Il ragazzo di Predale e la sua lapide sul sentiero verso il rifugio Calvi,

ricordo di un’epoca lontana

e di quei “famèi” lontani da casa

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

Poco più in alto del paese di Carona, in Alta Valle Brembana, il sentiero numero 210 conduce, in un tempo di circa 3 ore, al Rifugio Fratelli Calvi, situato a quota 2015 metri. Il Rifugio, ristrutturato negli anni 1982- 1984 dal CAI di Bergamo, è una tappa del sentiero delle Orobie ed è situato in una conca che è dominata dal Pizzo del Diavolo di Tenda e il Diavolino, accanto al Lago Rotondo.

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Carona e il suo lago

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A sinistra il Pizzo del Diavolo di tenda e il Diavolino

La strada carrabile, percorribile solo tramite Pass ottenuto all’ufficio comunale di Carona, permette una salita agile e svelta. Ma l’approccio più suggestivo è dato dalla salita a piedi. Ci si inerpica oltrepassando le case dell’antico borgo di Pagliari, tra boschi incantevoli e cascate naturali, tra cui quella della Val Sambuzza, fanno da cornice le baite del Dosso, si culmina verso il Lago del Prato in un tratto abbastanza ripido e si approda al pianoro sotto la diga del Lago di Fregabolgia, a  1900 metri sul livello del mare.

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Il borgo di Pagliari e la sua cascata di Val Sambuzza

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Baite e laghetto

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La diga di Fregabolgia e il suo sbarramento

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Il lago fi Fregabolgia e uno dei tanti laghetti verso il Rifugio Calvi, il lago Rotondo, vicino al rifugio Calvi

Superata una salitella si giunge al culmine della diga di Fregabolgia e aggirando l’ampio lago alla sua sponda settentrionale si sale un sentiero che in mezz’ora o poco più porta al Rifugio.

Poco prima di giungere alla diga di Fregabolgia, appena più sopra rispetto al sentiero, accanto ad una pozza circolare, una piccola lapide bianca di granito appare quasi luminosa e un giovane volto di ragazzo sembra trafiggere il cuore.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

È l’immagine di un giovanetto dal viso serio e delicato, vestito in giacca a quadretti grigi quasi troppo grande per lui e camicia bianca e cravatta, lindo e composto in posa davanti al fotografo: si chiamava Modesto Carrara, era nato il 25 dicembre del 1943 nel piccolo Borgo di Predale, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, partito un giorno di inizio giugno del 1962 come bergamino sui monti del Rifugio Calvi e mai più ritornato a casa.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara vista dal sentiero

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Modesto Carrara nell’immagine che il cugino Guido conserva ancora oggi nel suo portafogli

Il Borgo di Predale (la cui storia narro in un separato articolo) era un nucleo di abitazioni molto antiche che negli anni Quaranta aveva contato  più di cinquanta abitanti, tanto da far ipotizzare la costruzione di una cappelletta per celebrare la messa, ed era situato poco sotto il paese di Ama, collegato alla contrada di Amora Bassa, tramite una agile via cavalcatoria parallela.

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Il borgo di Predale, sotto Ama, come era fino agli Anni Ottanta

Un tempo, all’inizio dell’estate, si portavano le mucche in alpeggio per garantire latte di buona qualità e permettere alle mandrie riposo e foraggio fresco e anche abitanti della contrada di Amora Bassa seguivano questa essenziale consuetudine.

In particolare le mandrie della famiglia di Modesto trascorrevano l’estate al Rifugio Calvi, ma, essendo numerose, unite a quelle degli zii, i proprietari dei pascoli montani di Branzi ( i Monaci) permettevano l’alpeggio a condizione che ne fosse garantita la sorveglianza continua.

Maria dello STefèn con i fratelli gino osvaldo bimbo Modesto cravatta davanti alla propria casa

Modesto Carrara in camicia e cravatta nella sua ultima fotografia davanti a casa sua a Predale, insieme alla sorella Maria, il fratello Gino e il fratellino Osvaldo. Sullo sfondo la Cornagera.

Per seguire le mucche in quota ci si affidava ai bambini dai 6 ai 16 anni, che all’inizio dell’estate lasciavano le loro case  in valle per salire agli alpeggi, al servizio dei bergamini.

Erano detti “famèi”, ed avevano il compito di accudire e sorvegliare il bestiame nei pascoli. Il loro tempo era scandito dalle stelle, “da stella a stella” perché iniziavano con l’ultima stella prima dell’alba e terminavano con l’apparire delle stelle della sera. Per loro si aprivano mondi di solitudine sui pendii, lontani dai coetanei, lontani dagli svaghi, in balia degli adulti burberi e severi, indifferenti alla loro nostalgia di casa.  Erano bambini provenienti non solo dalla bergamasca, ma anche da Brescia, Cremona, Valtellina.

Anche il giovane Modesto svolgeva queste mansioni, seppur con animo colmo di nostalgia. Quell’inizio estate del 1962 aveva diciott’anni, erano parecchie stagioni ormai che sopportava mesi e mesi di isolamento e solitudine sui monti, cominciava a sentire gravare sul cuore il peso di una vita nomade e solitaria, con la sola compagnia del suono dei campanacci nei lunghi crepuscoli estivi.

Già dalle settimane precedenti sentiva un profondo e inquieto presentimento che lo coglieva la notte lasciandolo senza sonno, faticava ad accettare l’imminente partenza e a separarsi dalla famiglia, anche se in casa svolgeva le sue mansioni con la solita laboriosità e senza lamentarsi. Il papà, “Stefèn” lo convinse ad accettare ancora una volta il pesante compito e a salire al Rifugio Calvi per 40 giorni, poi gli avrebbe dato il cambio, la sera del 26 luglio.

Le mandrie giungevano a Branzi sui camion bestiame, poi iniziava il lento, massiccio avanzare a piedi fino al paese di Carona. Da qui si inerpicavano lungo il sentiero che le avrebbe condotte sul pianoro del Rifugio, dove erano le malghe.

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L’area a Branzi dove un tempo si scaricavano le mandrie

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Uno scorcio del ripido sentiero che conduce al Rifugio Calvi

All’arrivo in baita, Modesto aveva a lungo implorato il quindicenne cugino Guido, che lo aveva accompagnato, di fermarsi lassù una settimana con lui perché si sentiva solo, senza amici e soffriva per il distacco. Ma Guido non poté accontentarlo perché iniziava a lavorare in bassa valle, ad Albino, come apprendista – fabbro. Così Modesto dovette rassegnarsi agli eventi. Stette immobile sul costone osservando il cuginetto caracollare giù, quasi in un planare verso casa, poi abbassò il capo e volse la spalle alla civiltà, per immergersi nel silenzio degli spazi aperti. In alto una poiana sembrava salutarlo, unica compagnia a quel giovane cuore gonfio di lacrime trattenute e di struggente addio.

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Le malghe nella zona del Rifugio Calvi

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Mucche di razza bruna alpina tipiche delle montagne bergamasche

IL DRAMMA

Tutto era accaduto poco prima di mezzogiorno del 26 luglio: era l’ultimo giorno di permanenza in quota e Modesto fremeva d’impazienza perché di lì a poche ore il papà “Stefèn” sarebbe salito a dargli il cambio. Dopo aver spostato la mandria in un nuovo pascolo, Modesto aveva deciso di tuffarsi in una pozza liquida e trasparente, poco profonda ma cristallina e limpida, uno dei bacini artificiali che alimentavano le turbine dell’Enel, detta “La presa della capra”: voleva mostrarsi fresco e rinfrescato per il ritorno a casa. Era abituato a lanciarsi nelle pozze, era abile ed esperto, anche nel suo Borgo di Predale era solito immergersi nella pozza “dol tinèl”, del mastello, per la sua forma circolare. Non era più riemerso. Non si saprà mai cosa successe in quegli istanti, probabilmente una congestione a causa dell’acqua fredda a contatto con la sua pelle accaldata. Chissà!

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La pozza in cui si tuffò il giovane Modesto, detta “Presa della capra”, vicino ai bacini dell’Enel

Sull’Altopiano di Selvino Aviatico, all’osteria del “Guèra” che fungeva da posto telefonico pubblico, giunse la tragica telefonata e in un battibaleno la notizia si sparse per tutte le borgate, mentre un compaesano intraprendeva la discesa fino alle case di Predale per dare l’annuncio alla mamma “Bèpa” e al papà in procinto di partire. Giunse al Rifugio verso sera, per accogliere tra le sue braccia il corpo senza vita di quel giovane figlio perduto. Modesto venne deposto nel cimitero di Carona in attesa del nullaosta da parte delle autorità, quindi trasportato sull’Altopiano di Aviatico al paese di Ama con il carro funebre, poi, sorretto a braccia dai cugini e dai fratelli, venne accompagnato giù per trenta minuti sino al gruppo di case costruite in Predale, sotto Ama, e lì venne deposto nel cucinino a pianterreno, a lato del portone d’ingresso. Venne vestito con l’unica giacca bella che avesse, acquistata con i risparmi di tanti sacrifici, quella grigia a quadretti con cui appare in fotografia. L’adorava.

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La casa dello “Stefèn” nel borgo di Predale, come era e cosa ne resta

La sua era l’ultima famiglia che ancora risiedeva nel Borgo; c’era stata quella “dol Mèrol”, del “Luigiòt”, del “Maele”, complessivamente sei o sette famiglie fisse, ma col tempo erano emigrate a valle, nei dintorni di Ranica e Torre Boldone.

Il giorno successivo dal Borgo di Predale era partito il funerale a piedi, una colonna di uomini e donne in nero, lungo il sentiero che si inerpicava in mezzo ai prati in piena fienagione estiva, un tragitto di mezz’ora o poco più fino alla chiesa di Ama, posta su un pianoro, mentre i lugubri rintocchi della campana a morto si propagavano su tutto l’Altopiano.

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La mulattiera che ancora oggi, sebbene non curata, sale da Predale alla chiesa di Ama; a alto il pendio di bosco della Valle Predale con in alto la chiesa di Ama

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Cartolina d’epoca con la chiesa di Ama e a destra l’inizio del sentiero che scendeva a Predale

Il corpo era stato avvolto nella tela cerata trasparente e poi nella bara scura, quindi seppellito nella nuda terra del piccolo cimitero sul Poggio Ama, unica costruzione solitaria  tra il verde.

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Cartolina d’epoca che raffigura il piano di Ama negli Anni Sessanta con a sinistra il cimitero solitario nel verde

L’anno seguente il cugino e amico d’infanzia Guido, di 15 anni, era risalito fino al punto in cui Modesto era annegato per porre una croce in ferro da lui stesso forgiata nella bottega del fabbro insieme ad un mazzo di fiori. Fu il suo primo lavoro di apprendista dal “frér – il fabbro” e mai avrebbe immaginato, nelle lunghe conversazioni con l’amato cugino, di realizzare qualcosa di così terribilmente tragico e sconvolgente. Ancora oggi porta con sé, ben riposta nel suo portafogli, la fotografia di quel cugino scomparso.

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Luglio 1963, il momento in cui Guido depose la croce da lui stesso fabbricata nei pressi della pozza in cui l’anno precedente era annegato il cugino Modesto e a lato la stessa croce come è oggi, che sorregge la lapide in granito bianco

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La croce come appare dal pendio del sentiero e a lato la croce su cui è appoggiata la lapide bianca

Il papà “Stefèn”, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché, non reggendo al grande dolore, lui e la moglie “Bèpa” presero la sofferta decisione di andarsene dal Borgo di Predale. Non vi era più nulla che li legasse a quella contrada, la voce del loro amato Modesto riecheggiava ancora tra le pareti spoglie dell’enorme casa a più piani, e l’entrata economica che lui garantiva con le sue forti e giovani braccia era venuta a mancare. Partirono ad inizio giugno del 1963 diretti a Ospitaletto, in provincia di Brescia, dove da tempo si erano stabiliti gli altri figli, emigrati in cerca di lavoro sicuro.

Le case deserte si animavano solo d’estate quando i fratelli, (i primi in età sono del ’29 e ’31) risalivano al monte con i figlioletti, in cerca di fresco.

L’anno successivo, nel 1964, “Stefèn”, sopraffatto dall’immane fardello, morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano dal suo mondo. Modesto rimase a riposare nel piccolo cimitero di Ama per 18 anni, fino al 1980, quando venne riesumato e anche lui raggiunse i genitori a Brescia. Racconta la sorella Maria, emigrata per lavoro nel 1961 a 15 anni, che quando venne tolto dalla terra “era ancora intatto, perché dalle nostre parti i vecchi dicevano che il corpo di chi nasce il Giorno di Natale non si decompone.”

Nel 1990 venne scelta la lastra di uno dei loculi del cimitero di Ama e sopra venne fatto incidere il nome del povero ragazzo insieme alla sua fotografia. Poi il fratello maggiore, Ettore, insieme a una delegazione di parenti e al figlio Paolo, salì a Carona e, a spalle, la portò fino al luogo dove Modesto era annegato. Venne posizionata sopra la croce di ferro,  per ricordare quel giovane sorriso spento per sempre.

Oggi la lapide bianca accompagna la salita degli escursionisti, ma è silenziosa e scarna, solo gli occhi di quel giovinetto paiono brillare di luce, o forse piccole gemme come di lacrime. La sua storia sconosciuta è la storia dei ragazzi di un mondo lontano, quasi seppellito dietro le rocce scure delle montagne, la storia di fatiche e distacchi, di strappi dolorosi e gioventù costretta a diventare grande in fretta, ma ricorda anche come questa terra aspra porta le voci degli antichi abitanti, e chiede di non perderne il ricordo. La montagna vive finché ci vive la gente e la memoria.

Di quell’epoca lontana, di quei “famèi” lontani da casa, non rimane che un leggero sospiro nel vento, uno sguardo dalla terrazza del Rifugio a guardia del lago. Non ci sono più mandrie all’aperto, né fuochi di bivacco, solo il ritorno di un giorno in una pagina di ricordi ingiallita dal tempo, prima di riprendere lo zaino e ridiscendere per ritornare alla civiltà.

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Il Rifugio Fratelli Calvi e il lago Rotondo in cui si specchia

OGGI

Oggi il giovane Modesto, l’ultimo dei “Famèi” riposa nel cimitero di Ospitaletto, accanto ai genitori e ai fratelli.

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

NOTA DELL’AUTRICE

E’ stato emozionante oggi ritrovare a Branzi i ricordi legati al giovane Modesto Carrara: gli anziani ricordano ancora quel terribile giorno del 26 luglio 1962, mi hanno spiegato che la disgrazia avvenne alla presa dell’Enel detta “presa della Capra”, località situata poco prima della diga di Fregabolgia. Il giovane Modesto aveva la baita in alpeggio all’Alpe Bianca, zona dove ancora oggi le famiglie delle Aziende Agricole di Branzi e dintorni portano le mucche in alpeggio. (Grazie alla famiglia Monaci di Branzi per il ricordo).

RINGRAZIAMENTI

Un grande grazie a Maria Carrara, sorella di Modesto, per essere riuscita a ricordare, seppur nel dolore che  ancora vive in lei, la tragica storia del giovane Modesto, della sua breve avventura, del suo indomito coraggio.