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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

Visualizza gli articoli in autori bergamaschi

Irma Kurti e Aurora Cantini,

voci di donne in poesia a Selvino

Poesia al femminile, ricordi ed emozioni raccontate da voci di donna: a Selvino le poetesse Irma Kurti, albanese residente da 11 anni a Bergamo, e Aurora Cantini, bergamasca doc, hanno aperto il proprio cuore coinvolgendo il numeroso pubblico attraverso la declamazione e l’analisi delle prorpie poesie, da quelle scritte agli inizi della loro carriera, fino alle ultime composizioni, quelle della maturità.

Nel mezzo le storie di due donne, nate entrambe negli Anni Sessanta, estremamaente diverse, con origini quasi agli antipodi, sia come estrazione familiare che come esordio letterario, ma accomunate da un comune progetto di vita, da una comune esigenza dell’anima, un’affinità di intenti e di riflessioni quasi in simbiosi. È stata proprio questa sinergia di cuori, di menti e di talento creativo che le ha portate ad incontrarsi in una delle numerose iniziative letterarie ad Albino nel 2015. Si ritrovarono fin da subito l’una nei versi dell’altra, decidendo di percorrere insieme un tratto di quel cammino in cui credono, per cui lottano quasi quotidianamente, un cammino dove la parola “Poesia” è la sola porta che può aprire il cuore dell’umanità. Ed eccole ora a Selvino, dopo la bella performance a Bergamo nel gennaio 2016.

Le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti a Selvino, con il consigliere Mario Vitali, la vicesindaco Virginia Magoni, Luigi Gandossi e Franca Mismetti della Compagnia Dialettale Città di Albino, che hanno fatto da moderatori all’incontro

Nata a Tirana, all’epoca sotto il regimne dittatoriale, Irma Kurti ha iniziato a scrivere poesie su stimolazione del padre, che la spinse, ancora bambina,  a frequentare il Circolo Letterario di poesia presso la “Casa dei Pionieri”. Il Regime operava un’ attenta e certosina opera di censura sui lavori letterari dei giovani poeti, ma nonostante ciò il talento della Kurti emerse ben presto in tutto il suo valore.

Per la Cantini, nata in Valle Seriana, la poesia fu una scoperta autodidatta. A sei anni già componeva a voce piccoli abbozzi di poesia osservando  i fiocchi di neve volteggiare come diafane ballerine. La natura, i prati su cui correva o su cui si distendeva, le fronde amorevoli degli alberi del bosco, hanno fatto da motivo ispiratore alle prime poesie, pubblicate fin dall’adolescenza.

Insieme la scoperta di modelli letterari univoci, come Emily Dickinson, Puskin, Pablo Neruda, le sorelle Bronte… Modelli che hanno ispirato e influenzato entrambe durante il periodo dell’adolescenza.

Il pubblico a Selvino per le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti

Nel corso del tempo sono cambiati i motivi ispiratori, i temi e i contenuti della loro poetica, considerata da entrambe un “Bisogno dell’anima a cui non ci si può sottrarre”, ma nonostante  i disegni della vita abbiamo condotto la Cantini e la Kurti lungo strade diverse, è rimasta indissolubile l’affinità verso temi particolarmente cari ad entrambe: la figura del padre, la nostalgia, il dolore, le problematiche sociali, la poesia civile, i rapporti con le persone, l’amore.

“È avvenuto un ampliamento dei temi ed entrambe siamo liete che ciò si avvenuto in modo naturale, grazie alla maturità e alle esperienze di vita.”

Di tutto ciò le due poetesse hanno raccontato a Selvino, in una sala ricolma all’inverosimile. Su tutto l’amore verso la propria terra, culla e radice a cui sempre tornare.

Aurora Cantini e Irma Kurti con Franca Mismetti che le ha presentate e Luigi Gandossi che ha raccontato la loro storia

 

 

Lo scrittore Isidoro Perin commenta

Il bambino con la valigia rossa

romanzo di Aurora Cantini

Il bambino con la valigia rossa all’edizione 2017 della Fiera dei Librai Bergamo

Quella valigia così grande, così rossa, ai piedi di Pietro ormai cresciuto, avremo voluto conoscerla meglio, ma Aurora l’ha nascosta fino al finale, dove si svela l’arcano.

Pietro vive i suoi giorni dentro il Brefotrofio, un luogo terribile quanto indispensabile per quei tempi di miseria e di guerra, dove però anche sorridere, può essere già una colpa.

La penna di Aurora lo segue con trepidazione, gli anticipa i pensieri, lo protegge finché un giorno lo lascia arrampicarsi sul ciliegio carico di marinelle mature. Pietro ne fa una scorpacciata e le raccoglie anche per gli altri “Esposti” suoi compagni di sventura. Sale sui rami più alti e assapora per la prima volta il sapore della libertà.

Lo scenario della 2^ Guerra Mondiale è vissuto da Pietro e dagli altri trovatelli con le storture imposte dalla Direzione. Tuttavia i più grandicelli riescono a percepire un minimo di realtà.

La malattia dall’amico Gino sarà vissuta da Pietro in modo traumatico.

Per fortuna Aurora attinge alla sua vena poetica per mitigare la durezza degli avvenimenti. Così descrive l’amicizia dei due orfanelli alla fine della guerra:

  • Aveva solo bisogno di volare, il mio amico Gino, ma il suo piccolo cuore era troppo debole per strappare i sogni alla notte che ancora attanagliava la nostra vita.

Ne eravamo tutti consapevoli. Il mondo ricominciava a vivere, ma  non era giunto al Brefotrofio.

A dodici anni Pietro uscirà dal Brefotrofio con la sua valigia rossa e scoprirà, al suo interno, il grande amore della mamma.

Abbiamo bisogno ancora di storie raccontate da Aurora Cantini, e siamo sicuri che anche lei ha bisogno di scriverne! Grazie Aurora,   Isidoro Perin 

https://www.facebook.com/Isidoro-Perin-250963635037722/

ARTI, MESTIERI E TRADIZIONI RIVIVONO PER UN GIORNO

Ad Aviatico, paese sull’Altopiano Selvino, Orobie Bergamasche, per un giorno rivive il mondo delle antiche contrade.

Arti, mestieri e tradizioni ad Aviatico

Un tempo nei borghi di montagna transitavano periodicamente bizzarri personaggi con il loro vario campionario di commercio. Nel mese di ottobre, in concomitanza con le feste del Rosario, capitava nella contrada un tale ometto bizzarro; costui girava a piedi per i borghi recando numerose statuette in gesso della Madonna, di varie fogge e misure. Stava sull’altopiano per qualche settimana, distribuendo le sue statuine in cambio di cibo e magari anche alloggio di fortuna. Quando sopraggiungeva lui, i bambini interrompevano i loro impegni, magari stavano sfogliando “ol melgòt” (il granoturco) e lo attorniavano chiedendogli di dire la Predica o il Rosario o altre giaculatorie un po’ interpretate a modo loro, sul ridere.L’ometto accettava di buon grado il loro assalto e per un’oretta si trasformava anche lui in un bambino.

Non appena la stagione intiepidiva uno dei primi ambulanti a comparire sulla strada era l’arrotino, il “molèta”; poi “ol magnà”, il calderaio, colui che veniva a “giöstà i orègie di peroi”, cioè i manici laterali delle pentole, l’ombrellaio, l’impagliaio, che impagliava le sedie; le donne si passavano la voce quando passava l’uomo col fagotto, un ambulante di biancheria, il quale girava a piedi con un fagotto che dispiegava sull’aia in un tappeto multicolore di abiti e stoffe.

http://www.icponte.gov.it/ipertesti/ambiente_alpino/pmagna.htm

Il Calderaio

Talvolta spuntava “ol strassér”, lo straccivendolo, che annunciava il suo arrivo con il grido: “Strassér, òss, strass, pèi de cünì!” (straccivendolo, ossa, stracci, pelli di coniglio!”) Girava con un carretto e pesava tutto con la bilancia piccola o quella con l’asta graduata e il peso che si mette nelle varie tacche, il piatto sospeso a delle catenelle e il gancio per tenerla sollevata. I contadini appendevano alle lobbie le pelli dei conigli e dei gatti in attesa dello straccivendolo che le avrebbe portate via. Gli avrebbero permesso di raggranellare qualche soldo.

Lo straccivendolo

 Lo “stremassì”, il materassaio era l’uomo che rimetteva a nuovo i materassi, “i stremàss”, con lo scardasso, “ol scartès”, un attrezzo munito di denti uncinati, “i décc”, che consentiva di pettinare la lana, rendendola di nuovo soffice. L’arrivo dello “stremassì”, che andava di casa in casa, per i ragazzi era un evento originale e solleticava la loro curiosità. Le donne provvedevano ad aprire i materassi e ad allargare manualmente la lana arruffata e increspata, così che il suo lavoro era facilitato e costava meno. Poi lavavano la tela mentre “ol stremassì” ridava forma al materasso lavorando con spago e un grosso ago.

http://www.paviaedintorni.it/temi/attivita_professioni_file/vecchimestieri_file/materassaio.htm

Il materassaio

In casa non tutti i materassi erano di lana, perché erano tenuti dacconto: di solito per la camera dei ragazzi si usava un saccone pieno di foglie di mais “ol melgòt” o di paglia chiamato ”pajù” ( paglione) appoggiato alla rete metallica con le molle. Nella tela c’erano delle aperture attraverso cui si entrava manualmente a rimescolare “i sfoiàss” e “rügà ol melgòt” (mescolare le folgie di mais) per evitare dossi e montagnole che spezzavano la schiena.

fonte Beni culturali Marche

Il camino lo spazzavano i ragazzi della casa, usando i rami frondosi di cornale, che non si rompevano e si potevano maneggiare con facilità.

Anche le scarpe quando era possibile si aggiustavano in casa, usando un attrezzo per chiodare il cuoio con il martello da “scarpulì”.

Per i lavori di carpenteria ci si faceva prestare “ol  trapén”, progenitore del moderno trapano, funzionante a manovella. Era un attrezzo molto costoso e quindi andava maneggiato con attenzione, solo in casi di effettiva necessità, perchè in cambio andava “returnat ol tép” o si offriva il servizio dell’asino.

Per fare buchi o piccoli fori nel legno, nelle cinture, per costruire le gabbie o le bacchette si utilizzava una specie di punteruolo: “ol tenevrì”.

ol tenevrì

La piallatura delle assi o dei tavolati veniva eseguita con “la piala” in legno fatta scorrere sul ripiano avanti e indietro fino alla completa lisciatura. I chiodi, grossi e acuminati, erano adatti ad ogni necessità e si conservavano per ogni nuovo manufatto.

Ma ad Aviatico domenica 23 luglio si potranno anche ascoltare storie di vita quotidiana al tempo delle contrade:  oggetti antichi messi in mostra con il loro corrrdo di ricordi e di emozioni, gerle e gabbie, rastrelli e forconi, falci e pietre coti. E poi ancora gli oggetti di casa, dal ferro da stiro di ghisa al macinino da caffè, alla zangola usata per fare il burro, fino al bidone del latte che già da bambini si portava a spalla lungo i sentieri dal pascolo alla stalla o alla cascina.

Antichi mestieri ormai scomparsi: l’impagliatore di sedie, il casaro, il fabbricante di gerle, il fabbro e il minatore, il boscaiolo e l’intagliatore del legno.

Fonte web

Per un giorno quegli ex bambini che un tempo vivevano la quotidianità della vita contadina, oggi adulti, si presteranno a fare il fieno, a raggrupparlo in covoni sulla schiena usando l’attrezzo della “fraschéra” una sorta di lettiga. Il pubblico verrà guidato a sperimentare dal vivo il peso della zangola, del fieno, della gerla… in un immedesimarsi per un istante in quell’epoca aspra e difficile dove ci si affidava alla Provvidenza e alla fede per riuscire a sopravvivere e ad andare avanti.

“Ol masöl” mazzo di fieno con la fraschera

Le donne con la loro paziente attesa di un ritorno, a sferruzzare sulla porta di casa o a dipanare le matasse usando l’arcolaio, recitavano il rosario ogni giorno, ogni sera.

Ad allietare le antiche storie e narrazioni raccontate da Aurora Cantini ci saranno i canti  ele musiche delle tradizioni, al suono della fisarmonica e del flauto.

Aurora Cantini e alcuni oggetti di vita contadina

La guerra nemica giurata dell’infanzia e quei bambini con la valigia

Aurora Cantini e il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

“Una Valle in lettura, gli autori incontrano i lettori” è la proposta culturale della Biblioteca di Piazza Brembana (BG) con la direzione di Sandro Seghezzi, volta a portare tra la gente la passione per la lettura.

Aurora Cantini ha parlato del suo libro “Il bambino con la valigia rossa”, accompagnata dalla Compagnia FiloDrammatica di Santa Brigida.

Mentre Aurora illustrava il suo libro, le due cantautrici Carla e Mariagrazia Busi raccontavano, cantando, le storie di quattro bambini legati a Don Bepo Vavassori, il fondatore del Patronato San Vincenzo di Bergamo. Il tema conduttore è stato il dramma subito dai più piccoli nell’infuriare della guerra, in particolare la Seconda Guerra Mondiale, le tragiche separazioni di madri e figli nei campi di sterminio e i piccoli ebrei in fuga oltre la frontiera italiana. 

Mariagrazia e Carla cantautrici della Compagnia Filodrammatica Santa Brigida

Bambini senza più casa, né nome, né storia. Bambini con la valigia, poche cose raccolte in fretta, senza possibilità di attese. Si legge nei documenti storici: “A Santa Brigida, un piccolo paesino nascosto nell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, durante l’ultima guerra, passava la strada della libertà. Don Giuseppe Vavassori, rettore del Patronato San Vincenzo di Bergamo, con altri preti e persone del posto, aveva organizzato un “sentiero della salvezza”, per sottrarre alle leggi razziali le famiglie di ebrei. Per non dare nell’occhio, don Bepo si faceva aiutare dalle donne: giovani, anziane e bambine. Esse portavano da mangiare a queste famiglie nascoste nelle stalle del paese e le accompagnavano oltre frontiera.” 

In questo contesto raccontato in musica, si inserisce il romanzo “Il bambino con la valigia rossa“di Aurora Cantini. La narrazione, ispirata ad una storia vera, è ambientata negli anni dal 1943 al 1952 a Bergamo, con sfondo centrale i fatti della Seconda Guerra Mondiale. Il bambino protagonista, raccolto nei primi giorni di gennaio del ’44 dai gendarmi dopo che la madre l’ha lasciato solo e consegnato al Brefotrofio dell’Ospedale Maggiore da un fantomatico zio, funge da voce narrante dei fatti tragici della guerra a Bergamo. Racconta la sua vita e quella di tanti altri bambini “esposti all’abbandono”, piccoli e innocenti testimoni della povertà, del silenzio, della fame e della solitudine. Racconta anche dei preti coraggiosi, degli arresti frequenti, delle sparizioni delle persone care.

“C’era un bambino con la valigia rossa laggiù in città,

una giovane donna lo vide e gli prese la man.

Ora stanno girando cantando insieme per la città,

storie di pace e pane, di fratellanza ed umanità…” (dal canto “Il bambino con la valigia rossa”)

La valigia rossa ispiratrice del romanzo Il bambino con la valigia rossa

Ma le storie dei bambini delle guerre continuano ancora oggi. “Da sempre la guerra è nemica giurata dell’infanzia”, scrive l’Unicef nel suo sito. “Con il suo carico di lutti e distruzioni interrompe tragicamente l’età in cui un essere umano ha un bisogno assoluto dell’affetto e della protezione da parte del mondo adulto. Ma se per secoli le guerre avevano la forma di scontri fra soldati, con i civili nel ruolo di spettatori e vittime occasionali, quelle della nostra epoca sono quasi esclusivamente stragi di persone inermi” (Fonte Unicef, bambini e guerre)

Una delle guerre più vicine a noi che hanno coinvolto i bambini è stato il conflitto in Kosovo. Nei primi anni del Duemila giunsero in Italia, fuggendo dalla guerra, molte famiglie di rifugiati con numerosi bambini. Durante la permanenza a Bergamo al Patronato San Vincenzo venne loro chiesto di esprimere le loro emozioni attraverso pensieri e disegni. Nel loro italiano stentato i bimbi  scrissero frasi di disarmante e struggente semplicità.

“Nel Kossovo l’usignolo non canta più

La siepe suo nido mia casa bruciata caduta giù

Mio padre partito per guerra non torna più

Mia madre mi porta in Italia non ride più

Eppure la speranza non abbandonava mai il cuore di quei piccini, i versi finali della canzone sono un inno alla rinascita, al ritorno dell’infanzia.

“Ma un giorno la guerra di Kossovo finirà

Mio padre partito per guerra ritornerà

Mia mamma contenta mi abbraccia poi riderà

Campana di chiesa per festa poi suonerà” (dal canto “L’usignolo del Kosovo non canta più”)

Aurora Cantini e le cantautrici Marigrazia e Carla

“Il bambino con la valigia rossa”

 Premiato alla 7^ edizione del Concorso Letterario Sirmione Lugana

Sezione Romanzi Editi “Premio Graffiti Camuni Narrativa”

Solferino (Mn)

Il bambino con la valigia rossa e la medaglia del Premio Sirmione Lugana

Nella storica e suggestiva cornice di Solferino si erge la medievale Rocca simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana. Il 24 giugno 1859 fu teatro di una delle più sanguinose battaglie per l’Indipendenza italiana, detta “Battaglia di Solferino e San Martino” tra l’esercito austriaco e quello piemontese appoggiato dagli alleati francesi. Dopo un cruento combattimento, dei 350.000 uomini in campo, ne rimasero a terra, morti e feriti, quasi 40.000, questi ultimi scarsamente assistiti dai reparti infermieristici militari. Molti di essi, oltre 7000, riposano nel tempio dell’Ossario. La Rocca si erge su un’altura isolata che permette di spaziare lo sguardo sulla pianura dove si svolse la storica battaglia e rimane quasi dirimpetto alla Torre di San Martino distante qualche chilometro in linea d’aria.

La Torre di San Martino e la pianura viste dalla spianata della Rocca di Solferino, fotografia di Oscar Carrara

La Rocca era chiamata anche “spia d’Italia” perché era posta in uno dei punti più a nord lungo il confine con l’Austria, da cui si poteva tenere sotto occhio tutta la pianura. Ed è proprio in una delle sale dell’Hotel che ha preso il nome “La Spia d’Italia” che si è svolta la sobria ma commovente cermonia di Premiazione della settima edizione del prestigioso Premio Letterario Sirmione Lugana.

Aurora Cantini davanti all’ingresso dell’Hotel La Spia d’Italia

In questa occasione, per la sezione Romanzi, è stato premiato con Medaglia e Diploma il romanzo “Il bambino con la valigia rossa” di Aurora Cantini, classificatosi al quarto posto su oltre centocinquanta romanzi letti e analizzati dalla Giuria.

Aurora Cantini premiata dal Presidente Aurelio Armio al Premio Sirmione Lugana con il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

Il bambino con la valigia rossa

Il romanzo narra la storia del piccolo Pietro raccolto dai gendarmi nei primi giorni di gennaio del ’44 dopo che la madre l’aveva lasciato solo, e consegnato al Brefotrofio di Bergamo.

Dal Presidente dell’Associazione Culturale CircumnavigArte, che ha organizzato il concorso, le parole di apprezzamento all’opera: “Un ringraziamento personale per essere stata con noi sabato scorso. Un ringraziamento ancora più grande per aver scritto un libro emozionante. Il libro l’ho letto fortunatamente per mio interesse personale e quindi non con compiti di giudice per valutarlo (non svolgo mai compiti di giudice nei nostri concorsi). Credo di averlo potuto leggere libero da qualsiasi compito diverso da quello di “leggere un libro”….

Aurora Cantini al Premio Sirmione Lugana

Un susseguirsi di pagine che avvolgono il lettore e sollevano pensieri profondi.
Inoltre è stato per me straordinario percepire i suoi “quasi tremori” mentre parlava del libro ai presenti in sala sabato scorso: spero che sia arrivata a tutti la sua emozione nel modo in cui l’ho respirata io.
Credo che “Il bambino con la valigia rossa” si sia impadronito delle sue emozioni e sia entrato in lei con una forza intensa. Presumo che il lavoro di ricerca per arrivare a realizzare il libro sia stato per lei un percorso davvero travolgente che l’ha appassionata oltre le emozioni.
Sono felice di averla potuta apprezzare come persona anche solo per pochi minuti.
Grazie!
Raramente si incontra garbo e delicatezza: lei ha tutto insieme!
Sa che per anni (quando ancora vivevo a Sesto San Giovanni prima del mio peregrinare) ho avuto una seconda casa in affitto a Clusone, e le zone dove “vaga” nel suo vivere sono per me conosciute e care?
Mi ha innondato di informazioni: cercherò di fare un dipinto fatto bene con ciò che mi ha inviato, vorrei ne uscisse un abito che possa starle addosso alla perfezione!
Nelle prossime settimane affronteremo argomenti con alcuni comuni e enti attorno al Garda: mi piacerebbe riuscire e portarla a parlare del Bambino con la valigia rossa…
A presto
Aurelio Armio Presidente CircumnavigArte”

La classifica finale del Premio Letterario Sirmione Lugana categoria Romanzi

AURORA CANTINI SUL SITO DELLA VIA GARDIGENA

Aurora Cantini, opere

Aurora Cantini, riconoscimenti

LA FOTOGALLERY DEL VIAGGIO A SOLFERINO

Reportage fotografico di Oscar Carrara

per gentile concessione, tutti i diritti riservati

Solferino, la chiesa sulla Rocca

Solferino, la Cupola e la Rocca

 

Solferino, la Rocca tra i rami degli alberi

Solferino, il Viale del Memoriale della Croce Rossa

Solferino, la chiesa dell’Ossario

Solferino

Colline di Solferino

“Parole davanti al fuoco”

ad Aviatico

una serata con l’autrice Aurora Cantini

0 LOCANDINA serata Parole davanti al fuoco“In compagnia della scrittrice Aurora Cantini alla scoperta di tradizioni e narrazioni poetiche del territorio di montagna nel magico periodo invernale.

Una serata di fotografie e racconti, storie, poesie e oggetti in mostra che raccontano la terra di Aviatico e le sue frazioni (Ganda, Ama, Amora), la sua gente, il suo mondo a tema invernale
Sala Civica via Chiesa Aviatico

Parole davanti al fuoco su facebook

Questi sono giorni quasi leggeri, pieni di magie, di attese, come la Notte di Santa Lucia, su  tutto predomina il rosso come il fuoco che scalda, tramonti luminosi, luce che incanta. Solo per una notte ci sembra quasi di udire un leggero sospiro nel vento, per chi sa ascoltare. E la notte si fa magica…

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Un tempo l’acqua presa a Mezzanotte era considerata benedetta perché a quell’ora fu lavato il piccolo Gesù appena nato. A Mezzanotte ci si bagnava con quest’acqua e si benediceva anche il bestiame come protezione, recitando il Credo. Anche i ceppi carbonizzati del fuoco del camino erano considerati talismani e il fuoco di quella Notte era considerato Benedetto. Con i tizzoni ardenti della Notte si accendeva il fuoco in cucina, passandoli casa per casa.

La stalla era il luogo di convegno dei contadini durante l’inverno. In quell’ambiente dove il calduccio era protettivo e odoroso, nella penombra inquietante di un lumicino a olio, donne, uomini, bambini partecipavano a veglie comunitarie. Le donne filavano o cucivano, gli uomini giocavano o discorrevano delle loro occupazioni campestri o delle novità del paese. I bambini stavano sulle ginocchia del papà o dello zio e ascoltavano gli emigranti ritornati in occasione delle feste. Uno dei divertimenti prediletti era la narrazione di storie, quelle che mettevano i “sgrisoi” e tenevano svegli la notte: parlavano di morti che ritornavano tra i vivi e anime maledette. Altri episodi narravano di cimiteri e morti nascosti dietro il cancello che chiamavano le fanciulle con appuntamenti a mezzanotte. Un fatto che sconvolgeva moltissimo i bambini era ciò che gli adulti raccontavano succedesse nel cimitero: sferragliare di catene, cigolare di cardini, fischiare tra le mura. Perciò transitarci davanti, tappa obbligatoria lungo la mulattiera, richiedeva sguardi guardinghi e passo svelto.

Tante le storie, tanti i ricordi: Il Vescovo in bidonvia

Un tempo in inverno si celebravano i matrimoni. Celebrare matrimoni in inverno, soprattutto a gennaio e febbraio, non era una novità: questa era la stagione nella quale i giovani emigranti all’estero, grazie a una minor frequenza di lavori all’aperto, potevano ritornare al paese e ne approfittavano per sposarsi o per partecipare al matrimonio di un familiare.

32a Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì, anno 1967

Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì mentre sale verso la chiesa, anno 1967

Quello che spiccava era la sposa nel suo vestito bianco al ginocchio, con le scarpette bianche che affondavano nella fanghiglia o nella neve ai lati della mulattiera. Sembrava quasi di vetro, una bambolina di ghiaccio che spiccava sul bianco, bianche le mani, il viso, il vapore dell’aria gelida, il cielo.

L’inverno sulle montagne evoca anche ricordi perduti, tragedie mai dimenticate: Lettere dal fronte della Prima Guerra Mondiale

Migliaia di ragazzi lasciarono le loro case e tante famiglie delle nostre contrade trascorsero i giorni del Natale in ansia, chissà con quale pena, con quale tristezza, con quale sgomento e paura.

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E poi il lamento struggente verso i tanti Dispersi nella gelida terra di Russia: Dal freddo inverno russo la Madonna del Don

Storie di montagna, di ieri e di oggi, storie di vita.

L’ARTICOLO

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Su L’Eco di Bergamo la notizia della serata

LA FOTOGALLERY DELL’EVENTO

Momenti…

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… e oggetti

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Il Vescovo in bidonvia

Altopiano di Aviatico – Monte Poieto

(sulla base della testimonianza della signora “Ciòci” Grigis di Aviatico)

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Il Rifugio del Monte Poieto con a lato la Cappelletta della Madonna della Neve

Oggi siamo abituati a vedere il Papa o i Vescovi muoversi al passo dei tempi, con imprese “social” memorabili e impensabili un tempo. I confini del mondo sono valicati in tempo da record e soventi sono le visite ai territori e alle genti che vivono agli antipodi delle nostre latitudini.

Ma un tempo… Vescovi e Prelati non si vedevano spesso in giro, ed erano rivestiti di un’aurea sacra, personaggi fuori dalla vita quotidiana, inaccessibili.

Perciò una vecchia fotografia, ritrovata in una scatola riposta in un armadio di una delle tante cascine della borgata di Amora (frazione di Aviatico) racconta un’impresa quasi da leggenda.

Questa fotografia ritrae il Vescovo di Bergamo Monsignor Clemente Gaddi mentre sta per salire sulla Bidonvia che collega il paese di Aviatico (Orobie Bergamasche) al Monte Poieto, con accanto il Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima Bidonvia Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima di salire in Bidonvia al Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

http://www.storylab.it/n/foto/6211/il-vescovo-in-bidonvia/

La data precisa non è certa, ma, dato che il Vescovo ha iniziato il suo mandato nel 1963, sicuramente era l’inizio dell’inverno del 1963 o 1964 e non prima.

La testimonianza che riporto è data in prima mano dalla signora “Ciòci” Grigis, di Selvino ma sposata ad Aviatico, una dinamica e ancora arzilla signora, che era presente quel giorno. Il fratello Mario, persona molto conosciuta a Selvino e nelle valli, di forte carisma e personalità, da qualche anno aveva dato avvio al “Progetto Poieto”, (montagna che sovrasta il paese di Aviatico, con una altezza di circa 1400 metri) prima con la costruzione della Bidonvia, poi piano piano con la realizzazione di un “baracchino” per turisti dove lui e la sorella “Ciòci” offrivano pane e salame, e successivamente con la messa in opera dell’edificio vero e proprio, ampliato nel corso degli anni.

Il primo palo per la Bidonvia venne impiantato nel 1959 proprio ad opera di Mario Grigis (fratello della Ciòci).

La possente ruota intorno alla quale giravano le cabine per ridiscendere a valle era stata portata fin lassù a spalle dal Passo della Muruna (Passo di Ganda) con l’aiuto degli abitanti dei paesi, che in questo modo avevano avuto una piccola entrata economica, sotto la supervisione del Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

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Foto della stazione della bidonvia ad Aviatico quando ancora non c’era il rifugio sul Poieto

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Anni Sessanta Foto dell’impianto della bidonvia con il Rifugio del Monte Poieto

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Anni Sessanta Foto del rifugio del Monte Poieto in primo piano con le cabine della bidonvia

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L’inaugurazione della Bidonvia era avvenuta nel 1960, alla presenza del Senatore Folchi, durante il mandato del Sindaco di Selvino ingegner Rossi.

Perciò per quale motivo il Vescovo di Bergamo stava salendo in Bidonvia, in inverno, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, per raggiungere un’altezza di circa 1.400 metri dove non c’era nulla, se non distese bianche sferzate dal vento, su cui si poteva solo sciare?

Bisognava ritornare alla mente instancabile di Mario Grigis, il quale, infaticabile amante della sua terra, non si fermava un momento e poco tempo dopo l’inaugurazione della Bidonvia aveva iniziato a realizzare le piste da sci.

Partivano da dietro il rifugio, verso le dorsali che scendevano verso il Passo di Ganda.

La prima pista da sci aveva un impianto di risalita a Skilift, cioè con la fune che terminava con un piattello adibita al traino degli sciatori .

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Anni Sessanta Rifugio Monte Poieto, lo sklift

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Anni Sessanta L’impianto dello Skilift con le piste da sci del Monte Poieto

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I terrazzamenti

Anni Sessanta Foto panoramica di una delle piste da sci del Poieto con vista sui terrazzamenti di Plaz

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1960 con Ganda e il cimitero

Anni Sessanta Foto panoramica con in basso sullo sfondo il piccolo paesino di Ganda , annidato sul cucuzzolo e il suo cimiterino isolato a mezza costa. A sinistra su un cucuzzolo si nota il puntolino nero della cappelletta del “Tribulì” di Ganda, dove si celebrava messa in estate e dove ci si recava durante le passeggiate quotidiane. Oggi trasformata in abitazione privata e completamente sommersa dal bosco.

http://www.storylab.it/n/foto/1560/piste-da-sci-selvino/

La continua presenza di sciatori richiedeva però nuove idee.

A lato nord dell’impianto già attivo, inoltrandosi oltre il Rifugio, si stendeva un pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” e che ben si prestava ad una nuova possibilità per gli sciatori, una pista quasi in picchiata, che avrebbe garantito neve fino a primavera, essendo quasi sempre in ombra.

Per quei tempi erano progetti futuristici, quasi inimmaginabili.

a dx la pista dei Ruc, detta Radici non ancora costruita

Anni Sessanta Nella foto, a destra dello sklift, si vede bene il pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” dove poi si sarebbe ricavata la pista “Radici” e la sua Seggiovia.

http://www.storylab.it/n/foto/1561/selvino/

Ma per la nuova pista, impervia e maestosa, era necessario qualcosa di più robusto e sicuro di uno Skilift. Con l’aiuto di amici che contribuirono e sostennero l’idea di Mario Grigis, venne realizzata una Seggiovia con i seggiolini e solidi piloni portanti.  Si cominciò a dare un nome alle piste e la “Radici” divenne ben presto famosa  rinomata per la sua spericolatezza e difficoltà, ma anche per il suo pericoloso e intrigante fascino che richiamava turisti da ogni dove.

Ed ecco il ruolo di Monsignor Gaddi: attraverso i numerosi contatti di Mario Grigis era stato proposto al Vescovo di inaugurare il nuovo, brillante e massiccio impianto, perciò era stato accompagnato in auto fin sull’Altopiano di Selvino per la memorabile occasione, all’inizio della stagione invernale.

La signora “Ciòci” era emozionatissima quel giorno, e con lei la folla che era salita fin lassù per vedere, ammirare, seguire. Vedere un Vescovo, tutto “tirato” e compito, inaugurare una seggiovia, era una cosa strabiliante, quasi da non credere.

Dopo la cerimonia di benedizione venne offerta la cena al Rifugio, nella sala “vecchia”, costruita dal Mario nel 1962 e oggi trasformata in bar.

Alla giovane “Ciòci” era stato dato l’incarico di cucinare e di servire ai tavoli; fu durante uno di questi momenti che ascoltò il Vescovo commentare la particolare e vivace giornata con questo aneddoto, rivolto ai numerosi commensali presenti:

«Devo dire che non mi era mai capitato in tutta la mia carriera di Vescovo di inaugurare una seggiovia. E devo anche ammettere che ho riflettuto a lungo su quale preghiera optare per la benedizione. Ma, con sincerità, la mia mente non trovava soluzioni. Avevo pensato alla Preghiera dell’Alpino, ma questo biancore, questo elevarsi al cielo come volando, chiedeva qualcosa di più leggero. Alla fine ho trovato quello che faceva al caso mio. La mia scelta è caduta sulla preghiera dell’Aviatore e ora capisco che ho fatto bene perché qui su questa vetta sembra davvero di essere vicino al cielo.»

La sua affermazione era stata così sincera e spontanea che aveva scaturito un lungo e festante applauso.

L’inaugurazione della Seggiovia fu l’occasione anche per parlare ancora del futuro del nascente Poieto, e fu in quell’occasione che gli amici e i presenti, quasi come una battuta, lanciarono la proposta a Mario Grigis: «Ora che è arrivato il Vescovo, dovresti costruire qualche stanza per permettere il pernottamento, così il Monsignore ritornerà ancora, magari per qualche giorno di riposo in estate…»

Detto e fatto, le camere al piano rialzato, poi fu la volta della piscina, quindi l’ampliamento del piano terra, e via via.

La seggiovia della Valle dei “Ruc” marciò a pieno regime per anni e anni, si alternarono personaggi famosi dello spettacolo e dello sport, si sciava anche il 25 aprile e la sua fama era indiscussa. La neve a due passi da Milano, senza le code, senza stress, senza viaggi faticosi.

Poi il declino.

Oggi della seggiovia inaugurata dal Vescovo Clemente Gaddi restano solo alcuni pali, lo spettacolare dirupo aperto, quasi una lastra argentata, che sembrava proiettare verso il basso, si è rimboscato, tutto si è inselvatichito, come una fiaba senza il lieto fine. Non c’è più niente, solo i ricordi degli anziani.

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto i pali della seggiovia per la pista Radici in basso Coldré

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto gli ultimi pali della seggiovia per la pista Radici, in basso si vede il borgo di Coldré

Grazie alla signora “Ciòci” ho potuto dare finalmente una storia a questo momento particolare dell’Altopiano di Selvino Aviatico.

Ma se non si fermano sulla carta i ricordi, rischiano davvero di scomparire nel nulla. Fatti e genti sommersi dall’oblio.

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Aprile 2015 Panoramica sulla Valle Seriana dal pianoro dietro il rifugio Poieto

 RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia della fotografia “Il Vescovo in bidonvia” è dare conoscenza e memoria, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

Ringrazio di cuore Storylab.it per l’archivio di fotografie d’epoca che ho potuto utilizzare. Ringrazio la signora “Ciòci” per il dattagliato ricordo del “Vescovo in Bidonvia”.

I commenti dei lettori per il romanzo

sull’infanzia abbandonata a Bergamo

Il bambino con la valigia rossa

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Il bambino con la valigia rossa, libro

“Cara Aurora,

ripensando alla presentazione del tuo nuovo libro, non posso non condividere con te le emozioni che mi hai suscitato. Come sempre hai dimostrato il raro dono di condensare il pensiero in poche frasi e in parole scelte con cura.

Chi ama la letteratura e scrive, o almeno ci prova, non può non aver provato ciò che tu hai espresso in modo così schietto e incantevole allo stesso tempo.

A volte, anzi spesso, ciò che succede nella realtà è talmente assurdo e imprevedibile che supera di gran lunga la fantasia. Uno scrittore è attento alla realtà circostante, e mentre la coglie al volo e la ferma sulla carta, allo stesso tempo la ricrea, la trasforma per darle un senso, perché nulla è accaduto invano e ogni vita lascia un segno. È quello che hai fatto tu.

Accanto al minuzioso e ammirevole lavoro di ricerca storica, ancora una volta colgo nelle tue parole l’attenzione alle persone, agli stati d’animo, ai sentimenti.

Mi ha fatto sorridere il tuo modo di presentare Gino, l’amico di Pietro, perché è proprio così che succede: quando un personaggio preme per uscire dalla tua penna e prende vita, ti accorgi che ad un certo punto non puoi più scegliere tu cosa fargli dire o fare. È lui stesso che ti suggerisce il suo ruolo nella vicenda e tu non puoi che lasciarlo libero di dire, fare, restare o andarsene da quel foglio, a quel punto della storia. Ci sono realtà in cui ti imbatti per caso, mentre cammini per strada, fai la spesa, leggi il giornale o raccogli lo sfogo di un amico.

Ci sono fatti e persone che ti restano in un angolo del tuo cuore e bussano, bussano finché tu non ti decidi ad aprire uno spiraglio e a lasciarle uscire. Questa volta hai lasciato che il tuo cuore e la tua mente fossero afferrati dalla triste realtà dei brefotrofi e di chi cerca, da sempre, di scoprire le proprie origini e mettere insieme i tasselli.

Hai saputo dare voce ai pensieri e alle emozioni di chi ha vissuto e vive storie dolorose e ingiuste come questa. Il cuore di chi soffre e aspetta non smette di soffrire, ma un po’ si riposa, riprende fiato e coraggio. Non si sente solo. Grazie, Anna C.”

“Ciao Aurora! Finalmente l’ho letto, anzi… Letteralmente divorato! Il tuo bellissimo libro “il bambino con la valigia rossa”. Semplice da leggere, scorrevole e… Commovente, decisamente commovente. Mi sono sentita una bimba del brefotrofio, ho avvertito la paura di Pietro, la sua rabbia, la solitudine, la tristezza, il freddo, ho patito la fame con lui, ho sentito la mancanza di affetto… Amo tantissimo i bambini e dopo ogni riga avrei voluto essere un’assistente, una sguattera, una balia, insomma una qualsiasi persona di quel brefotrofio per poter stringere, baciare, abbracciare e consolare tutti quei bimbi che ora avrebbero l’età dei miei genitori… Sono stata male perché, pur sapendo che è una romanzo, hai raccontato una storia VERA!!! Lo rileggerò x me stessa e lo leggerò sicuramente ai miei nipoti… Grazie per avermi aiutato a capire meglio cosa prova un bimbo senza l’amore della mamma… Grazie! Nadia Camozzi”

“Gentile Aurora, ho appena terminato di leggere il suo ultimo libro “Il bambino con la valigia rossa”. Tante informazioni storiche che ne fanno sicuramente un romanzo storico, accurato, interessante, atto a salvare dall’oblio piccoli frammenti del nostro passato. Ma questo è lo sfondo su cui si intreccia una storia di grande profondità. Come non affezionarsi a Pietro? Con lui vivi le sue sofferenze, i suoi dolori, le sue angosce. Alla fine si è emozionati quando “spicca il volo” lasciando il Brefotrofio. La Storia, il passato, il piccolo Pietro. Ma dietro a tutto questo, ad ogni singola frase, scorgo Aurora Cantini poetessa, con il cuore piantato come radici nel territorio in cui vive e che ama.  Con grande stima, Antonia”

“Eccolo finalmente l’ultimo romanzo di Aurora Cantini. E’ qui tra le mie mani. Provo un senso di timore/pudore nell’affrontarne la lettura. Come già è accaduto nella lettura dei suoi altri romanzi so che mi porterà a vivere le emozioni e i sentimenti della realtà che racconta e dei suoi personaggi. Sarà un’esperienza talmente “reale” e autentica come solo lei sa ricreare e proporre. Sarà un’esperienza profonda ma già so che anche le tragedie verranno raccontate con la delicatezza dell’ animo poetico dell’autrice. Nulla viene edulcorato della verità ma il modo in cui l’autrice ce la propone non fa perno su quanto nei fatti c’è di scabroso piuttosto su quanto di umano si può condividere con gli uomini di ieri e di oggi che lei ci fa conoscere e incontrare.”

“Un romanzo semplice ma che vuole raccontare la realtà del brefotrofio di bergamo. Una storia per dar voce ai bambini senza sorriso che tanto speravano di trovare casa. Consigliatissimo. Oscar C.”

“Ho letto con grande piacere i romanzi precedenti di Aurora Cantini: nonostante narrino di realtà talvolta dure, riescono a farlo in modo che l’animo che ne viene toccato ne esca rappacificato con alcuni aspetti “faticosi” dell’esistere. Lucia B.”

 

Le donne senza più patria raccontate in poesia

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A Treviglio, nell’ambito nella Tredicesima Edizione del concorso nazionale di Poesia “Enrico Brianza” organizzato da ANTEAS (Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà) è stata premiata la poesia dedicata a tutte le donne senza più patria tratte in salvo dal mare, assistite dai soccorritori, dal titolo “Sono una foglia su una zattera” di Aurora Cantini, che si è classificata seconda.

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Motivazione della Giuria per la poesia di Aurora Cantini

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

“L’attualità del contenuto e il linguaggio poetico, intriso di immagini forti, incalzanti e di riferimenti all’intimità del quotidiano, offrono al lettore lo spunto per riflettere sul valore della vita, fragile ma preziosa, e sul significato della fratellanza”

Tantissime donne, molte con i figlioletti in braccio o attaccati alle giacche, intraprendono la via del mare per fuggire alle guerre, alle carestie, alle persecuzioni, alla miseria.
Tanti, troppi bambini sono morti in questi ultimi mesi, tante, troppe donne sono scomparse sui barconi della morte, gettate fuori bordo, lasciate annegate nelle gelide acque, avvolte dai loro veli, come un sudario che le ha imprigionate. Le infinite stragi del mare

LA POESIA PREMIATA

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LA TESTIMONIANZA DI UN SOCCORRITORE

“Se non li vedi non puoi capire. Quegli enormi laghi neri e profondi che sono gli occhi dei bambini, la dignità di una donna che nonostante tutto tenta di lavarsi con una salviettina profumata, un ragazzo che tiene per mano l’amico con la gamba fratturata, il sapore del sale acre sulle labbra, il sudore, l’odore del ferro e l’odore della morte di quel momento di tragica stasi e di silenzio al passaggio dei sacchi neri pieni di corpi, di persone, di sogni, di speranze, di popoli. Siamo ospiti, ospiti di questo mondo, non proprietari.” (Fonte: E Liberali Dal Mare)

LA PREMIAZIONE

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Aurora Cantini premiata a Treviglio

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I Premiati della 13^ edizione del concorso nazionale di poesia “Enrico Brianza” ANTEAS Treviglio

DONNE SENZA PIÙ PATRIA

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Il 60% dei rifugiati e migranti sono donne e bambini

Bambini in fuga e infanzia negata,

il romanzo di Aurora Cantini incanta ad Albino

Albino 5 novembre 2016

Aurora Cantini e il suo romanzo ad Albino, 5 novembre 2016

Incontro con la scrittrice Aurora Cantini ad Albino

Si sono concluse ad Albino le «Giornate della storia e dell’arte 2016». Tra i tanti appuntamenti, anche incontri con gli autori nell’ambito della Rassegna “Bambini in viaggio“. Dopo Francesca Ghirardelli con «Solo la luna ci ha visti passare» e Silvia Gallico con «Una bambina in fuga», altri due scrittori hanno presentato i loro libri. Gli appuntamenti si sono svolti entrambi alla chiesa di San Bartolomeo, per due sabati di fila alle 16,30.

Sabato 5 novembre l’appuntamento è stato con Aurora Cantini. Nativa delle nostre zone, vive tra l’Altopiano di Aviatico e Nembro, dove svolge la professione d’insegnante. Ha esordito nella poesia e ora si sta dedicando ai saggi e ai romanzi. Ha presentato «Il bambino con la valigia rossa» ad un pubblico numeroso, attento e commosso.

Aurora Cantini ad Albino 5 novembre

il Romanzo di Aurora Cantini “Il bambino con la valigia rossa” ad Albino, 5 novembre 2016

«L’idea della rassegna è nata proprio dal suo romanzo, perché volevamo parlare dei bambini in fuga e dell’infanzia negata – osserva Silvia Zanoni nell’ intervista a MyValley “Marco Balzano e Aurora Cantini ad Albino” –. Il protagonista del romanzo è Pietro, un bambino che a 4 anni, durante la Seconda guerra mondiale, si ritrova improvvisamente senza la mamma, uscita di casa e non più rientrata. L’unico oggetto che conserva di lei è una valigia rossa, con la quale entrerà brefotrofio di Bergamo.Il dolore dell’abbandono, l’amicizia con il compagno Gino, che ha visto portarsi via la mamma malata di tubercolosi e con il padre fucilato, le regole della vita comunitaria, la realtà della guerra e della Resistenza, il ruolo della popolazione comune nelle vicende belliche, la quotidianità dell’emergenza e la rinascita “(…) Il mondo ricominciava a vivere, ma non era giunto al Brefotrofio, la Vita non passava da quelle sbarre”.

Il libro offre anche uno spaccato di Bergamo durante Seconda guerra mondiale, una parte interessante è dedicata ai preti che hanno fatto la Resistenza. Vicende vere e un intenso lavoro di documentazione per un romanzo raccontato con partecipazione e scoppiettante vivacità». (Silvia Zanoni, moderatrice dei gurppi di lettura biblioteca di Albino)

Il servizio su Antenna2TV:

Ad Albino Marco Balzano e Aurora Cantini

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Tutti i libri pubblicati finora da Aurora Cantini

L’ARTICOLO SUL MENSILE PAESE MIO

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Aurora Cantini sul mensile “Paese mio”, ottobre 2016

LA FOTOGALLERY DELL’INCONTRO

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Aurora Cantini e Silvia Zanoni

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Silvia Zanoni, Nives Colombi direttrice della Biblioteca di Albino e Aurora Cantini

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Aurora Cantini ad Albino

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Aurora Cantini e Silvia Zanoni ad Albino

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Il folto e attento pubblico all’incontro con Aurora Cantini ad Albino

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Il pubblico ad Albino per Aurora Cantini

 

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