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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

Visualizza gli articoli in autori bergamaschi

“Il bambino con la valigia rossa”

 Premiato alla 7^ edizione del Concorso Letterario Sirmione Lugana

Sezione Romanzi Editi “Premio Graffiti Camuni Narrativa”

Solferino (Mn)

Il bambino con la valigia rossa e la medaglia del Premio Sirmione Lugana

Nella storica e suggestiva cornice di Solferino si erge la medievale Rocca simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana. Il 24 giugno 1859 fu teatro di una delle più sanguinose battaglie per l’Indipendenza italiana, detta “Battaglia di Solferino e San Martino” tra l’esercito austriaco e quello piemontese appoggiato dagli alleati francesi. Dopo un cruento combattimento, dei 350.000 uomini in campo, ne rimasero a terra, morti e feriti, quasi 40.000, questi ultimi scarsamente assistiti dai reparti infermieristici militari. Molti di essi, oltre 7000, riposano nel tempio dell’Ossario. La Rocca si erge su un’altura isolata che permette di spaziare lo sguardo sulla pianura dove si svolse la storica battaglia e rimane quasi dirimpetto alla Torre di San Martino distante qualche chilometro in linea d’aria.

La Torre di San Martino e la pianura viste dalla spianata della Rocca di Solferino, fotografia di Oscar Carrara

La Rocca era chiamata anche “spia d’Italia” perché era posta in uno dei punti più a nord lungo il confine con l’Austria, da cui si poteva tenere sotto occhio tutta la pianura. Ed è proprio in una delle sale dell’Hotel che ha preso il nome “La Spia d’Italia” che si è svolta la sobria ma commovente cermonia di Premiazione della settima edizione del prestigioso Premio Letterario Sirmione Lugana.

Aurora Cantini davanti all’ingresso dell’Hotel La Spia d’Italia

In questa occasione, per la sezione Romanzi, è stato premiato con Medaglia e Diploma il romanzo “Il bambino con la valigia rossa” di Aurora Cantini, classificatosi al quarto posto su oltre centocinquanta romanzi letti e analizzati dalla Giuria.

Aurora Cantini premiata dal Presidente Aurelio Armio al Premio Sirmione Lugana con il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

Il bambino con la valigia rossa

Il romanzo narra la storia del piccolo Pietro raccolto dai gendarmi nei primi giorni di gennaio del ’44 dopo che la madre l’aveva lasciato solo, e consegnato al Brefotrofio di Bergamo.

Dal Presidente dell’Associazione Culturale CircumnavigArte, che ha organizzato il concorso, le parole di apprezzamento all’opera: “Un ringraziamento personale per essere stata con noi sabato scorso. Un ringraziamento ancora più grande per aver scritto un libro emozionante. Il libro l’ho letto fortunatamente per mio interesse personale e quindi non con compiti di giudice per valutarlo (non svolgo mai compiti di giudice nei nostri concorsi). Credo di averlo potuto leggere libero da qualsiasi compito diverso da quello di “leggere un libro”….

Aurora Cantini al Premio Sirmione Lugana

Un susseguirsi di pagine che avvolgono il lettore e sollevano pensieri profondi.
Inoltre è stato per me straordinario percepire i suoi “quasi tremori” mentre parlava del libro ai presenti in sala sabato scorso: spero che sia arrivata a tutti la sua emozione nel modo in cui l’ho respirata io.
Credo che “Il bambino con la valigia rossa” si sia impadronito delle sue emozioni e sia entrato in lei con una forza intensa. Presumo che il lavoro di ricerca per arrivare a realizzare il libro sia stato per lei un percorso davvero travolgente che l’ha appassionata oltre le emozioni.
Sono felice di averla potuta apprezzare come persona anche solo per pochi minuti.
Grazie!
Raramente si incontra garbo e delicatezza: lei ha tutto insieme!
Sa che per anni (quando ancora vivevo a Sesto San Giovanni prima del mio peregrinare) ho avuto una seconda casa in affitto a Clusone, e le zone dove “vaga” nel suo vivere sono per me conosciute e care?
Mi ha innondato di informazioni: cercherò di fare un dipinto fatto bene con ciò che mi ha inviato, vorrei ne uscisse un abito che possa starle addosso alla perfezione!
Nelle prossime settimane affronteremo argomenti con alcuni comuni e enti attorno al Garda: mi piacerebbe riuscire e portarla a parlare del Bambino con la valigia rossa…
A presto
Aurelio Armio Presidente CircumnavigArte”

La classifica finale del Premio Letterario Sirmione Lugana categoria Romanzi

AURORA CANTINI SUL SITO DELLA VIA GARDIGENA

Aurora Cantini, opere

Aurora Cantini, riconoscimenti

LA FOTOGALLERY DEL VIAGGIO A SOLFERINO

Reportage fotografico di Oscar Carrara

per gentile concessione, tutti i diritti riservati

Solferino, la chiesa sulla Rocca

Solferino, la Cupola e la Rocca

 

Solferino, la Rocca tra i rami degli alberi

Solferino, il Viale del Memoriale della Croce Rossa

Solferino, la chiesa dell’Ossario

Solferino

Colline di Solferino

“Parole davanti al fuoco”

ad Aviatico

una serata con l’autrice Aurora Cantini

0 LOCANDINA serata Parole davanti al fuoco“In compagnia della scrittrice Aurora Cantini alla scoperta di tradizioni e narrazioni poetiche del territorio di montagna nel magico periodo invernale.

Una serata di fotografie e racconti, storie, poesie e oggetti in mostra che raccontano la terra di Aviatico e le sue frazioni (Ganda, Ama, Amora), la sua gente, il suo mondo a tema invernale
Sala Civica via Chiesa Aviatico

Parole davanti al fuoco su facebook

Questi sono giorni quasi leggeri, pieni di magie, di attese, come la Notte di Santa Lucia, su  tutto predomina il rosso come il fuoco che scalda, tramonti luminosi, luce che incanta. Solo per una notte ci sembra quasi di udire un leggero sospiro nel vento, per chi sa ascoltare. E la notte si fa magica…

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Un tempo l’acqua presa a Mezzanotte era considerata benedetta perché a quell’ora fu lavato il piccolo Gesù appena nato. A Mezzanotte ci si bagnava con quest’acqua e si benediceva anche il bestiame come protezione, recitando il Credo. Anche i ceppi carbonizzati del fuoco del camino erano considerati talismani e il fuoco di quella Notte era considerato Benedetto. Con i tizzoni ardenti della Notte si accendeva il fuoco in cucina, passandoli casa per casa.

La stalla era il luogo di convegno dei contadini durante l’inverno. In quell’ambiente dove il calduccio era protettivo e odoroso, nella penombra inquietante di un lumicino a olio, donne, uomini, bambini partecipavano a veglie comunitarie. Le donne filavano o cucivano, gli uomini giocavano o discorrevano delle loro occupazioni campestri o delle novità del paese. I bambini stavano sulle ginocchia del papà o dello zio e ascoltavano gli emigranti ritornati in occasione delle feste. Uno dei divertimenti prediletti era la narrazione di storie, quelle che mettevano i “sgrisoi” e tenevano svegli la notte: parlavano di morti che ritornavano tra i vivi e anime maledette. Altri episodi narravano di cimiteri e morti nascosti dietro il cancello che chiamavano le fanciulle con appuntamenti a mezzanotte. Un fatto che sconvolgeva moltissimo i bambini era ciò che gli adulti raccontavano succedesse nel cimitero: sferragliare di catene, cigolare di cardini, fischiare tra le mura. Perciò transitarci davanti, tappa obbligatoria lungo la mulattiera, richiedeva sguardi guardinghi e passo svelto.

Tante le storie, tanti i ricordi: Il Vescovo in bidonvia

Un tempo in inverno si celebravano i matrimoni. Celebrare matrimoni in inverno, soprattutto a gennaio e febbraio, non era una novità: questa era la stagione nella quale i giovani emigranti all’estero, grazie a una minor frequenza di lavori all’aperto, potevano ritornare al paese e ne approfittavano per sposarsi o per partecipare al matrimonio di un familiare.

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Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì mentre sale verso la chiesa, anno 1967

Quello che spiccava era la sposa nel suo vestito bianco al ginocchio, con le scarpette bianche che affondavano nella fanghiglia o nella neve ai lati della mulattiera. Sembrava quasi di vetro, una bambolina di ghiaccio che spiccava sul bianco, bianche le mani, il viso, il vapore dell’aria gelida, il cielo.

L’inverno sulle montagne evoca anche ricordi perduti, tragedie mai dimenticate: Lettere dal fronte della Prima Guerra Mondiale

Migliaia di ragazzi lasciarono le loro case e tante famiglie delle nostre contrade trascorsero i giorni del Natale in ansia, chissà con quale pena, con quale tristezza, con quale sgomento e paura.

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E poi il lamento struggente verso i tanti Dispersi nella gelida terra di Russia: Dal freddo inverno russo la Madonna del Don

Storie di montagna, di ieri e di oggi, storie di vita.

L’ARTICOLO

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Su L’Eco di Bergamo la notizia della serata

LA FOTOGALLERY DELL’EVENTO

Momenti…

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… e oggetti

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Il Vescovo in bidonvia

Altopiano di Aviatico – Monte Poieto

(sulla base della testimonianza della signora “Ciòci” Grigis di Aviatico)

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Il Rifugio del Monte Poieto con a lato la Cappelletta della Madonna della Neve

Oggi siamo abituati a vedere il Papa o i Vescovi muoversi al passo dei tempi, con imprese “social” memorabili e impensabili un tempo. I confini del mondo sono valicati in tempo da record e soventi sono le visite ai territori e alle genti che vivono agli antipodi delle nostre latitudini.

Ma un tempo… Vescovi e Prelati non si vedevano spesso in giro, ed erano rivestiti di un’aurea sacra, personaggi fuori dalla vita quotidiana, inaccessibili.

Perciò una vecchia fotografia, ritrovata in una scatola riposta in un armadio di una delle tante cascine della borgata di Amora (frazione di Aviatico) racconta un’impresa quasi da leggenda.

Questa fotografia ritrae il Vescovo di Bergamo Monsignor Clemente Gaddi mentre sta per salire sulla Bidonvia che collega il paese di Aviatico (Orobie Bergamasche) al Monte Poieto, con accanto il Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima Bidonvia Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima di salire in Bidonvia al Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

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La data precisa non è certa, ma, dato che il Vescovo ha iniziato il suo mandato nel 1963, sicuramente era l’inizio dell’inverno del 1963 o 1964 e non prima.

La testimonianza che riporto è data in prima mano dalla signora “Ciòci” Grigis, di Selvino ma sposata ad Aviatico, una dinamica e ancora arzilla signora, che era presente quel giorno. Il fratello Mario, persona molto conosciuta a Selvino e nelle valli, di forte carisma e personalità, da qualche anno aveva dato avvio al “Progetto Poieto”, (montagna che sovrasta il paese di Aviatico, con una altezza di circa 1400 metri) prima con la costruzione della Bidonvia, poi piano piano con la realizzazione di un “baracchino” per turisti dove lui e la sorella “Ciòci” offrivano pane e salame, e successivamente con la messa in opera dell’edificio vero e proprio, ampliato nel corso degli anni.

Il primo palo per la Bidonvia venne impiantato nel 1959 proprio ad opera di Mario Grigis (fratello della Ciòci).

La possente ruota intorno alla quale giravano le cabine per ridiscendere a valle era stata portata fin lassù a spalle dal Passo della Muruna (Passo di Ganda) con l’aiuto degli abitanti dei paesi, che in questo modo avevano avuto una piccola entrata economica, sotto la supervisione del Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

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Foto della stazione della bidonvia ad Aviatico quando ancora non c’era il rifugio sul Poieto

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Anni Sessanta Foto dell’impianto della bidonvia con il Rifugio del Monte Poieto

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Anni Sessanta Foto del rifugio del Monte Poieto in primo piano con le cabine della bidonvia

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L’inaugurazione della Bidonvia era avvenuta nel 1960, alla presenza del Senatore Folchi, durante il mandato del Sindaco di Selvino ingegner Rossi.

Perciò per quale motivo il Vescovo di Bergamo stava salendo in Bidonvia, in inverno, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, per raggiungere un’altezza di circa 1.400 metri dove non c’era nulla, se non distese bianche sferzate dal vento, su cui si poteva solo sciare?

Bisognava ritornare alla mente instancabile di Mario Grigis, il quale, infaticabile amante della sua terra, non si fermava un momento e poco tempo dopo l’inaugurazione della Bidonvia aveva iniziato a realizzare le piste da sci.

Partivano da dietro il rifugio, verso le dorsali che scendevano verso il Passo di Ganda.

La prima pista da sci aveva un impianto di risalita a Skilift, cioè con la fune che terminava con un piattello adibita al traino degli sciatori .

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Anni Sessanta Rifugio Monte Poieto, lo sklift

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Anni Sessanta L’impianto dello Skilift con le piste da sci del Monte Poieto

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I terrazzamenti

Anni Sessanta Foto panoramica di una delle piste da sci del Poieto con vista sui terrazzamenti di Plaz

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1960 con Ganda e il cimitero

Anni Sessanta Foto panoramica con in basso sullo sfondo il piccolo paesino di Ganda , annidato sul cucuzzolo e il suo cimiterino isolato a mezza costa. A sinistra su un cucuzzolo si nota il puntolino nero della cappelletta del “Tribulì” di Ganda, dove si celebrava messa in estate e dove ci si recava durante le passeggiate quotidiane. Oggi trasformata in abitazione privata e completamente sommersa dal bosco.

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La continua presenza di sciatori richiedeva però nuove idee.

A lato nord dell’impianto già attivo, inoltrandosi oltre il Rifugio, si stendeva un pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” e che ben si prestava ad una nuova possibilità per gli sciatori, una pista quasi in picchiata, che avrebbe garantito neve fino a primavera, essendo quasi sempre in ombra.

Per quei tempi erano progetti futuristici, quasi inimmaginabili.

a dx la pista dei Ruc, detta Radici non ancora costruita

Anni Sessanta Nella foto, a destra dello sklift, si vede bene il pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” dove poi si sarebbe ricavata la pista “Radici” e la sua Seggiovia.

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Ma per la nuova pista, impervia e maestosa, era necessario qualcosa di più robusto e sicuro di uno Skilift. Con l’aiuto di amici che contribuirono e sostennero l’idea di Mario Grigis, venne realizzata una Seggiovia con i seggiolini e solidi piloni portanti.  Si cominciò a dare un nome alle piste e la “Radici” divenne ben presto famosa  rinomata per la sua spericolatezza e difficoltà, ma anche per il suo pericoloso e intrigante fascino che richiamava turisti da ogni dove.

Ed ecco il ruolo di Monsignor Gaddi: attraverso i numerosi contatti di Mario Grigis era stato proposto al Vescovo di inaugurare il nuovo, brillante e massiccio impianto, perciò era stato accompagnato in auto fin sull’Altopiano di Selvino per la memorabile occasione, all’inizio della stagione invernale.

La signora “Ciòci” era emozionatissima quel giorno, e con lei la folla che era salita fin lassù per vedere, ammirare, seguire. Vedere un Vescovo, tutto “tirato” e compito, inaugurare una seggiovia, era una cosa strabiliante, quasi da non credere.

Dopo la cerimonia di benedizione venne offerta la cena al Rifugio, nella sala “vecchia”, costruita dal Mario nel 1962 e oggi trasformata in bar.

Alla giovane “Ciòci” era stato dato l’incarico di cucinare e di servire ai tavoli; fu durante uno di questi momenti che ascoltò il Vescovo commentare la particolare e vivace giornata con questo aneddoto, rivolto ai numerosi commensali presenti:

«Devo dire che non mi era mai capitato in tutta la mia carriera di Vescovo di inaugurare una seggiovia. E devo anche ammettere che ho riflettuto a lungo su quale preghiera optare per la benedizione. Ma, con sincerità, la mia mente non trovava soluzioni. Avevo pensato alla Preghiera dell’Alpino, ma questo biancore, questo elevarsi al cielo come volando, chiedeva qualcosa di più leggero. Alla fine ho trovato quello che faceva al caso mio. La mia scelta è caduta sulla preghiera dell’Aviatore e ora capisco che ho fatto bene perché qui su questa vetta sembra davvero di essere vicino al cielo.»

La sua affermazione era stata così sincera e spontanea che aveva scaturito un lungo e festante applauso.

L’inaugurazione della Seggiovia fu l’occasione anche per parlare ancora del futuro del nascente Poieto, e fu in quell’occasione che gli amici e i presenti, quasi come una battuta, lanciarono la proposta a Mario Grigis: «Ora che è arrivato il Vescovo, dovresti costruire qualche stanza per permettere il pernottamento, così il Monsignore ritornerà ancora, magari per qualche giorno di riposo in estate…»

Detto e fatto, le camere al piano rialzato, poi fu la volta della piscina, quindi l’ampliamento del piano terra, e via via.

La seggiovia della Valle dei “Ruc” marciò a pieno regime per anni e anni, si alternarono personaggi famosi dello spettacolo e dello sport, si sciava anche il 25 aprile e la sua fama era indiscussa. La neve a due passi da Milano, senza le code, senza stress, senza viaggi faticosi.

Poi il declino.

Oggi della seggiovia inaugurata dal Vescovo Clemente Gaddi restano solo alcuni pali, lo spettacolare dirupo aperto, quasi una lastra argentata, che sembrava proiettare verso il basso, si è rimboscato, tutto si è inselvatichito, come una fiaba senza il lieto fine. Non c’è più niente, solo i ricordi degli anziani.

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto i pali della seggiovia per la pista Radici in basso Coldré

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto gli ultimi pali della seggiovia per la pista Radici, in basso si vede il borgo di Coldré

Grazie alla signora “Ciòci” ho potuto dare finalmente una storia a questo momento particolare dell’Altopiano di Selvino Aviatico.

Ma se non si fermano sulla carta i ricordi, rischiano davvero di scomparire nel nulla. Fatti e genti sommersi dall’oblio.

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Aprile 2015 Panoramica sulla Valle Seriana dal pianoro dietro il rifugio Poieto

 RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia della fotografia “Il Vescovo in bidonvia” è dare conoscenza e memoria, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

Ringrazio di cuore Storylab.it per l’archivio di fotografie d’epoca che ho potuto utilizzare. Ringrazio la signora “Ciòci” per il dattagliato ricordo del “Vescovo in Bidonvia”.

I commenti dei lettori per il romanzo

sull’infanzia abbandonata a Bergamo

Il bambino con la valigia rossa

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Il bambino con la valigia rossa, libro

“Cara Aurora,

ripensando alla presentazione del tuo nuovo libro, non posso non condividere con te le emozioni che mi hai suscitato. Come sempre hai dimostrato il raro dono di condensare il pensiero in poche frasi e in parole scelte con cura.

Chi ama la letteratura e scrive, o almeno ci prova, non può non aver provato ciò che tu hai espresso in modo così schietto e incantevole allo stesso tempo.

A volte, anzi spesso, ciò che succede nella realtà è talmente assurdo e imprevedibile che supera di gran lunga la fantasia. Uno scrittore è attento alla realtà circostante, e mentre la coglie al volo e la ferma sulla carta, allo stesso tempo la ricrea, la trasforma per darle un senso, perché nulla è accaduto invano e ogni vita lascia un segno. È quello che hai fatto tu.

Accanto al minuzioso e ammirevole lavoro di ricerca storica, ancora una volta colgo nelle tue parole l’attenzione alle persone, agli stati d’animo, ai sentimenti.

Mi ha fatto sorridere il tuo modo di presentare Gino, l’amico di Pietro, perché è proprio così che succede: quando un personaggio preme per uscire dalla tua penna e prende vita, ti accorgi che ad un certo punto non puoi più scegliere tu cosa fargli dire o fare. È lui stesso che ti suggerisce il suo ruolo nella vicenda e tu non puoi che lasciarlo libero di dire, fare, restare o andarsene da quel foglio, a quel punto della storia. Ci sono realtà in cui ti imbatti per caso, mentre cammini per strada, fai la spesa, leggi il giornale o raccogli lo sfogo di un amico.

Ci sono fatti e persone che ti restano in un angolo del tuo cuore e bussano, bussano finché tu non ti decidi ad aprire uno spiraglio e a lasciarle uscire. Questa volta hai lasciato che il tuo cuore e la tua mente fossero afferrati dalla triste realtà dei brefotrofi e di chi cerca, da sempre, di scoprire le proprie origini e mettere insieme i tasselli.

Hai saputo dare voce ai pensieri e alle emozioni di chi ha vissuto e vive storie dolorose e ingiuste come questa. Il cuore di chi soffre e aspetta non smette di soffrire, ma un po’ si riposa, riprende fiato e coraggio. Non si sente solo. Grazie, Anna C.”

“Ciao Aurora! Finalmente l’ho letto, anzi… Letteralmente divorato! Il tuo bellissimo libro “il bambino con la valigia rossa”. Semplice da leggere, scorrevole e… Commovente, decisamente commovente. Mi sono sentita una bimba del brefotrofio, ho avvertito la paura di Pietro, la sua rabbia, la solitudine, la tristezza, il freddo, ho patito la fame con lui, ho sentito la mancanza di affetto… Amo tantissimo i bambini e dopo ogni riga avrei voluto essere un’assistente, una sguattera, una balia, insomma una qualsiasi persona di quel brefotrofio per poter stringere, baciare, abbracciare e consolare tutti quei bimbi che ora avrebbero l’età dei miei genitori… Sono stata male perché, pur sapendo che è una romanzo, hai raccontato una storia VERA!!! Lo rileggerò x me stessa e lo leggerò sicuramente ai miei nipoti… Grazie per avermi aiutato a capire meglio cosa prova un bimbo senza l’amore della mamma… Grazie! Nadia Camozzi”

“Gentile Aurora, ho appena terminato di leggere il suo ultimo libro “Il bambino con la valigia rossa”. Tante informazioni storiche che ne fanno sicuramente un romanzo storico, accurato, interessante, atto a salvare dall’oblio piccoli frammenti del nostro passato. Ma questo è lo sfondo su cui si intreccia una storia di grande profondità. Come non affezionarsi a Pietro? Con lui vivi le sue sofferenze, i suoi dolori, le sue angosce. Alla fine si è emozionati quando “spicca il volo” lasciando il Brefotrofio. La Storia, il passato, il piccolo Pietro. Ma dietro a tutto questo, ad ogni singola frase, scorgo Aurora Cantini poetessa, con il cuore piantato come radici nel territorio in cui vive e che ama.  Con grande stima, Antonia”

“Eccolo finalmente l’ultimo romanzo di Aurora Cantini. E’ qui tra le mie mani. Provo un senso di timore/pudore nell’affrontarne la lettura. Come già è accaduto nella lettura dei suoi altri romanzi so che mi porterà a vivere le emozioni e i sentimenti della realtà che racconta e dei suoi personaggi. Sarà un’esperienza talmente “reale” e autentica come solo lei sa ricreare e proporre. Sarà un’esperienza profonda ma già so che anche le tragedie verranno raccontate con la delicatezza dell’ animo poetico dell’autrice. Nulla viene edulcorato della verità ma il modo in cui l’autrice ce la propone non fa perno su quanto nei fatti c’è di scabroso piuttosto su quanto di umano si può condividere con gli uomini di ieri e di oggi che lei ci fa conoscere e incontrare.”

“Un romanzo semplice ma che vuole raccontare la realtà del brefotrofio di bergamo. Una storia per dar voce ai bambini senza sorriso che tanto speravano di trovare casa. Consigliatissimo. Oscar C.”

“Ho letto con grande piacere i romanzi precedenti di Aurora Cantini: nonostante narrino di realtà talvolta dure, riescono a farlo in modo che l’animo che ne viene toccato ne esca rappacificato con alcuni aspetti “faticosi” dell’esistere. Lucia B.”

 

Le donne senza più patria raccontate in poesia

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A Treviglio, nell’ambito nella Tredicesima Edizione del concorso nazionale di Poesia “Enrico Brianza” organizzato da ANTEAS (Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà) è stata premiata la poesia dedicata a tutte le donne senza più patria tratte in salvo dal mare, assistite dai soccorritori, dal titolo “Sono una foglia su una zattera” di Aurora Cantini, che si è classificata seconda.

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Motivazione della Giuria per la poesia di Aurora Cantini

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

“L’attualità del contenuto e il linguaggio poetico, intriso di immagini forti, incalzanti e di riferimenti all’intimità del quotidiano, offrono al lettore lo spunto per riflettere sul valore della vita, fragile ma preziosa, e sul significato della fratellanza”

Tantissime donne, molte con i figlioletti in braccio o attaccati alle giacche, intraprendono la via del mare per fuggire alle guerre, alle carestie, alle persecuzioni, alla miseria.
Tanti, troppi bambini sono morti in questi ultimi mesi, tante, troppe donne sono scomparse sui barconi della morte, gettate fuori bordo, lasciate annegate nelle gelide acque, avvolte dai loro veli, come un sudario che le ha imprigionate. Le infinite stragi del mare

LA POESIA PREMIATA

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LA TESTIMONIANZA DI UN SOCCORRITORE

“Se non li vedi non puoi capire. Quegli enormi laghi neri e profondi che sono gli occhi dei bambini, la dignità di una donna che nonostante tutto tenta di lavarsi con una salviettina profumata, un ragazzo che tiene per mano l’amico con la gamba fratturata, il sapore del sale acre sulle labbra, il sudore, l’odore del ferro e l’odore della morte di quel momento di tragica stasi e di silenzio al passaggio dei sacchi neri pieni di corpi, di persone, di sogni, di speranze, di popoli. Siamo ospiti, ospiti di questo mondo, non proprietari.” (Fonte: E Liberali Dal Mare)

LA PREMIAZIONE

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Aurora Cantini premiata a Treviglio

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I Premiati della 13^ edizione del concorso nazionale di poesia “Enrico Brianza” ANTEAS Treviglio

DONNE SENZA PIÙ PATRIA

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Il 60% dei rifugiati e migranti sono donne e bambini

Bambini in fuga e infanzia negata,

il romanzo di Aurora Cantini incanta ad Albino

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Aurora Cantini e il suo romanzo ad Albino, 5 novembre 2016

Incontro con la scrittrice Aurora Cantini ad Albino

Si sono concluse ad Albino le «Giornate della storia e dell’arte 2016». Tra i tanti appuntamenti, anche incontri con gli autori nell’ambito della Rassegna “Bambini in viaggio“. Dopo Francesca Ghirardelli con «Solo la luna ci ha visti passare» e Silvia Gallico con «Una bambina in fuga», altri due scrittori hanno presentato i loro libri. Gli appuntamenti si sono svolti entrambi alla chiesa di San Bartolomeo, per due sabati di fila alle 16,30.

Sabato 5 novembre l’appuntamento è stato con Aurora Cantini. Nativa delle nostre zone, vive tra l’Altopiano di Aviatico e Nembro, dove svolge la professione d’insegnante. Ha esordito nella poesia e ora si sta dedicando ai saggi e ai romanzi. Ha presentato «Il bambino con la valigia rossa» ad un pubblico numeroso, attento e commosso.

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il Romanzo di Aurora Cantini “Il bambino con la valigia rossa” ad Albino, 5 novembre 2016

«L’idea della rassegna è nata proprio dal suo romanzo, perché volevamo parlare dei bambini in fuga e dell’infanzia negata – osserva Silvia Zanoni nell’ intervista a MyValley “Marco Balzano e Aurora Cantini ad Albino” –. Il protagonista del romanzo è Pietro, un bambino che a 4 anni, durante la Seconda guerra mondiale, si ritrova improvvisamente senza la mamma, uscita di casa e non più rientrata. L’unico oggetto che conserva di lei è una valigia rossa, con la quale entrerà brefotrofio di Bergamo.Il dolore dell’abbandono, l’amicizia con il compagno Gino, che ha visto portarsi via la mamma malata di tubercolosi e con il padre fucilato, le regole della vita comunitaria, la realtà della guerra e della Resistenza, il ruolo della popolazione comune nelle vicende belliche, la quotidianità dell’emergenza e la rinascita “(…) Il mondo ricominciava a vivere, ma non era giunto al Brefotrofio, la Vita non passava da quelle sbarre”.

Il libro offre anche uno spaccato di Bergamo durante Seconda guerra mondiale, una parte interessante è dedicata ai preti che hanno fatto la Resistenza. Vicende vere e un intenso lavoro di documentazione per un romanzo raccontato con partecipazione e scoppiettante vivacità». (Silvia Zanoni, moderatrice dei gurppi di lettura biblioteca di Albino)

Il servizio su Antenna2TV:

Ad Albino Marco Balzano e Aurora Cantini

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Tutti i libri pubblicati finora da Aurora Cantini

L’ARTICOLO SUL MENSILE PAESE MIO

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Aurora Cantini sul mensile “Paese mio”, ottobre 2016

LA FOTOGALLERY DELL’INCONTRO

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Aurora Cantini e Silvia Zanoni

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Silvia Zanoni, Nives Colombi direttrice della Biblioteca di Albino e Aurora Cantini

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Aurora Cantini ad Albino

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Aurora Cantini e Silvia Zanoni ad Albino

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Il folto e attento pubblico all’incontro con Aurora Cantini ad Albino

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Il pubblico ad Albino per Aurora Cantini

 

La memoria del mistico fraticello di Amora

Recensione di Francesco di Ciaccia

Filosofo, saggista e scrittore

Copertina Fra Pacifico

Il libretto in memoria di Fra Pacifico da Amora (1883-1937) dal titolo “Un campo di stelle il mio riposo”

In Memoria di Frati Minori Cappuccini:

i familiari ricordano loro congiunti

Fra Pacifico da Amora (1883 – 1937)

Recensione di Francesco di Ciaccia

“Mi fa piacere annotare alcuni pensieri dopo aver letto le pubblicazioni – agili e dense di richiami e documenti d’archivio – compiute dai familiari di frati cappuccini, perché è importante che si sia sentito il bisogno da parte loro di ravvivare la memoria dei quei congiunti i quali, lasciata la casa paterna, si sono dedicati alla vita consacrata in conventi cappuccini.

È importante, perché è segno dell’interesse del mondo secolare nei confronti della vita religiosa, nei confronti della realtà conventuale, in particolare se si tratta della vita di fratelli laici francescani. E proprio con un libretto alla memoria di un fratello laico cappuccino mi piace iniziare questa presentazione di due piccoli libri, redatti e pubblicati a cura dei rispettivi familiari di due frati cappuccini.

È bene infatti ricordare che la famiglia francescana, così come l’ha ideata san Francesco stesso, fondamentalmente – benché non esclusivamente – è costituita da frati laici, anche se, ancora vivente l’Assisiate e con la sua personale adesione, fin dalle origini si annoverano frati che erano anche chierici dell’ordine presbiterale, quali Pietro Cattani e poi Antonio da Padova.

Una pubblicazione è dedicata a fra Pacifico da Amora, al secolo Vincenzo Carrara, e presenta – come recita il titolo – “la vita, le testimonianze, i luoghi, il riposo” del frate, in un “libretto in memoria”, per l’appunto, a firma di Aurora Cantini, per le Edizioni Villadiseriane, dal titolo “Un campo di stelle il mio riposo. L’Autrice del libretto ha riesumato – come per caso, ma provvidenzialmente – tra le “cose vecchie” riposte in solaio, nella casa di famiglia, un manoscritto proprio di fra Pacifico da Amora. Egli vi si racconta, parla di sé, tra dati anagrafici – “sono nato in una assolata giornata d’estate, il 12 agosto del 1883” – e sguardi interiori ed esteriori. E proprio questi ultimi mi sorprendono: gioiosamente. Dico sul serio: sono rimasto stupito. Dico stupito, perché mi sono sentito ammaliato. Per questo ho detto: “stupito”. Non mi aspettavo tanta una prosa così bella. Mi son detto che è un grande scrittore, un fine narratore; ma di primo acchito – così, senza riflettere – mi è sembrato avere un quadro davanti agli occhi.

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Il mistico fraticello questuante Fra Pacifico da Amora (1883 – 1937) nell’unica fotografia esistente.

Leggete. È l’inizio, assoluto:

“Sono fermo ai lati della pista e osservo la gente che passa frettolosa. Dietro di me lo sciacquio del lago d’Iseo mormora piano le sue storie”.

Non è finita: subito la prosa continua, ancora più narrativamente pittorica:

“Mi fanno compagnia i cespugli di mirto e biancospino nel loro stormire leggero, un brusio che mi culla e rasserena le mie ore disperse. Come tetto un antico ippocastano […]. Unica coperta la distesa d’erba […].

Se anche tu transiti da queste parti, fammi un cenno, riconosci il mio sguardo, afferra la mia voce e portala con te”.

Come si può dare torto all’Autrice, che è andata proprio lì, in quei posti, per incontrarlo; lì, anche se egli non c’era, perché – come appunto continua fra Pacifico – “non mi vedrai, perché io sono solo vento e brezza leggera […]. Ma ti racconterò la mia storia”.

La storia, appunto, si diparte dalla famiglia d’origine del frate – che si autoracconta -, nel suo contesto territoriale, nella sua vita di casa, anche negli aspetti struggenti (“Vedevo mia madre Anna Maria invecchiare sotto il peso degli affanni e del poco cibo”), fino al suo sogno, quello in cui, una volta lasciato questo mondo terreno, egli (ossia “Io, Fra Pacifico di Amora”) si rivive ancora nel ricordo di coloro cui ha donato il profumo di una buona parola, di un sorriso, di un gesto di sincerità.

A me questo sogno – o meglio, questa speranza interiore, dolcissima, soave – ha suscitato una impressione di viva umanità: è l’immagine già evocata dal Foscolo, di restare, cioè, vivo nell’animo di chi ci ha conosciuti, di chi ci ricorda con affetto: in questo caso, nel caso del Nostro Frate Pacifico, con lo sguardo rivolto all’“Amore grande” – come lo definisce frate Pacifico stesso -, che è Dio.

Il libretto poi contiene tutto ciò che occorre per completare la presentazione di Fra Pacifico da Amora, dalla commemorazione redatta dal P. Leandro Spadacini M. da Malegno, superiore del Seminario Serafico – la quale registra soprattutto i tempi dell’ultima fase della vita terrena del Nostro frate Pacifico, quella prossima a Sorella morte -, alle testimonianze di confratelli che conobbero frate Pacifico e che ne ricordano, direi con venerazione, la vita semplice, umile, devota, un’esistenza condotta, per buona parte della giornata, a volte, con le spalle sotto il peso della bisaccia.

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Una veduta panoramica del paesino di Amora, Valli Bergamasche, vista dal fondovalle di Albino, Media Valle Seriana

Chi è, in effetti, Fra Pacifico da Amora, piccolo paesino montano del Bergamasco? Un frate “questuante”, uno di quei frati cappuccini che vanno a fare la questua, vanno a ricevere elemosine – in natura, generalmente – per provvedere alle necessità di approvvigionamento del convento, girando tutto il giorno per le case di campagna o del paese – come il fra Galdino di manzoniana memoria.

L’ho riportata come ultima notizia, non perché la cosa non sia importante, ma proprio perché mi riconduce alla mia prima impressione, quella in cui ho iniziato questo ricordo. Infatti, proprio perché sapevo che il frate questuante, quello cioè della “cerca”, è – così risulta normalmente – povero di istruzione, mi sono sorpreso, e meravigliosamente stupito, leggendo le sue righe. Ma ho ricordato alla fine questa notizia, anche perché la figura del Nostro frate avalla una teoria o idea molto radicata in tutti i saggi spiriti e in tanti sapienti confratelli: non sono le argomentazioni, non sono le belle parole, magari messe bene in fila, a edificare, ma sono le poche parole dette col cuore e sostenute – direi: sopraffatte! – dai fatti e dall’esempio pratico, materiale, concreto.

E con ciò finisco, rifacendomi a quanti hanno scritto come frate Pacifico abbia “operato in mezzo a noi […] cogli esempi della sua vita di sacrifici, di disagi sempre da lui dissimulati e nascosti […]” (Bollettino Parrocchiale di Sarnico), facendo “del vero apostolato col suo esempio” (Fra Alipio M., Vicario Apostolico dell’Eritrea).

Entro questo quadro così felice e gaudioso – poiché gli spiriti di profonda vita interiore illuminano l’umana famiglia – credo coerente anche la ricostruzione genealogica del casato cui appartenne fra Pacifico Carrara, compilato con perfetta chiarezza dall’Autrice del presente libretto, grazie anche alla collaborazione della Signora Angioletta Dentella, dell’Ufficio comunale di Aviatico, di Ornella Carrara, già impiegata presso il medesimo Ufficio, e – per l’insieme dell’opera, sul piano archivistico – grazie alla dedizione di Padre Costanzo Cargnoni, responsabile dell’Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi e della Biblioteca Francescano-cappuccina provinciale di Milano.”

(Francesco Di Ciaccia)

 

Quando Selvino ebbe il suo Garibaldino:

 Daniele Piccinini, Capitano dei Mille

(il Garibaldino che amò sempre

la sua montagna di Selvino)

Daniele Piccinini

Capitano Daniele Piccinini, uno dei Mille, che ebbe casa a Selvino, Bergamo

Parlare di Risorgimento a Selvino vuol dire raccontare del “Cacciatore” Daniele Piccinini, che aveva casa nel paese, uno dei più fidati collaboratori di Giuseppe Garibaldi, sempre arguto e schietto, senza tante lamentele e frivolezze. Risultò molto utile nella sua capacità di orientarsi bene lungo i sentieri e le boscaglie più intricate. Se gli altri erano in difficoltà, li esortava quasi brusco: «Poche parole, capìt? Giù la testa e avanti. È bassa la terra.»

Sbarcato in Sicilia con I Mille nella storica spedizione del 1860, durante una battaglia si mise davanti a Garibaldi coprendo con il proprio impermeabile la camicia sgargiante del Generale, che era assediato da un lancio di pietre. Senza mezzi termini urlò che LUI! il Piccinini, non aveva nessuna intenzione di farsi uccidere come un soldato qualunque a causa di un colore troppo vistoso. Al che il Generale, invece di arrabbiarsi per questa strafottenza, lo prese con sé come aiutante, nominandolo Tenente.

FOTO 1 Selvino con la zona dell'abitazione del Piccinini

FOTO 1 Cartolina d’epoca raffigurante Selvino con la zona adiacente l’abitazione del Piccinini

FOTO 2 Selvino oggi

FOTO 2 Selvino come si mostra negli Anni Duemila

FOTO 3 Selvino oggi

FOTO 3 Selvino visto dal Monte Podona

MA CHI ERA DANIELE PICCININI?

Nacque il  3 giugno 1830 in una casetta nel paese di Pradalunga, un piccolo borgo stretto sulla riva sinistra del Serio, Media Valle Seriana, e crebbe in una famiglia agiata con altri nove fratelli, dei 12 nati nel corso degli anni. Il padre si occupava dell’estrazione e lavorazione delle pietre coti e il bambino lo aiutava nelle piccole incombenze. Studiò a Bergamo e poi all’Università di Pavia.

 

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FOTO 4 Il fondovalle della Media Valle Seriana visto dal paese di Amora con il paese di Pradalunga sullo sfondo a destra

FOTO 5 Le pietre coti

FOTO 5 Le pietre coti

Quando nel marzo del 1848 Milano insorse con le barricate, le altre città la seguirono, compresa Bergamo e tutta la Valle Seriana. Gli uomini di Pradalunga presero i loro fucili da caccia e si avviarono verso il capoluogo. Fu in questa occasione che Daniele Piccinini entrò nella storia: dicono i documenti che stava sulla riva del Serio a pescare con il padre, ad un tratto delle voci concitate richiamarono la sua attenzione; seppe così dell’insurrezione e anch’egli si unì ai valligiani nei furiosi combattimenti nella zona di Sant’Agostino, che portarono alla scacciata degli Austriaci.

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FOTO 6 La riva sinistra del fiume Serio a Pradalunga

Piccinini entrò a far parte dei Cacciatori Bergamaschi, Volontari delle Valli, con il compito di sorvegliare le zone della Valle Camonica. Nel giugno del 1849, quando aveva solo 19 anni,  fu tra i ribelli che volevano creare la Repubblica Romana, accanto a Garibaldi e ad Anita.

Per più di mese difesero la città di Roma contro Napoletani e Francesi, con episodi di disperato valore, giovani eroi con la camicia rossa che cadevano sui bastioni senza un grido, ragazzi che avevano seguito il guerrigliero senza mai più voltarsi indietro. Ma il 3 luglio Roma fu costretta a capitolare e, mentre i Francesi entravano in città, Garibaldi ne usciva con quattromila uomini, iniziando così la tragica ritirata verso Venezia, l’unica ancora che resisteva. I soldati di ben quattro eserciti, quelli che avevano abbattuto la Repubblica Romana, si posero all’inseguimento del Generale, con l’ordine di catturarlo, vivo o morto.

C’era un ragazzo insieme al Piccinini, di 3 anni più grande, si chiamava Goffredo Mameli, in realtà l’aristocratico Goffredo Mameli dei Mannelli; era nato a Genova nel 1827 e si era unito al seguito di Garibaldi come poeta e scrittore. Morì il mattino del 6 luglio 1849, a soli 21 anni, dopo essere stato ferito durante l’assedio per la proclamazione della Repubblica Romana: un colpo di baionetta gli aveva procurato una ferita infetta alla gamba sinistra, che venne amputata per la cancrena, ma non bastò a salvargli la vita. Due anni prima, nel 1847, aveva scritto le parole de “Il Canto degli Italiani”, che diverrà l’Inno di Mameli cento anni dopo, nel 1946, con l’istituzione della Repubblica Italiana, messo in musica dal maestro Michele Novaro. Con la caduta pure della città veneta, il Battaglione Cacciatori Bergamaschi venne sciolto e di Piccinini si persero le tracce. Probabilmente ritornò a Pradalunga, al suo lavoro già avviato di salumiere. Mantenne la sua passione per l’uccellagione nei suoi casellini da caccia sull’Altopiano Selvino Aviatico, (si pensa che ne possedesse tre, situati poco sopra la Madonna della Neve), una tecnica di cattura che consisteva nell’attirare gli uccelli nei roccoli intrappolandoli con una rete stesa.

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FOTO 7 Tipico casellino da caccia sull’Altopiano di Selvino Aviatico

Per questo  soggiornava spesso nell’abitazione che la famiglia possedeva da tempo nel paese di Selvino, allora piccolo villaggio di non più di 500 abitanti, allevatori, contadini, mandriani, boscaioli.

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FOTO 8 Cartolina d’epoca con visione di Selvino: a destra il “Castello” del Tenore Federico Gambarelli a ridosso della via cavalcatoria verso Aviatico e poco sotto la dimora del Piccinini

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FOTO 9 Cartolina d’epoca: la salita dei “Cornèi” (gli spuntoni detti Cornelli) quando era ancora mulattiera, il “Castello” del Tenore Gambarelli e la casa del Piccinini

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FOTO 10 Cartolina d’epoca: particolare della mulattiera-salita verso Aviatico con a sinistra la biforcazione verso il paese di Ama. In questa valletta verrà costruita nel 1958 la funivia Albino-Selvino

Il Piccinini conosceva a occhi chiusi ogni sentiero dell’Altopiano, infatti fin dalla più tenera età, percorreva la vie cavalcatorie seguendo gli anziani e i bambinetti nelle mansioni giornaliere della fienagione o nella raccolta di legna e fogliame, e fu in quegli anni che imparò a sparare e ad orientarsi nel fitto della vegetazione, abilità che fu di importanza basilare nelle alture siciliane durante la Spedizione dei Mille.

Ma sull’Altopiano ritrovava quiete  e riposo, si sentiva tutt’uno con il Cielo; invitava spesso gli  amici e nomi celebri del tempo soggiornarono nelle sua maestosa abitazione: Benedetto Cairoli, Guido Sylva, Francesco Cucchi, Luigi Enrico Dall’Ovo, per citare solo alcuni nomi, i quali salivano  a Selvino inerpicandosi lungo le diramazioni della Via Mercatorum che da Bergamo, attraverso i rami che salivano da Alzano, Nese o Albino, conduceva in Valle Brembana.

FOTO 11 -Quadro a olio, 1913

FOTO 11 Quadro a olio datato approssimativamente 1913 e raffigurante la dimora del Piccinini (per gentile concessione di Ligato Marcella pronipote di Daniele Piccinini, Capitano dei Mille)

FOTO 13 -Scorcio del giardino antistante casa Piccinini, della famiglia Ligato, Pradalunga

FOTO 13 Immagine di uno scorcio del giardino antistante la casa Piccinini (per gentile concessione di Ligato Marcella pronipote di Daniele Piccinini, Capitano dei Mille)

Da segnalare l’impatto che Selvino ebbe perfino sul Generale Osio, istitutore di Re Vittorio Emanuele II, il quale, avendo attraversato l’Altopiano in occasione di una commemorazione alcuni anni dopo la morte del Piccinini,  rimase talmente colpito dalla freschezza alpina del paese, da volervi edificare una villa, detta appunto “Villa Osio”.

Passarono 10 anni e nella primavera del 1859 si andarono creando voci di una squadra denominata “Cacciatori delle Alpi” destinata a irruzioni in montagna. Per Piccinini una forza prorompente che lo chiamava a sé. Rientrato nei ranghi combattenti, incominciò  l’avanzata verso le principali città lombarde, che vennero liberate una dopo l’altra. Ma  con la Pace di Villafranca, nell’ottobre del 1860, dopo che migliaia di giovani  e ragazzi erano caduti nelle disperate battaglie di  Solferino e San Martino,  si sospese ogni ostilità e si chiuse la Seconda Guerra d’Indipendenza. Immensi furono la delusione e la sofferenza che appesantirono il grande cuore del Piccinini, profondo e sincero amico e commilitone, sempre pronto all’aiuto e alla lealtà.

Ad aprile 1861 ricevette una lettera di un amico d’armi che gli comunicava l’intenzione di imbarcarsi a Genova. Per Piccinini l’occasione tanto attesa.

Durante la nuova spedizione si distinse con episodi di coraggio folle e spericolato, al punto che il Garibaldino fu anche ferito ad una spalla, ma mantenne un temperamento saldo e impassibile, senza lasciarsi sopraffare dall’istintività, e perciò venne promosso prima Capitano e poi Maggiore.

Nelle pause tra i vari combattimenti se ne andava a cacciare uccelli mettendo le reti per la cattura di esemplari vivi. A Napoli i Garibaldini trovarono la strada sbarrata e ancora una volta il Piccinini venne congedato.

Nell’agosto 1862 era di nuovo con Garibaldi, sull’Aspromonte, purtroppo si crearono dei dissidi con i bersaglieri e in quell’occasione Garibaldi venne ferito ad una gamba. Piccinini era devastato:  in un impeto di prorompente impulsività ruppe la propria spada pur di non consegnarla al nemico.

I Garibaldini vennero arrestati e Piccinini fu liberato solo grazie ad un’amnistia reale: il matrimonio della principessa Maria Pia di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, con il re del Portogallo,  il 5 ottobre 1862. Piccinini, ritornato a Pradalunga, eresse nel suo orto una statua che rappresentava l’Italia ferita (con due stampelle), oggi abbattuto.

Nel maggio del 1866 ricevette una lettera dall’amico Cucchi, in cui raccontava l’idea di Garibaldi di gettarsi ancora nell’impresa di liberare le zone del Triveneto. Daniele ripartì. Era iniziata la III Guerra d’Indipendenza, dove combatté come soldato semplice, visto che non aveva più la spada.

Nel settembre 1867, arrestato Garibaldi, Piccinini e gli altri Volontari si dispersero, l’animo abbattuto e sofferente, il cuore pesante di ricordi mai sopiti, lo sguardo velato di rimpianti.

Ma Garibaldi fuggì da Caprera: aveva in mente la presa di Roma, e i suoi erano con lui. Con esiti altalenanti, la Città Eterna fu finalmente liberata nel settembre 1870.

IL GRANDE CUORE DEL GARIBALDINO MONTANARO

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FOTO 14 Dal pianoro di Selvino la vista sulla vallata della Media Valle Seriana da dove si vede il paese di Pradalunga

Piccinini ritornò ad essere il “salsicciaio” come si definiva, non partecipò ad alcuna cerimonia di commemorazione negli anni successivi, né desiderò mai richiedere onori e prestigio. Anzi, a chi gli chiedeva delle imprese con Garibaldi, la buttava sullo scherzo, quasi fosse stata una birichinata, un passatempo. Non si sposò mai, ma visse nella grande e antica casa paterna con il fratello Cesare e la sua famiglia; per gli otto nipoti fu sempre lo zio Daniele, forte come una quercia, burbero come il vento di montagna, scherzoso come il torrente delle valli, modesto come un timido ragazzo. Si occupava di loro con animo dolce e schivo, ma colmo di tanto affetto. Aveva promesso sull’Aspromonte di non toccare più una spada, e così fece.

Spesso, talvolta anche in piena notte, inquieto e sorpreso dai tanti ricordi, lasciava la sua casa sulla riva sinistra del fiume Serio, e, inoltrandosi lungo il sentiero attraversando poi il fiume, si inerpicava lungo la mulattiera che portava a Selvino, per andare a riposare nella sua dimora in montagna. Capitò che una notte d’inverno, avendo bevuto un po’ troppo con gli amici durante una delle solite serate di partite a carte, inciampò perdendo l’equilibrio e ritrovandosi sull’orlo di uno dei tanti dirupi lungo le pendici del monte Cereto e Nigromo.

Dicono che per un istante sembrò invocare il vuoto, ma fu solo un istante. La sua anima schietta e irruente non aveva mai rinnegato il passato, non aveva mai abbandonato la lotta. Decise di non bere più, per continuare a tenere le redini della sua Vita, per essere coerente e deciso nel suo cammino, per non essere compatito o deriso.

Era bizzarro, il Piccinini; uomo ben fatto, alto e possente, non passava inosservato, soprattutto per il modo di vestire: pantaloni di fustagno, panciotto in velluto sopra la classica camicia bianca, e al collo l’immancabile fazzoletto rosso e celeste. Fasciava i lunghi capelli in una bandana, sotto un ampio cappello. I suoi amici di battaglia, i suoi commilitoni avevano preso strade diverse: chi si era avviato verso la carriera politica, chi si era inserito Deputato in Parlamento, chi nei reparti militari, chi aveva preso interesse verso il giornalismo, la letteratura. Ma lui rimase montanaro per tutta la vita.

DA MONTAGNA A MONTAGNA

Non rimaneva però sempre ancorato ai suoi monti, anzi, spesso viaggiava, soprattutto nelle zone del Lazio e degli Abruzzi, che gli erano rimasti nel cuore.

Il 4 agosto 1889, dopo che da due mesi si trovava in un paesino della zona, Tagliacozzo, aveva in mente di salire sul Gran Sasso per una escursione. In quel frangente dalla sua pistola partì un colpo, che lo ferì sotto l’ultima costola, ma non sembrò così grave, dato che riuscì a ritornare in albergo. Eppure dentro di sé sentiva che non sarebbe sopravvissuto. Infatti scrisse le disposizioni per il funerale e fece avvisare telegraficamente il fratello Fernando, Sindaco di Pradalunga, che lo raggiunse dopo 4 giorni. Rimase vigile e cosciente fino al 9 agosto, quando il suo indomito cuore cessò di battere. Aveva 59 anni.

Fu il figlio di Garibaldi, Menotti, che aveva seguito il Piccinini fin da ragazzino, a dare la notizia ai parenti a casa tramite il telegrafo. Di lui scrissero ampiamente i giornali dell’epoca, perfino a New York si riportò il tragico incidente che gli costò la vita.

I funerali avvennero a Tagliacozzo, ma già l’anno successivo la salma venne trasportata a Pradalunga tramite treno e carrozza. Lungo il tragitto, alle stazioni di Roma, Milano, Treviglio, Nembro una folla di reduci, compagni, autorità civili e militari si assieparono per rendere omaggio al “pirata”; gli amici lo scortarono in silenzio devoto, in testa il Generale Menotti Garibaldi.

Fu seppellito nel piccolo cimitero del suo paese, nella Cappella di famiglia, dove ancora oggi una lapide recita: “Daniele Piccinini, uno dei Mille”

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FOTO 15 La Cappella di famiglia nel cimitero di Pradalunga dove riposa il Garibaldino Daniele Piccinini

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FOTO 16 La stele con i nomi di famiglia tra cui il Capitano Daniele Piccinini

FOTO 17 La striscia con il nome

FOTO 17 Particolare dell’iscrizione “Daniele Piccinini, uno dei Mille”

OGGI

La casa di Daniele, una austera struttura rettangolare fornita di numerose stanze, oggi è la rinomata “Caffetteria Del Piccinini”. Fa ombra e possente vigilanza un enorme faggio posto al centro dell’ampia radura: lì era il giardino del Piccinini, che sotto lo stesso enorme albero, amava trascorrere momenti di silenzio e ascolto, teso a sentire le voci mai dimenticate degli amici dispersi sulle alture, dei tanti giovani volti mai svaniti, delle numerose pagine scritte della nostra Storia. Poco più sotto, vicino alla chiesa nuova di Selvino, esiste un’altra abitazione, tuttora di proprietà degli eredi del Piccinini: era l’abitazione dei mezzadri della famiglia.

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FOTO 18 La dimora oggi Caffetteria Gelateria “Del Piccinini”, della famiglia Magoni

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FOTO 20 La casa dei mezzadri del Piccinini

FOTO 20 La casa dei mezzadri della famiglia Piccinini, ancora oggi di proprietà.

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FOTO 21 Il secolare faggio che svetta davanti alla Caffetteria “Del Piccinini”

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FOTO 22 L’angolo dell’abitazione con la targa che ricorda il Garibaldino Piccinini

FOTO 23 Targa affissa sulla vecchia abitazione del Piccinini, della famiglia Ligato, Pradalunga

FOTO 23 La targa quando era affissa sulla parete della casa Piccinini “Qui abitò Daniele Piccinini, Capitano dei Mille”

Nei suoi giorni di solitario riposo e silenzioso rimpianto, con la mente e con il cuore, Daniele Piccinini ascoltava il pulsare dei monti, la storia che lega l’uomo alla terra, la montagna, presenza perenne ed eterna, solida e consolatrice fino alla fine dei tempi.  Per chi oggi sosta a gustarsi un gelato o un dolce fatto in casa,  parrà di sentire un canto, una voce, una carezza leggera tra le fronde degli alberi: qui visse il Capitano, eroe silenzioso dal grande cuore garibaldino.

RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia del Garibaldino Daniele Piccinini, Capitano dei Mille, è dare conoscenza e memoria, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca sulla storia del Capitano Daniele Piccinini Garibaldino dei Mille, ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

Ringrazio di cuore Ligato Marcella, pronipote di Daniele Piccinini, Capitano dei Mille, per la gentile concessione delle fotografie storiche n° 11, n°12, n°13, n°23,  di cui è la sola proprietaria editoriale, come da espresso desiderio: “Le chiedo cortesemente di mettere la fonte di queste fotografie “Ligato Marcella pronipote di Daniele Piccinini, Capitano dei Mille”.

Ringrazio Giuseppe Pino Bertocchi, appassionato collezionista ed esperto dell’Altopiano, per le cartoline d’epoca n°1, n°8, n°9, n°10.

Molti dati tecnici sono tratti dal libro “Un Garibaldino a Selvino” di Ugo Dal

Il respiro della Natura nella poesia di Aurora Cantini

Posted by Maria Grazia Porceddu per Sannio Life, News dalla Provincia di Benevento

Sanniolife.it

Radura d'inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Radura d’inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

“L’arte – scriveva Marina Cvetaeva – è la natura stessa. Non cercate nell’arte altre leggi che non siano le sue.”

Leggendo la raccolta di poesia di Aurora Cantini, Oltre la curva del tramonto (LietoColle), pare si percepisca una sorta di fedeltà al pensiero della grande poetessa. Tutto questo lo si intuisce già leggendo ciò che la Cantini scrive nella nota introduttiva:

“Sono legata alla mia terra di montagna come una radice sospesa, la sento vibrare in me in ogni respiro di vento, in ogni scricchiolare di foglia, in ogni sentiero nascosto.
Ho ascoltato le poesie degli alberi frondosi che muovendosi nel dolce tramonto estivo cullavano i miei sogni bambini, o quando, carichi di neve, svettavano al cielo e mi portavano fin lassù, nell’azzurro, con le loro lunghe dita di diamanti.

Mi raccontavano, mi consolavano, mi inebriavano di vita. Mi amavano teneramente, silenziosamente e per sempre, portandomi oltre la curva del tramonto, fino a raggiungere le stelle.”

Tramonto d'inverno sull'Altopiano Selvino Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Tramonto d’inverno sull’Altopiano Selvino Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Ma è pur vero che chi ama la poesia cerca in ogni verso che legge un po’ di se stesso. Quindi, lasciando parlare la poesia di Aurora Cantini per qualche istante, di sicuro in qualche lettore vicino alla sua anima, risveglieremo il desiderio di attraversare con lo sguardo, pagina dopo pagina, questa silloge:

Mi chiedo se davvero/ Non te ne sei mai andato/ O se in realtà mi chiami/ Ma io non ascolto,/ Cuore senza voce/ parole senza lettere/ Preghiere senza lacrime (…)”

LietoColle Editore

Oltre la curva del tramonto

“Bambini in viaggio”,

4 autori raccontano l’infanzia in fuga e l’emigrazione

Ad Albino (Bg) Chiesa di San Bartolomeo

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L’Edizione 2016 della rassegna culturale Giornate della Storia e dell’Arte ad Albino, che negli anni si è arricchita della programmazione e del contributo delle associazioni culturali albinesi e delle proposte della biblioteca, propone varie e diversificate iniziative. In programma la mostra storica sulla Grande Guerra dedicata agli eventi bellici del 1916, la mostra sulla lavorazione del ferro nel maglio di Calvi di Comenduno, incontri con gli autori e il concorso Albino Città del Moroni.

In particolare da rilevare è una rassegna di storie accomunate dal tema dell’infanzia in viaggio: 4 autori raccontano in narrativa 4 storie di bambini costretti a lasciare il loro mondo, la loro casa, la loro cameretta, gettati allo sbaraglio in un mondo senza confini, né patria, né sorrisi.

Sabato 17 settembre ore 16:30 Chiesa di S. Bartolomeo

presentazione del libro  Solo la luna ci ha visti passare

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Francesca Ghirardelli, giornalista freelance, da oltre dieci anni collabora con diversi quotidiani e settimanali nazionali. Raccoglie storie di migrazioni e popoli in movimento, soprattutto lungo le sponde del Mediterraneo. Ha incontrato la quindicenne Maxima, curda siriana protagonista del libro a Belgrado, in Serbia, nell’ultima tappa del viaggio verso l’Olanda, dove poi l’ha ritrovata, sana e salva. Il libro ripercorre il viaggio di Maxima iniziato nel luglio 2015 e terminato un mese dopo.

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Sabato 8 ottobre ore 16:30 Chiesa di S. Bartolomeo

Presentazione del libro Una bambina in fuga di Lidia Gallico

(in collaborazione con biblioteca Di Vittorio – CGIL Bergamo)

Prefazione a cura di Maria Bacchi

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In uno scritto della fine degli anni ottanta, Lidia Gallico ripercorre la sua infanzia di bambina ebrea negli anni delle leggi razziali: nata a Mantova nel 1932, a soli sei anni subisce la durezza delle leggi razziali. Fuggita da Mantova con i genitori durante l’occupazione nazista, dopo un peregrinare in rifugi “sicuri”, nel gennaio 1944 ripara in Svizzera, dove resterà sino all’estate del 1945. Ad Albino (nella frazione Dossello) è ospite della famiglia Nicoli tra l’ottobre del 1943 e gennaio del 1944, dove arriva per tramite del cugino Goldstaub.

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Sabato 29 ottobre ore 16:30 Chiesa di S. Bartolomeo

Presentazione del libro L’ultimo arrivato di Marco Balzano (narratore della migrazione italiana)

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Marco Bolzano è nato nel 1978 a Milano, dove vive e lavora come insegnante di lettere. Ha pubblicato saggi e raccolte di poesie e, i romanzi Pronti a tutte le partenze (2013, Premio Flaiano), L’ultimo arrivato (2014), con cui ha vinto il Premio Campiello (2015) e Il figlio del figlio (2016).

Nel suo libro racconta la storia di un bambino, Ninetto, che dalla Sicilia migra a Milano in cerca di lavoro. Richiama la storia di migliaia di bambini che migrarono al nord dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Puglia a cavallo fra gli anni cinquanta e il decennio successivo.

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Sabato 5 novembre ore 16:30  Chiesa di S. Bartolomeo

Presentazione del libro Il bambino con la valigia rossa di Aurora Cantini

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Conduce Silvia Zanoni, bibliotecaria e moderatrice di gruppi di lettura

La Bergamo della seconda guerra mondiale e la vita dei piccoli ospiti del brefotrofio di Bergamo, scandita dai rituali del quotidiano e dallo scorrere delle stagioni e del tempo che accompagna verso la consapevolezza e l’età adulta. I preti e la gente della Resistenza. L’umana fraternità che i bambini coltivano nonostante la sofferenza dell’abbandono danno linfa alla speranza che rinvigorisce la loro vita e quella della nuova Italia intera.

Pietro troverà nella valigia rossa l’amore di sua madre e il coraggio e la forza per ricominciare.

21a bimbospaventato

LA SCHEDA DEL ROMANZO

Il bambino con la valigia rossa

DOVE DORMONO I BAMBINI DELLA GUERRA

Le immagini dei bambini in fuga

 

 

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