Sui cieli di Bergamo il primo paracadutista italiano

Sui cieli di Bergamo il primo paracadutista italiano

Pochi sanno che a nemmeno 25 anni, un giovane inventore bergamasco autodidatta, Alfredo Ereno, nel 1923 divenne il primo paracadutista italiano e uno dei migliori al mondo.

Il giovane paracadutista bergamasco e inventore Alfredo Ereno, foto tratta dalla “Rivista di Bergamo” gennaio 1923

A Berlino, nell’ottobre 1922, sperimentava per la prima volta il paracadute, alla presenza del suo inventore, signor Heineche, accolto, appena sceso a terra, dal saluto italiano della Marcia Reale, che lo commossero più delle accoglienze festose dei tecnici, dei giornlisti e della folla esultante.

Ma la più spettacolare esibizione la fornì al campo di volo di Ponte San Pietro, vicino a Bergamo, il 14 gennaio 1923. Alfredo aveva da poco messo a punto un tipo di paracadute che aveva costruito da solo, con custodia dorsale e apertura comandata manualmente. Il suo intento era garantire la massima sicurezza possibile.

Alfredo Ereno e il paracadute indossato

Così racconta il cronista Enrico Lattuada nel numero XIII della “Rivista di Bergamo” anno II, Gennaio 1923.

“Egli è là, in mezzo al campo, tranquillo, sorridente, benevolo e cortese verso chiunque lo interroga, verso i fotografi che lo importunano continuamente. Fa una rapida ispezione al suo apparecchio che si stende maestoso al soffio potente di un’elica, poi lo ripiega con cura entro il sacco e sale sul velivolo. Saluta tutti allegramente e dopo pochi minuti ha preso quota. Io lo seguo con il mio binocolo, ansioso di vedere il momento nel quale spiccherà il salto. Ad un tratto egli si alza dal seggiolino e guarda in giù. Si curva a parlare con il pilota poi si ritrae al suo posto. Che fa dunque? L’attesa pare eterna. Mi volgo a guardare la gente: tutti gli sguardi sono fissi lassù a quel punto. Silenzio su tutte le bocche, solo nel cielo il lontano rombare del motore.

Alfredo Ereno sul velivolo prima di paracadutarsi, foto tratta dalla “Rivista di Bergamo” gennaio 1923

Afferro il binocolo e guardo: in quel momento Alfredo Ereno ha una gamba fuori dalla carlinga; vedo distintamente il suo sacco legato alle spalle. Sporge l’altra gamba, si rigira seduto sul bordo e si lascia calare nel vuoto tenendosi penzoloni con le mani ferme alla fusoliera. (…) Penso alla volontà di quell’uomo, alla lotta interiore che avrà sostenuto la prima volta a Berlino, nel suo primo lancio, allo sforzo supremo della sua volontà per vincere la tensione dei tendini, dei muscoli che lo tenevano ancora aggrappato alla carlinga. Ad un tratto lo vedo precipitare. Seguito da una scia bianca. È il paracadute che si svolge dal sacco. Un attimo solo così, e il grande ombrello si apre. Alfredo scende lentamente, oscillando un poco, quasi cullato dall’aria e afferra la fune che manovra il foro di sfiatamento. (…) Dopo pochi istanti raggiunge il suolo accolto tra le braccia dei primi soccorsi che lo portano a spalla in mezzo al campo dove lo saluta un coro di entusiasmo e di ammirazione.

Ali d’Italia, e voi tutte ali straniere che migrate su tutti i cieli con volo possente, esultate! (…) Il destino deve piegare davanti a questa audacia più grande, che ci insegna la fiducia nel volo!”

Il mese successivo offrì alla cittadina di San Pellegrino “uno dei suoi esperimenti più emozionanti. Anzi, l’esperimento più interessante e insieme più emozionante che egli abbia mai fatto” (Fonte: Giornale di San Pellegrino, agosto 1923). Si lanciò dall’altezza di 300 metri e, agendo sulle bretelle, riuscì a evitare la linea ad alta tensione e ad allontanarsi dal fiume Brembo e dai caseggiati per prendere terra sulla collina.

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