Angelo Roncalli e Karol Wojtyla, una carezza sotto la luna e un cuore venuto da lontano

Angelo Roncalli e Karol Wojtyla,

una carezza sotto la luna e un cuore venuto da lontano

 11 ottobre 1962,

16 ottobre 1978,

11 aprile 2004 

Luna piena del 25 aprile, magnifica
Luna piena del 25 aprile, magnifica

IL DISCORSO DELLA LUNA E LA CAREZZA DI MIO PAPA’

Il Discorso della Luna ha per me un significato profondo e particolare soprattutto perché io faccio parte di quei bambini a cui, quella sera, Papa Giovanni XXIII destinò la sua Carezza sotto la Luna. Dicono i testi ufficiali che il Discorso della Luna prese forma la sera dell’11 ottobre 1962, in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II. Chiamato a gran voce dai fedeli in Piazza San Pietro, il Papa decise di affacciarsi al balcone per benedirli. Ma l’entusiasmo della folla era talmente vibrante che Papa Giovanni decise sul momento di pronunciare alcuni pensieri, commoventi e suggestivi. Furono resi eterni dalla magnifica luna piena che svettava sulla piazza.

“Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera -osservatela in alto- a guardare a questo spettacolo. Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualche… dite una parola buona: “Il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza.” E poi tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino.” (…)

Mio papà stava ascoltando alla radio le parole del Santo Padre e sentì salire le lacrime agli occhi. Ripensò ad un lettino di legno che lui aveva costruito con le proprie mani e che aveva lasciato là, in Italia, in quel piccolo paesino delle montagne bergamasche: dentro dormiva una bimba di 5 mesi esatti (era nata l’11 maggio), la sua primogenita. Mio papà, dalla Svizzera, immaginò di accarezzarla pensando alla carezza del Papa bergamasco: quella bimba ero io.

fonte web

QUEL 16 OTTOBRE 1978

Quel 16 ottobre 1978 ero tornata in pullman da Bergamo dove frequentavo la classe terza dell’Istituto Magistrale, stavo studiando molto in quei giorni ed ero stanca per gli innumerevoli “esperimenti”, i temi di italiano e filosofia, così avevo gettato lo zaino con svogliatezza, ma venni subito zittita: stavano trasmettendo in diretta le votazioni del Conclave e tutti, mia mamma e mio papà con mia sorella, erano seduti davanti al nostro televisore in bianco nero, appoggiato sul buffet in sala. Mi ero seduta anch’io e non ero più riuscita ad allontanarmi.

Quando, verso le 19.30 Karol Wojtyla si affacciò al balcone, mi piacque subito e al suo “Mi corriggerete” io e mia sorella scoppiammo in una fragorosa risata pazzerella. Lei birichina subito sentenziò: “Deve imparare bene l’italiano a scuola”. Era il nostro, il mio Papa. L’avevo deciso.

Scrissi sul mio diario: “Osservo con curiosa attenzione quell’uomo bianco, che sembra parlare proprio a me, Papa Wojtyla.” Avevo conservato tra le pagine anche la locandina di un libro che mi era piaciuto molto e che avevo ritagliato dalla mia rivista preferita, “Primavera”.

Il mio vecchio amico Karol
Il mio vecchio amico Karol, Edizioni San Paolo

CRESCERE CON LE POESIE DI KAROL WOITYLA

Cominciai a leggere molte sue poesie, mi facevano commuovere, le parole poetiche che avvolgevano il mio cuore di ragazzina riempiendolo di emozioni indefinibili. La poesia “Cava di pietra” era stata scritta il giorno in cui un operaio morì per lo scoppio di una carica di dinamite nella cava di pietra dove anche Karol Wojtyla lavorava dal 1940:

“(…) Tra cuore, pietra e albero, è di nuovo il silenzio.
Ogni uomo può entrarvi. Se entra, sarà sé stesso.
Se non entra, qualunque sia l’apparenza, agli eventi
della terra egli ancora non partecipa.
(…)

Non era solo. I muscoli che alzavano la mazza,

gonfi di energia, lo innestavano

in una folla immensa.

Durò sinché i suoi piedi

calcarono la terra.

Poi una pietra

gli frantumò le tempie,

gli spezzò le fibre del cuore.

Raccolsero il suo corpo, lo portarono

via in una lunga fila silenziosa.

Da lui grondava ancora la fatica,

i torti subiti.

Loro vestiti con le tute grigie,

le scarpe grosse nel fango,

erano il simbolo di tutto ciò che deve

cambiare nella situazione dell’uomo.” (…)

Un’altra poesia che mi piaceva era quella dedicata alla mamma, che lui aveva perso a nove anni. “Sulla tua bianca tomba” scritta nel 1939:

 “Sulla tua bianca tomba
sbocciano i fiori bianchi della vita.
Oh quanti anni sono già spariti
senza di te – quanti anni?”
(…)

Ma anche la poesia “Fanciulli” conteneva lacrime mai scese:

“Crescono improvvisamente dall’amore
e poi di colpo adulti
tenendosi per mano
vagano nella grande folla
Fuori catturati come uccelli
profili sbiaditi nel crepuscolo
so, che nei loro cuori
pulsa l’intera umanità.
Tenendosi per mano
siedono zitti sulla riva
un tronco d’albero
terra al chiaro di luna
triangolo che arde
nel sussurro incompiuto.”
(…)

LA MIA POESIA PER KAROL

Grazie alla collaborazione con lo scultore Luigi Oldani, nell’ambito del Progetto “Habemus Papam“, qualche anno fa ebbi l’occasione di scrivere una poesia dedicata a Karol Wojtyla, risultata vincitrice per la Sezione Poesia Religiosa alla 3^ Edizione del Concorso Letterario “Città di Sant’Antonio Abate – Poesia arte dell’Anima, “Riscoprire i valori della Fede professata e vissuta” e inserita nella mia quarta raccolta Oltre la curva del tramonto, LietoColle Editore 2014

Qui il testo della poesia: Karol

Karol, scultura di Luigi Oldani
Karol, scultura di Luigi Oldani

L’ULTIMA PASQUA PUBBLICA DI PAPA WOJTYLA

Lo considero un segno del Destino, o un filo misterioso che tutto congiunge e unisce sopra il respiro dell’uomo. Il fatto è che quell’11 aprile 2004, in occasione dell’ultima Messa pubblica di Pasqua di Papa Wojtyla sul Piazzale della Basilica di San Pietro, a Roma, io ero tra il pubblico.

Ero scesa a Roma in bus con uno di tanti viaggi organizzati che a primavera propongono mete nelle maggiori città italiane. Con la guida avevamo percorso Roma in lungo e in largo, ammirando i monumentali angoli di storia e le innumerevoli tappe artistiche e archeologiche.

Ma quella mattina si preannunciava… da brividi. Era Pasqua! Partenza dall’hotel sito a Frascati e tappa a Piazza del Popolo. Da lì bisognava proseguire a piedi. Ci dividemmo e io e  il mio compagno proseguimmo da soli. Meta, Piazza San Pietro. All’imbocco su Viale della Conciliazione l’emozione catturava ogni fibra del mio corpo. Una fiumana di persone inondava il tracciato e si inoltrava lungo il vialone. Là in fondo svettava il maestoso altare protetto da una balconata rossa.

Via della Conciliazione e sullo sfondo l'altare per la Messa di Pasqua del 2004
Via della Conciliazione e sullo sfondo l’altare per la Messa di Pasqua del 2004

Superati mille controlli da parte delle Guardie Svizzere, che dopo gli obblighi accettarono gentilmente di farsi fotografare, ci incuneammo tra la folla dirompente, multietnica, eterogenea.

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Le guardie svizzere

Dagli altoparlanti a malapena si udiva la voce del Papa, già sofferente e anziano. Ma da quel momento non riuscimmo più ad allontanarci, ci sembrava un sacrilegio, una mancanza di rispetto, quasi che non potessimo lasciarlo solo. E Lui non era solo. C’erano migliaia di fedeli, ma, chissà perché, sentivo che lui chiamava anche me, pur non conoscendomi di persona, o meglio, pur se io non lo conoscessi di persona. Perché Lui conosceva ogni animo umano, anche il mio. Ne ero sicura.

La Messa di Pasqua di Papa Giovanni Paolo II dell'11 Aprile 2004
La Messa di Pasqua di Papa Giovanni Paolo II dell’11 Aprile 2004
Dietro l'altare in Piazza San Pietro, al termine della Messa di Pasqua dell'11 aprile 2004
Dietro l’altare in Piazza San Pietro, al termine della Messa di Pasqua dell’11 aprile 2004

Il giorno successivo, Lunedì dell’Angelo, ero di nuovo in Piazza San Pietro. Volevo seguire il Regina Coeli e il discorso che Papa Wojtyla tenne dalla finestra del Palazzo Apostolico.

Giovanni Paolo II alla finestra del Palazzo Apostolico il Lunedì dell'Angelo del 2004
Giovanni Paolo II alla finestra del Palazzo Apostolico il Lunedì dell’Angelo del 2004

Ma avevo ancora un obiettivo da raggiungere. Pregare davanti ad un altro Papa, il Papa di noi bergamaschi: Giovanni XXIII. L’interno della Basilica era enorme, quasi un portale, un antro misterioso proiettato un altro mondo. Ma ecco, verso l’altare laterale, Lui era là, adagiato nella porpora, deposto nell’urna, sereno nel suo eterno riposo. Mi commossi oltre ogni misura, perché se io avevo “adorato” Papa Wojtyla, mio papà Mansueto aveva adorato Papa Giovanni.

Papa Giovanni XXIII nella teca in Basilica San Pietro
Papa Giovanni XXIII nella teca in Basilica San Pietro

Avevo solo un anno quando Papa Giovanni morì, il 3 giugno 1963, ma sono cresciuta attorniata dai tanti libri che mio papà acquistava su Papa Roncalli. Tante volte mi ha portato in gita  a Sotto il Monte a bordo della sua Fiat 500, a visitare la casa del Papa, la cascina dove era cresciuto, la sua stanzetta di bambino di campagna.

Mi spiegava il valore delle tradizioni, l’attaccamento alla terra, alle proprie origini. Mi raccontava della vita contadina e dell’orgoglio della povera gente, ma in primo luogo mi faceva capire che non è importante dove si nasce, o in quale famiglia. Quello che conta è cosa si vuole fare a questo mondo, quale è la chiamata a cui tutti noi siamo destinati. In casa era naturale avere l’immagine del nostro Papa bergamasco appesa in salotto. E anche oggi, nella mia casa, l’immagine di Papa Roncalli mi fa compagnia e segue benevola l’evolversi frenetico della mia vita.

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Papa Giovanni

I BERGAMASCHI A ROMA

C’è ancora una data da inserire in questo mosaico di emozioni: nell’aprile del 1988 le varie parrocchie della Valle Seriana, su iniziativa del Vescovo Monsignor Giulio Oggioni, organizzarono un mega pellegrinaggio a Roma, per l’udienza con Papa Wojtyla. Mio papà era sceso al mercato di Albino come suo solito e aveva scoperto che c’erano ancora due posti liberi sul bus.

Ritornò a casa, così racconta sempre mia mamma, trafelato, e quasi la obbligò ad acconsentire, preparando in fretta e furia la valigia, perché si partiva il mattino successivo all’alba. Erano là, i miei genitori, nella Sala Paolo VI, mentre Giovanni Paolo II avanzava lentamente osannato e acclamato dai bergamaschi. Di quell’evento mi è rimasto un articolo di giornale, dove un cerchiolino a biro blu indica un viso tra la folla, quello di mia mamma.

L'Eco di Bergamo

E PER FINIRE…

Sono nata sulla carezza di Papa Giovanni XXIII, cresciuta con l’italiano di Papa Wojtyla: due uomini che hanno messo i loro occhi nei nostri occhi, il loro cuore vicino al nostro, per farci vedere la bellezza, la gioia, la Luce, per non lasciarci cadere nel buio. Mai.

Sala Papa Giovanni XXIII nel Palazzo dell'Arciconfraternita dei Bergamaschi a Roma
Sala Papa Giovanni XXIII nel Palazzo dell’Arciconfraternita dei Bergamaschi a Roma

L’ULTIMA SERA DI KAROL

 Dal libro “Una vita con Karol” di Cardinale Stanislao Dziwisz

“Era l’ultima volta che vedevo il suo volto. Umanamente. L’ultima volta che vedevo il suo corpo, le sue mani, ma soprattutto che vedevo il suo volto. E il volto mi ricordava il suo sguardo, perché in lui era lo sguardo che subito ti colpiva … Ho preso quel velo bianco e gliel’ho deposto piano piano sul viso. Avevo quasi paura di fargli del male, come se quel lembo di seta dovesse pesargli, dargli fastidio …

L’ho accompagnato per quasi quarant’anni, prima dodici a Cracovia, poi ventisette a Roma. Sono stato sempre con lui, accanto a lui. Ora, nel momento della morte, lui è andato da solo. L’ho sempre accompagnato, ma da qui è andato da solo. Sì, certo, lui non ci ha lasciati. Sentiamo la sua presenza, e anche le tante grazie ottenute tramite lui. E poi, io l’ho accompagnato fino a questo punto della Chiesa. Ma, da qui, è andato da solo. E ora? Dall’altra parte, chi lo accompagna?”

(Cardinale Stanislao Dziwisz, dal libro “Una vita con Karol”, Rizzoli Editore, 2007)

 

 

 

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