La forza delle donne nella Grande Guerra

La forza delle donne nella Grande Guerra

http://www.itinerarigrandeguerra.it/Le-Donne-Nella-Prima-Guerra-Mondiale

Come ha scritto su L’Alpino di luglio lo storico Luigi Furia, direttore de Lo Scarpone Orobico, a un secolo di distanza dal termine della Prima Guerra Mondiale non si sa ancora di preciso quanti siano stati i feriti e i morti tra i civili e i militari italiani. L’unico dato certo è il numero 655.705 che riguarda le pensioni di guerra versate ai familiari dei Caduti.

La pagina de L’Alpino di luglio 2018 con l’articolo scritto da Luigi Furia dedicato ai fratelli Carrara di Amora Bassa Grande Guerra

Un dato che  non è completo per vari motivi: innanzitutto i fucilati come disertori, che vennero oscurati dallo stato. Poi quei ragazzi che non ebbero la fortuna di avere parenti prossimi che potessero rivendicare il diritto alla pensione di guerra. Infine, ma per questo non meno grave, tutti quei soldati morti a casa, nel proprio letto, a causa delle ferite o delle malattie contratte durante gli anni di guerra. Soldati Combattenti che lo Stato si guardò bene dall’inserire nell’albo d’Oro dei Caduti. Perché ciò implicava una pensione di diritto alle famiglie.

E il pensiero va al mio prozio sergente Celestino Elia Carrara, il primogenito dei fratelli Carrara di Amora Bassa, Bergamo.

Ad Aviatico il sacrificio dei 4 fratelli Carrara nella Grande Guerra

Il Sergente Elia superò 41 mesi di guerra infernale prima sul Rombon e poi sull’Adamello. Gli morirono tre fratelli in combattimento. Di uno di essi raccolse l’ultimo respiro. La sua giovane moglie piemontese impazzì di dolore. Come se ciò non bastasse il grande Sergente vide soccombere alla tragedia anche suo padre nel 1919. Un grande sergente alpino. Eroico e possente. Indomito e fiero. Ritornò a casa. Spezzato. Morì per le devastanti ferite fisiche e dello spirito, sempre accudito senza sosta da sua mamma Maddalena, che non lo lasciò un istante, il suo Grande alpino. La sua quercia Caduta. Ma non ricevette una lira dallo stato. Nessun albo d’oro per lui. Solo la riconoscenza del comune dove abitò, Aviatico, che lo elesse doverosamente tra i Caduti con tutti gli onori.

La lapide in ricordo del Sergente Celestino Elia Carrara e dei tre fratelli morti nella Grande guerra
Targa sulla facciata della casa natale dove nacquero i Fratelli Carrara Combattenti e Caduti nella Grande Guerra, con i loro nomi scritti in nero. Inaugurazione alla presenza dell’Onorevole Senatore Giuseppe Belotti.

A questo inesistente elenco si devono aggiungere anche le vittime civili, padri e madri morti di crepacuore, abitanti e valligiani che si ritrovarono sulla linea di fuoco, bambini e ragazze scomparsi nelle rappresaglie.

Su tutto, loro, le donne.

Si sono viste strappare mariti, fidanzati e figli. In quelle stanze improvvisamente vuote calò il silenzio, il buio, il gelo. Donne che potevano solo pregare, e sperare. Sperare e pregare. Ogni giorno, ogni ora, ogni istante. Trattenendo il respiro, avanzando nel fango e nell’erba alta, o curve sul lavoro. Nessuna lapide o cerimonia per queste donne che improvvisamente dovevano fare tutto da sole. Come rondini al nido, volavano intorno alla propria famiglia, occupandosi di boccucce aperte, di corpicini smagriti, di genitori anziani, delle mucche e del campo, del fieno e della pesca, del sentiero e del tratturo, dell’orto e della masseria. Si occupavano di vita, mentre sui loro pensieri aleggiava la morte.

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Come posso non ammirare devotamente la mia bisnonna, Maddalena? Tredici figli, sei maschi, di cui cinque al fronte. In casa i più piccoli, poco più che bambini. Una donna che si occupò anche delle due giovanissime nuore. Una donna che perse presto il marito. Una donna che abbracciò il suo primogenito mentre delirava nell’agonia. Senza arrendersi. Senza fermarsi mai. Fino a quando quel grande e possente corpo smise di vivere.

Carrara Angelo e Carrara Giovanna Maddalena, genitori dei 5 fratelli Carrara Grande Guerra
Carrara Angelo e Carrara Giovanna Maddalena, genitori dei 5 fratelli Carrara Grande Guerra

Arrivavano sporadiche lettere dal fronte, tutte censurate e controllate dal comando. In esse i giovani soldati chiedevano di pregare per loro, raccomandavano alla mamma i fratellini o la casa, alla moglie chiedevano di dare un bacio ai bambini, alla morosa imploravano di non dimenticare il loro nome.

Lettere che quelle donne semplici e orgogliose tenevano nascoste vicino al cuore, leggevano e rileggevano le poche parole scritte a pennino. O se le facevano leggere dal parroco o dal maestro. Orgogliose che il proprio ragazzo avesse imparato a scrivere. Ma di notte…. La notte era lunga da passare e le lacrime erano troppo poche da versare. Non bastavano mai. Ma alla mattina si ricominciava, sulle spalle le fascine e la gerla, in mano il rastrello e il falcetto, ai piedi gli zoccoli o la terra.

Mani che da tempo non davano più una carezza. Mani che da tempo non ricevevano più una carezza.

https://www.dlf.it/cultura-e-spettacolo/1688-oh-uomo-quale-grande-guerra.html
https://www.dlf.it/cultura-e-spettacolo/1688-oh-uomo-quale-grande-guerra.html

Poi il silenzio di mesi. E mesi. E mesi. Fino a quando arrivava il messo comunale con il telegramma “Questo Comando compie il doloroso incarico di parteciparle la morte del soldato…”  Le domande esplodevano nel cuore, nella mente, mentre il corpo tremava e gli occhi sbarrati nel silenzio sembravano lampi di luce, di pianti, di urla, di dolore. Se ne stavano lì, ritte sulla porta di casa, le mani strette sul seno, lo scialle sulle spalle. Ascoltavano. Chiedevano. Come era Caduto? Dove? Cosa ne era rimasto di lui? E l’unico fragile appiglio era poter riavere qualcosa di lui, la sua medaglietta, la sua fotografia, il suo astuccio. Qualcosa che lui aveva portato con sè per ricordare casa, i calzini di lana, l’immaginetta della Madonna che gli avevano messo tra i panni. Ma ormai erano trascorsi mesi, tutto era stato eseguito in fretta, nella pausa tra un combattimento e l’altro, sfidando i cecchini. E si erano scavate piccole fosse, poco dietro la prima linea, dove deporre quel giovane corpo smembrato, spezzato, sfregiato. Una croce di legno che a poco a poco già si sgretolava e si consumava sotto la furia degli elementi.

“Impossibile il recupero degli oggetti che detto militare aveva con sé.” Con queste parole il comando chiudeva il capitolo. Ogni giorno caddero circa 530 ragazzi. Ogni giorno circa 530 telegrammi. Impossibile stare dietro a tutti. Anche per il mio prozio Giovanni, detto Agostino, la sorte fu spietata e identica a tantissime altre. Colpito da un cecchino sull’Adamello, venne sepolto frettolosamente a Ponte di Legno in una pausa dai combattimenti. C’era solo il fratello Sergente Celestino Elia e pochi altri ufficiali a seguire il funeralino. La sua tomba venne segnata con una croce di legno. Ma poi… la croce si dissolse. Il fratello Celestino Elia morì, la giovane vedova, rimasta senza casa, dovette cercarsi un nuovo marito. La madre e le sorelle non ebbero mai la possibilità di salire fino a Ponte di Legno. Quando nel 1936 i resti dei tanti Caduti vennero riesumati per essere deposti nel Sacrario del Tonale, di Giovanni non c’era più nessuna traccia identificativa. Ignote ossa. Ignoto nome. Ignota storia.

Croci di legno nella Grande Guerra

Le donne lo sapevano. Sapevano il destino di quelle migliaia di ragazzi finiti lassù, sulle rocce. Per questo molte decisero di andare anche loro lassù, in prima linea. Le Portatrici Carniche si inerpicarono su quegli impervi sentieri che i loro uomini avevano percorso solo qualche giorno prima, con le gerle sulle spalle, per portare cibo, medicinali, mantelli, munizioni. Quelle gerle con cui trasportavano bimbi e  agnellini, legna e fogliame. Tre anni di salite e discese, tre anni di pericoli e cadute. Ma quegli uomini lassù non andavano abbandonati. Altre donne decisero invece di trasformarsi in meccanici, tornitori, operai. Le fabbriche si riempirono di donne.  Questo permise all’economia italiana di non morire come era morta una intera generazione. La ripresa negli Anni Venti potè avvenire proprio grazie a quelle donne in tuta di tela.

Donne in fabbrica nella Grande Guerra

Infine il ricordo va alle volontarie dell’assistenza, alle crocerossine (più di diecimila), alle infermiere, alle giovani donne che preparavano pacchi, indumenti, sapone, garze, tessuti, bende da spedire al fronte. Ragazze soprattutto in età da marito, signorine di buona famiglia che decisero di dedicarsi agli sconosciuti soldati lontani, senza nome, senza parola, senza calore. Quante donne combatterono 41 mesi di guerra, idealmente vicine, spalla a spalla, con  i loro uomini al fronte! Ma per loro nessun onore, nessuna cerimonia. Chi parlerà per loro, un  giorno? Chi le ricorderà ancora? Grandi ed eroiche donne. Cento anni di amore grande e unico, cento anni per dire GRAZIE!

Da sinistra le quattro sorelle Carrara vestite ancora a lutto per i loro 4 fratelli morti in guerra. Angelina (nonna di Aurora Cantini), Teresì, Celesta e Anì. Era l’8 ottobre 1972. Per sempre a lutto. Per sempre sorelle.

L’unica foto che vale più di cento discorsi ritrae le quattro sorelle Carrara rimaste a portare avanti il lutto per i loro fratelli morti. Era l’8 ottobre 1972, davanti alla casa dove nacquero di fratelli Carrara ad Amora Bassa. Erano passati 55 anni dal primo caduto, il piccolo Fermo, precipitato dalle rocce del Rombon durante una missione esplorativa.

Dopo Cento Anni si conosce come morì il giovane alpino bergamasco disperso sul Cukla

Eppure le quattro sorelle erano ancora tutte a lutto. Vestite di nero come da quel lontano 1916. Angelina, mia nonna, Teresì, Celesta e Anì.

Io le ho sempre viste vestite di nero. Sempre. E ognuna di loro diede ai propri figli il nome di uno dei fratelli morti in guerra. Enrico, Elia, Enrichetta, Giovanni, Agostino, Fermo, per non dimenticare quei nomi tanto cari. La forza delle donne, la forza della verità.

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