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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

Visualizza gli articoli con tag Aurora Cantini

I romanzi di Irma Kurti e Aurora Cantini al Macondo Café di Bergamo

Aurora Cantini e Aurora Cantini al Macondo Café di Bergamo

Nuovo appuntamento per le scrittrici Irma Kurti e Aurora Cantini allo spazio lettura del Macondo Café, a Bergamo. Il filo conduttore è la città orobica, per la Kurti eletta luogo di residenza da quando vive in Italia, per la Cantini il capoluogo cuore della provincia di nascita.

“Albania e Italia, le due rive. In essa vivono i ricordi dell’autrice Irma Kurti, la cui anima è perennemente divisa tra la voglia di partire il desiderio di lasciare il proprio paese e la nostalgia struggente, il malinconico tormento di tornare a casa. Un canto di dolore, un urlo straziante, un pianto soffocato che si stempera nei ghiacci del silenzio, un inno d’amore alla persona più cara. Un flusso ininterrotto di avvenimenti, emozioni, sogni infranti che si mescola nei ricordi di una vita, che cerca dentro di sé le ragioni della propria sopravvivenza e insieme ripete all’infinito la sua disperazione”. Da “Tra le due rive“, Kimerik  Edizioni, 2011.

L’Eco di Bergamo per l’incontro con Irma Kurti e Aurora Cantini al Macondo Café di Bergamo

“È un’immagine che mi è rimasta fissa nella mente e non posso rimuoverla. Ogni volta che tornavo tardi, mia madre stava al quarto piano, in piedi, appoggiata al davanzale, sia al freddo, sia quando c’era un’afa soffocante. Spesso, nel buio, mentre stavo tornando e gli occhi mi andavano immediatamente al piano in cui abitavamo noi, distinguevo l’ombra che era diventata un tutt’uno con l’oscurità, cioè mia madre. In quei momenti una mano sconosciuta portava via la mia tristezza, la stanchezza; avevo una persona che mi amava quanto il mondo intero. La salutavo e lei mi aspettava finché, arrivata al quarto piano, mi diceva: “Amore di mamma, dove sei stata? Mi hai fatto preoccupare!”

Aurora Cantini, Alessia Gotti moderatrice, Irma Kurti al Macondo Café di Bergamo

Bergamo e la montagna, le radici. La forza che viene data dal sapersi parte di un mondo tenace, silenzioso ma fermo, si trasforma nell’autrice in parole che si fanno vita, ricordi, memoria.

“Il personaggio di Luisella, nel romanzo “Come briciole sparse sul mondo”, seppur immaginario, si muove, vive e agisce in paesi e luoghi che esistono davvero, tra cui il paesino di Sant’Antonio Abbandonato. Si trova a 1000 metri di altezza sospeso sulla Valle Brembana al termine di una ripida strada a tornanti. Con la sua freschezza di ragazza che vive in montagna è un tributo alla vita, ma rappresenta anche una desolante realtà, quella delle valli bergamasche, da sempre costrette a combattere contro lo spopolamento e le poche nascite.

Racconto come si vive ancora nelle Valli di montagna, ma anche come può essere stata la tragedia irreversibile di coloro che erano intrappolati nelle Torri e da lì non sarebbero più usciti. Sapevano che si sarebbero fusi in un solo cuore, in un solo ed unico destino, proiettati per sempre nell’eternità? La gente di montagna sa come è difficile fare i conti con la vita. Questo romanzo è un omaggio alla memoria recente della nostra storia, ma anche alle tradizioni di un mondo non ancora scomparso, per credere nel futuro, per credere nell’uomo.” Da “Come briciole sparse sul mondo“, Aletti editore, 2012

Al Macondo Café di Bergamo: Aurora Cantini, Alessia Gotti moderatrice, Irma Kurti

Di quegli uomini e quelle donne di un tempo lontano cosa rimarrà se non i ricordi che solo noi possiamo portare avanti? Per non dimenticare chi ha tracciato il cammino affinché nessuno di noi si perda e trovi sempre la luce oltre l’orizzonte. Per non lasciare che la polvere dell’indifferenza ricopra la memoria della montagna e il respiro delle contrade ormai svuotate. Per non lasciare che gli ultimi vecchi vedano spegnersi per sempre la storia della loro terra.” Da “Lassù dove si toccava il cielo“, Edizioni Villadiseriane, 2009

Aurora Cantini al Macondo Café di Bergamo

 

Sul fronte del Cukla-Rombon seguendo il sacrifico del giovane alpino

nella Grande Guerra

(fotografie esclusive dell’alpino Massimo Peloia, per gentile concessione)

L’articolo sulla rivista L’Alpino, numero di novembre

Massimo Peloia è un socio alpino della Sezione ANA di Saronno. Si è sempre interessato alle vicende  terribili e drammatiche della Prima Guerra Mondiale, dedicando attenzione particolare ai dimenticati eroi del Battaglione alpino ValCamonica, 5° Reggimento alpino.

Erano per la maggior parte ragazzi bergamaschi e bresciani, che combatterono soprattutto sui versanti di due monti famigerati per l’alto numero di vittime nelle battaglie svolte sui loro versanti. Sono il Cukla (1776 metri) e il Rombon, che raggiunge i 2.208 metri di altezza, accanto al Romboncino, a quota 2105. Massimo Peloia ha voluto salire fin lassù, al confine con la Slovenia, per rendere omaggio alle migliaia di ragazzi lanciati nell’impeto delle battaglie, strappati alle loro case, alla loro vita di gioventù, molti di essi mai più tornati a casa. Era uno dei fronti di guerra “forse la più ingrata del nostro schieramento alpino” come disse il Generale Cadorna.

Una gavetta rimasta sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Il Cukla e Rombon rimasero quasi sempre in mano agli Austriaci e più volte vennero invano attaccati dagli Italiani. Solo il Cukla divenne italiano, anche se solo per pochi mesi, tra il 1915 e il 1916. Ma in generale ci furono incessanti e sanguinosi tentativi che portarono solo esiti drammatici, con innumerevoli Caduti. L’epilogo fu dato la sera del 24 ottobre 1917, dopo la disfatta di Caporetto, quando le truppe italiane abbandonarono per sempre il Cukla – Rombon.

Il cippo sul Cukla, foto di Massimo Peloia

Lassù rimasero soltanto le anime dei tantissimi ragazzi morti in combattimento. Tra essi il giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara, terzultimo di cinque fratelli mandati in guerra. Proveniva da un borgo delle valli bergamasche, Amora Bassa di Aviatico, e quella notte tra l’1 e il 2 agosto 1916, aveva 20 anni e pochi mesi. Gli venne comandato di uscire con altri cinque compagni per cercare una via di accesso al Rombon, una missione esplorativa richiesta dal Comando Militare. Dovevano scendere dal Romboncino lungo una parete impervia per approdare alla Valle Mozenca e da lì conoscere appostamenti e difese nemiche.

Reticolati ancora ben arrotolati e munizioni rimasti sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia


Non si saprà mai cosa successe in quella notte d’estate, nel silenzio della cordata. Fermo Antonio precipitò in uno degli Abissi del Rombon, e là rimase. Lo cercarono invano per giorni, ma non fu mai più ritrovato.

Rombon, dove precipitò il giovane alpino Fermo Antonio Carrara nella Grande Guerra (foto di Massimo Peloia)

Massimo Peloia, dopo cento anni, è salito fin sul baratro di quell’Abisso che divenne sepolcro del giovane soldatino. Una volta raggiunta la cima ha depositato un dono, accanto al cippo che ricorda i tanti ragazzi immolati per la libertà.

È la poesia dedicata a Fermo Antonio “Come una fiamma accesa” scritta dalla pronipote del giovane alpino, Aurora Cantini. I versi letti ad alta voce sono stati trasportati dall’eco lungo il vento del ricordo, della memoria, dello struggente doloroso silenzio. “La poesia è stata lasciata nella cassetta di metallo in cima al Rombon, che contiene il libro di vetta dove gli escursionisti lasciano la loro firma, così da ricordare il giovane Carrara e tutti gli altri soldati Caduti”. (parole di Massimo Peloia)

Massimo Peloia con la poesia dedicata al giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara (Fonte: L’Alpino, numero di novembre)

“Come una fiamma accesa”, la poesia dedicata al giovane alpino bergamasco posata sulla vetta del Rombon. Foto di Massimo Peloia

Massimo Peloia ha così commentato la lettura della poesia: “I nostri Caduti furono anche Eroi, ma la maggior parte di loro erano vittime inconsapevoli del loro destino. Erano uomini di provenienza diversa, ma furono uniti dalla stessa sorte: morire nel fiore degli anni per una causa che faticavano a comprendere”.

Lungo il percorso di salita, il gruppo guidato da Massimo Peloia è transitato accanto ai resti di piccoli cimiteri in quota, con ancora croci e lapidi oramai divelte. Dopo la riesumazionenegli Anni Trenta, i corpi dei soldati Caduti sul Cukla-Rombon vennero radunati nei Sacrari che si stavano costruendo. Più avanti cappellette e resti di trincee, poi ecco i muri sbrecciati di quella che era l’Infermeria del Rombon, un edificio che stava addossato alla parete. Salendo in alto, appaiono i resti di un altro cimiterino di guerra, croci e scritte nei blocchi di roccia. La maestosa parete del Rombon sovrasta come a voler schiacciare i pensieri. Dalla cima lo sguardo vaga oltre la fitta vegetazione, oltre queste montagne selvagge, e si ritrova la linea austriaca, così vicina, così lontana.

Brano dell’articolo dedicato al fronte del Cukla Rombon sulla rivista L’Alpino del numero di novembre

Il pensiero va agli ultimi istanti di tanti giovani che non ebbero mai vita al sogno, poco più che adolescenti, per sempre giovani, per sempre Eroi.

I resti del cimitero sul Cukla Rombon (fotografia di Massimo Peloia)

Croce dove fu sepolto un Caduto sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Una delle croci dei Caduti sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Cippo dove furono sepolti alcuni Caduti sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Una della croci dei Caduti Austriaci sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

Il monumento ai Caduti austriaci sul Rombon, fotografia di Massimo Peloia

 

Il Roncio d’oro assegnato alla poesia in Memoria

del giovane alpino bergamasco

Caduto sul Monte Rombon durante la Grande Guerra

Il Roncio d’Oro ad Aurora Cantini

Roncole: fonte Wikipedia

Il roncio da sempre è compagno fedele del mondo contadino, espressione dialettale che indica la roncola, attrezzo apparso fin dall’Era del Bronzo, simile ad un grosso coltello a serramanico, usato per potare rami e canne, sfoltire cortecce, pulire i tronchi.

Ed è proprio questo legame indissolubile con la terra, la natura, la fatica e la vita, che la città di Ronciglione (Ronciò in dialetto locale) ha ideato l’omonimo Premio Letterario, giunto quest’anno alla ventiquattresima edizione.

Roncio d’Oro – Città di Ronciglione

La cronaca della Cerimonia di Premiazione è stata così riportata dal sito TusciaWeb: “Nella magica atmosfera della piazzetta di Sant’Andrea, colma ogni oltre aspettativa, in uno dei Borghi medievali più belli e suggestivi d’Italia, organizzato dal Centro Ricerche Studi, con il patrocinio della Provincia e del Comune di Ronciglione, rappresentato dall’Assessore alle politiche Culturali professore Massimo Chiodi e di numerose autorità Civili che operano nel sociale sul territorio , si è svolta la cerimonia di premiazione della XXIV a edizione del premio letterario nazionale “Roncio d’oro – Città di Ronciglione”.

L’evento ha rappresentato un classico dell’estate eonciglionese e questa edizione, come tutte le altre, è stata organizzata con il patrocinio del comune di Ronciglione dal Centro Ricerche Studi, vero baluardo e custode, per conservare, promuovere e tramandare alle nuove e future generazioni, le tradizioni e il patrimonio storico e culturale della terra natia.

Premiazione del concorso Roncio d’Oro – Città di Ronciglione

Questa 24esima edizione ha visto una notevole ed incoraggiante partecipazione dei giovani  studenti delle scuole elementari, medie e liceali. Motivo di conforto che lascia ben sperare  per il nostro futuro. Ai vincitori nelle varie sezioni, è stato assegnato il Roncio d’Oro, ai secondi classificati il Roncio d’argento e menzione speciale per opere meritevoli di risalto.

Il presidente professoressa Maria Lucia Girelli, dopo aver ringraziato tutti i presenti per la numerosa partecipazione, ha manifestato la soddisfazione sua personale e degli organizzatori per le opere ricevute, tutte di qualità e degne di menzione. Un sincero ringraziamento alle insegnanti, ai docenti, agli attori, a tutti i membri delcda del Centro ricerche studi, presidente, vice presidente, segretario e consiglieri, che con il loro fattivo impegno, dedizione e professionalità, hanno reso possibile la realizzazione di questa splendida manifestazione.

Un ringraziamento particolare al professore Luca Damiani, presidente della commissione esaminatrice. La professoressa Silvia Scialanca, svolgendo il ruolo di presentatrice e conduttrice in modo impeccabile, con il supporto della band di Alfredo e Mirco, che con le loro melodie hanno creato vera armonia, ha dato inizio alle premiazioni delle opere.

Per la Categoria Bp – Poesia in lingua Italiana hanno vinto:
Aurora Cantini di Bergamo. Come una fiamma accesa. Roncio D’Oro.
Maria Silvia Rita di Orte (VT). Tempo Sospeso. Roncio D’Argento.
Fausto Marseglia di Marano (NA). Signori….si scende! Menzione Speciale.
Giulio Bernini di Montecompatri (RM) Eos. Menzione Speciale.
Subino Angelo Giovagnoli di Ronciglione. 83 Carnevale. Premio Speciali della
Giuria.

Una targa speciale è stata consegnata al Cavaliere Alcide Pelliccia e al professore Contardo Emilio detto “Mimmo” per il loro prezioso e impagabile contributo dato al Centro Ricerche Studi dalle sue origini.

Questa XXIV a edizione del premio letterario nazionale “Roncio d’oro” città di Ronciglione è da incorniciare ed è motivo di stimolo e d’incoraggiamento per l’anno 2018, quando il “Roncio d’oro” festeggerà le nozze d’argento con i primi 25 anni di vita e il Centro Ricerche Studi di Ronciglione compirà le sue prime 70 Primavere.
Attraverso la Poesia e il Dialetto si riscoprono le origini e le radici di appartenenza. Tradizioni , Storia e Vera Cultura da vivere e tramandare alle nuove e future Generazioni.”

Lavista Giuseppe
Per il Centro ricerche studi di Ronciglione

LA MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

Aurora Cantini e il suo Roncio d’Oro

Sezione Bp Poesia

Aurora CANTINI – con la poesia “COME UNA FIAMMA ACCESA” 1 classificata, Roncio d’Oro,

con la seguente motivazione:

“Avara la vita, iniqua la guerra, ingrata la Storia: c’è soltanto una mamma straziata di pianto che vaga, vaga sui prati ormai del cielo per riunirsi ai vent’anni martoriati di bombe e di abbandoni, “oltre la battaglia”, oltre la caduta, oltre il buio dell’interminabile notte. È il grido straziante di un oblio ingrato, è una condanna alla guerra sulla punta di una penna splendidamente “essenziale”, magicamente espressiva, vigorosamente indignata. Sintatticamente perfetta.”

Roncio d’Oro 2017

Irma Kurti e Aurora Cantini,

voci di donne in poesia a Selvino

Poesia al femminile, ricordi ed emozioni raccontate da voci di donna: a Selvino le poetesse Irma Kurti, albanese residente da 11 anni a Bergamo, e Aurora Cantini, bergamasca doc, hanno aperto il proprio cuore coinvolgendo il numeroso pubblico attraverso la declamazione e l’analisi delle prorpie poesie, da quelle scritte agli inizi della loro carriera, fino alle ultime composizioni, quelle della maturità.

Nel mezzo le storie di due donne, nate entrambe negli Anni Sessanta, estremamaente diverse, con origini quasi agli antipodi, sia come estrazione familiare che come esordio letterario, ma accomunate da un comune progetto di vita, da una comune esigenza dell’anima, un’affinità di intenti e di riflessioni quasi in simbiosi. È stata proprio questa sinergia di cuori, di menti e di talento creativo che le ha portate ad incontrarsi in una delle numerose iniziative letterarie ad Albino nel 2015. Si ritrovarono fin da subito l’una nei versi dell’altra, decidendo di percorrere insieme un tratto di quel cammino in cui credono, per cui lottano quasi quotidianamente, un cammino dove la parola “Poesia” è la sola porta che può aprire il cuore dell’umanità. Ed eccole ora a Selvino, dopo la bella performance a Bergamo nel gennaio 2016.

Le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti a Selvino, con il consigliere Mario Vitali, la vicesindaco Virginia Magoni, Luigi Gandossi e Franca Mismetti della Compagnia Dialettale Città di Albino, che hanno fatto da moderatori all’incontro

Nata a Tirana, all’epoca sotto il regime dittatoriale, Irma Kurti ha iniziato a scrivere poesie su stimolazione del padre, che la spinse, ancora bambina,  a frequentare il Circolo Letterario di poesia presso la “Casa dei Pionieri”. Il Regime operava un’ attenta e certosina opera di censura sui lavori letterari dei giovani poeti, ma nonostante ciò il talento della Kurti emerse ben presto in tutto il suo valore.

Per la Cantini, nata in Valle Seriana, la poesia fu una scoperta autodidatta. A sei anni già componeva a voce piccoli abbozzi di poesia osservando  i fiocchi di neve volteggiare come diafane ballerine. La natura, i prati su cui correva o su cui si distendeva, le fronde amorevoli degli alberi del bosco, hanno fatto da motivo ispiratore alle prime poesie, pubblicate fin dall’adolescenza.

Insieme la scoperta di modelli letterari univoci, come Emily Dickinson, Puskin, Pablo Neruda, le sorelle Bronte… Modelli che hanno ispirato e influenzato entrambe durante il periodo dell’adolescenza.

Il pubblico a Selvino per le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti

Nel corso del tempo sono cambiati i motivi ispiratori, i temi e i contenuti della loro poetica, considerata da entrambe un “Bisogno dell’anima a cui non ci si può sottrarre”, ma nonostante  i disegni della vita abbiamo condotto la Cantini e la Kurti lungo strade diverse, è rimasta indissolubile l’affinità verso temi particolarmente cari ad entrambe: la figura del padre, la nostalgia, il dolore, le problematiche sociali, la poesia civile, i rapporti con le persone, l’amore.

“È avvenuto un ampliamento dei temi ed entrambe siamo liete che ciò si avvenuto in modo naturale, grazie alla maturità e alle esperienze di vita.”

Di tutto ciò le due poetesse hanno raccontato a Selvino, in una sala ricolma all’inverosimile. Su tutto l’amore verso la propria terra, culla e radice a cui sempre tornare.

Voci di donne in poesia a Selvino: da sinistra Mario Vitali, consigliere del Comune di Selvino, Aurora Cantini e Irma Kurti, poetesse, Franca Mismetti e Luigi Gandossi, moderatori e presentatori

Dalla Cornagera alle Dolomiti con il Cristo Pensante

Locandina serata ad Aviatico Pino Dellasega e Aurora Cantini

Per una sera il piccolo paese di Aviatico, sotto il Monte Cornagera, è diventato scenario per un cammino virtuale di fede, devozioni popolari, ricordi e racconti che uniscono idealmente il piccolo triangolo dolomitico bergamasco alle sorelle più famose, le Dolomiti.

Comune denominatore il Cristo Pensante, una scultura alta circa due metri, che l’alpinista, scrittore e camminatore Pino Dellasega ha voluto posizionare sulla vetta del Monte Castellazzo, teatro di alcune delle più atroci e sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale, luogo quasi sacro e mistico dove caddero migliaia di giovani ragazzi, che mai più ritornarono a casa, immolati sull’altare dell’Eternità.

“Il Cristo è rappresentato seduto su di un masso che sta pensando, con la mano sinistra appoggiata sul ginocchio e con il palmo della mano  sostiene il viso. Il suo viso è sofferente e preoccupato e tiene gli occhi chiusi. Sulla testa è posata la corona di spine della sofferenza ed è stata confenzionata con del filo spinato della Grande Guerra raccolto in parte sullo stesso monte e in parte a Malga Valazza al Passo del Valles.

Il Cristo Pensante

Una corona di spine che ha un grande significato umano e un ricordo indelebile per tutti i giovani che tra il 1915 e il 1918 si sono sacrificati per la difesa della Patria, sia di parte Italiana che Austriaca. Un Cristo e una corona di spine che finalmente li riafratella.

Il peso del Cristo pensante è di 20 quintali e la sua altezza di circa 180 cm. Sotto il Cristo pensante, in un’apposita teca sono racchiusi i simboli dei luoghi più sacri del Mondo, dall’acqua della sorgente di Lourdes, alla terra e alle pietre di Gerusalemme, del Lago di Getsemani, del Colosseo luogo di martirio di molti cristiano, di Chestochova, di San Giovanni Rotondo e Pietrelcina, e l’elce della Cova da Iria a Fatima.

Sulla base del Cristo Pensante è stata posta una lastra di ferro corten con la scritta ottonata: “TROVA IL TEMPO DI PENSARE, TROVA IL TEMPO DI PREGARE, TROVA IL TEMPO DI SORRIDERE“, parole di Madre Teresa di Calcutta.” (fonte Trekking del Cristo Pensante)

Pino Dellasega è stato ospite ad Aviatico per raccontare la storia legata a questa statua e in particolare il Trekking del Cristo Pensante, un itinerario escursionistico ideato e curato proprio dall’alpinista, ex Fiamme Gialle. Migliaia di pellegrini ogni anno salgono al Cristo come devozione e tenace spiritualità.

Aurora Cantini e Pino Dellasega ad Aviatico

Insieme al Campione italiano di Orientering e fondatore della Scuola Nordic Walking, anche Aurora Cantini, che ha accompagnato il pubbblico numerosissimo in un viaggio del cuore legato alla montagna. Attraverso numerose immagini la Cantini ha narrato il Cuore della Cornagera e l’antica devozione di San Rocco e la peste manzoniana, che per prodigio miracoloso, con invocazione alla Madonna del Rosario, non ha colpito gli abitanti di Aviatico, nascosti nella Cornagera.

Pino Dellasega e Aurora Cantini ad Aviatico

Il tributo alle Dolomiti e al Centenario dalla Grande guerra è stato dato dalla Cantini attraverso l’omaggio profondo ai Caduti di Aviatico. Nessuno dei venti Caduti riposa oggi nei cimiterini dei 4 paesi (Ganda, Amora, Ama, Aviatico) che compongono il territorio. Anche i due che morirono a casa non hanno più una tomba, scomparsi dal cimitero.

Il Bòcia e il Vecio tra i Caduti di Aviatico, frazione Ganda

La maggior parte è rimasta lassù, tra le rocce, o in piccoli camposanti di montagna, oppure nei Sacrari costruiti negli Anni Trenta. Tanti morirono lontano, uno addirittura in Libia il 19 giugno 1915, uno dei primi soldati bergamaschi a cadere. La maggior parte erano giovanissimi, ben 14 erano di un’età compresa tra i 19 e i 30 anni. Accanto ad essi anche tre veterani, delle classi più vecchie, nati nel 1874 e 1877.

Eppure la Cornagera culla ancora e sempre quei giovani cuori indomiti di giovinezza, le voci degli antichi abitanti di questa terra riempiono il cuore di chi ascolta ancor ala montagna. ed e lì che si capisce di non essere più soli, né inquieti. La sua parola dà voce ai sentimenti legati ad un mondo in cui la vita è ogni giorno una lotta, da condurre fino in fondo, senza autocommiserazioni. Solo con la forza di andare avanti, senza fermarsi, in un perenne cammino verso la Luce.

La Cornagera e i suoi fiori tenaci, foto di Oscar Carrara

 

Lo scrittore Isidoro Perin commenta

Il bambino con la valigia rossa

romanzo di Aurora Cantini

Il bambino con la valigia rossa all’edizione 2017 della Fiera dei Librai Bergamo

Quella valigia così grande, così rossa, ai piedi di Pietro ormai cresciuto, avremo voluto conoscerla meglio, ma Aurora l’ha nascosta fino al finale, dove si svela l’arcano.

Pietro vive i suoi giorni dentro il Brefotrofio, un luogo terribile quanto indispensabile per quei tempi di miseria e di guerra, dove però anche sorridere, può essere già una colpa.

La penna di Aurora lo segue con trepidazione, gli anticipa i pensieri, lo protegge finché un giorno lo lascia arrampicarsi sul ciliegio carico di marinelle mature. Pietro ne fa una scorpacciata e le raccoglie anche per gli altri “Esposti” suoi compagni di sventura. Sale sui rami più alti e assapora per la prima volta il sapore della libertà.

Lo scenario della 2^ Guerra Mondiale è vissuto da Pietro e dagli altri trovatelli con le storture imposte dalla Direzione. Tuttavia i più grandicelli riescono a percepire un minimo di realtà.

La malattia dall’amico Gino sarà vissuta da Pietro in modo traumatico.

Per fortuna Aurora attinge alla sua vena poetica per mitigare la durezza degli avvenimenti. Così descrive l’amicizia dei due orfanelli alla fine della guerra:

  • Aveva solo bisogno di volare, il mio amico Gino, ma il suo piccolo cuore era troppo debole per strappare i sogni alla notte che ancora attanagliava la nostra vita.

Ne eravamo tutti consapevoli. Il mondo ricominciava a vivere, ma  non era giunto al Brefotrofio.

A dodici anni Pietro uscirà dal Brefotrofio con la sua valigia rossa e scoprirà, al suo interno, il grande amore della mamma.

Abbiamo bisogno ancora di storie raccontate da Aurora Cantini, e siamo sicuri che anche lei ha bisogno di scriverne! Grazie Aurora,   Isidoro Perin 

https://www.facebook.com/Isidoro-Perin-250963635037722/

ARTI, MESTIERI E TRADIZIONI RIVIVONO PER UN GIORNO

Ad Aviatico, paese sull’Altopiano Selvino, Orobie Bergamasche, per un giorno rivive il mondo delle antiche contrade.

Arti, mestieri e tradizioni ad Aviatico

Un tempo nei borghi di montagna transitavano periodicamente bizzarri personaggi con il loro vario campionario di commercio. Nel mese di ottobre, in concomitanza con le feste del Rosario, capitava nella contrada un tale ometto bizzarro; costui girava a piedi per i borghi recando numerose statuette in gesso della Madonna, di varie fogge e misure. Stava sull’altopiano per qualche settimana, distribuendo le sue statuine in cambio di cibo e magari anche alloggio di fortuna. Quando sopraggiungeva lui, i bambini interrompevano i loro impegni, magari stavano sfogliando “ol melgòt” (il granoturco) e lo attorniavano chiedendogli di dire la Predica o il Rosario o altre giaculatorie un po’ interpretate a modo loro, sul ridere.L’ometto accettava di buon grado il loro assalto e per un’oretta si trasformava anche lui in un bambino.

Non appena la stagione intiepidiva uno dei primi ambulanti a comparire sulla strada era l’arrotino, il “molèta”; poi “ol magnà”, il calderaio, colui che veniva a “giöstà i orègie di peroi”, cioè i manici laterali delle pentole, l’ombrellaio, l’impagliaio, che impagliava le sedie; le donne si passavano la voce quando passava l’uomo col fagotto, un ambulante di biancheria, il quale girava a piedi con un fagotto che dispiegava sull’aia in un tappeto multicolore di abiti e stoffe.

http://www.icponte.gov.it/ipertesti/ambiente_alpino/pmagna.htm

Il Calderaio

Talvolta spuntava “ol strassér”, lo straccivendolo, che annunciava il suo arrivo con il grido: “Strassér, òss, strass, pèi de cünì!” (straccivendolo, ossa, stracci, pelli di coniglio!”) Girava con un carretto e pesava tutto con la bilancia piccola o quella con l’asta graduata e il peso che si mette nelle varie tacche, il piatto sospeso a delle catenelle e il gancio per tenerla sollevata. I contadini appendevano alle lobbie le pelli dei conigli e dei gatti in attesa dello straccivendolo che le avrebbe portate via. Gli avrebbero permesso di raggranellare qualche soldo.

Lo straccivendolo

 Lo “stremassì”, il materassaio era l’uomo che rimetteva a nuovo i materassi, “i stremàss”, con lo scardasso, “ol scartès”, un attrezzo munito di denti uncinati, “i décc”, che consentiva di pettinare la lana, rendendola di nuovo soffice. L’arrivo dello “stremassì”, che andava di casa in casa, per i ragazzi era un evento originale e solleticava la loro curiosità. Le donne provvedevano ad aprire i materassi e ad allargare manualmente la lana arruffata e increspata, così che il suo lavoro era facilitato e costava meno. Poi lavavano la tela mentre “ol stremassì” ridava forma al materasso lavorando con spago e un grosso ago.

http://www.paviaedintorni.it/temi/attivita_professioni_file/vecchimestieri_file/materassaio.htm

Il materassaio

In casa non tutti i materassi erano di lana, perché erano tenuti dacconto: di solito per la camera dei ragazzi si usava un saccone pieno di foglie di mais “ol melgòt” o di paglia chiamato ”pajù” ( paglione) appoggiato alla rete metallica con le molle. Nella tela c’erano delle aperture attraverso cui si entrava manualmente a rimescolare “i sfoiàss” e “rügà ol melgòt” (mescolare le folgie di mais) per evitare dossi e montagnole che spezzavano la schiena.

fonte Beni culturali Marche

Il camino lo spazzavano i ragazzi della casa, usando i rami frondosi di cornale, che non si rompevano e si potevano maneggiare con facilità.

Anche le scarpe quando era possibile si aggiustavano in casa, usando un attrezzo per chiodare il cuoio con il martello da “scarpulì”.

Per i lavori di carpenteria ci si faceva prestare “ol  trapén”, progenitore del moderno trapano, funzionante a manovella. Era un attrezzo molto costoso e quindi andava maneggiato con attenzione, solo in casi di effettiva necessità, perchè in cambio andava “returnat ol tép” o si offriva il servizio dell’asino.

Per fare buchi o piccoli fori nel legno, nelle cinture, per costruire le gabbie o le bacchette si utilizzava una specie di punteruolo: “ol tenevrì”.

ol tenevrì

La piallatura delle assi o dei tavolati veniva eseguita con “la piala” in legno fatta scorrere sul ripiano avanti e indietro fino alla completa lisciatura. I chiodi, grossi e acuminati, erano adatti ad ogni necessità e si conservavano per ogni nuovo manufatto.

Ma ad Aviatico domenica 23 luglio si potranno anche ascoltare storie di vita quotidiana al tempo delle contrade:  oggetti antichi messi in mostra con il loro corrrdo di ricordi e di emozioni, gerle e gabbie, rastrelli e forconi, falci e pietre coti. E poi ancora gli oggetti di casa, dal ferro da stiro di ghisa al macinino da caffè, alla zangola usata per fare il burro, fino al bidone del latte che già da bambini si portava a spalla lungo i sentieri dal pascolo alla stalla o alla cascina.

Antichi mestieri ormai scomparsi: l’impagliatore di sedie, il casaro, il fabbricante di gerle, il fabbro e il minatore, il boscaiolo e l’intagliatore del legno.

Fonte web

Per un giorno quegli ex bambini che un tempo vivevano la quotidianità della vita contadina, oggi adulti, si presteranno a fare il fieno, a raggrupparlo in covoni sulla schiena usando l’attrezzo della “fraschéra” una sorta di lettiga. Il pubblico verrà guidato a sperimentare dal vivo il peso della zangola, del fieno, della gerla… in un immedesimarsi per un istante in quell’epoca aspra e difficile dove ci si affidava alla Provvidenza e alla fede per riuscire a sopravvivere e ad andare avanti.

“Ol masöl” mazzo di fieno con la fraschera

Le donne con la loro paziente attesa di un ritorno, a sferruzzare sulla porta di casa o a dipanare le matasse usando l’arcolaio, recitavano il rosario ogni giorno, ogni sera.

Ad allietare le antiche storie e narrazioni raccontate da Aurora Cantini ci saranno i canti  ele musiche delle tradizioni, al suono della fisarmonica e del flauto.

Aurora Cantini e alcuni oggetti di vita contadina

La guerra nemica giurata dell’infanzia e quei bambini con la valigia

Aurora Cantini e il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

“Una Valle in lettura, gli autori incontrano i lettori” è la proposta culturale della Biblioteca di Piazza Brembana (BG) con la direzione di Sandro Seghezzi, volta a portare tra la gente la passione per la lettura.

Aurora Cantini ha parlato del suo libro “Il bambino con la valigia rossa”, accompagnata dalla Compagnia FiloDrammatica di Santa Brigida.

Mentre Aurora illustrava il suo libro, le due cantautrici Carla e Mariagrazia Busi raccontavano, cantando, le storie di quattro bambini legati a Don Bepo Vavassori, il fondatore del Patronato San Vincenzo di Bergamo. Il tema conduttore è stato il dramma subito dai più piccoli nell’infuriare della guerra, in particolare la Seconda Guerra Mondiale, le tragiche separazioni di madri e figli nei campi di sterminio e i piccoli ebrei in fuga oltre la frontiera italiana. 

Mariagrazia e Carla cantautrici della Compagnia Filodrammatica Santa Brigida

Bambini senza più casa, né nome, né storia. Bambini con la valigia, poche cose raccolte in fretta, senza possibilità di attese. Si legge nei documenti storici: “A Santa Brigida, un piccolo paesino nascosto nell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, durante l’ultima guerra, passava la strada della libertà. Don Giuseppe Vavassori, rettore del Patronato San Vincenzo di Bergamo, con altri preti e persone del posto, aveva organizzato un “sentiero della salvezza”, per sottrarre alle leggi razziali le famiglie di ebrei. Per non dare nell’occhio, don Bepo si faceva aiutare dalle donne: giovani, anziane e bambine. Esse portavano da mangiare a queste famiglie nascoste nelle stalle del paese e le accompagnavano oltre frontiera.” 

In questo contesto raccontato in musica, si inserisce il romanzo “Il bambino con la valigia rossa“di Aurora Cantini. La narrazione, ispirata ad una storia vera, è ambientata negli anni dal 1943 al 1952 a Bergamo, con sfondo centrale i fatti della Seconda Guerra Mondiale. Il bambino protagonista, raccolto nei primi giorni di gennaio del ’44 dai gendarmi dopo che la madre l’ha lasciato solo e consegnato al Brefotrofio dell’Ospedale Maggiore da un fantomatico zio, funge da voce narrante dei fatti tragici della guerra a Bergamo. Racconta la sua vita e quella di tanti altri bambini “esposti all’abbandono”, piccoli e innocenti testimoni della povertà, del silenzio, della fame e della solitudine. Racconta anche dei preti coraggiosi, degli arresti frequenti, delle sparizioni delle persone care.

“C’era un bambino con la valigia rossa laggiù in città,

una giovane donna lo vide e gli prese la man.

Ora stanno girando cantando insieme per la città,

storie di pace e pane, di fratellanza ed umanità…” (dal canto “Il bambino con la valigia rossa”)

La valigia rossa ispiratrice del romanzo Il bambino con la valigia rossa

Ma le storie dei bambini delle guerre continuano ancora oggi. “Da sempre la guerra è nemica giurata dell’infanzia”, scrive l’Unicef nel suo sito. “Con il suo carico di lutti e distruzioni interrompe tragicamente l’età in cui un essere umano ha un bisogno assoluto dell’affetto e della protezione da parte del mondo adulto. Ma se per secoli le guerre avevano la forma di scontri fra soldati, con i civili nel ruolo di spettatori e vittime occasionali, quelle della nostra epoca sono quasi esclusivamente stragi di persone inermi” (Fonte Unicef, bambini e guerre)

Una delle guerre più vicine a noi che hanno coinvolto i bambini è stato il conflitto in Kosovo. Nei primi anni del Duemila giunsero in Italia, fuggendo dalla guerra, molte famiglie di rifugiati con numerosi bambini. Durante la permanenza a Bergamo al Patronato San Vincenzo venne loro chiesto di esprimere le loro emozioni attraverso pensieri e disegni. Nel loro italiano stentato i bimbi  scrissero frasi di disarmante e struggente semplicità.

“Nel Kossovo l’usignolo non canta più

La siepe suo nido mia casa bruciata caduta giù

Mio padre partito per guerra non torna più

Mia madre mi porta in Italia non ride più

Eppure la speranza non abbandonava mai il cuore di quei piccini, i versi finali della canzone sono un inno alla rinascita, al ritorno dell’infanzia.

“Ma un giorno la guerra di Kossovo finirà

Mio padre partito per guerra ritornerà

Mia mamma contenta mi abbraccia poi riderà

Campana di chiesa per festa poi suonerà” (dal canto “L’usignolo del Kosovo non canta più”)

Aurora Cantini e le cantautrici Marigrazia e Carla

Il “Che” e quella fotografia che non piaceva a suo fratello

Che Guevara nella famosissima fotografia di Alberto Korda, 1960

Parlare di Che Guevara vuol dire parlare del mito per eccellenza, immortalato per sempre in quella fotografia con i capelli ribelli che fuoriescono dal basco.

Era il 1960, il fotografo Alberto Korda catturò quegli occhi che sembravano guardare l’infinito, l’essenza del mondo, così carichi di mestizia e presentimento, senza immaginare che quella fotografia sarebbe stata riprodotta in milioni di adesivi, magliette, bandiere, tatuaggi, oggetti, tazze, posters e ogni altra sorta di gadget immaginabile.

Eppure per Juan Martìn Guevara, il fratello più piccolo di Ernesto (che in casa venne sempre chiamato “Ernestìn”), quella non è la fotografia che preferisce.

Ce n’è una che conserva gelosamente da quando aveva 15 anni. Ritrae la mamma Celia e due dei suoi cinque figli sul divano: in mezzo lui, Ernesto, e accanto il fratellino “El Tìn”, nato nel 1943, appena giunto a Cuba dall’Argentina, chiamato dal fratello per assistere alla caduta del regime di Fulgencio Batista. Era il 9 gennaio 1959 e tutti e tre ridevano come matti su quel divano.

9 gennaio 1959, la mamma Celia, Ernesto Che Guevara e il fratellino quindicenne Juan Martìn sul divano di casa

«Declamava poesie in tutte le lingue, ma subito dopo cominciava a dire barzellette e a ridanciare come un matto. Era un giocherellone fin da ragazzino, e non cambiò nemmeno quando divenne il Che.» Oggi Juan Martìn non ricorda il perché ridessero tanto, ma se chiude gli occhi risente ancora la risata di Ernesto, una risata quasi sibilante, dovuta all’asma di cui soffrì da quando aveva tre anni.

Juan Martìn Guevara è stato ospite a Bergamo, nell’ambito del Festival “Al cuore dei conflitti” e racconta il suo “Che”,  la profondità burlona e spensierata, ma anche cupa e silenziosa, dell’uomo assassinato in Bolivia nell’ottobre del 1967 a soli 39 anni.

La fotografia che lo ha reso immortale non è stata speciale, un istante catturato sulla pellicola durante i funerali a L’Avana per le circa cento vittime dell’esplosione della nave La Coubre.

«Giro il mondo per parlare di mio fratello oltre quella fotografia, per toglierlo dal piedistallo e recuperarne la dimensione umana, riempire l’immagine di contenuti, i suoi, e di vita, la sua, non solo di simboli. Mio fratello ha lasciato oltre tremila pagine scritte di suo pugno, il suo pensiero. Ho atteso quasi cinquanta anni per andare a visitare il luogo dove fu ucciso, la piccola scuola di La Huiguera, in Bolivia, e anche per rilasciare dichiarazioni pubbliche in merito.»

Juan Martìn ha dovuto resistere a otto anni di carcere sotto il Regime di Videla in Argentina a causa del legame con il fratello. «Ernesto era mio fratello, il Che era il mio comapgno di idee. A sostenermi in quei giorni bui era la convinzione che il cammino che ci ha indicato sia la sola strada percorribile.»

Oggi dell’amato fratello gli resta solo una scacchiera da viaggio: «Tutto il resto è andato perduto, ma la scacchiera me l’aveva regalata perché era un appassionato di scacchi, gli aveva trasmesso la passione nostro padre ed Ernesto era imbattible. Mio fratello amava anche leggere libri e allevare cuccioli, oltre a scattare fotografie. La sua macchina fotografica l’ho regalata anni fa ad un amico comune.»

Che Guevara è diventato leggenda, ma anche lui aveva un idolo: Garibaldi. «A casa nostra si nominava spesso Garibaldi, secondo mio fratello era un esempio di coerenza e lealtà, un uomo che scelse di lottare con  e per i debili, e mio fratello mise in pratica questo motto. Per questo ho scritto il libro “Mio fratello il Che.»

il libro di Juan Martìn Guevara “Mio fratello il Che”

Che Guevara affascina ancora oggi le nuove generazioni, anche se spesso in questi cinquanta anni la stampa ha raccontato solo la parte di “gurrillero”, mentre il Che era molto di più: un uomo di cultura, profondamente coerente con se stesso fino al punto di pagare con la vita l’estrema causa a cui si era immolato. Ancor oggi in ogni scuola di Cuba le lezioni iniziano con due canti: l’Inno Nazionale e subito dopo il canto “Saremo come il Che”.

Eppure quella fotografia con il basco ha permesso all’uomo di rinascere ogni volta, di reinventarsi e di adattarsi alla nuova società che cambia, per questo continua a essere straordinario in un mondo in cui i fatti e le parole raramente si incontrano.

Io sottoscritta (Aurora Cantini) ho avuto il mio idolo da ragazzina, io il mio Che me lo sono disegnato a carboncino: era il 3 ottobre 1979.

Che Guevara disegnato a carboncino da Aurora Cantini il 3 ottobre 1979, a 17 anni.

Non era una moda, era un giovane uomo che sembrava oltrepassare il foglio per giungere al cuore del mondo.

 

“Il bambino con la valigia rossa”

 Premiato alla 7^ edizione del Concorso Letterario Sirmione Lugana

Sezione Romanzi Editi “Premio Graffiti Camuni Narrativa”

Solferino (Mn)

Il bambino con la valigia rossa e la medaglia del Premio Sirmione Lugana

Nella storica e suggestiva cornice di Solferino si erge la medievale Rocca simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana. Il 24 giugno 1859 fu teatro di una delle più sanguinose battaglie per l’Indipendenza italiana, detta “Battaglia di Solferino e San Martino” tra l’esercito austriaco e quello piemontese appoggiato dagli alleati francesi. Dopo un cruento combattimento, dei 350.000 uomini in campo, ne rimasero a terra, morti e feriti, quasi 40.000, questi ultimi scarsamente assistiti dai reparti infermieristici militari. Molti di essi, oltre 7000, riposano nel tempio dell’Ossario. La Rocca si erge su un’altura isolata che permette di spaziare lo sguardo sulla pianura dove si svolse la storica battaglia e rimane quasi dirimpetto alla Torre di San Martino distante qualche chilometro in linea d’aria.

La Torre di San Martino e la pianura viste dalla spianata della Rocca di Solferino, fotografia di Oscar Carrara

La Rocca era chiamata anche “spia d’Italia” perché era posta in uno dei punti più a nord lungo il confine con l’Austria, da cui si poteva tenere sotto occhio tutta la pianura. Ed è proprio in una delle sale dell’Hotel che ha preso il nome “La Spia d’Italia” che si è svolta la sobria ma commovente cermonia di Premiazione della settima edizione del prestigioso Premio Letterario Sirmione Lugana.

Aurora Cantini davanti all’ingresso dell’Hotel La Spia d’Italia

In questa occasione, per la sezione Romanzi, è stato premiato con Medaglia e Diploma il romanzo “Il bambino con la valigia rossa” di Aurora Cantini, classificatosi al quarto posto su oltre centocinquanta romanzi letti e analizzati dalla Giuria.

Aurora Cantini premiata dal Presidente Aurelio Armio al Premio Sirmione Lugana con il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

Il bambino con la valigia rossa

Il romanzo narra la storia del piccolo Pietro raccolto dai gendarmi nei primi giorni di gennaio del ’44 dopo che la madre l’aveva lasciato solo, e consegnato al Brefotrofio di Bergamo.

Dal Presidente dell’Associazione Culturale CircumnavigArte, che ha organizzato il concorso, le parole di apprezzamento all’opera: “Un ringraziamento personale per essere stata con noi sabato scorso. Un ringraziamento ancora più grande per aver scritto un libro emozionante. Il libro l’ho letto fortunatamente per mio interesse personale e quindi non con compiti di giudice per valutarlo (non svolgo mai compiti di giudice nei nostri concorsi). Credo di averlo potuto leggere libero da qualsiasi compito diverso da quello di “leggere un libro”….

Aurora Cantini al Premio Sirmione Lugana

Un susseguirsi di pagine che avvolgono il lettore e sollevano pensieri profondi.
Inoltre è stato per me straordinario percepire i suoi “quasi tremori” mentre parlava del libro ai presenti in sala sabato scorso: spero che sia arrivata a tutti la sua emozione nel modo in cui l’ho respirata io.
Credo che “Il bambino con la valigia rossa” si sia impadronito delle sue emozioni e sia entrato in lei con una forza intensa. Presumo che il lavoro di ricerca per arrivare a realizzare il libro sia stato per lei un percorso davvero travolgente che l’ha appassionata oltre le emozioni.
Sono felice di averla potuta apprezzare come persona anche solo per pochi minuti.
Grazie!
Raramente si incontra garbo e delicatezza: lei ha tutto insieme!
Sa che per anni (quando ancora vivevo a Sesto San Giovanni prima del mio peregrinare) ho avuto una seconda casa in affitto a Clusone, e le zone dove “vaga” nel suo vivere sono per me conosciute e care?
Mi ha innondato di informazioni: cercherò di fare un dipinto fatto bene con ciò che mi ha inviato, vorrei ne uscisse un abito che possa starle addosso alla perfezione!
Nelle prossime settimane affronteremo argomenti con alcuni comuni e enti attorno al Garda: mi piacerebbe riuscire e portarla a parlare del Bambino con la valigia rossa…
A presto
Aurelio Armio Presidente CircumnavigArte”

La classifica finale del Premio Letterario Sirmione Lugana categoria Romanzi

AURORA CANTINI SUL SITO DELLA VIA GARDIGENA

Aurora Cantini, opere

Aurora Cantini, riconoscimenti

LA FOTOGALLERY DEL VIAGGIO A SOLFERINO

Reportage fotografico di Oscar Carrara

per gentile concessione, tutti i diritti riservati

Solferino, la chiesa sulla Rocca

Solferino, la Cupola e la Rocca

 

Solferino, la Rocca tra i rami degli alberi

Solferino, il Viale del Memoriale della Croce Rossa

Solferino, la chiesa dell’Ossario

Solferino

Colline di Solferino

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