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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Un anniversario del ricordo al Rifugio Calvi

per l’ultimo famèi Modesto Carrara

L’articolo su Modesto Carrara nel 55° anniversario della morte al rifugio Calvi

Modesto Carrara aveva solo 18 anni quando il 26 luglio 1962 si tuffò nella pozza che alimenta i Bacini dell’Enel sotto la diga di Fregabolgia, sul sentiero verso il Rifugio Calvi, pozza detta “Presa della Capra”, e non era più riemerso.

Sono passati 55 anni, ma i discendenti non dimenticano quel giovane bergamino, uno degli ultimi abitanti del piccolo borgo di Predale, sull’Altopiano Selvino Aviatico, partito un giorno di inizio giugno verso il Rifugio Calvi come bergamino, e mai più ritornato a casa.

Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi

Un tempo, all’inizio dell’estate, si portavano le mucche in alpeggio e anche gli abitanti delle varie borgate dell’Altopiano Selvino Aviatico seguivano questa consuetudine. Modesto era uno dei “famèi”, i ragazzini che all’inizio di ogni estate lasciavano le loro case in valle per salire sui monti e accudire il bestiame al pascolo. Quel giugno del 1962 il giovane Modesto aveva compiuto 18 anni, erano anni che sopportava mesi di isolamento e solitudine, con la sola compagnia del suono dei campanacci nei lunghi crepuscoli estivi. Era stanco. Il papà Stefano lo convinse a salire per l’ultima stagione al Calvi, assicurandogli che sarebbe giunto a dargli il cambio la sera del 26 luglio. Così Modesto aveva ubbidito. All’arrivo in baita aveva a lungo implorato il cugino Guido, che lo aveva accompagnato, di rimanere con lui per qualche giorno: aveva un presentimento, era travolto dalla nostalgia, era solo e spaurito. Ma Guido stava iniziando l’apprendistato come fabbro e non poté accontentarlo. L’ultima immagine che ebbe di lui fu quel suo amato cugino che lo salutava dall’alto del costone, il cuore gonfio di lacrime trattenute e di struggente addio.

Il 26 luglio, dopo 40 giorni di solitudine, Modesto era elettrizzato per l’imminente ritorno a casa. Per rinfrescarsi e partire bello pulito, poco prima di mezzogiorno si tuffò nella pozza che alimenta i bacini dell’Enel, poco sotto la diga di Fregabolgia, la pozza detta “Presa della capra”. Non era più riemerso.

La pozza dei Bacini dell’Enel detta Presa della capra sotto la diga di Fregabolgia sotto il Rifugio Calvi dove morì Modesto Carrara

Il papà Stefano, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché lui e la moglie Bepa presero la sofferta decisione di lasciare per sempre quella casa dove ancora riecheggiava la voce di quel giovane figlio tanto amato. Si trasferirono in pianura, a Ospitaletto, in casa di una delle figlie che viveva là, ma l’anno seguente Stefano morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano da suo figlio, ancora e sempre invocando il giovane Modesto.

Con la sua morte iniziò anche la decadenza e l’abbandono del borgo di Predale, che venne lasciato vuoto ed esposto alle intemperie e ai rovi, i quali piano piano  ricoprirono le mura delle abitazioni.

Le mandrie al Calvi

Per ricordare quella giovane vita strappata al futuro, il cugino Guido, di 15 anni, realizzò una croce di ferro, il suo primo lavoro come apprendista fabbro, e in occasione del primo anniversario la portò lassù nel punto in cui il cugino era scomparso. Qualche anno dopo venne aggiunta anche una lapide bianca con la sua fotografia, portata a spalla dal fratello maggiore di Modesto, Ettore.

La vecchia lapide in memoria di Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

L’ANNIVERSARIO DEL RICORDO

Il gruppo di parenti e amici saliti al Calvi pe rl’anniversario della morte di Modesto Carrara

Oggi, 29 luglio 2017, dopo 55 anni dalla scomparsa del giovane bergamino, alcuni nipoti, i cugini Guido e Oliviero, parenti, familiari e alcuni conoscenti sono ritornati lassù, sul pianoro accanto alla pozza detta “Presa della Capra” per ricordarlo. Dopo un momenti di raccoglimento carico di emozione nel quale si è rievocata la storia di questo ragazzo sfortunato, è stata posizionata una nuova lapide, realizzata in un unico blocco di pietra di ardesia di Branzi, in sostituzione di quella vecchia irrimediabilmente scheggiata e rotta in più punti.

La nuova lapide posizionata il 29 luglio 2017 per ricordare il 55° anniversario di Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

È stato un desiderio coltivato da tempo dal cugino Oliviero che ancora ricorda quel doloroso funerale tra i campi in piena fienagione quando lui aveva solo 7 anni e aveva fatto il chierichetto in chiesa. La nuova lapide rappresenta il profilo stilizzato del Monte Cornagera che sovrasta  l’antico borgo di Predale, oggi sepolto dai rovi. Sopra campeggia la fotografia di Modesto, sorridente nella sua giacca a quadretti nuova, la stessa che si era comprato per i suoi 18 anni con i soldi risparmiati e che gli venne indossata nel giorno del suo funerale. Gli occhi di quel giovinetto sembrano brillare di luce, o forse piccole gemme come di lacrime. La sua storia sconosciuta è la storia dei ragazzi di un mondo lontano, quasi seppellito dietro le rocce scure delle montagne, la storia di fatiche e distacchi, di strappi dolorosi e gioventù costretta a diventare grande troppo in fretta, ma ricorda anche come questa terra aspra porta le voci dei suoi antichi abitanti e chiede di non perderne il ricordo. La montagna vive finché ci vive la gente e la memoria.    

La nuova lapid ein memoria dell’ultimo famèi Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

      

ARTI, MESTIERI E TRADIZIONI RIVIVONO PER UN GIORNO

Ad Aviatico, paese sull’Altopiano Selvino, Orobie Bergamasche, per un giorno rivive il mondo delle antiche contrade.

Arti, mestieri e tradizioni ad Aviatico

Un tempo nei borghi di montagna transitavano periodicamente bizzarri personaggi con il loro vario campionario di commercio. Nel mese di ottobre, in concomitanza con le feste del Rosario, capitava nella contrada un tale ometto bizzarro; costui girava a piedi per i borghi recando numerose statuette in gesso della Madonna, di varie fogge e misure. Stava sull’altopiano per qualche settimana, distribuendo le sue statuine in cambio di cibo e magari anche alloggio di fortuna. Quando sopraggiungeva lui, i bambini interrompevano i loro impegni, magari stavano sfogliando “ol melgòt” (il granoturco) e lo attorniavano chiedendogli di dire la Predica o il Rosario o altre giaculatorie un po’ interpretate a modo loro, sul ridere.L’ometto accettava di buon grado il loro assalto e per un’oretta si trasformava anche lui in un bambino.

Non appena la stagione intiepidiva uno dei primi ambulanti a comparire sulla strada era l’arrotino, il “molèta”; poi “ol magnà”, il calderaio, colui che veniva a “giöstà i orègie di peroi”, cioè i manici laterali delle pentole, l’ombrellaio, l’impagliaio, che impagliava le sedie; le donne si passavano la voce quando passava l’uomo col fagotto, un ambulante di biancheria, il quale girava a piedi con un fagotto che dispiegava sull’aia in un tappeto multicolore di abiti e stoffe.

http://www.icponte.gov.it/ipertesti/ambiente_alpino/pmagna.htm

Il Calderaio

Talvolta spuntava “ol strassér”, lo straccivendolo, che annunciava il suo arrivo con il grido: “Strassér, òss, strass, pèi de cünì!” (straccivendolo, ossa, stracci, pelli di coniglio!”) Girava con un carretto e pesava tutto con la bilancia piccola o quella con l’asta graduata e il peso che si mette nelle varie tacche, il piatto sospeso a delle catenelle e il gancio per tenerla sollevata. I contadini appendevano alle lobbie le pelli dei conigli e dei gatti in attesa dello straccivendolo che le avrebbe portate via. Gli avrebbero permesso di raggranellare qualche soldo.

Lo straccivendolo

 Lo “stremassì”, il materassaio era l’uomo che rimetteva a nuovo i materassi, “i stremàss”, con lo scardasso, “ol scartès”, un attrezzo munito di denti uncinati, “i décc”, che consentiva di pettinare la lana, rendendola di nuovo soffice. L’arrivo dello “stremassì”, che andava di casa in casa, per i ragazzi era un evento originale e solleticava la loro curiosità. Le donne provvedevano ad aprire i materassi e ad allargare manualmente la lana arruffata e increspata, così che il suo lavoro era facilitato e costava meno. Poi lavavano la tela mentre “ol stremassì” ridava forma al materasso lavorando con spago e un grosso ago.

http://www.paviaedintorni.it/temi/attivita_professioni_file/vecchimestieri_file/materassaio.htm

Il materassaio

In casa non tutti i materassi erano di lana, perché erano tenuti dacconto: di solito per la camera dei ragazzi si usava un saccone pieno di foglie di mais “ol melgòt” o di paglia chiamato ”pajù” ( paglione) appoggiato alla rete metallica con le molle. Nella tela c’erano delle aperture attraverso cui si entrava manualmente a rimescolare “i sfoiàss” e “rügà ol melgòt” (mescolare le folgie di mais) per evitare dossi e montagnole che spezzavano la schiena.

fonte Beni culturali Marche

Il camino lo spazzavano i ragazzi della casa, usando i rami frondosi di cornale, che non si rompevano e si potevano maneggiare con facilità.

Anche le scarpe quando era possibile si aggiustavano in casa, usando un attrezzo per chiodare il cuoio con il martello da “scarpulì”.

Per i lavori di carpenteria ci si faceva prestare “ol  trapén”, progenitore del moderno trapano, funzionante a manovella. Era un attrezzo molto costoso e quindi andava maneggiato con attenzione, solo in casi di effettiva necessità, perchè in cambio andava “returnat ol tép” o si offriva il servizio dell’asino.

Per fare buchi o piccoli fori nel legno, nelle cinture, per costruire le gabbie o le bacchette si utilizzava una specie di punteruolo: “ol tenevrì”.

ol tenevrì

La piallatura delle assi o dei tavolati veniva eseguita con “la piala” in legno fatta scorrere sul ripiano avanti e indietro fino alla completa lisciatura. I chiodi, grossi e acuminati, erano adatti ad ogni necessità e si conservavano per ogni nuovo manufatto.

Ma ad Aviatico domenica 23 luglio si potranno anche ascoltare storie di vita quotidiana al tempo delle contrade:  oggetti antichi messi in mostra con il loro corrrdo di ricordi e di emozioni, gerle e gabbie, rastrelli e forconi, falci e pietre coti. E poi ancora gli oggetti di casa, dal ferro da stiro di ghisa al macinino da caffè, alla zangola usata per fare il burro, fino al bidone del latte che già da bambini si portava a spalla lungo i sentieri dal pascolo alla stalla o alla cascina.

Antichi mestieri ormai scomparsi: l’impagliatore di sedie, il casaro, il fabbricante di gerle, il fabbro e il minatore, il boscaiolo e l’intagliatore del legno.

Fonte web

Per un giorno quegli ex bambini che un tempo vivevano la quotidianità della vita contadina, oggi adulti, si presteranno a fare il fieno, a raggrupparlo in covoni sulla schiena usando l’attrezzo della “fraschéra” una sorta di lettiga. Il pubblico verrà guidato a sperimentare dal vivo il peso della zangola, del fieno, della gerla… in un immedesimarsi per un istante in quell’epoca aspra e difficile dove ci si affidava alla Provvidenza e alla fede per riuscire a sopravvivere e ad andare avanti.

“Ol masöl” mazzo di fieno con la fraschera

Le donne con la loro paziente attesa di un ritorno, a sferruzzare sulla porta di casa o a dipanare le matasse usando l’arcolaio, recitavano il rosario ogni giorno, ogni sera.

Ad allietare le antiche storie e narrazioni raccontate da Aurora Cantini ci saranno i canti  ele musiche delle tradizioni, al suono della fisarmonica e del flauto.

Aurora Cantini e alcuni oggetti di vita contadina

Quello sguardo bambino dalla funivia Albino Selvino

Fonte Archivio Wells http://www.storylab.it/n/foto/3407/guardando-dalla-funivia/

C’è un angolo della Funiva Albino Selvino (Orobie Bergamasche) molto amato dai bambini, era il posto che anche io preferivo quando ci salivo con mio papà. Mi sembrava di volare come sopra l’acqua, sopra il vento, a bordo di una mongolfiera. E il brivido era vedere incombere sempre più grande, quasi a schiacciarmi, l’enorme massicciata della stazione di arrivo di Selvino.

La Funivia Albino Selvino collega il paese di Albino posto a fondovalle nella Media Valle Seriana, con Selvino, situato sull’Altopiano Selvino Aviatico, un dislivello di circa 600 metri che viene superato in 7 minuti esatti.  È una delle poche funivie che svolgono il servizio nel cuore di due centri abitati, al pari di un comune sistema di trasporto quotidiano.

Archivio Wells FONTE http://www.storylab.it/n/foto/272/stazione-della-funivia-albino-selvino/

Archivio Wells FONTE http://www.storylab.it/n/foto/3405/stazione-funivia-albino-selvino/

La sua realizzazione, inziata nel 1954 con l’impiego dei muratori, carpentieri e manovali di tutto l’Altopiano (tra cui anche mio papà Mansueto) ha rotto il secolare isolamento dei piccoli paesi dell’Altopiano, Aviatico e Selvino, raggiungibili fino a quel momento solo percorrendo impervie mulattiere lungo la Via Mercatorum. Di fatto ha dato inizio all’epoca del turismo, della costruzione edilizia, del lavoro in bassa valle per tanti giovani e ragazze, non più rinchiusi nella prospettiva antica di una vita di fatica nei campi.

La funivia è stata inaugurata nel maggio 1958 e, come scritto sul giornalino ProAlbino del maggio 1958, veniva considerata “la più importante delle funivie europee colleganti due centri sempre abitati”.

Articolo sulla rivista Proalbino per l’inaugurazione della Funivia Albino Selvino 8 maggio1958

Cartolina d’epoca: la vecchia funivia svettante sopra uno degli imponenti piloni. In alto la mole della Cornagera

Che emozioni ancora provo nello sbirciare oltre i vetri sospesi! Mi sembra ieri, è passato un mondo! Il primo modello era grigio, poi la funivia divenne rossa. Infine, dal luglio 2010, la funivia si è ripresentata al pubblico completamente rinnovata e con una linea estremamente innovativa.

 

Funiva Albino Selvino, primo modello

Funivia Albino Selvino, la funivia rossa in funzione fino al 1987, foto di Mino Piazzini FONTE Facebook “Sei di Selvino se…”

Funivia Albino Selvino, modello rosso seconda versione, attivo fino al 2010

Funivia Albino Selvino, modello innovativo del luglio 2010

LA VECCHIA FUNIVIA

Guardando giù dal pianoro sopra Salmeggia in un pomeriggio di camminate, i miei occhi scorgono un puntino rosso tra il grigio del campo del Perello: la vecchia funivia giace come un relitto di un tempo lontano, solitaria e spersa nel suo silenzioso sonno.
Non so perché, ma mi sono sentita assalire da un groppo di nostalgia commossa, come a vedere una persona cara. O forse semplicemente perché su quella funivia sono salite e scese tante persone amate e conosciute, con tante storie, tanti pensieri, tante vite sospese nel vento.

Dal pianoro di Salmezza, sopra Selvino, lo sguardo sulla vecchia funiva dismessa Albino Selvino

Come tutto nella vita, le cose cambiano e la nuova funivia è tecnologica, ma lì sopra i ricordi ancora non ci sono. Sono tutti accartocciati tra le lamiere della vecchia funivia. E così sarà per molto. Sulla nuova funivia saliranno i ricordi dei ragazzini di oggi. Cara vecchia funivia, ti abbraccio da lontano, vecchia guardiana della mia infanzia.

Le parole di Brunella Giovara, giornalista di “La Repubblica”

per Sciesopoli Selvino, luogo della Memoria

Prima pagina su La Repubblica per Sciesopoli 26 gennaio 2017

Prima pagina su La Repubblica per Sciesopoli 26 gennaio 2017 con l’articolo civetta su Sciesopoli Ebraica a pagina 20

Scrive la giornalista Brunella Giovara su Repubblica: «”C’era la neve, come oggi. E “c’era un grande candelabro con le braccia, che illuminava la notte. E i bambini che ballavano in girotondo. Non lo dimenticherò mai”. Era una notte dell’inverno del 1946, e quella grande luce sulla montagna era il ritorno alla vita, alla pura gioia, alla voglia di giocare a pallone. I bambini e le bambine che danzavano e scherzavano nella notte erano reduci. Tutti ebrei, raccolti tra le macerie dei ghetti, tra le rovine dei lager abbandonati dai nazisti, nelle foreste dove erano sopravvissuti mangiando le radici. Tutti orfani. Ottocento ne sono passati da qui, dalla ex colonia fascista Sciesopoli oggi in rovina, sulle montagne della Val Seriana. Una storia quasi dimenticata.

Articolo su La Repubblica.it per Sciesopoli Selvino 26 gennaio 2017

Articolo su La Repubblica.it per Sciesopoli Selvino 26 gennaio 2017

“Erano magri, smunti. Poi hanno cominciato a stare meglio, sono rifioriti a forza di pane e latte buono”. Walter Mazzoleni aveva sei anni, all’epoca. Era il figlio del custode Angelo, e cominciò a giocare con quei bambini che “o non parlavano proprio”, traumatizzati da quello che avevano visto e subito. “O parlavano tedesco, polacco, arabo. Tutte le lingue del mondo abitavano qui. Io parlavo bergamasco, quindi ci si capiva”. Oggi Sciesopoli è un luogo della memoria abbandonata. Il Comune di Selvino, duemila abitanti, sta facendo una battaglia per salvarlo assieme a uno storico milanese, Marco Cavallarin, e ad alcuni di quei bambini. Tutti rimpatriati nel ’48 nell’unica patria che poteva accoglierli: la Palestina. Nei kibbutz si sono sposati, hanno avuto figli e poi nipoti e ogni tanto – l’ultima volta nel 2015 – alcuni di loro sono risaliti per questa strada a tornanti, sono arrivati al cancello, l’hanno aperto e si sono messi a ridere e ad abbracciarsi, ricordando che qui è cominciata una vita nuova.”»

L’ARTICOLO COMPLETO CON LE SLIDESHOW E IL VIDEO

Testo di Brunella Giovara

Fotografie di Luca Matarazzo

Repubblica.it per Sciesopoli Ebraica Selvino

Spose d’inverno lungo le mulattiere di montagna

Sposa lungo la mulattiera, Amora frazione di Aviatico: 26 dicembre 1964

Sposa lungo la mulattiera transitando davanti al solitario cimitero a mezza costa, Amora frazione di Aviatico: 26 dicembre 1964, per gentile concessione di Rosetta Carrara

Negli Anni Cinquanta del secolo scorso in inverno sulle montagne bergamasche si celebravano i matrimoni.

Celebrare matrimoni in inverno, soprattutto gennaio e febbraio, non era una novità: questa era la stagione nella quale i giovani emigranti all’estero, grazie a una minor frequenza di lavori all’aperto, potevano ritornare al paese e ne approfittavano per sposarsi o per partecipare al matrimonio di un familiare.

Erano tempi in cui la manodopera bergamasca era molto richiesta e spesso il viaggio di nozze si trasformava direttamente in un viaggio destinazione Svizzera o Francia. Spesso dopo una breve luna di miele, gli emigranti ripartivano portando con sè la giovane moglie, magari anche i fratelli di lei; oppure la lasciavano sola, in casa della suocera, fino al nuovo ritorno o al ricongiungimento là da lui o qua da lei, in attesa di mettere da parte i soldi per una casa propria.

Le fotografie qui di seguito raccontano le spose della contrada di Amora Bassa, frazione di Aviatico, sull’Altopiano di Selvino. Dalla contrada asserragliata sul pendio le spose partivano a piedi dirette alla chiesa: l’unica strada possibile era l’impervia mulattiera, un graffio lungo il costone che si incuneava tra i prati bianchi come un solco nella roccia.

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La giovane sposa sale alla chiesa lungo l’impervia mulattiera al braccio del padre, è Aldina Carrara di Amora Bassa, frazione di Aviatico, gennaio 1969, per gentile concessione

In inverno cadeva la neve e la sposa, immacolata nelle sue scarpette bianche, si inerpicava a passo lento e solenne, avvinghiata al braccio del papà, mentre le sue scarpette affondavano nel fango o nella neve ammucchiata ai lati dello stretto passaggio, liberato dai compaesani a forza di braccia solo qualche ora prima della cerimonia.

Sposa lungo la mulattiera, da Amora Bassa alla chiesa, frazione di Aviatico, 1967

Sposa lungo la mulattiera, da Amora Bassa alla chiesa, frazione di Aviatico, 1967. Per gentile concessione di Giusi Carrara

La processione a piedi in salita fino al sagrato, nel freddo livido di dicembre o di gennaio, pareva quasi un’evanescenza, un miraggio; la sposa, diafana nel vestito bianco al ginocchio, con le scarpette che affondavano nella fanghiglia, stava per abbandonare per sempre il paese andando ad abitare in un altro borgo. Come lei tante ragazze se ne andavano lontano, un addio quasi definitivo alla famiglia, perché difficilmente sarebbero potute tornare in tempi brevi, anche solo per una breve visita. Era quasi andare dall’altra parte del mondo, seppur a una distanza di pochi chilometri.

I bambini che avevano il compito di chierichetti osservavano con occhi sgranati quelle figure vestite a festa che sembravano uscire direttamente dalla terra, gli uomini sepolti nei loro cappotti che chissà quando avrebbero di nuovo indossato, le donne in scuro, serie e silenziose nel loro circondare la sposa, il senso del bianco che avvolgeva tutto: bianco il paesaggio, la sposa, i confetti, il sagrato, bianchi i fiori, le mani, il viso, il vapore nell’aria gelida, il cielo.

Sposa lungo la mulattiera, da Amora Bassa alla chiesa, frazione di Aviatico, 26 dicembre 1964

Sposa lungo la mulattiera, da Amora Bassa alla chiesa, frazione di Aviatico, 26 dicembre 1964, per gentile concessione di Rosetta Carrara

LE MULATTIERE

Sulle montagne, in particolare sull’Altopiano di Aviatico, si diramava una rete di mulattiere, o anche strade cavalcatorie che un tempo si estendevano sul territorio collegando paesi, borgate, cascinali, passi  e luoghi di lavoro. Con il fondo in ciottoli ben connessi, i “rissöi” per secoli hanno fornito alle popolazioni una rete primaria di comunicazione lungo la quale viaggiavano pedoni, animali, carovane. Con i “rissöi” la gente si spostava, aveva relazioni con altre comunità e viaggiavano anche le notizie.

La mulattiera era costituita da cornelle di pietra, dette in dialetto bergamasco “arnèle”; tali cornelle erano formate da un unico blocco di pietra posizionato in orizzontale lungo tutto il bordo del piano, sì da creare un liscio e tondo balzello rialzato che serviva anche ad arginare l’acqua piovana ed evitare il debordare di fango e terriccio; col tempo le “arnèle”  erano diventate lucide e lisce, rendendo sdrucciolevole il passo, soprattutto in  caso di pioggia.

In inverno invece la mulattiera si presentava spesso completamente innevata, oppure difficilmente praticabile a causa della neve bagnata e pesante, sovente ghiacciata, la “paciuga”; pertanto i bambini tagliavano giù per i prati, dove la neve farinosa permetteva una discesa “quasi asciutta”. Al primo apparire del “remòl”, quando la neve cominciava a rammollarsi, tutti venivano reclutati alla manutenzione dei tracciati. Oggi di tante mulattiere percorse ininterrottamente dai valligiani si può ancora ammirare la mulattiera che si arrampica dal fondo valle di Albino fino ad Amora, rimasta pressoché intatta nei secoli. Faceva parte della rete della Via Mercatorum.

30 Aldina del Ceserì sale alla chiesa gennaio 1969 per sposare Costantino Cuter

La sposa sale dalla contrada Amora Bassa, frazione di Aviatico, lungo la mulattiera verso la chiesa: gennaio 1969, per gentile concessione, Aldina Carrara

La contrada di Amora Bassa frazione di Aviatico come è oggi, con la mulattiera un tempo percorsa a piedi dalle spose e dagli stessi abitanti per salire alla chiesa. Faceva parte della Via Mercatorum

La contrada di Amora Bassa frazione di Aviatico come è oggi, con la mulattiera un tempo percorsa a piedi dalle spose e dagli stessi abitanti per salire alla chiesa. Faceva parte della Via Mercatorum

 

 

 

 

 

 

Tra gli alti boschi del Monte Perello

il Santuario che veglia sulla valle

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-FILEminimizer–veduta-aerea-santuario FONTE http://www.santuarioperello.it/dal-ns.-archivio.html

Per il villeggiante che soggiorna sull’Altopiano Selvino Aviatico molti sono i sentieri facilmente percorribili, che permettono di passeggiare a contatto con la natura, respirando aria tersa e pulita e lasciando vagare liberi i pensieri.

Tra le tante mete di grande suggestione e con panorami mozzafiato ve n’è una che non può mancare nei ricordi da custodire al rientro in città: è la passeggiata al Santuario della Beata Vergine del Monte Perello, nella parte orientale del gruppo del Monte Podona.

Si lascia l’auto al parcheggio del Palazzetto dello Sport, zona sud di Selvino, e subito un chiaro cartello indica la via. Il primo tratto in discesa si incunea in un fitto bosco di latifoglie, poi si comincia la leggera arrampicata.

FOTO 1 Scaletta nel bosco di Perello

Scaletta nel bosco di Perello

Una deliziosa staccionata lignea evoca storie di folletti e casette nel bosco, come una fiaba a cielo aperto, mentre il profumo di ciclamini e menta selvatica riempie il cuore di attese e sogni.

Percorrendo il sentiero che si snoda lungo i fianchi del Monte Podona, lo sguardo volge al cielo il suo saluto. Fanno compagnia i solitari stridi della poiana e la brezza leggera nello stormire tra gli alberi.

FOTO 2 Percorso nel bosco di Perello

Percorso nel bosco del Monte Perello

A destra la vista mozzafiato dei paesini arroccati sui pendii come pietruzze colorate gettate per ripicca al tempo degli Dei, mentre si supera lo scrosciare del torrente e i punti di belvedere.

FOTO 3 Sottobosco del Monte Perello

Il sottobosco del Perello

Più sotto si scorge il bianco paesino di Rigosa, una macchia candida quasi incastonata in uno scrigno di verde.

FOTO 4 Rigosa vista dal sentiero del Perello

Il paesino di Rigosa visto dal sentiero che porta al Santuario del Monte Perello

Poi, in una gola che separa le tante vallette, ecco aprirsi  la radura: in uno spiazzo aperto su un pianoro che invita al riposo, scavato nella montagna, appare la facciata linda e splendente del Santuario dedicata alla Vergine del Monte Perello.

FOTO 5 La chiesa del Monte Perello nel dipinto di Annalisa Carminati

La chiesa del Monte Perello nel dipinto di Annalisa Carminati

Si erge quasi intrappolato dal verde del monte omonimo che fa da spartiacque a 900 metri di altezza tra la Valle Seriana, con gli abitati di Salmeggia, Nembro, Alzano, e la Valle Brembana e paesi intorno, attraverso le forre del torrente Ambriola. Lungo il costone passava uno dei sentieri della Via Mercatorum, che conduceva sul lato ovest verso Nembro e Alzano, e dall’altro verso il Passo San Marco e la Svizzera.

FOTO 6 Il Santuario della Madonna del Perello nascosto nel verde estivo

Il Santuario della Madonna del Perello nascosto nel verde estivo

Non è un santuario appariscente e gagliardo, ma timido come fanciulla, tenacemente attaccato al costone che precipita verso il basso, verso il torrente Algua, quasi inaccessibile alla massa, alla gente.

Non mano d’uomo a confondere materia e diletto, non voci di piazza di contrada, non sfrecciare d’auto. Solo raccoglimento, riflessione, riposo, calma e frescura. Abbarbicato al santuario sta la foresteria che il Vescovo Gregorio Barbarico volle per ospitare i preti nei loro esercizi spirituali.

Anticamente denominato “Oratorio della Beata Vergine Maria ad Elisabetta nel Bosco del Perello”, è uno dei più antichi della bergamasca, si legge infatti sul sito del Comune di Selvino “cronologicamente è la seconda apparizione, dopo quella avvenuta alla Basella di Urgnano (Bg) nel 1356, canonicamente accertata  ed approvata in diocesi di Bergamo” e forse uno dei pochi incastonati in un totale verdeggiante scrigno di natura nella bergamasca, solitaria luce nel peregrinare dell’uomo.

FOTO 7 La chiesa del Monte Perello arroccata sullo sperone roccioso; in alto è ben visibile la strada e in basso il paese di Rigosa

La chiesa del Monte Perello arroccata sullo sperone roccioso; in alto è ben visibile la strada e in basso il paese di Rigosa

Un tempo era raggiungibile solo a piedi, attraverso mulattiere che si inoltravano nel bosco partendo da Selvino, da Sambusita/Rigosa o da Miragolo. Solo verso la fine del XX secolo esso fu collegato da una comoda strada che ancora oggi arriva sul piazzale antistante il Santuario stesso: è la strada provinciale n°28 Algua-Selvino, che si può percorrere sia dalla frazione Sambusita di Algua in direzione località Passata, oppure da Miragolo San Salvatore, o infine direttamente da Selvino, salendo al borgo di Salmeggia, sempre passando dalla località Passata.

FOTO 8 Il piccolo borgo di Salmeggia e la località Passata

Il piccolo borgo di Salmeggia e la località Passata, da dove si può raggiungere il Santuario del Perello

Dal tempo dell’Apparizione al povero contadino Ruggero intento a falciare fieno nelle radure tra la boscaglia fitta, il santuario ha accolto pellegrini, viandanti, uomini devoti, bisognosi, in un abbraccio silenzioso ed eterno. Non giunge qui il rumore del traffico, non giunge il cicaleccio della vita.

Ha l’aspetto di un antico eremo, reso ancor più massiccio e possente anche dal campanile longilineo, con i locali per abitazione del custode (un tempo chiamato “romito”, eremita, figura fondamentale nel passato, perché aveva il compito di custodire il Santuario ma soprattutto di accogliere ogni pellegrino, in ogni ora del giorno o della notte, ancora oggi presente anche se non più residente fisso), la foresteria alloggio e ristoro dei pellegrini e le tre chiese costruite una sopra l’altra.

FOTO 9 L'abitazione del Romito

L’abitazione del Romito

La più antica delle tre chiese è oggi la Cripta dove sono avvenute le Apparizioni, chiusa a botte come sigillata nel suo scrigno.

Della seconda, costruita nel 1468 insieme al campanile per contenere il sempre maggior afflusso di pellegrini, è rimasto poco, mentre la terza, realizzata a ridosso, venne edificata tra il 1560 e il 1575.

Nel tempo opere pittoriche, sculture e affreschi hanno impreziosito le pareti della chiesa: nomi famosi come Carlo Ceresa, Gian Paolo Pace detto L’Olmo, Marinoni di Desenzano di albino, vigilano accanto ad altri più sconosciuti, ma eternamente vivi nel loro amore verso la Vergine.

Commovente il legame che da sempre lega il Santuario ai suoi emigranti: dai luoghi dove giungevano non mancavano di far pervenire al Santuario oggetti e ricordi a testimonianza di devozione, un suggello di buon augurio e di fede convinta e mai vinta. 

FOTO 10 I dipinti nel Santuario del Perello

I dipinti nel Santuario del Perello

Due dipinti che raffigurano l’Apparizione sono opera di Pietro Baschenis, un esponente della famiglia di pittori nota in tutta la Valle Brembana. Numerosi sono gli affreschi della “Madonna del latte”, tra cui quello proveniente dal borgo ormai scomparso di Predale sotto Ama, molto invocata dalle puerpere del tempo affinché, in un periodo in cui non esistevano ancora pappe ed omogeneizzati, garantisse latte a sufficienza per permettere ai neonati di superare il primo anno di vita. Nel 2009, grazie all’interessamento di Don Valerio Ghilardi, originario di Selvino, e con l’aiuto di Guido Carrara, si è riusciti a ritrovare l’affresco a Cenate, in casa di una delle nipoti del parroco che l’aveva tolto dalla parete negli anni Sessanta, don Francesco Berbenni. Attraverso vari contatti con gli eredi, finalmente questo antico affresco, espressione della pittura popolare, è ritornato sull’Altopiano ed ha trovato degna collocazione nel Santuario della Beata Vergine Madonna del Perello, di cui don Valerio è guida spirituale.

FOTO 11 L'affresco che abbelliva una delle case dell'antico borgo di Predale, sotto Ama

L’affresco che abbelliva una delle case dell’antico borgo di Predale, sotto Ama

Nella terza chiesa si può ammirare un secondo gruppo statuario dell’Apparizione, opera dello scultore Alessandro Cappuccini di Milano.

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La statua della Madonna e del contadino Ruggero, FONTE http://www.santuarioperello.it/dal-ns.-archivio.html

Per secoli l’amministrazione del Santuario fu tenuta dai sindaci e parrocchiani di Rigosa e Sambusita, comproprietarie del Santuario, sotto la giurisdizione del Vescovo di Bergamo. Oggi le due parrocchie sono fuse e quindi il sacro luogo, aperto dal Lunedì dell’Angelo fino al Primo Novembre, Solennità di tutti i Santi, è gestito dal Rettore del Santuario, che è anche il “parroco pro tempore della Parrocchia di Rigosa di Algua, in qualità di Presidente di una commissione di nomina popolare confermata dal Vescovo, coadiuvato da un sacerdote diocesano nelle vesti di cappellano”.

FOTO 13 L'Annullo filatelico

L’Annullo filatelico per il Giubileo del 2013

IL 2 LUGLIO 1413

Quella lontana giornata del 2 luglio 1413 era stata calda e soleggiata. Un tempo i valligiani vivevano dei lavori nei campi e anche il contadino Ruggero Gianforte de Grigis, del paese di Rigosa, si era portato sul far del mattino verso il crinale che scende lungo i fianchi del Monte Perello, sopra Rigosa, in territorio di Algua, per falciare i piccoli appezzamenti di prato tra i boschi di faggi- carpini e frassini.

La falce si muoveva veloce e con un tocco di gomito si creavano le “andane”, lunghe strisce di fieno simili a boccoli dorati di fanciulla, che si creavano andando avanti nel percorso di taglio.

FOTO 14 Le tipiche andane di fieno lungo i pendii di montagna

Le tipiche andane di fieno lungo i pendii di montagna

Ad un tratto ecco apparire, mirabile e stupefacente, una figura di donna. Riporta il testo della guida al Santuario: “In un primo momento, incerto dell’improvvisa visione, si dice che il buon uomo non fece nessun cenno di riverenza e “manco si tolse il cappello”.  La Visione, una donna dal manto lungo fino ai piedi, ricomparve e Ruggero si inginocchiò, sopraffatto dall’emozione.

La Madonna lo rincuorò, pronunciando parole leggere come la brezza tiepida, e chiedendo che in quel luogo impervio, lontano dal mondo, nascosto agli occhi del benessere, celato ai desideri terreni, venisse eretta una chiesa, costruita dalle mani operose e instancabili degli abitanti di Rigosa e Sambusita, a cui i paesani facevano capo come Parrocchia.

Per quattro volte apparve, e nell’ultima presenza, come prova del luogo esatto e attestato di veridicità nei confronti dei popolani, fece nascere da un ceppo di faggio marcio lì nei pressi, un ramoscello di ulivo verdeggiante e frondoso.

FOTO 15 L'Apparizione al contadino Ruggero

L’Apparizione al contadino Ruggero

Dopo una iniziale incredulità, dettata giustamente dall’evento mirabolante e sorprendente per gente abituata solo a chinare il capo sotto il sole e lavorare nei campi, gli abitanti di Rigosa uniti a quelli dell’altra frazione di Algua, Sambusita, si recarono a frotte sul luogo e davanti al prodigio del ramoscello d’ulivo, pianta impossibile da coltivare a quell’altitudine, si misero all’opera.

Scavarono il cuore del monte Perello e con pale e picconi, punta e mazza, appianarono il tratto di pendio al fine di costruire una chiesa. Il sentiero venne allargato ed era un continuo viavai instancabile di uomini e lavoranti, ragazzi con la “schisèta” (gavetta) del pranzo, donne con i “pignetì” di latte fresco o acqua, o minestrone, o zuppa.

Il ceppo di faggio secco con il virgulto semprevivo di ulivo venne rinchiuso nell’alcova e rimase visibile fino all’epoca della Visita Pastorale del Vescovo Ruzzini, nel 1705. Fu poi “murato per ordine del Vescovo per evitare manifestazioni di superstizione” come si legge nei documenti ufficiali.

Da allora molti prodigi, ex voto, devozioni e suffragi, hanno riempito gli antichi e sacri muri, a testimonianza del grande e forte legame con la terra di montagna e i suoi abitanti.

Gli studiosi si sono a lungo interrogati sul significato profondo del virgulto d’ulivo: a quel tempo, a causa dell’imperversare della guerra tra Guelfi e Ghibellini che aveva stravolto ed era dilagata anche in Valle Brembana, in Valle Serina e sull’Altopiano Selvino Aviatico, numerose erano le faide tra famiglie, tra borgate, all’interno di uno stesso gruppo familiare, e il miracolo dell’ulivo si può considerare una richiesta divina alla Pace.

In realtà per circa tre secoli l’evento dell’Apparizione è stato tramandato solo oralmente dagli abitanti della zona. Di questa mancanza di  documenti scritti e delle ricerche fatte a partire dal 1613, ne fa fede una annotazione nel libro dei conti conservato nell’Archivio del Santuario.

Eppure furono molte le personalità illustri che trovarono ristoro e meditazione tra le mura del Santuario: primo fra tutti San Carlo Borromeo a fine settembre del 1575, il quale aveva fatto tappa al Perello durante la sua visita sull’Altopiano di Selvino Aviatico, come testimonia la Cappelletta a lui dedicata situata all’inizio del paesino di Amora. Quasi cento anni dopo, nel settembre 1658, fu il Vescovo di Bergamo  San Gregorio Barbarico a inginocchiarsi dinanzi alla Vergine.

 Un ricordo significativo e commovente viene narrato: “Un certo Vincenzo Carminati, di Nese, dall’età di 3 anni, portato nella gerla dai genitori, e fino all’anno della morte a 101 anni di età, non mancò mai l’appuntamento annuale con la Madonna del Perello.”

L’Incoronazione della statua della Madonna del Perello avvenne l’11 agosto 1963, in occasione del 550° anniversario dell’Apparizione, e fu benedetta dal Vescovo di Norcia Monsignor Alberto Scola, essendo venuto a mancare 8 giorni prima il Vescovo di Bergamo Monsignor Giuseppe Piazzi.

Nell’archivio del Santuario sono inoltre conservate due pergamene papali, una di Alessandro VI datata 1498, l’altra di Urbano VIII del 1626 (che si possono osservare in riproduzione nella chiesa di mezzo): entrambe danno disposizioni in merito al Santuario e certificano l’esistenza in quel luogo del culto della Vergine Santissima. “Oh, pellegrino, questo luogo che ti accinge così tanto, è stato eretto nel segno della Fede e dell’Amore: tutto in esso vuol parlare al tuo cuore, per condurti ad esprimere devozione e santità. Guarda ed ammira ogni cosa, ma non tralasciare il raccoglimento del luogo e non resistere al suo richiamo.”

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Cartolina d’epoca con il Santuario del Perello e sullo sfondo, in alto a sinistra, la maestosa facciata della Sciesopoli di Selvino (per gentile concessione di Giuseppe Pino Bertocchi)

 Sciesopoli Selvino

 

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia del Santuario del Perello è dare conoscenza e memoria di un angolo bergamasco di grande valore, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca  ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA. GRAZIE.

Il ragazzo di Predale e la sua lapide sul sentiero verso il rifugio Calvi,

ricordo di un’epoca lontana

e di quei “famèi” lontani da casa

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

Poco più in alto del paese di Carona, in Alta Valle Brembana, il sentiero numero 210 conduce, in un tempo di circa 3 ore, al Rifugio Fratelli Calvi, situato a quota 2015 metri. Il Rifugio, ristrutturato negli anni 1982- 1984 dal CAI di Bergamo, è una tappa del sentiero delle Orobie ed è situato in una conca che è dominata dal Pizzo del Diavolo di Tenda e il Diavolino, accanto al Lago Rotondo.

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Carona e il suo lago

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A sinistra il Pizzo del Diavolo di tenda e il Diavolino

La strada carrabile, percorribile solo tramite Pass ottenuto all’ufficio comunale di Carona, permette una salita agile e svelta. Ma l’approccio più suggestivo è dato dalla salita a piedi. Ci si inerpica oltrepassando le case dell’antico borgo di Pagliari, tra boschi incantevoli e cascate naturali, tra cui quella della Val Sambuzza, fanno da cornice le baite del Dosso, si culmina verso il Lago del Prato in un tratto abbastanza ripido e si approda al pianoro sotto la diga del Lago di Fregabolgia, a  1900 metri sul livello del mare.

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Il borgo di Pagliari e la sua cascata di Val Sambuzza

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Baite e laghetto

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La diga di Fregabolgia e il suo sbarramento

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Il lago fi Fregabolgia e uno dei tanti laghetti verso il Rifugio Calvi, il lago Rotondo, vicino al rifugio Calvi

Superata una salitella si giunge al culmine della diga di Fregabolgia e aggirando l’ampio lago alla sua sponda settentrionale si sale un sentiero che in mezz’ora o poco più porta al Rifugio.

Poco prima di giungere alla diga di Fregabolgia, appena più sopra rispetto al sentiero, accanto ad una pozza circolare, una piccola lapide bianca di granito appare quasi luminosa e un giovane volto di ragazzo sembra trafiggere il cuore.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

È l’immagine di un giovanetto dal viso serio e delicato, vestito in giacca a quadretti grigi quasi troppo grande per lui e camicia bianca e cravatta, lindo e composto in posa davanti al fotografo: si chiamava Modesto Carrara, era nato il 25 dicembre del 1943 nel piccolo Borgo di Predale, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, partito un giorno di inizio giugno del 1962 come bergamino sui monti del Rifugio Calvi e mai più ritornato a casa.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara vista dal sentiero

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Modesto Carrara nell’immagine che il cugino Guido conserva ancora oggi nel suo portafogli

Il Borgo di Predale (la cui storia narro in un separato articolo) era un nucleo di abitazioni molto antiche che negli anni Quaranta aveva contato  più di cinquanta abitanti, tanto da far ipotizzare la costruzione di una cappelletta per celebrare la messa, ed era situato poco sotto il paese di Ama, collegato alla contrada di Amora Bassa, tramite una agile via cavalcatoria parallela.

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Il borgo di Predale, sotto Ama, come era fino agli Anni Ottanta

Un tempo, all’inizio dell’estate, si portavano le mucche in alpeggio per garantire latte di buona qualità e permettere alle mandrie riposo e foraggio fresco e anche abitanti della contrada di Amora Bassa seguivano questa essenziale consuetudine.

In particolare le mandrie della famiglia di Modesto trascorrevano l’estate al Rifugio Calvi, ma, essendo numerose, unite a quelle degli zii, i proprietari dei pascoli montani di Branzi ( i Monaci) permettevano l’alpeggio a condizione che ne fosse garantita la sorveglianza continua.

Maria dello STefèn con i fratelli gino osvaldo bimbo Modesto cravatta davanti alla propria casa

Modesto Carrara in camicia e cravatta nella sua ultima fotografia davanti a casa sua a Predale, insieme alla sorella Maria, il fratello Gino e il fratellino Osvaldo. Sullo sfondo la Cornagera.

Per seguire le mucche in quota ci si affidava ai bambini dai 6 ai 16 anni, che all’inizio dell’estate lasciavano le loro case  in valle per salire agli alpeggi, al servizio dei bergamini.

Erano detti “famèi”, ed avevano il compito di accudire e sorvegliare il bestiame nei pascoli. Il loro tempo era scandito dalle stelle, “da stella a stella” perché iniziavano con l’ultima stella prima dell’alba e terminavano con l’apparire delle stelle della sera. Per loro si aprivano mondi di solitudine sui pendii, lontani dai coetanei, lontani dagli svaghi, in balia degli adulti burberi e severi, indifferenti alla loro nostalgia di casa.  Erano bambini provenienti non solo dalla bergamasca, ma anche da Brescia, Cremona, Valtellina.

Anche il giovane Modesto svolgeva queste mansioni, seppur con animo colmo di nostalgia. Quell’inizio estate del 1962 aveva diciott’anni, erano parecchie stagioni ormai che sopportava mesi e mesi di isolamento e solitudine sui monti, cominciava a sentire gravare sul cuore il peso di una vita nomade e solitaria, con la sola compagnia del suono dei campanacci nei lunghi crepuscoli estivi.

Già dalle settimane precedenti sentiva un profondo e inquieto presentimento che lo coglieva la notte lasciandolo senza sonno, faticava ad accettare l’imminente partenza e a separarsi dalla famiglia, anche se in casa svolgeva le sue mansioni con la solita laboriosità e senza lamentarsi. Il papà, “Stefèn” lo convinse ad accettare ancora una volta il pesante compito e a salire al Rifugio Calvi per 40 giorni, poi gli avrebbe dato il cambio, la sera del 26 luglio.

Le mandrie giungevano a Branzi sui camion bestiame, poi iniziava il lento, massiccio avanzare a piedi fino al paese di Carona. Da qui si inerpicavano lungo il sentiero che le avrebbe condotte sul pianoro del Rifugio, dove erano le malghe.

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L’area a Branzi dove un tempo si scaricavano le mandrie

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Uno scorcio del ripido sentiero che conduce al Rifugio Calvi

All’arrivo in baita, Modesto aveva a lungo implorato il quindicenne cugino Guido, che lo aveva accompagnato, di fermarsi lassù una settimana con lui perché si sentiva solo, senza amici e soffriva per il distacco. Ma Guido non poté accontentarlo perché iniziava a lavorare in bassa valle, ad Albino, come apprendista – fabbro. Così Modesto dovette rassegnarsi agli eventi. Stette immobile sul costone osservando il cuginetto caracollare giù, quasi in un planare verso casa, poi abbassò il capo e volse la spalle alla civiltà, per immergersi nel silenzio degli spazi aperti. In alto una poiana sembrava salutarlo, unica compagnia a quel giovane cuore gonfio di lacrime trattenute e di struggente addio.

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Le malghe nella zona del Rifugio Calvi

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Mucche di razza bruna alpina tipiche delle montagne bergamasche

IL DRAMMA

Tutto era accaduto poco prima di mezzogiorno del 26 luglio: era l’ultimo giorno di permanenza in quota e Modesto fremeva d’impazienza perché di lì a poche ore il papà “Stefèn” sarebbe salito a dargli il cambio. Dopo aver spostato la mandria in un nuovo pascolo, Modesto aveva deciso di tuffarsi in una pozza liquida e trasparente, poco profonda ma cristallina e limpida, uno dei bacini artificiali che alimentavano le turbine dell’Enel, detta “La presa della capra”: voleva mostrarsi fresco e rinfrescato per il ritorno a casa. Era abituato a lanciarsi nelle pozze, era abile ed esperto, anche nel suo Borgo di Predale era solito immergersi nella pozza “dol tinèl”, del mastello, per la sua forma circolare. Non era più riemerso. Non si saprà mai cosa successe in quegli istanti, probabilmente una congestione a causa dell’acqua fredda a contatto con la sua pelle accaldata. Chissà!

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La pozza in cui si tuffò il giovane Modesto, detta “Presa della capra”, vicino ai bacini dell’Enel

Sull’Altopiano di Selvino Aviatico, all’osteria del “Guèra” che fungeva da posto telefonico pubblico, giunse la tragica telefonata e in un battibaleno la notizia si sparse per tutte le borgate, mentre un compaesano intraprendeva la discesa fino alle case di Predale per dare l’annuncio alla mamma “Bèpa” e al papà in procinto di partire. Giunse al Rifugio verso sera, per accogliere tra le sue braccia il corpo senza vita di quel giovane figlio perduto. Modesto venne deposto nel cimitero di Carona in attesa del nullaosta da parte delle autorità, quindi trasportato sull’Altopiano di Aviatico al paese di Ama con il carro funebre, poi, sorretto a braccia dai cugini e dai fratelli, venne accompagnato giù per trenta minuti sino al gruppo di case costruite in Predale, sotto Ama, e lì venne deposto nel cucinino a pianterreno, a lato del portone d’ingresso. Venne vestito con l’unica giacca bella che avesse, acquistata con i risparmi di tanti sacrifici, quella grigia a quadretti con cui appare in fotografia. L’adorava.

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La casa dello “Stefèn” nel borgo di Predale, come era e cosa ne resta

La sua era l’ultima famiglia che ancora risiedeva nel Borgo; c’era stata quella “dol Mèrol”, del “Luigiòt”, del “Maele”, complessivamente sei o sette famiglie fisse, ma col tempo erano emigrate a valle, nei dintorni di Ranica e Torre Boldone.

Il giorno successivo dal Borgo di Predale era partito il funerale a piedi, una colonna di uomini e donne in nero, lungo il sentiero che si inerpicava in mezzo ai prati in piena fienagione estiva, un tragitto di mezz’ora o poco più fino alla chiesa di Ama, posta su un pianoro, mentre i lugubri rintocchi della campana a morto si propagavano su tutto l’Altopiano.

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La mulattiera che ancora oggi, sebbene non curata, sale da Predale alla chiesa di Ama; a alto il pendio di bosco della Valle Predale con in alto la chiesa di Ama

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Cartolina d’epoca con la chiesa di Ama e a destra l’inizio del sentiero che scendeva a Predale

Il corpo era stato avvolto nella tela cerata trasparente e poi nella bara scura, quindi seppellito nella nuda terra del piccolo cimitero sul Poggio Ama, unica costruzione solitaria  tra il verde.

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Cartolina d’epoca che raffigura il piano di Ama negli Anni Sessanta con a sinistra il cimitero solitario nel verde

L’anno seguente il cugino e amico d’infanzia Guido, di 15 anni, era risalito fino al punto in cui Modesto era annegato per porre una croce in ferro da lui stesso forgiata nella bottega del fabbro insieme ad un mazzo di fiori. Fu il suo primo lavoro di apprendista dal “frér – il fabbro” e mai avrebbe immaginato, nelle lunghe conversazioni con l’amato cugino, di realizzare qualcosa di così terribilmente tragico e sconvolgente. Ancora oggi porta con sé, ben riposta nel suo portafogli, la fotografia di quel cugino scomparso.

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Luglio 1963, il momento in cui Guido depose la croce da lui stesso fabbricata nei pressi della pozza in cui l’anno precedente era annegato il cugino Modesto e a lato la stessa croce come è oggi, che sorregge la lapide in granito bianco

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La croce come appare dal pendio del sentiero e a lato la croce su cui è appoggiata la lapide bianca

Il papà “Stefèn”, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché, non reggendo al grande dolore, lui e la moglie “Bèpa” presero la sofferta decisione di andarsene dal Borgo di Predale. Non vi era più nulla che li legasse a quella contrada, la voce del loro amato Modesto riecheggiava ancora tra le pareti spoglie dell’enorme casa a più piani, e l’entrata economica che lui garantiva con le sue forti e giovani braccia era venuta a mancare. Partirono ad inizio giugno del 1963 diretti a Ospitaletto, in provincia di Brescia, dove da tempo si erano stabiliti gli altri figli, emigrati in cerca di lavoro sicuro.

Le case deserte si animavano solo d’estate quando i fratelli, (i primi in età sono del ’29 e ’31) risalivano al monte con i figlioletti, in cerca di fresco.

L’anno successivo, nel 1964, “Stefèn”, sopraffatto dall’immane fardello, morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano dal suo mondo. Modesto rimase a riposare nel piccolo cimitero di Ama per 18 anni, fino al 1980, quando venne riesumato e anche lui raggiunse i genitori a Brescia. Racconta la sorella Maria, emigrata per lavoro nel 1961 a 15 anni, che quando venne tolto dalla terra “era ancora intatto, perché dalle nostre parti i vecchi dicevano che il corpo di chi nasce il Giorno di Natale non si decompone.”

Nel 1990 venne scelta la lastra di uno dei loculi del cimitero di Ama e sopra venne fatto incidere il nome del povero ragazzo insieme alla sua fotografia. Poi il fratello maggiore, Ettore, insieme a una delegazione di parenti e al figlio Paolo, salì a Carona e, a spalle, la portò fino al luogo dove Modesto era annegato. Venne posizionata sopra la croce di ferro,  per ricordare quel giovane sorriso spento per sempre.

Oggi la lapide bianca accompagna la salita degli escursionisti, ma è silenziosa e scarna, solo gli occhi di quel giovinetto paiono brillare di luce, o forse piccole gemme come di lacrime. La sua storia sconosciuta è la storia dei ragazzi di un mondo lontano, quasi seppellito dietro le rocce scure delle montagne, la storia di fatiche e distacchi, di strappi dolorosi e gioventù costretta a diventare grande in fretta, ma ricorda anche come questa terra aspra porta le voci degli antichi abitanti, e chiede di non perderne il ricordo. La montagna vive finché ci vive la gente e la memoria.

Di quell’epoca lontana, di quei “famèi” lontani da casa, non rimane che un leggero sospiro nel vento, uno sguardo dalla terrazza del Rifugio a guardia del lago. Non ci sono più mandrie all’aperto, né fuochi di bivacco, solo il ritorno di un giorno in una pagina di ricordi ingiallita dal tempo, prima di riprendere lo zaino e ridiscendere per ritornare alla civiltà.

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Il Rifugio Fratelli Calvi e il lago Rotondo in cui si specchia

OGGI

Oggi il giovane Modesto, l’ultimo dei “Famèi” riposa nel cimitero di Ospitaletto, accanto ai genitori e ai fratelli.

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

IL 55° ANNIVERSARIO E LA NUOVA LAPIDE

La nuova lapide, 29 luglio 2017

La nuova lapide in memoria di Modesto Carrara nato a Predale di Aviatico e morto al Calvi nel 1962

NOTA DELL’AUTRICE

E’ stato emozionante oggi ritrovare a Branzi i ricordi legati al giovane Modesto Carrara: gli anziani ricordano ancora quel terribile giorno del 26 luglio 1962, mi hanno spiegato che la disgrazia avvenne alla presa dell’Enel detta “presa della Capra”, località situata poco prima della diga di Fregabolgia. Il giovane Modesto aveva la baita in alpeggio all’Alpe Bianca, zona dove ancora oggi le famiglie delle Aziende Agricole di Branzi e dintorni portano le mucche in alpeggio. (Grazie alla famiglia Monaci di Branzi per il ricordo).

RINGRAZIAMENTI

Un grande grazie a Maria Carrara, sorella di Modesto, per essere riuscita a ricordare, seppur nel dolore che  ancora vive in lei, la tragica storia del giovane Modesto, della sua breve avventura, del suo indomito coraggio.

Il Vescovo in bidonvia

Altopiano di Aviatico – Monte Poieto

(sulla base della testimonianza della signora “Ciòci” Grigis di Aviatico)

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Il Rifugio del Monte Poieto con a lato la Cappelletta della Madonna della Neve

Oggi siamo abituati a vedere il Papa o i Vescovi muoversi al passo dei tempi, con imprese “social” memorabili e impensabili un tempo. I confini del mondo sono valicati in tempo da record e soventi sono le visite ai territori e alle genti che vivono agli antipodi delle nostre latitudini.

Ma un tempo… Vescovi e Prelati non si vedevano spesso in giro, ed erano rivestiti di un’aurea sacra, personaggi fuori dalla vita quotidiana, inaccessibili.

Perciò una vecchia fotografia, ritrovata in una scatola riposta in un armadio di una delle tante cascine della borgata di Amora (frazione di Aviatico) racconta un’impresa quasi da leggenda.

Questa fotografia ritrae il Vescovo di Bergamo Monsignor Clemente Gaddi mentre sta per salire sulla Bidonvia che collega il paese di Aviatico (Orobie Bergamasche) al Monte Poieto, con accanto il Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima Bidonvia Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima di salire in Bidonvia al Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

http://www.storylab.it/n/foto/6211/il-vescovo-in-bidonvia/

La data precisa non è certa, ma, dato che il Vescovo ha iniziato il suo mandato nel 1963, sicuramente era l’inizio dell’inverno del 1963 o 1964 e non prima.

La testimonianza che riporto è data in prima mano dalla signora “Ciòci” Grigis, di Selvino ma sposata ad Aviatico, una dinamica e ancora arzilla signora, che era presente quel giorno. Il fratello Mario, persona molto conosciuta a Selvino e nelle valli, di forte carisma e personalità, da qualche anno aveva dato avvio al “Progetto Poieto”, (montagna che sovrasta il paese di Aviatico, con una altezza di circa 1400 metri) prima con la costruzione della Bidonvia, poi piano piano con la realizzazione di un “baracchino” per turisti dove lui e la sorella “Ciòci” offrivano pane e salame, e successivamente con la messa in opera dell’edificio vero e proprio, ampliato nel corso degli anni.

Il primo palo per la Bidonvia venne impiantato nel 1959 proprio ad opera di Mario Grigis (fratello della Ciòci).

La possente ruota intorno alla quale giravano le cabine per ridiscendere a valle era stata portata fin lassù a spalle dal Passo della Muruna (Passo di Ganda) con l’aiuto degli abitanti dei paesi, che in questo modo avevano avuto una piccola entrata economica, sotto la supervisione del Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

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Foto della stazione della bidonvia ad Aviatico quando ancora non c’era il rifugio sul Poieto

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Anni Sessanta Foto dell’impianto della bidonvia con il Rifugio del Monte Poieto

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Anni Sessanta Foto del rifugio del Monte Poieto in primo piano con le cabine della bidonvia

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L’inaugurazione della Bidonvia era avvenuta nel 1960, alla presenza del Senatore Folchi, durante il mandato del Sindaco di Selvino ingegner Rossi.

Perciò per quale motivo il Vescovo di Bergamo stava salendo in Bidonvia, in inverno, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, per raggiungere un’altezza di circa 1.400 metri dove non c’era nulla, se non distese bianche sferzate dal vento, su cui si poteva solo sciare?

Bisognava ritornare alla mente instancabile di Mario Grigis, il quale, infaticabile amante della sua terra, non si fermava un momento e poco tempo dopo l’inaugurazione della Bidonvia aveva iniziato a realizzare le piste da sci.

Partivano da dietro il rifugio, verso le dorsali che scendevano verso il Passo di Ganda.

La prima pista da sci aveva un impianto di risalita a Skilift, cioè con la fune che terminava con un piattello adibita al traino degli sciatori .

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Anni Sessanta Rifugio Monte Poieto, lo sklift

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Anni Sessanta L’impianto dello Skilift con le piste da sci del Monte Poieto

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I terrazzamenti

Anni Sessanta Foto panoramica di una delle piste da sci del Poieto con vista sui terrazzamenti di Plaz

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1960 con Ganda e il cimitero

Anni Sessanta Foto panoramica con in basso sullo sfondo il piccolo paesino di Ganda , annidato sul cucuzzolo e il suo cimiterino isolato a mezza costa. A sinistra su un cucuzzolo si nota il puntolino nero della cappelletta del “Tribulì” di Ganda, dove si celebrava messa in estate e dove ci si recava durante le passeggiate quotidiane. Oggi trasformata in abitazione privata e completamente sommersa dal bosco.

http://www.storylab.it/n/foto/1560/piste-da-sci-selvino/

La continua presenza di sciatori richiedeva però nuove idee.

A lato nord dell’impianto già attivo, inoltrandosi oltre il Rifugio, si stendeva un pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” e che ben si prestava ad una nuova possibilità per gli sciatori, una pista quasi in picchiata, che avrebbe garantito neve fino a primavera, essendo quasi sempre in ombra.

Per quei tempi erano progetti futuristici, quasi inimmaginabili.

a dx la pista dei Ruc, detta Radici non ancora costruita

Anni Sessanta Nella foto, a destra dello sklift, si vede bene il pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” dove poi si sarebbe ricavata la pista “Radici” e la sua Seggiovia.

http://www.storylab.it/n/foto/1561/selvino/

Ma per la nuova pista, impervia e maestosa, era necessario qualcosa di più robusto e sicuro di uno Skilift. Con l’aiuto di amici che contribuirono e sostennero l’idea di Mario Grigis, venne realizzata una Seggiovia con i seggiolini e solidi piloni portanti.  Si cominciò a dare un nome alle piste e la “Radici” divenne ben presto famosa  rinomata per la sua spericolatezza e difficoltà, ma anche per il suo pericoloso e intrigante fascino che richiamava turisti da ogni dove.

Ed ecco il ruolo di Monsignor Gaddi: attraverso i numerosi contatti di Mario Grigis era stato proposto al Vescovo di inaugurare il nuovo, brillante e massiccio impianto, perciò era stato accompagnato in auto fin sull’Altopiano di Selvino per la memorabile occasione, all’inizio della stagione invernale.

La signora “Ciòci” era emozionatissima quel giorno, e con lei la folla che era salita fin lassù per vedere, ammirare, seguire. Vedere un Vescovo, tutto “tirato” e compito, inaugurare una seggiovia, era una cosa strabiliante, quasi da non credere.

Dopo la cerimonia di benedizione venne offerta la cena al Rifugio, nella sala “vecchia”, costruita dal Mario nel 1962 e oggi trasformata in bar.

Alla giovane “Ciòci” era stato dato l’incarico di cucinare e di servire ai tavoli; fu durante uno di questi momenti che ascoltò il Vescovo commentare la particolare e vivace giornata con questo aneddoto, rivolto ai numerosi commensali presenti:

«Devo dire che non mi era mai capitato in tutta la mia carriera di Vescovo di inaugurare una seggiovia. E devo anche ammettere che ho riflettuto a lungo su quale preghiera optare per la benedizione. Ma, con sincerità, la mia mente non trovava soluzioni. Avevo pensato alla Preghiera dell’Alpino, ma questo biancore, questo elevarsi al cielo come volando, chiedeva qualcosa di più leggero. Alla fine ho trovato quello che faceva al caso mio. La mia scelta è caduta sulla preghiera dell’Aviatore e ora capisco che ho fatto bene perché qui su questa vetta sembra davvero di essere vicino al cielo.»

La sua affermazione era stata così sincera e spontanea che aveva scaturito un lungo e festante applauso.

L’inaugurazione della Seggiovia fu l’occasione anche per parlare ancora del futuro del nascente Poieto, e fu in quell’occasione che gli amici e i presenti, quasi come una battuta, lanciarono la proposta a Mario Grigis: «Ora che è arrivato il Vescovo, dovresti costruire qualche stanza per permettere il pernottamento, così il Monsignore ritornerà ancora, magari per qualche giorno di riposo in estate…»

Detto e fatto, le camere al piano rialzato, poi fu la volta della piscina, quindi l’ampliamento del piano terra, e via via.

La seggiovia della Valle dei “Ruc” marciò a pieno regime per anni e anni, si alternarono personaggi famosi dello spettacolo e dello sport, si sciava anche il 25 aprile e la sua fama era indiscussa. La neve a due passi da Milano, senza le code, senza stress, senza viaggi faticosi.

Poi il declino.

Oggi della seggiovia inaugurata dal Vescovo Clemente Gaddi restano solo alcuni pali, lo spettacolare dirupo aperto, quasi una lastra argentata, che sembrava proiettare verso il basso, si è rimboscato, tutto si è inselvatichito, come una fiaba senza il lieto fine. Non c’è più niente, solo i ricordi degli anziani.

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto i pali della seggiovia per la pista Radici in basso Coldré

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto gli ultimi pali della seggiovia per la pista Radici, in basso si vede il borgo di Coldré

Grazie alla signora “Ciòci” ho potuto dare finalmente una storia a questo momento particolare dell’Altopiano di Selvino Aviatico.

Ma se non si fermano sulla carta i ricordi, rischiano davvero di scomparire nel nulla. Fatti e genti sommersi dall’oblio.

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Aprile 2015 Panoramica sulla Valle Seriana dal pianoro dietro il rifugio Poieto

 RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia della fotografia “Il Vescovo in bidonvia” è dare conoscenza e memoria, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

Ringrazio di cuore Storylab.it per l’archivio di fotografie d’epoca che ho potuto utilizzare. Ringrazio la signora “Ciòci” per il dattagliato ricordo del “Vescovo in Bidonvia”.

La memoria del mistico fraticello di Amora

Recensione di Francesco di Ciaccia

Filosofo, saggista e scrittore

Copertina Fra Pacifico

Il libretto in memoria di Fra Pacifico da Amora (1883-1937) dal titolo “Un campo di stelle il mio riposo”

In Memoria di Frati Minori Cappuccini:

i familiari ricordano loro congiunti

Fra Pacifico da Amora (1883 – 1937)

Recensione di Francesco di Ciaccia

“Mi fa piacere annotare alcuni pensieri dopo aver letto le pubblicazioni – agili e dense di richiami e documenti d’archivio – compiute dai familiari di frati cappuccini, perché è importante che si sia sentito il bisogno da parte loro di ravvivare la memoria dei quei congiunti i quali, lasciata la casa paterna, si sono dedicati alla vita consacrata in conventi cappuccini.

È importante, perché è segno dell’interesse del mondo secolare nei confronti della vita religiosa, nei confronti della realtà conventuale, in particolare se si tratta della vita di fratelli laici francescani. E proprio con un libretto alla memoria di un fratello laico cappuccino mi piace iniziare questa presentazione di due piccoli libri, redatti e pubblicati a cura dei rispettivi familiari di due frati cappuccini.

È bene infatti ricordare che la famiglia francescana, così come l’ha ideata san Francesco stesso, fondamentalmente – benché non esclusivamente – è costituita da frati laici, anche se, ancora vivente l’Assisiate e con la sua personale adesione, fin dalle origini si annoverano frati che erano anche chierici dell’ordine presbiterale, quali Pietro Cattani e poi Antonio da Padova.

Una pubblicazione è dedicata a fra Pacifico da Amora, al secolo Vincenzo Carrara, e presenta – come recita il titolo – “la vita, le testimonianze, i luoghi, il riposo” del frate, in un “libretto in memoria”, per l’appunto, a firma di Aurora Cantini, per le Edizioni Villadiseriane, dal titolo “Un campo di stelle il mio riposo. L’Autrice del libretto ha riesumato – come per caso, ma provvidenzialmente – tra le “cose vecchie” riposte in solaio, nella casa di famiglia, un manoscritto proprio di fra Pacifico da Amora. Egli vi si racconta, parla di sé, tra dati anagrafici – “sono nato in una assolata giornata d’estate, il 12 agosto del 1883” – e sguardi interiori ed esteriori. E proprio questi ultimi mi sorprendono: gioiosamente. Dico sul serio: sono rimasto stupito. Dico stupito, perché mi sono sentito ammaliato. Per questo ho detto: “stupito”. Non mi aspettavo tanta una prosa così bella. Mi son detto che è un grande scrittore, un fine narratore; ma di primo acchito – così, senza riflettere – mi è sembrato avere un quadro davanti agli occhi.

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Il mistico fraticello questuante Fra Pacifico da Amora (1883 – 1937) nell’unica fotografia esistente.

Leggete. È l’inizio, assoluto:

“Sono fermo ai lati della pista e osservo la gente che passa frettolosa. Dietro di me lo sciacquio del lago d’Iseo mormora piano le sue storie”.

Non è finita: subito la prosa continua, ancora più narrativamente pittorica:

“Mi fanno compagnia i cespugli di mirto e biancospino nel loro stormire leggero, un brusio che mi culla e rasserena le mie ore disperse. Come tetto un antico ippocastano […]. Unica coperta la distesa d’erba […].

Se anche tu transiti da queste parti, fammi un cenno, riconosci il mio sguardo, afferra la mia voce e portala con te”.

Come si può dare torto all’Autrice, che è andata proprio lì, in quei posti, per incontrarlo; lì, anche se egli non c’era, perché – come appunto continua fra Pacifico – “non mi vedrai, perché io sono solo vento e brezza leggera […]. Ma ti racconterò la mia storia”.

La storia, appunto, si diparte dalla famiglia d’origine del frate – che si autoracconta -, nel suo contesto territoriale, nella sua vita di casa, anche negli aspetti struggenti (“Vedevo mia madre Anna Maria invecchiare sotto il peso degli affanni e del poco cibo”), fino al suo sogno, quello in cui, una volta lasciato questo mondo terreno, egli (ossia “Io, Fra Pacifico di Amora”) si rivive ancora nel ricordo di coloro cui ha donato il profumo di una buona parola, di un sorriso, di un gesto di sincerità.

A me questo sogno – o meglio, questa speranza interiore, dolcissima, soave – ha suscitato una impressione di viva umanità: è l’immagine già evocata dal Foscolo, di restare, cioè, vivo nell’animo di chi ci ha conosciuti, di chi ci ricorda con affetto: in questo caso, nel caso del Nostro Frate Pacifico, con lo sguardo rivolto all’“Amore grande” – come lo definisce frate Pacifico stesso -, che è Dio.

Il libretto poi contiene tutto ciò che occorre per completare la presentazione di Fra Pacifico da Amora, dalla commemorazione redatta dal P. Leandro Spadacini M. da Malegno, superiore del Seminario Serafico – la quale registra soprattutto i tempi dell’ultima fase della vita terrena del Nostro frate Pacifico, quella prossima a Sorella morte -, alle testimonianze di confratelli che conobbero frate Pacifico e che ne ricordano, direi con venerazione, la vita semplice, umile, devota, un’esistenza condotta, per buona parte della giornata, a volte, con le spalle sotto il peso della bisaccia.

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Una veduta panoramica del paesino di Amora, Valli Bergamasche, vista dal fondovalle di Albino, Media Valle Seriana

Chi è, in effetti, Fra Pacifico da Amora, piccolo paesino montano del Bergamasco? Un frate “questuante”, uno di quei frati cappuccini che vanno a fare la questua, vanno a ricevere elemosine – in natura, generalmente – per provvedere alle necessità di approvvigionamento del convento, girando tutto il giorno per le case di campagna o del paese – come il fra Galdino di manzoniana memoria.

L’ho riportata come ultima notizia, non perché la cosa non sia importante, ma proprio perché mi riconduce alla mia prima impressione, quella in cui ho iniziato questo ricordo. Infatti, proprio perché sapevo che il frate questuante, quello cioè della “cerca”, è – così risulta normalmente – povero di istruzione, mi sono sorpreso, e meravigliosamente stupito, leggendo le sue righe. Ma ho ricordato alla fine questa notizia, anche perché la figura del Nostro frate avalla una teoria o idea molto radicata in tutti i saggi spiriti e in tanti sapienti confratelli: non sono le argomentazioni, non sono le belle parole, magari messe bene in fila, a edificare, ma sono le poche parole dette col cuore e sostenute – direi: sopraffatte! – dai fatti e dall’esempio pratico, materiale, concreto.

E con ciò finisco, rifacendomi a quanti hanno scritto come frate Pacifico abbia “operato in mezzo a noi […] cogli esempi della sua vita di sacrifici, di disagi sempre da lui dissimulati e nascosti […]” (Bollettino Parrocchiale di Sarnico), facendo “del vero apostolato col suo esempio” (Fra Alipio M., Vicario Apostolico dell’Eritrea).

Entro questo quadro così felice e gaudioso – poiché gli spiriti di profonda vita interiore illuminano l’umana famiglia – credo coerente anche la ricostruzione genealogica del casato cui appartenne fra Pacifico Carrara, compilato con perfetta chiarezza dall’Autrice del presente libretto, grazie anche alla collaborazione della Signora Angioletta Dentella, dell’Ufficio comunale di Aviatico, di Ornella Carrara, già impiegata presso il medesimo Ufficio, e – per l’insieme dell’opera, sul piano archivistico – grazie alla dedizione di Padre Costanzo Cargnoni, responsabile dell’Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi e della Biblioteca Francescano-cappuccina provinciale di Milano.”

(Francesco Di Ciaccia)

 

I bambini coraggiosi di Sciesopoli a Selvino

Il Palazzo detto Sciesopoli a Selvino (paese delle Orobie Bergamasche) apre le sue porte ai ricordi degli ex bambini che nella vecchia colonia fascista al termine della Seconda Guerra Mondiale ritrovarono il sorriso e la vita.

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Dal 1945 al 1948 il maestoso edificio che svetta sulla Valle Brembana divenne rifugio e casa per oltre 800 bambini ebrei  sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, raccolti nelle foreste, sulle strade, nelle campagne d’Europa, senza più famiglia, né casa, né nome.

Tante storie cullano ancora le vuote finestre negli enormi padiglioni che compongono la struttura, tanti ricordi di coloro che, bambini sopravvissuti all’orrore, sull’Altopiano Selvino Aviatico ripresero a vivere, impararono una lingua e rinfrancarono il corpo e lo spirito.

Tante storie…

come quella di Jelica che oggi vive a Sarajevo, nella sua lettera al professor Marco Cavallarin, curatore del Progetto “Memoria di Sciesopoli” e che io (Aurora) riporto integralmente:

“Sig. Cavallarin, Mi mancano le parole per poterla ringraziare! Vorrei tanto che Lei si sentisse abbracciato da quell’abbraccio dove non servono più le parole e dove, nel sacro silenzio, si capisce tutto.
E io sono ancora là, una di loro: mi sveglio con il sole nelle finestre del dormitorio, preparo il mio letto (lo vedo con la spalliera di ferro, bianca!?), lavo i denti aspettando il mio turno. Dopo: il suono dei piccoli passi accompagnati dal caldo profumo della prima colazione. Impariamo a leggere, ci impegniamo ad essere bravi, cantiamo… poi giochiamo ai cinque sassi (i miei li ho ancora, era il mio gioco preferito), o ci troviamo nel silenzio misterioso della sala del cinema…
Si, adesso mi è tutto chiaro: questo è un luogo sacro.

Ma la sua sacralità si trova fuori dalla materia dell’edificio. Però di questo corpo fisico non può fare a meno. E’ paragonabile a un essere umano la cui specificità e valore apprendiamo dai suoi pensieri e dalle sue attività che, per esistere ed essere espresse, hanno bisogno di un corpo fisico, con cui stare in armonia.
Cosi, Sciesopoli ebraica per me è un essere. Il suo corpo permetterà di far emergere il suo spirito, le emozioni, la coscienza, l’intelletto…
Come diceva una delle figlie di un Bambino di Selvino: ”For us, the spirit of Sciesopoli is the way of living…” (per noi, lo spirito di Sciesopoli è il nostro modo di vivere). Anche io aggiungo la mia sincera partecipazione alla forza (spero crescente!) di questo sacro spirito!
Per ora La ringrazio per il grande regalo che mi ha consegnato e La saluto. Jelica, ex bambina di Sciesopoli”

Tante storie…

come quella di Bobbi Maxman (Bronka Auerbach) una ex Bambina di Selvino. È morta improvvisamente a New York il 7 luglio 2016, all’età di 83 anni. Dal sito www.sciesopoli.it si legge : “Bobbi era nata nel 1932 a Zalosce (Zalosza o Zaliztsi), una piccola città che allora era polacca e oggi si trova in Ucraina.

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Bronka-at-Sciesopoli-undated-04 www.sciesopoli.it

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la Polonia venne divisa e Zalosce entrò a far parte dell’Unione Sovietica. Ma, nel giro di due anni, i nazisti invasero la Polonia. Dopo aver vissuto nel ghetto di Tarnopol, la famiglia di Bobbi si nascose in un fienile, dietro la casa di un ucraino che veniva chiamato “il Gobbo”.
Quando il loro nascondiglio fu scoperto, tutta la famiglia, con Bronka e il fratello Avraham Auerbach, si nascose nella foresta dell’Ucraina. Per sei mesi tutti vissero in una buca scavata nel terreno, coperta da un pannello e da rami, che si riempiva d’acqua fino alle ginocchia quando pioveva e dalla quale non si vedeva la luce del giorno. Sopravvissero con i fagioli che dava loro un contadino in cambio di denaro e oggetti di valore.
Per passare il tempo, Bobbi e suo fratello avevano ideato un gioco particolare: dividevano a metà un filo di paglia su cui facevano gareggiare dei pidocchi come fossero delle macchinine. Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale i due fratellini vagando per l’Europa devastata finirono a Selvino, alla Sciesopoli, dove vennero raggiunti dai genitori. Bobbi lasciò Selvino nel 1947 insieme con una ventina di altri ragazzi di Selvino.  Avrebbero raggiunto Israele con un aereo che presero di notte vicino ad un cimitero nei pressi di Roma. Atterrarono in un campo incustodito della Palestina.” (fonte www.Sciesopoli.it)

Tante storie…

come la tenera storia d’amore tra due ex Bambini di Sciesopoli, Avraham e Ayala Aviel. Si erano conosciuti a Selvino durante i tre anni di permanenza nella colonia ebraica e da allora non si sono più lasciati: Avraham, nato a Dowgalishok, un villaggio agricolo ebraico polacco (oggi in Bielorussia), aveva percorso a piedi da solo centinaia di chilometri per riuscire a varcare quel cancello, “il cancello del Paradiso” (come diceva lui), ne aveva sentito parlare quando era giunto a Milano dopo aver attraversato mezza Europa lungo i sentieri dei boschi e delle foreste e aver visto morire il fratellino e il papà. Se ne era rimasto attaccato alle sbarre per una giornata intera, fino a quando i sorveglianti  non gli permisero di entrare e rifocillarsi. Dopo aver dormito per ore su uno dei lettini del dormitorio, aveva iniziato la sua nuova vita in quella enorme casa del cuore. E aveva subito preso sotto la sua ala protettrice la piccola Ayala, una delle centinaia di bambine coraggiose scampate al massacro.

Avraham e Ayala Aviel il 17 aprile 2016 davanti ai cancelli di Sciesopoli Selvino

Avraham e Ayala Aviel il 17 aprile 2016 davanti ai cancelli di Sciesopoli Selvino

Insieme sono tornati a Sciesopoli nell’aprile del 2016 insieme alle due figlie, circondati dagli abitanti del paese e dalle autorità. Oggi Ayala non c’è più, se ne è andata il 26 gennaio, ma il suo spirito, prima di volare verso il cielo, ha valicato le nubi ed è tornato per l’ultima volta ad accarezzare le vecchie mura di Sciesopoli, là dove ha ripreso a giocare.

16 aprile 2015, Avraham e Ayala varcano i cancelli di Sciesopoli per la prima volta dopo 70 anni.

16 aprile 2016, Avraham e Ayala varcano i cancelli di Sciesopoli per la prima volta dopo 70 anni.

16 aprile 2015, Avraham Aviel uno degli ex bambini di Sciesopoli, racconta la sua storia sulla scalinata del portone di accesso all'edificio, a Selvino.

16 aprile 2016, Avraham Aviel uno degli ex bambini di Sciesopoli, racconta la sua storia sulla scalinata del portone di accesso all’edificio, a Selvino.

 

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Aurora Cantini a Sciesopoli, Selvino, 16 aprile 2016

Avraham Aviel riceve la copia della poesia "Anniversario Sciesopoli" dallla poetessa Aurora Cantini, davanti al portone di Sciesopoli, 17 aprile 2016

Avraham Aviel riceve la copia della poesia “Anniversario Sciesopoli” dallla poetessa Aurora Cantini, davanti al portone di Sciesopoli, 17 aprile 2016

Tante storie….

come quella di Sidney Jehoshua Zoltak, (vero nome Shie) che oggi vive a Montreal, in Canada. Nato a Siemiatycze in Polonia, approdò a Selvino ragazzino, dopo essere fuggito nella notte del 2 novembre 1942 dal ghetto della città, dove era stato confinato all’inizio di agosto insieme ad altri 7500 ebrei dai tedeschi che avevano invaso la città. Verso la fine di ottobre i militari avevano iniziato a ripulire il ghetto deportando gli abitanti e il piccolo Sidney era stato uno dei pochi a riuscire a sfuggire alla retata.

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Il piccolo Sidney Zoltak, uno degli ex bambini di Sciesopoli

Aveva trascorso mesi vagabondando su carri bestiame fino ad arrivare in Italia nel 1945. A Sciesopoli condivise le tragiche esperienze dei compagni, che spesso avevano perduto entrambi i genitori.  “La maggior parte dei bambini venuti a Selvino” racconta ancora oggi Sidney “erano arrivati dai campi di concentramento, dalle foreste dove alcuni di loro avevano combattuto con i partigiani, dai villaggi dove si aggiravano e si nascondevano e dai conventi e monasteri cattolici. Ci sono stati alcuni che sono sopravvissuti dopo essere stati esiliati in Siberia.”

Il ritorno di Sideny Zoltak a Selvino, 17 settembre 2016

L’ARTICOLO SU L’ECO DI BERGAMO

Articolo su Sciesopoli e poesia di Aurora Cantini 16 aprile 2016

Articolo su Sciesopoli e poesia di Aurora Cantini 16 aprile 2016

Tante storie…

Come la tragica avventura di Shmuel Milchman, ragazzino polacco passato per i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Mauthausen ed Ebensee, quindi divenuto tipografo, che è scomparso il 9 ottobre 2015. Insieme alla figlia Cheli Garty, ha scritto un libro sulla sua vita, dal titolo “Il ragazzo da lì. Memorie di luce e ombra di Shmuel Milchman“.

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Shmuel Milchman, uno degli ex bambini di Sciesopoli Selvino

Dopo l’arrivo dei soldati americani al campo, venne portato in una caserma in Austria. In quei giorni difficili di un primo ritorno alla vita, un pensiero continuava a riecheggiare nella sua mente, andare alla ricerca del fratello. Una notte salì sul primo treno, senza biglietto, finchè venne trovato in mezzo ad una strada da un gruppo della Brigata Ebraica, che raccoglieva gli adolescenti ebrei sopravvissuti alla Shoah per poi aiutarli ad emigrare in Israele. Così venne portato a Selvino.
Racconta nel suo memoriale: “Era una casa grande e spaziosa, una bellissima costruzione con camere comode, una piscina, giardini fioriti, erba, e un bellissimo panorama sulle Alpi. Un sogno, niente da dire. Vi arrivammo in estate, quando le montagne sono coperte di verde e tutto intorno è illuminato dalla luce del sole, dolce e morbida: che contrasto con il panorama delle baracche e le recinzioni di filo spinato dei lager!
Un miracolo. Non vi è un’altra parola per definirlo, dal momento in cui incontrai i soldati della Brigata per le vie di Innsbruck, la mia vita cambiò completamente. Come in un teatro, cala il sipario su una scena buia e dolorosa e alcuni secondi dopo il sipario si riapre su un palcoscenico illuminato e allegro.”

 

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