la forza della parola poetica: “Il mio nome è fiamma accesa che scalda la memoria”, dove la potenza salvifica della poesia assegna alla memoria il compito di trascendere la morte, facendo rivivere questo giovane soldato, ormai per noi un eroico fratello. Quel fratello che abbiamo conosciuto solo ora, ma che, come recita il suo nome, è tuttora “Fermo” nei suoi meravigliosi vent’anni donati alla Patria. Ma “Fermo” anche, e per sempre, nel nostro cuore, grazie a questi indimenticabili versi.

Bardineto 3 settembre 2016

Per la Giuria Franca Maria Ferraris

LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

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Aurora Cantini premiata con la Medaglia d’oro insieme al sindaco di Bardineto Franca Mattiauda, (a sinistra), al Capogruppo alpini di Bardineto e alla signora Ines Gastaldi, moglie del poeta Italo Carretto.

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Aurora Cantini legge la poesia “Come una fiamma accesa” Medaglia d’oro alla 15^ edizione del Premio Nazionale di poesia “Italo Carretto” a Bardineto, Savona, 3 settembre 2016.

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Nicola Cilenti,

il cantore lucano che scrisse l'”Ode ad Amora”,

il minuscolo paesino arroccato sulle Prealpi Bergamasche

Foto di Giorgio Fossati, Amora vista da Bondo Petello

Foto di Giorgio Fossati, Amora vista da Bondo Petello

Il minuscolo paesino di Amora, una delle frazioni che compongono il Comune di Aviatico, sull’Altopiano di Selvino, Orobie Bergamasche, è rinomato per essere un belvedere che dà sulla Media Valle Seriana, in un abbraccio ideale a 360 gradi. Sembra davvero di toccare il cielo con un dito, afferrarlo e racchiudere nel cuore quel suo azzurro intenso, quasi diamantino, che brilla nelle giornate terse di primavera.

Tra le sue storie più significative vi è senz’altro la vicenda dei fratelli Carrara, Combattenti e Caduti nella Grande Guerra, nati nella contrada di Amora Bassa. Accanto agli eroici fratelli spicca la mistica storia dell’esile fratino questuante Fra Pacifico da Amora, (1883 – 1937) morto in odore di santità dopo una vita trascorsa percorrendo ogni giorno a piedi centinaia e centinaia di chilometri lungo le vie dell’Italia settentrionale e fino oltre confine.

Il paesino di Amora è stato decantato anche in poesia, attraverso quelli che un tempo erano detti “sonetti”: a Bergamo intorno al 1950 giunse dalla Basilicata il cantore di Lavello, Nicola Cilenti, (1883 – 1967) già famoso nella Lucania per i suoi componimenti poetici e le sue pubblicazioni. Intendeva  partecipare agli eventi letterari del momento, tra cui il rinomato Premio Nazionale di Poesia Città di Bergamo (oggi scomparso).

Nei giorni di permanenza in città si dedicò a visitare le meraviglie del posto e in una delle sue escursioni salì fino ad Amora seguendo la mulattiera da Albino (la Via Mercatorum). Conquistato dalla bellezza del paesino a strapiombo sulla valle in un aperto scenario naturale, scrisse un’Ode, pubblicata sulla rivista “ProAlbino” nel 1955.

ODE AD AMORA

La poesia ODE DI AMORA, di Nicola Cilenti

La poesia ODE DI AMORA, di Nicola Cilenti

“Sono figlia di Aviatico e su Albino mi affaccio, dominante: sono Amora.

Piccola e luminosa, come aurora risplendo, dentro raggi d’oro fino.

Trecent’anime ho in me, vive tutt’ora, trecento voci sole,

ma vicino m’è la Grazia di Dio e m’incammino a diventare

più splendida dimora.

Sotto il segno d’amor fui battezzata e in luce d’amor voglio restare presso la cara gente che m’è nata.

Piccola son, ma già così felice, e voglio ancora crescer

per donare altro amore ad ognun ch’è a me s’addice.”

Nicola Cilenti

Amora, 1971

Amora, 1971

NICOLA CILENTI, IL CANTORE DI LAVELLO

a cura di Michele Traficante

Nicola Cilenti su Siderurgikatv

Nicola Cilenti

Nicola Cilenti

Per conoscere questo poeta del Sud riporto testualmente le notizie apparse sul sito di Siderurgika TV,  a cura di Michele Traficante

“Nato nel 1883  collaborò anche con quotidiani e dedicò un poema a Padre Pio

Una comunità deve sempre essere fiera ed orgogliosa  dei suoi figli migliori. Importante e fortemente educativo è indicarli alle nuove generazioni perché possano trarne stimoli ed utili insegnamenti. Bene ha fatto, pertanto, l’Amministrazione Comunale di Lavello a scoprire nei giorni scorsi una lapide commemorativa a ricordo dell’illustre concittadino Nicola Cilenti proprio nel quartiere Sant’Anna, dove da piccolo egli si recava spesso a trovare i nonni e i cugini .

Nicola Cilenti è senza dubbio  uno dei cantori più sensibili del folclore lavellese. Fine poeta, dall’animo profondamente popolare, ha saputo come pochi cantare gli aspetti tradizionali più genuini della comunità di Lavello.

Nato il 19 giugno 1883 nella cittadina dauna, posta ai confini con la Puglia, dall’avv.Giuseppe e Giuseppina Fuggetta, Cilenti studiò presso il Convitto nazionale di Lucera, legandosi di sincero affetto ed amicizia con numerosi compagni di scuola. All’età di 16 anni (nel 1899) si trasferì a Roma per proseguire gli studi presso quell’Università ove si laureò nel 1906 in legge.

Conseguita la laurea Cilenti si fermò nella capitale ove esercitò con notevole successo la libera professione di avvocato. Amante delle lettere nello stesso tempo collaborò ad importanti giornali, quali “Il Giornale d’Italia “, “Il Mattino ” di Napoli”, “L’Ora ” di Palermo.  Pubblicò anche un volumetto di pregevolissime liriche in lingua italiana, “Notturni e Sinfonie” (Fracchia, Pescara, 1914) che gli diede notevole notorietà.

Pur vivendo lontano Nicola Cilenti sentiva struggente la nostalgia della terra natìa e, soprattutto, delle sette verdi cime del Monte Vulture, sulle cui propaggini, Lavello, egli è nato. “Io soffoco – egli esclama – tra gli alti palazzi de la città, io cerco il sole, il cielo, le stelle “. Nel 1950 pubblicò il volumetto “Sò turnato “, 113 sonetti in dialetto lavellese ( alcuni dei quali poi musicati ed interpretati da Mauro Antonio Gravinese), dedicato all’amico Giuseppe Solimene. Un vero atto d’amore per il suo paese natale, carico di emozionanti ricordi di personaggi e paesaggi suggestivi di Lavello.

Tornò effettivamente spesso, dopo tanti anni di lontananza, a Lavello ove ogni anno curava l’organizzazione delle “Sagre autunnali “, canzoni e folclore del suo paese.

Pubblicò ancora ” I sonetti della Montagna” (1952), “Poesia, musica della mia vita” (1953), “Domani partirò” (1956, “C’è sempre il sole” ( 1956).

Nel 1954 con la poesia in vernacolo “Gli ucch’ di r’ laviddese” ( Gli occhi delle lavellese) vinse a Gardone  Riviera il primo premio di un concorso nazionale di poesia dialettale. Nel 1955 a Bergamo vinse il primo premio nazionale con la traduzione  in dialetto de “L’infinito “ di Giacomo Leopardi

Sulla rivista ProAlbino del 1954 o 1955 appare la poesia “Ode ad Amora”, questo indica un possibile passaggio o visita al paesino che svetta su Albino.

Particolarmente significativa la descrizione in vernacolo lavellese (unico esempio di tal genere ) del suo pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo del 1949. Incantato dal misticismo del luogo e dalla ieratica figura del Frate di Pietrelcina, il poeta resta letteralmente conquistato dal fascino spirituale di Padre Pio, di cui pubblicherà, nel 1960, un poemetto, inserito poi in un fascicolo del “Convivio letterario di Milano”.

Con grande commozione e trasporto descrive i vari momenti della visita al convento, alla chiesetta, al contatto con il Fraticello delle stimmate e, soprattutto, alla celebrazione della sua santa messa. Così scrive al riguardo rivolgendosi ai lavellesi ed ai lucani in genere:

” E sò certe, paisà, ca padre Peje / affacciànnese sup’a a lu Gargàne / e vedenne lu Vòlture luntane / luccecà cu la Croce auzata a Dèje / vularrà benedè, de quanne n’ quanne, / Lavìdde e la Lucania e totte quante ! / ca, cum’ a me, lu prèghene ( e sò tante !) / de farce degne e vere crestijane “. ( E sono certo, paesani, che padre Pio / affacciandosi sopra il Gargano / e vedendo il Vulture lontano/ luccicare con la Croce innalzata a Dio/ vorrà benedire, di tanto in tanto, / Lavello e la Lucania tutta quanta! / che, come me lo pregano ( e sono tanti) / di farci degni e veri cristiani).

Nicola Cilenti morì a Genova, all’età di 84 anni, il 4 gennaio del 1967.

Nel 1981 lo chansionner lavellese Mauro Antonio Gravinese, ha musicato e magistralmente interpretato, producendo un’interessante audiocasseta, dieci dei più noti sonetti di Nicola Cilenti.

Recentemente la figura e l’opera di Nicola Cilenti sono state oggetto di approfondito studio da parte del prof. Saverio Caprioli che ha pubblicato un pregevole volume dal titolo “Pe’ sempe so turnato”. Per meglio onorare la nobile figura di Nicola Cilenti è auspicabile che la sua Città natale istituisca un concorso o premio letterario a lui intestato.”

                                                                          
                                          Michele Traficante

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