HAITI e gli occhi spenti dei bambini schiavi

HAITI

a quattro anni dal terremoto,

tra spiagge bianche e verdi palme

gli occhi spenti dei bambini schiavi

 haitiA Port au Prince il mondo è un brulicante ammasso di persone, auto, oggetti, ambulanti, venditori, cartelloni, prisme di cemento. Un andirivieni di genti, vociare di lingue diverse, mentre poco lontano il mare grida ancora il suo dolore.

Dall’alto, sulla collina, la costa si snoda tra verdi palme e spiaggia bianca. Ma poco sotto, sulle pendici e tra le alture, le case diroccate e distrutte sono ammassate in un serpentone accartocciato e divelto. Solo un cunicolo tra alte muraglie di lamiere permette il passaggio. È come addentrarsi in un labirinto infernale. Senza acqua corrente, né elettricità.

Il porto oscura l’azzurro con le enormi navi container cariche di vettovaglie provenienti da ogni angolo del mondo. Ma intorno, tra le fogne a cielo aperto e il pantano maleodorante,  sguazzano i bambini e gli animali domestici, mentre la miseria affonda i suoi artigli nella vita di chi è sopravvissuto.

Ancora oggi, a 4 anni dal terremoto (accaduto il 12 gennaio 2010) più di 360 mila persone vivono in campi di fortuna alla periferia della capitale, soprattutto anziani, donne e bambini.

Fanno paura anche i dati riguardanti il disastro sismico. 250 mila morti, 300 mila feriti, in totale oltre 2 milioni e mezzo di persone colpite dal terremoto su una presenza di 10 milioni di abitanti.

Le macerie, seppur sgomberate in alcuni tratti, ammorbano la maggior parte delle zone periferiche. Gli edifici mostrano le loro ferite terribili, percolanti o ridotti in ruderi. Sacchetti e detriti, immondizia e rottami fanno da sfondo ad una cartolina atroce dove la povertà è la sola protagonista.

La vita e il respiro di questa gente sono in mano a individui senza scrupoli che sfruttano questa immensa tragedia per trarne profitto. I fondi internazionali sono bloccati, è difficile convergerli in opere fattive e operative.

Molti  bambini, anche di soli 5 anni, vengono ceduti dai genitori disperati come “domestici” a famiglie un poco più benestanti, in cambio di un letto e un pasto. Vengono chiamati “restavec” (dal francese “rester avec” -restare con-).

Sono trattati come servi, umiliati e magari anche picchiati, soggetti ad abusi fisici e sessuali. Vivono giorno dopo giorno un’esistenza che piano piano cancella ogni loro dignità, ogni essenza di bambino, lasciando solo occhi spenti, rassegnati, muti.

Sono attivi in tutta Haiti numerosi Centri di Accoglienza, gestiti da religiosi e volontari. Sono Orfanotrofi e Istituti di pietà, come quello creato dalla “Fondazione Francesca Rava” Onlus Milano. Si cerca di riportare alla vita questi bambini. Li si chiama per nome, si offre loro affetto, gioco, tranquillità, istruzione.

Qui di seguito il link con la poesia dedicata: 

Una poesia per Haiti.

Secondo l’UNICEF sarebbero oltre 225 mila i bambini in queste condizioni. Ma molti di essi non ritroveranno mai più la propria famiglia di origine. Molti non la ricorderanno neppure, perché, nel momento in cui vengono ceduti, i genitori li abbandonano di fatto al loro destino, cancellando ogni ricordo di quel figlioletto perduto.

Oltre a ciò si sta sviluppando una vera a propria “tratta” di piccoli schiavi. Temibili intermediari reclutatori sono pagati per andare alla ricerca di “restavec” per conto di famiglie che hanno bisogno di un servetto a costo zero.

E la Storia si ripete. È scritta da esseri umani, con il sangue e la disperazione di altri esseri umani, ancora una volta bambini. 

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