La prima volta degli Alpini al Colosseo

Gli Alpini e la prima Adunata al Colosseo

La prima volta degli Alpini al Colosseo, fonte “Rivista di Bergamo” aprile 1929

Sembrava una cosa impossibile, portare gli Alpini in pianura, a Roma. Era la decima adunata e fino a quel momento si chiamava ancora “convegno”. Ma la sera di venerdì 5 aprile 1929 tutta la città di Bergamo si mobilitò per la sua importante trasferta. Gli Alpini sarebbero sfilati davanti al Re.

Così scrisse l’alpino Gianmaria Bonaldi sulla “Rivista di Bergamo” di Aprile del 1929: “…Premio dovuto non a noi, ma ai morti dei battaglioni massacrati, che non ebbero mai la magra soddisfazione di sfilare per le piazze e per le strade di una città, dopo aver spolmonato tanto, per tutti i sentieri e per tutte le mulattiere, seminando di morti ogni greppo e ogni neve, dove il giuramento al Re e l’onore della penna inchiodarono i battaglioni per la più disperata e la più dura di tutte le guerre.”

Dalle valli e dai paesi della provincia si erano radunati in Piazza Dante più di 3000 Alpini, smaniosi di partire. Con loro anche il generale Almasio, venuto a far da spalla ai suoi “aquilotti”.

Sezione di Bergamo, gli Alpini in partenza, venrdì 5 aprile 1929, fonte “Rivista di Bergamo” aprile 1929

In fila per quattro si compattarono verso la stazione, impeccabili e arditi. Li attendevano le tradotte, venti ore di treno da far passare con i freschi e dolorosi ricordi delle trasferte al fronte, ma questa volta tutti avrebbero trovato posto a sedere.

Storie mai dimenticate rievocavano episodi di guerra, il bianco della neve che si tingeva di rosso scarlatto come i papaveri, gli occhi che brillavano davanti alla morte, tutti uguali, tutti fragili nel silenzio della notte.

Ricordi, nomi, date, fatti di armi e di compagnie, ma anche canzoni e nenie intonate lungo le alture, per non sentirsi soli.

Poi  sabato 6 aprile ecco, …Roma! Il Cupolone apparve dietro i finestrini, circondato da nubi come il paradiso. Alla stazione una ovazione salì al cielo: il Capitano Gennaro Sora, originario di Foresto Sparso,  era venuto a salutare i suoi bergamaschi alpini, tra baci e abbracci infiniti. Era già un mito per gli Alpini, l’uomo che aveva ricevuto ben 3 Medaglie d’Argento nella Prima Guerra Mondiale, l’uomo che l’anno precedente, nel 1928, aveva guidato la spedizione di salvataggio dell’equipaggio del dirigibile Italia, che era diretto al Polo Nord per una spedizione scientifica, si era schiantato contro la banchisa polare. Il Capitano Sora era partito con la baleniera Braganzia alla ricerca dei superstiti.

Sfilarono nei ranghi  con le fanfare in testa, ben sedici, e i plotoni serrati, mentre la gente si assiepava sui marciapiedi ad osservare quella foresta di penne nere. Due chilometri per raggiungere gli accantonamenti, e poi subito pronti a visitare Roma. L’acqua gelida di una primavera tradiva non fermò un solo passo.

Alpini a Roma, 1929 fonte Web

Alla mattina seguente, domenica,  il sole sfolgorava. Nella sacralità della Basilica di San Pietro gli Alpini seguirono la messa ritornando lassù, sulle montagne ancora coperte di neve, dove riposavano tanti e tanti giovani soldati. Le messe celebrate nelle trincee piene di neve, nelle caverne di ghiaccio, nelle brevi radure fra gli abeti imbiancati… Le lacrime trattenute dal rude cuore alpino scivolavano senza freni lungo le guance ispide di barba non rasata.

“I Cappellani sono tutti qui, con i loro Scarponi. E davanti alle nostre file marcerà il Reggimento dei morti, oggi, tanti cognomi, mille e mille nomi, più uno, quello che dorme nella gloria eterna di Roma e non ha nome, perché è il più grande e il più santo di tutti i nostri morti, ci sentirà passare davanti al suo freddo sepolcro di marmo, fratelli di pena e di sacrificio, venuti da tutte le valli e da tutti i paesi, per salutare Lui, uno dei nostri, sepolto dalla valanga o stroncato dalla cannonata su una delle mille cime, che i montanari d’Italia fecero sante con il loro sacrificio”.

Finita la funzione religiosa si uscì sulla piazza a formare i Battaglioni. Prima i Liguri, poi i Piemontesi, i Valdostani, i Valtellinesi, i Comaschi, i Bergamaschi e i Bresciani. Veronesi, Vicentini, Bassanesi, il Cadore, la Carnia, il Friuli. Mescolati agli altri anche i “nuovi” alpini, quelli di Trento e Bolzano, spalla a spalla con coloro che fino a dieci anni prima avevano combattuto, lassù, sulle trincee opposte.

Ma ad un certo punto  l’attesa si fece spasmodica. Tutti osservavano una finestra. Quella dove si sarebbe affacciato il Papa, Pio XI. Quando il Pontefice apparve uno squillo di attenti rese muta l’intera piazza. Si contavano i secondi… Una figurina bianca e rossa in alto osservava la marea sottostante. Poi all’unisono i 25 000 alpini eruppero in un grido sventolando il cappello. Il Papa benedì e ascoltò sorpreso quella moltitudine assiepata sotto di lui, che cantava canti d’amore per la vita e la montagna. Poi, come rispondendo a un’unica richiesta, il Papa si levò l’ampio cappello rosso e lo agitò con un lento gesto del braccio. Bastò a far scoppiare di gioia la piazza. Infine, dopo un’ultima benedizione, il Papa si ritirò.

Gli Alpini a San Pietro, fonte “Rivista di Bergamo” aprile 1919

Il corteo si mosse verso Borgo Nuovo. I bergamaschi avevano portato a Roma tre battaglioni: il Valle Seriana, il Valle Brembana e il Valle Calepio, in testa a tutti l’eroe Gennaro Sora. Quando il corteo giunse all’Altare della Patria tutti i canti cessarono, ogni voce si zittì, calò un silenzio immenso, profondo, mentre transitavano davanti alla Tomba del Milite Ignoto. “Il cuore corre lontano, verso i piccoli cimiteri all’ombra degli abeti, o sotto un dirupo, dove, la sera dell’azione, deponevamo i nostri morti, portandoli sulle nostre spalle, avvolti nel rozzo telo da tenda…. Come pellegrini siamo venuti per sciogliere, anche noi, il nostro voto, dinanzi a Questo, che nessuno conosce, ma che è nel cuore di tutti, perché ha il volto e il nome dei nostri fratelli che non sono tornati: le ossa gloriose fremeranno sotto il marmo che le ricopre.”

I battaglioni si arrestarono davanti a Palazzo Reale. Ci volle più di mezz’ora per radunare tutti i battaglioni, poi, dal balcone del Quirinale, sulle note della Marcia Reale, si affacciarono il Re e la Regina con  accanto i giovani Principi. C’era stata un’altra adunata davanti al Re Vittorio Emanuele III, nel giugno del 1917, ventiduemila alpini, ma a Roma pochissimi erano i superstiti di quella che venne definita “la parata della morte”, perché si moriva, lassù, si moriva soltanto per l’onore delle bandiere e delle mostrine verdi.

Tappa successiva, il Colosseo. Il poderoso edificio venne letteralmente riempito in ogni spazio, per ascoltare il discorso del Capo del Governo, Benito Mussolini.

Quando, verso le quattordici, le trombe delle fanfare suonarono la libera uscita, i venticinquemila Alpini si riversarono in città, una fiumana allegra e giocosa che prese possesso di Roma fino a notte fonda. Balli, canti, musiche e racconti, con la montagna sempre protagonista, mille storie e mille cieli sotto un unico cielo, quello eterno di Roma.

Anche il giorno seguente, lunedì 8 aprile, venne vissuto sotto l’esuberanza alpina, fino all’ultimo giro per la città. Le tradotte attendevano alla stazione Termini con il loro lungo viaggio di ritorno, diciotto ore di racconti, ebbrezza, elettrizzante baldanza, ma anche, nostalgica e dolente malinconia. A Bergamo la mattina seguente splendeva il sole. Gli Alpini scesero in città ancora frastornati e soggiogati dagli eventi. Il tempo di ricomporsi per un ultimo corteo che attraversò la città richiamando gente e passanti, fino a piazza Dante, dove la colonna si sciolse. Arrivederci Roma!

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