Una ragazza e il suo primo tailleur in tempo di guerra

Una ragazza e il suo primo tailleur in tempo di guerra (ricordando mia mamma, Clemens Noris)

Il misterioso sarto sfollato a Ganda e la sua inseparabile macchina di cucire. Accanto a lui la giovanissima Clemens Noris, mamma di Aurora Cantini, con la mano appoggiata alla staccionata. Le ragazze di Ganda impararono a cucire. Ragazze di cucito, Ganda, 1943.
Il misterioso sarto sfollato a Ganda nel 1943 e la sua inseparabile macchina di cucire. Accanto a lui la giovanissima Clemens Noris, mamma di Aurora Cantini, con la mano appoggiata alla staccionata. Le ragazze di Ganda impararono a cucire.

Si era in  pieno conflitto mondiale e anche nel paesino di Ganda, sull’Altopiano di Aviatico, Orobie Bergamasche, la guerra si faceva sentire. Molti erano gli sfollati che partivano dalla bassa bergamasca e salivano nelle valli. Uno di essi, uno sconosciuto “sértur”, sarto, insieme alla moglie e alle due figliolette, era salito a piedi fino a Ganda lungo la mulattiera del torrente Rovaro, con sulle spalle la sua inseparabile macchina da cucire.

Il paese dei bambini, Ganda, dove il Natale diventa Presepe

Trovò alloggio, grazie alla solidarietà degli abitanti, nella prima casa del paesino, a sinistra del campanile, una casa dei “Nigroni” che mio nonno “Santì” teneva come mezzadro curando anche i prati. In quel periodo lo stabilimento tessile Bellora di Gazzaniga, data la grave povertà delle famiglie, offriva ai dipendenti degli scampoli di stoffa misto lana e anche Agnese Noris, sorella maggiore di mia mamma Clemens, che già lavorava nello stabilimento (essendo di quattro anni più grande), ne aveva ricevuto. Così le ragazze di Ganda, operaie, con l’aiuto dell’amico “sértur” cominciarono a farsi i primi completi. Trascorrevano in compagnia i momenti liberi dal fieno e imparavano a cucire. “Ol Santì” gli dava regolarmente un po’ di latte e il sarto ogni sera preparava sul fuoco la minestra di riso e latte per tutti i bambini e le ragazze della borgata. Mia mamma, al centro della fotografia, con il fiocco tra i capelli corti e con la mano appoggiata alla staccionata, riuscì a cucirsi il suo primo “tailleur”, di un caldo color panna, che potè indossare orgogliosamente qualche anno dopo.

Clemens Noris, mamma di Aurora Cantini, con il suo primo tailleur giacca gonna confezionato con il panno lana offerto dallo stabilimento Bellora. Aveva imparato a cucire grazie allo sconosciuto sarto sfollato.

Alla fine della guerra il misterioso sarto si rimise sulle spalle la sua inseparabile macchina da cucire e si avviò  verso il viottolo sotto l’abitato. Lui e la sua famiglia scomparvero oltre la curva e nessuno li rivide mai più. Solo  allora ci si accorse che nessuno aveva mai chiesto il suo nome. Ma mia mamma non lo dimenticò. Pensò spesso a lui, accarezzando il suo tailleur come un prezioso dono del cielo.

Oggi che mia mamma Clemens se ne è andata, me la rivedo spensierata per pochi attimi nel buio dei giorni di guerra e sono felice di aver raccolto e ricordato questa sua storia. La storia di una giovinezza ferita e colpita dalla guerra, ma indomita e fiera, con la speranza che prima o poi il futuro avrebbe portato giorni in cui poter indossare un soffice tailleur confezionato a mano.

    3 thoughts on “Una ragazza e il suo primo tailleur in tempo di guerra

    1. Cara Aurora, non riesco a trattenere le lacrime leggendo questa storia ed anche vedendo la bellissima foto. L’amore tra madre e figlia, le generazioni che si incontrano e si sostengono.
      I racconti delle nostre mamme, della loro vita povera ma piena di speranze e di piccole gioie, ci insegna che nel “troppo” che abbiamo ora non sta automaticamente la felicità.
      Un abbraccio
      Luciana

      • Cara Luciana, grazie dal profondo del cuore per questo tuo messaggio di affetto e vicinanza verso la mia mamma Clemens. Seppur avesse quasi ottantanove anni, li avrebbe compiuti il prossimo 26 maggio, era imbattibile, vivace, arzilla, interessata alla vita e al mondo. Per me e mia sorella Angela era immortale. Tenace come l’edera. Combattente come poche. Non eravamo e non siamo pronte a lasciarla andare, ancora non riusciamo a crederci che se ne sia volata via in 3 giorni. Così. A volte penso “Devo dirlo alla mamma…” poi con un botto al cuore mi rendo conto che lei non aspetterà più le nostre chiacchierate. Le nostre telefonate. I suoi abbracci.

    2. Mamma, sei stata la mia prima fan! Creavo le mie prime poesie a cinque anni canticchiandole a voce alta appollaiata sul divano davanti alla finestra e tu sorridevi dicendo al papà che entrava: “La Rori sta inventando ancora delle storie!”