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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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A Gromo, Alta Valle Seriana, il romanzo "Come briciole sparse sul mondo" di Aurora Cantini

A Gromo, Alta Valle Seriana, il romanzo “Come briciole sparse sul mondo” di Aurora Cantini

APERITIVO CON L’AUTORE

8 dicembre 2012

Sala Filisetti

biblioteca di Gromo

Piazza Castello

ore 17.00

Seguirà rinfresco aperto a tutti

A  Gromo, suggestivo borgo mediavele premiato con il titolo di  “Borgo tra i più belli d’Italia”, situato in Alta Valle Seriana, provincia di Bergamo, un pomeriggio culturale sulle ali dell’ emozione, dalle montagne bergamasche alle Torri Gemelle, nell’ ambito della presentazione del romanzo Come briciole sparse sul mondo. L’occasione per valorizzare il significato profondo del Natale, in un augurio che la Speranza e la Pace siano davvero i soli protagonisti.

All’esterno, tra angoli caratteristici e antichi raccolti intorno all’imponente Castello Ginami, risalente al 1200, tra luci, fuochi e magiche scenografie, si potrà trascorrere un pomeriggio insieme agli elfi e si potranno ammirare animali della fattoria, mestieri di un tempo, passeggiando lungo le viuzze di pietra nel cuore di centro storico millenario, fino a giungere alla Casa di Babbo Natale, posta tra le stanze del maniero, dove i piccoli visitatori verranno aiutati a realizzare lavoretti da portare a casa

Leggi tutto l’articolo:

  http://www.vivisulserio.it/content/view/565/68/

A Gromo la Casa di Babbo Natale

Articolo su L’Eco di Bergamo

 L’EVENTO

Dal sito della Casa Editrice Aletti la presentazione dell’evento,

con le parole straodinarie della Recensione di Roberto Baldini scrittore

http://www.paroleinfuga.it/display-text.asp?IDopera=44916 ,

curatore del blog

http://scrivoleggo.blogspot.it/

Gromo, Alta Valle Seriana, provincia di Bergamo

Gromo, Alta Valle Seriana, con il suo imponente Castello, provincia di Bergamo

IL ROMANZO

Per saperne di più sul romanzo:

Come briciole sparse sul mondo

PERCORRENDO I PAESI DI MONTAGNA UN SABATO SERA,

PROTAGONISTA IL MONDO DEL SILENZIO

Altopiano di Selvino notte

Altopiano di Selvino notte

Un sabato sera di fine novembre, verso le 20.30 decidiamo di fare un giro in auto fino ad Antea, frazione di San Pellegrino Terme, Valle Brembana, dove è in atto la festa della Madonna della Salute.

Da Amora Alta (1.100 metri),  la visibilità è buona, non c’è il nebbione che sale dalla Valle Seriana ad avvolgere l’abitato, il freddo ancora non stringe nella sua morsa, la strada asciutta si presta ad una buona tenuta, e abbiamo voglia di spaziare un po’ su e giù lungo i valichi.

Attraversando Selvino, l’altro paese dell’Altopiano insieme ad Aviatico, salta all’occhio la luminosità dei negozi, un candore quasi bianco in Piazza Europa, poi si scende verso Rigosa, con il bosco cupo che fa da cornice alla strada a tornanti lungo il canalone.

Il torrente Ambriola sussurra alla nostra destra, le foglie morte si accartocciano ai lati della strada che sembra intrufolarsi nell’arco scuro del bosco. Ogni tanto ci abbagliano i fari di qualche auto solitaria, ma per il resto siamo solo noi e il silenzio della vallata.

Mezz’oretta ed  ecco il bivio di Algua, giriamo a sinistra e proseguiamo. Il torrente, che ora prende il nome di Ambria, è più denso, rumoreggiante, caricato dalle acque del Serina più a monte. Le Terme della Fonte Bracca sono a regime ridotto, e accanto, dietro il cancello, l’imponente guscio ormai vuoto del Ristorante omonimo appare austero e triste, a lato del vasto cortile ancora addobbato di lampioni decorati a palla, senza più luce, con le orbite chiuse delle sue tante stanze, fredde e morte.

«Chissà quante storie sono passate dietro quei vetri, eh, Oli?» dico io. «Se sbirciassimo ora, troveremmo porte chiuse a chiave, stanze con i letti coperti da lenzuola bianche, corridoi in penombra, lavandini gocciolanti, polvere sulle mensole, quasi un mondo di spiriti oltrepassati.»

«Eppure un tempo giocavano i bambini, si riposavano i signori.»

Di lì a poco ci avvince la magia dell’Orrido, quasi fiondandosi verso di noi dal parabrezza: il lungo tunnel di 1-2 chilometri, scavato nella roccia, con la parete vertiginosa a picco sul canyon, impreziosita di arabeschi di luce, è bello da trattenere il fiato.

Sopra di noi la volta seghettata della montagna ci guida quasi occhieggiandoci e noi scivoliamo sotto, come dentro un antro delle Meraviglie. Le stalattiti non hanno ancora fatto la loro comparsa con le loro fredde dita di ghiaccio ma la morbidezza della stagione rende l’Orrido quasi una porta verso Narnia.

Superato il lungo ponte sul Brembo (il nostro Golden Gate), si gira a destra, verso San Pellegrino. Le auto sfrecciano scorrevoli e indaffarate, questa è la direttrice maestra, spina dorsale dell’intera Valle Brembana.

Interminabile, quasi festante, la lunga chimera dell’industria San Pellegrino ci scivola a lato, verso il Brembo. Qui ferve la vita, file e file di camion stanno caricando le casse di bottiglie, mentre sulle pareti esterne degli enormi capannoni svettano, eleganti e modaioli, decorativi manifesti e murales. Tutto luccica, risplende, come la città delle Terme, che noi percorriamo lungo la vecchia provinciale, con la sua lunga passeggiata a belvedere del fiume, i maestosi palazzi liberty impreziositi dalle volute di luce: coppiette mano nella mano a passeggiare o sostare vicino alle balaustre in pietra barocca, ragazzi a frotte in attesa ai crocicchi, le gelaterie ancora con i tavoli in bell’ordine all’aperto, le seggiole bianche come la panna, in attesa di qualcuno che non c’è. Lo scrosciare dell’acqua culla lo sguardo che spazia sull’Epoca Retrò.

Poi, poco prima di San Giovanni Bianco, l’indicazione per Antea, si gira a destra e si sale.

Tornanti stretti, la strada è quasi a precipizio sul fiume, che mano a mano si allontana; i puntini della città baluginano come un Presepe e il nastro del Brembo diventa un sottile ricamo di riflessi nel buio. Non ci sono barriere, né case, solo bosco tortuoso ad aggredire le falde del Monte Zucco. Gli alberi sembrano chinarsi ad intrecciare il percorso dell’uomo, una rete che intrappola le ultime foglie ancora attaccate al ramo.

Auto inesistenti.

Inverno sulle strade di Aviatico

Inverno sulle strade di montagna (qui siamo ad Amora di Aviatico)

Dopo 15 minuti ecco il borgo, il piccolo cimiterino rannicchiato sul tornante, il cartello indica l’altitudine: 1.000 metri. Il paesino è appollaiato come per non venire giù, orti in pendenza, balzelli a secco a fermare il pendio di prato. C’è la festa. Ballo liscio con pianola nella palestra.

Il cimiterino solitario a Miragolo San MarcoPer il rientro decidiamo di proseguire lungo la stretta e impervia strada, per salire a collegarci con la Valle Serina e superare le gobbe fino a riapprodare sull’Altopiano.

Inoltrandoci nel fitto bosco chiuso a riccio, dopo 5 chilometri siamo in territorio di Dossena. Sul lato destro il torrente ha scavato una valle ripida e scoscesa, qua e là alcune case illuminate, ma si deve salire ancora, e ancora, lo spazio per il passaggio è angusto, in giro non c’è nessuno. In alto, quasi a toccare il cielo, danzano le luci del paese, ma sembra interminabile raggiungerlo.

«Mamma mia, certo che anche qui sarà difficile vivere» rifletto. «In estate è bello, le casette seppellite nel verde, ma per andare a scuola, o solo a far la spesa o in posta, qui ci vuole l’auto. Niente bici, è impossibile risalire da qui. Cadrà tanta neve, tu dici?»

«Di sicuro, e ghiaccerà anche. Tutto in pendenza.»

Davanti a noi, ecco un lumino improvviso, quasi si fionda giù un vespino, un ragazzino che va verso il basso inforcando i tornanti con piglio sicuro, ma non spericolato. «Quel ragazzino conosce questa strada come le sue tasche, ma dove andrà secondo te?»

«Farà la nostra strada al contrario, se vuol vedere la vita. Attraverserà Antea e scenderà a San Pellegrino.»

«È lunga.»

«È la sola strada che ha, se vuole vedere qualche amico.»

«Quante storie da raccontare da parte di chi continua vivere quassù. Solo montagne, lo sguardo si ferma contro il profilo delle creste.»

Le casette, con il cancellino e il praticello, appaiono ordinate e silenziose. Oltre le finestre s’intravedono lampadari accesi, mobili di legno, il baluginìo della tv, gente raccolta nel tepore di un sabato sera, mentre fuori è buio e i monti vegliano intorno.

Finalmente, dopo 3 chilometri su, su, ecco Dossena: quasi un terrazzo sulla Valle, quasi pianeggiante. La piazza, la sede degli Alpini illuminata, i giardini. Gruppi di adolescenti e di ragazzine chiacchierano e si muovono appoggiati o seduti sulle balaustre in ferro che delimitano il belvedere: che cosa attenderanno, per andare dove? Dove è qui la festa del sabato? Dove possono divertirsi?

Noi proseguiamo seguendo la strada maestra, l’abitato lascia posto alla foresta, località Corone: è il Passo verso la Valle Serina. Là in fondo c’è il paese, più oltre Frerola. La strada è severa, alte montagne incombono, pareti a strapiombo delimitano la carreggiata aperta, il Monte Castello forma una barriera di buio, poi si arriva al bivio con la strada principale: a sinistra si sale verso Oltre il Colle, Zambla; a destra si va giù verso Serina. Anche qui si attraversa un paese di silenzio, la chiesa illuminata, il parco ancora accessibile, tutto bello acceso, ma sembra che il mondo umano sia evaporato.

È strano percorrere questi tratti in un’atmosfera di impronta aliena, noi, che in estate siamo abituati a incrociare genti, villeggianti, turisti a piedi, in un caleidoscopio di colori, suoni, feste, chiacchiericci, un andirivieni come di formiche.

Altro bivio, svolta a sinistra, per Cornalba. Identico silenzio, anche qui chiese, monumenti, statue di uomini e idee ben illuminati, ma padroni assoluti della serata. Il borgo dei Passoni, dove è nata Elisa Dolci, la mamma di Oli, porta i suoi ricordi carichi di rimpianto: i pascoli sembrano argentati sotto la luce della luna, e le stalle di un tempo assistono al nostro passaggio. Da qui transitavano le mandrie dirette alla fiera zootecnica di Serina, da qui si saliva verso il Monte Alben, che sovrasta maestoso appena un poco oltre i nostri occhi, da qui la Via Mercatorum portava in alta Valle Brembana.

La frazione di Tagliata di Cornalba

La frazione di Tagliata di Cornalba

Avanza l’auto in un paesaggio secolare ed immoto, quasi immutato nel suo esistere, ma anche tacito testimone del nostro peregrinare. La minuscola frazioncina della Tagliata ha quasi tutte le finestre accese, segno che i pendolari tornano spesso al paese.

«Non sembra anche a te, che la montagna quasi ci derida, come a dire “noi siamo ancora qui”?»

«Saranno loro che sopravviveranno.»

Le alture sfilano dietro i miei occhi, spettrali ma non cupe, sono come in attesa di un brivido, di un sfrondare dei rami. Ancora un bivio, quello di Costa Serina, con la sua bianca chiesetta a benedire il passaggio, poi Trafficanti, che si mostra con la sua sempre maestosa mole della chiesa costruita sullo strapiombo del Monte Suchello, l’auto conosce bene ogni curva e prosegue svelta, attenzione! Il pietrisco frana a lato della carreggiata; infine Aviatico, che attraversiamo quasi in punta di piedi. In alto il Rifugio del Monte Poieto, con il suo faro di luce, sembra una bianca stella cometa. La Cornagera, poco dietro, sonnecchia vigile e attenta.

L’ultima biforcazione verso sinistra, e siamo a casa. Il Monte Podona si staglia come ritagliato sul blu della notte. Sotto di noi il pianoro del paese di Ama e Selvino che sorride.

Notturno a Selvino

Notturno a Selvino

Dal balcone dell’entrata brillano gli occhi mentre rimiro la lontana pianura, le sfavillanti farfalle dei grossi paesi sparsi sul piano, la pista dell’aeroporto di Orio al Serio. Poi alzo gli occhi.

«Non c’è nessun aereo in attesa nei cieli, questa sera l’atterraggio è regolare.»

Nel cielo v’è solo un chiarore di stella, e il cuore si fa triste e commosso come quando si ha la consapevolezza di essere tanto, tanto amati: Lei, la Montagna mi ama quasi da perdermi nel suo abbraccio.

Il Monte Orfano, solitario, è come una nave dalla nebbia della pianura

Il Monte Orfano, solitario, è come una nave dalla nebbia della pianura

IL REPORTAGE

Dal sito di http://www.bergamasca.net/, il Reportage completo:

http://www.bergamasca.net/sottocategoria.asp?cat=1&scat=139

 

 

Roberto Baldini

intervista

l’autrice del romanzo

“Come briciole sparse sul mondo”

Cantini copertina Come briciole sparse sul mondo

Cantini copertina Come briciole sparse sul mondo

Da Roberto Baldini scrittore, titolare del blog di letteratura http://scrivoleggo.blogspot.it/ ecco l’intervista che mi ha proposto dopo l’uscita del mio romanzo “Come briciole sparse sul mondo” (Aletti Editore), sull’attentato alle Torri Gemelle visto con gli occhi di una ragazza bergamasca:  http://www.alettieditore.it/emersi/_root/c/Cantini.htm, con il link diretto per la lettura completa:    http://scrivoleggo.blogspot.it/2012/11/intervista-ad-aurora-cantini.html

Roberto Baldini ha anche scritto due Recensioni da leggere cliccando qui:

 Come briciole sparse sul mondo

Il piccolo borgo di Amora di Aviatico sotto la neve

Il piccolo borgo di Amora di Aviatico sotto la neve

Dal sito della Casa Editrice: 

http://www.paroleinfuga.it/display-text.asp?IDopera=44887

INCIPIT AL ROMANZO

“La luce della piena giornata di maggio  entrava a fiotti dalla finestra aperta e illuminava la massa liscia di capelli neri della ragazza china sull’antico scrittoio di legno massello appoggiato al davanzale. Una voce squillante la fece sobbalzare. «Ah, eccoti, Luisella. Ti ho cercato in biblioteca, ma non c’eri.» Poi Iris guardò decisa l’amica. «Ti devo parlare.»

«Che cosa c’è?» buttò lì l’altra riprendendo il lavoro di pulitura del legno.

«Allora, hai presente il concorso della Avon Cosmetics a cui ho partecipato a dicembre? Ebbene ho vinto.»

«Brava.»

«E non ti chiedi che cosa ho vinto? Un viaggio negli Stati Uniti.»

«Sarai contenta, hai sempre desiderato andarci.»

«Non capisci, non sono contenta, per niente!!»

Luisella realizzò finalmente il tono di voce dell’amica e la guardò negli occhi. «Ma Iris, hai partecipato proprio per quello. Perché non sei contenta?»

La ragazza abbassò gli occhi. «Il problema con mia madre non lascia spazio alla fantasia. Dalla Casa Santa Maria  di Laxolo mi hanno detto che non ne avrà per molto.»

«Oh, Iris!» Luisella sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Conosceva la signora Frida da quando aveva tre anni e insieme a Iris, nel lontano 1971, aveva intrapreso l’avventura alla scuola materna, poco dopo la scomparsa dei suoi genitori, nel gennaio di quello stesso anno. «Perciò ci andrai tu, in America! A settembre!»

«Cooosa?!» Luisella era strabiliata. «Ma che dici?» ribatté ridendo e scuotendo il capo.

«Sì, tu!» Iris la fissò  con sguardo pungente e asciutto. «Sto dicendo sul serio.»

Luisella si schiarì la voce. «Io… non so che dire.»

«Non dire niente. Accetta, ti prego.»

(…) Anche ora, nella camera dell’hotel situato poco lontano da Times Square, mentre fissava le mille lucine che sfarfallavano oltre il vetro, le sembrava  quasi impossibile credere che solo 24 ore prima era sul suo divano in soggiorno, accanto al camino che mandava gli ultimi bagliori di brace, nella casetta sulle montagne bergamasche dove aveva sempre vissuto fino alla morte della nonna, sette anni prima. Quasi un’altra vita. Per la prima volta era davvero dall’altra parte del mondo.” (Aur Cant)

Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia,

una poesia dedicata ai bambini

bimbo e boccia

“Ogni bambino dovrebbe vivere ogni giorno cullato dalle ali della vita, sognare palloncini colorati e pioggia di caramelle o confetti, pomeriggi di sole in bicicletta e aranciata fresca. Ogni bambina dovrebbe giocare con le bambole e sognare un gattino tutto suo, andare in altalena e farsi le trecce con fermagli dorati. Ma non è così.”

LA BAMBINA SENZA TEMPO

Ho visto una luce

in una notte di luna nuova ,

erano i tuoi occhi di bambina

che sfioravano le stelle

e muti guardavano il mio profondo.

Racchiudevano

le invisibili storie

dei nati senza nome

delle anime schiacciate e strappate via

dei tanti violati destini.

Mi denudavano

senza scoprir la mia pelle

mi trapassavano

senza forare il mio corpo

mi laceravano

senza spezzare le mie membra.

Ti chiedo perdono

per l’umanità intera

bambina senza tempo

perché non ho saputo

dare sogni ai tuoi occhi

e parole alla tua bocca.

Renderò le mie lacrime al cielo

come un miraggio per te

per guidarti nel buio

e avvicinarti al mio cuore.

Dove cullarti una volta sola

e solo per una notte ancora.

(Aur Cant, da Uno scrigno è l’amore 2007)

Litografia di Luigi Oldani per Avsi, In Cerca di cibo, emergenza fame in Corno d'Africa

Litografia dello scultore Dalminese Luigi Oldani per Avsi, In Cerca di cibo, emergenza fame in Corno d’Africa

 Gli occhi di queste bambine chiamano il Mondo con voce di silenzio. Nè pianti, nè urla, solo attesa. Fanno parte della serie di litografie realizzate dallo scultore dalminese Luigi Oldani per il Progetto realizzato dall’Associazione AVSI Bergamo per l’emergenza fame in Corno d’Africa, dal titolo  In Cerca di Cibo

 Per approfondire la tematica relativa alla Giornata Mondiale dei Diritti dei Bambini: http://www.giornatamondialedelbambino.org/

e anche alcune poesie scritte dagli alunni:

I bambini e l’Infanzia

 

 

 

NELLA BORSETTA DELLA MAMMA,

la poesia di un’alunna di scuola primaria

al Premio Letterario di scrittura giovanile Roberto Bertelli

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LA POESIA

Nella sua borsetta

c’è sempre un pizzico di allegria,

una lacrima leggera

che ricorda il passato,

un abbraccio e un bacio delicato,

una collana di felicità

e un anello di giorni passati.

Nella sua borsetta…

(Martina, classe quinta scuola primaria di Pradalunga)

4^ classificata alla 25^ Edizione

del Concorso Letterario Nazionale giovanile “Roberto Bertelli” Pontedera 2012

presenti più di 2.000 elaborati

Bienno case e fiori

Bienno,  case e fiori, tutto l’amore di una mamma

OGNI DONNA HA LA SUA BORSETTA PREFERITA…

“Ogni donna ha la sua borsetta preferita, dentro la quale c’è tutto un mondo di vita. Da bambina, mi ricordo bene il profumo della borsetta di mia mamma, ad ogni intoppo, ad ogni contrattempo, lei cercava lì dentro e come per magia aveva la soluzione per tutto.

Nelle attese di lei, mi sedevo composta accanto alla sua borsetta: ero al sicuro, sarebbe tornata. Ricordo che lisciavo la fragrante pelle scamosciata, come un velluto sulle mie mani, mi immaginavo grande, anch’io con la mia borsettina, ne ero orgogliosa. I manici erano splendenti, ci giocavo come con una collana, e il profumo mi incantava, mi ricordava lei.

Se la scuotevo appena appena, emetteva un suono canterino, un tintinnio di monete, chiavi, scatoline della cipria, borsellino a clip… Raccontavo le mie storie bisbigliando, sbirciando all’interno dalla cerniera un poco socchiusa, come pensando di trovarci qualcuno di così piccino da passare inosservato, e che aiutava la mamma in ogni difficoltà. Nei momenti tristi del dolore, la vedevo afferrare la sua borsetta con artigli forsennati, stringendosela al petto come fosse viva, ascoltava e chinava il capo alla messa delle Dieci e la sua borsetta era lì, appoggiata allo schienale del banco. Era il mio prezioso scudo contro il mondo, era il mio essere bimba amata, accanto ad una borsetta antica.” (Aur Cant)

1969, alla Valle del Rovaro con la mia sorellina, e le nostre borsettine

1969, alla Valle del Rovaro con la mia sorellina, e le nostre borsettine

L'Eco di Bergamo per Martina poesia

L’Eco di Bergamo l’articolo per Martina con la sua poesia

Altre poesie scritte dai bambini:

Concorso letterario Giuseppe Longhi, sezione studenti

Le voci dei lettori per il libro

 Lassù dove si toccava il cielo,

la civiltà contadina della montagna bergamasca

negli Anni Cinquanta-Settanta

Copertina libro "Lassù dove si toccava il cielo"

Copertina libro “Lassù dove si toccava il cielo”

Commento critico di Rosanna Velori, insegnante ed operatrice nel  campo dell’educazione:

“Il titolo stesso, prima ancora di avere letto il libro, trasmette un senso di nostalgia, quel senso di distacco dal tempo presente che dà il ricordare vissuti lontani, che, anche se difficili, anche se faticosi, ti sono rimasti nel cuore. Mano a mano che la storia della vita semplice della Comunità di Amora si snoda nei vari capitoli, si percepisce un tessuto sociale di intensi affetti nelle relazioni familiari, di parentela e di vicinato; vissuti di difficoltà affrontati con l’accettazione degli eventi, che ha in sé non la rassegnazione ma la forza della Speranza. Un ringraziamento all’autrice Aurora Cantini per il grande tributo che, attraverso i ricordi del marito Oliviero, vero protagonista di questo libro, ha dato, non solo alla Comunità di Amora, ma anche, e soprattutto, alla MEMORIA di un tempo “tragico nella sua povertà, crudele nei suoi affanni”, come il protagonista stesso lo definisce.”

La specéra, la specchiera usata dagli uomini per radersi la barba

La specéra, la specchiera usata dagli uomini per radersi la barba negli Anni Cinquanta – Settanta in cucina

Commento critico di Lucia Bravo, insegnante e lettrice

“Aurora carissima, in queste settimane ho preso come lettura prima di addormentarmi “Lassù dove si toccava il cielo”. L’avevo già letto a suo tempo ma ora avevo bisogno di qualcosa che mi tranquillizzasse l’anima, che mi facesse toccare l’autenticità della semplicità e del coraggio silenzioso, e senza dubbio ho cercato il tuo libro. Non sai quanta serenità vi ho trovato e questo tuo messaggio mi dà l’occasione di ringraziarti. Quelle vite mi trasmettono una dolce nostalgia. La loro durezza  non viene mitigata, quello di non giusto che le vincolava resta non giusto, ma quanta umanità.”

UN BAMBINO DI MONTAGNA

(da “Lassù dove si toccava il cielo” Edizioni Villadiseriane, 2009)

“Verso la prima metà degli anni sessanta, alcune famiglie cominciarono a scendere a Valle. Anche la contrada di Amora Bassa iniziò a spopolarsi. Solo in estate mi facevano compagnia nel pascolo tre amici, le cui famiglie erano emigrate in città. Giungevano in Predale, dove io ero stanziato, nelle prime ore del pomeriggio, seguendo il sentiero alto dopo aver dedicato la mattinata ai compiti estivi.

Ma ecco il cielo improvvisamente mutava: un vento bizzarro giungeva a rabbrividire la pelle e nuvolaglie scure si affacciavano da dietro il costone, segnalando l’imminente arrivo di un temporale. All’istante gli altri correvano via verso la contrada e io rimanevo solo. Soffocando il panico cercavo di rinchiudere le mucche e di sigillare le aperture, ma durante un temporale particolarmente violento, esse riuscirono a sfuggire al mio controllo; tentai di inseguirle aiutato dal mio cane, ma scivolai sull’erba a causa dei miei soliti stivaletti rossi e caddi pesantemente sulla schiena, provocandomi delle lesioni ai tendini.

Alla fine di settembre i tre soci ripartivano per la Bassa Valle; erano giorni nei quali sentivo acuta e pungente la malinconia, unita alle prime nebbie che salivano a lambire i pendii. Li osservavo andarsene leggeri e sbarazzini come rondini, mentre io rimanevo lì, a guardia del sentiero fino a che sparivano oltre la curva. Soffermando lo sguardo lucido verso Amora Alta, notavo le tante testoline sparse sui pendii, impegnate come me nei lavori di fine estate e mi rincuoravo di questa comune fatica: in una vita così poco generosa era anche un orgoglio personale se si riusciva a terminare il periodo della fienagione prima degli altri.

Poi riprendevo la via della stalla: c’era da dar da mangiare agli animali, il letame da spargere, l’ultimo fieno da riporre. Nel mio piccolo mondo di bambino di montagna non c’era spazio per i rimpianti, ma non ero triste: di lì a qualche giorno sarebbero ritornate le mie amate mucche, in tutto sei o sette, dall’alpeggio al Rifugio Calvi ed ero ansioso di ritrovarle, lucide e pasciute per la buona erba pascolata. Si consolava il mio cuore al pensiero di riprendere la via di casa. (…)

(AurCant, dal libro “Lassù dove si toccava il cielo”)

La Recensione di Gianluca Bonazzi,

Presidente CAI Sondrio Sezione Valtellinese,

per il libro

 Lassù dove si toccava il cielo

la civiltà contadina della montagna bergamasca

negli Anni Cinquanta-Settanta

Copertina libro "Lassù dove si toccava il cielo"

Copertina libro “Lassù dove si toccava il cielo”

medaglia d’oro al concorso letterario “Le montagne in narrativa 2009” CAI Sondrio

Premiazione Sondrio CAI giugno 2009

Aurora Cantini e la Premiazione a Sondrio CAI giugno 2009

“La narrazione, essenziale e come depurata dal filtro del tempo trascorso, diventa lo sguardo esistenziale del bambino protagonista, in un’aderenza fedele alla verità dei vissuti, radicati nella realtà umana della montagna di cinquant’anni fa, e nell’ancor più profonda verità dell’uomo, che nella società postmoderna stentiamo rintracciare. Con un linguaggio privo di sbavature retoriche, il racconto dà voce ai sentimenti legati a un mondo in cui si intrecciano il disagio della solitudine, la vita intesa come una lotta da condurre fino in fondo, l’amore per gli animali compagni della vita di campagna quasi scritto nei geni, la naturale tendenza ad evitare ogni ripiegamento su di sé, il sentimento mistico della presenza del padre sempre nel cuore, insieme a tutti coloro che hanno dimorato in quella terra, a cui si promette fedeltà.
Ad un tratto la svolta simbolicamente contenuta nella vendita delle mucche: gli studi interrotti al raggiunto limite dell’obbligo, il lavoro duro nell’aspro ambiente montano e poi, non meno duro, quello di manovali, prima da pendolari fino all’emigrazione, che spezza un vincolo dolce e doloroso con la propria terra, ma non taglia le radici che ci fanno uomini, capaci di comprendere che è possibile toccare il cielo, ancora “lassù”, se ne può avere quasi la certezza.” (Gianluca Bonazzi)

LA SCHEDA DEL LIBRO

http://www.villadiseriane.it/villa-news44.html

La gàbia, la gerla più grande diffusa sulla montagna bergamasca negli Anni Sessanta, usata per trasportare letame fogliame, ma anche vitellini e galline

La gàbia, la versione più ampia della gerla diffusa sulla montagna bergamasca negli Anni Sessanta, usata per trasportare letame fogliame, ma anche vitellini e galline

GIOVANI PENDOLARI

AL COTONIFICIO HONEGGER

NEGLI ANNI SESSANTA,

dalla montagna alla valle

HONEGGER COTONIFICIO

HONEGGER COTONIFICIO

 In questi giorni soffre il mio cuore nel seguire le drammatiche ore di sfacelo che hanno coinvolto la storica fabbrica tessile della Valle Seriana, il Cotonificio Honegger ad Albino. Per più di un Secolo ha offerto lavoro e possibilità di vita dignitosa alle famiglie della Valle. Venne infatti aperto nel 1875. Oggi sta chiudendo, lasciando sull’asfalto 358 operai, donne e uomini, giovani e più esperti, ragazze e fanciulle. Unica parola: “cassa-integrazione”.

Lo Stabilimento tessile Honegger è stato il faro di luce anche per i paesini arroccati sulla montagna, in particolare Amora di Aviatico, Ama e lo stesso Selvino. Per i ragazzi dell’Altopiano era l’opportunità di cercare una vita oltre il campo “ol càp”, oltre il fieno  e le mucche da accudire, la stalla e la puzza di letame. Si era disposti ad ogni sacrificio, ore e ore su e giù lungo la mulattiera, per uscire dal recinto antico della povertà.

La ciminiera degli Honegger oggi e in alto a destra la mole appuntita della Cornagera

La ciminiera degli Honegger oggi e in alto a destra la mole appuntita della Cornagera con poco sotto il paesino di Amora

QUANDO SI LAVORAVA AGLI HONEGGER…

Nel mio libro di narrativa “Lassù dove si toccava il cielo”, uscito nel 2009 per le Edizioni Villadiseriane, ho riportato le testimonianze di alcuni di quei ragazzi, attraverso la voce di un bambino di montagna:

“Mio fratello Guido e le mie sorelle Giusi e Aldina, ragazzini di 14 – 15 anni,  lavoravano  agli Honegger, impegnati nei vari reparti: c’era chi metteva le spole sui telai, chi tesseva, chi trasferiva il filo dai rocchetti piccoli a quelli grandi. Si diceva che lavoravano “in di ròche”.

Durante la settimana alloggiavano al Convitto, il cui uso veniva trattenuto sullo stipendio. Nelle ore libere cucivano i grembiulini e le divise mentre il sabato, per avere qualche soldo in più, ci si fermava a pulire l’infermeria e lo studio.

Se ne andavano dalla contrada di Amora Bassa, un borgo di case sotto il monte Cornagera a guardia  della Media Valle Seriana, il lunedì, scendendo lungo la mulattiera fino ad Albino in base al turno di lavoro (partenza alle quattro se si entrava per le sei) e risalivano il sabato dopo il turno delle 22.00, scaglionati a coppie, per affrontare insieme le insidie del tragitto, a volte portando con sé degli amici.

In casa cominciarono a girare vestiti copiati dalle riviste, acconciature create ascoltando le amiche, riviste colorate dove campeggiava una certa Jackie Kennedy, per le mie sorelle un mito, oltre a immagini di personaggi sconosciuti che, in un mondo per me lontano, facevano impazzire i ragazzi.

I pericoli erano però sempre in agguato, tra ghiaccio e ciotoli lungo il sentiero tra le rocce a strapiombo. Altra volte si poteva incappare in cani randagi, che assalivano i ragazzi,  soprattutto nelle ore notturne, ma il peggior incubo era il buio.

Una sera mia sorella Aldina e la sua amica e vicina di casa Luisa, figlia del “Rico” si erano attardate al Convitto ed erano rimaste indietro. Il primo gruppo, più esperto e sicuro, era scomparso sui primi tornanti. Man mano che le due ragazze affrontavano la salita il buio le ghermiva come un velo sugli occhi e ben presto persero di vista il tracciato. Avanzarono con fatica nel fitto bosco di latifoglie, tra sterpi e rovi che graffiavano braccia e gambe, e giunsero alle prime case di Amora Bassa a notte fonda, stremate e infreddolite, piene di graffi e lividi.

La ricerca di un lavoro negli Anni Cinquanta – Sessanta, era commovente e desolata al tempo stesso. Appena circolava la voce di nuove assunzioni, la povera gente partiva a piedi e anche mia madre era scesa con la primogenita per cercare di far assumere mia sorella Giusi, di tredici anni. Davanti all’imponente palazzo di famiglia, tutt’oggi splendido nella sua linea elegante, vi era una lunga fila di mamme e ragazze speranzose, in attesa sulla strada, provenienti da Fiobbio, Vall’Alta, qualcuna anche da Aviatico e Selvino, come Antonia, la mamma della campionessa di sci Lara Magoni. Finalmente ecco la Signorina Milly Honegger. In silenzio aveva passato in rassegna ogni fanciulla, fermandosi a osservare e scrutare le mani. Quando era giunta davanti a mia sorella aveva annuito, perché le sue mani erano affusolate e senza imperfezioni, ma aveva anche aggiunto: “Sei troppo magra. Cerca di tirarti su e fra qualche mese ci rivedremo”. Era il 1960 e fin dall’inizio venne soprannominata “Nocciolina” per via del suo fisico estremamente minuto.

Si guadagnavano 60.000 lire al mese. Il Convitto era gestito da tre suore: la superiora Madre Antonia, Suor Maria e Suor Antonietta, la cuciniera, le quali preparavano il primo piatto, generalmente minestra, che offrivano gratis anche agli operai esterni, mentre per il secondo e le altre pietanze ci si doveva arrangiare.

A piano terra vi era la cucina, dove ognuno aveva il proprio armadietto contenente le provviste portate da Amora, che mia sorella Giusi cucinava anche per i fratelli. Nella lavanderia si facevano bollire le lenzuola e i pochi vestiti, mentre al primo piano si estendeva la lunga camerata. Accanto vi era la Chiesa, dove si celebrava la messa prima del turno mattutino delle sei.

Un giorno mi portarono a visitare il Convitto  e lo stabilimento dove lavoravano: rivedo l’enorme camerata, il dormitorio, la chiesa, il locale mensa, i grigi, maestosi, interminabili capannoni, ricordo che pensai che era come vivere in un collegio, infatti esclamai a voce alta: “Me che egneró mai.”  Mantenni fede alla mia promessa.” (Aur Cant)

1961, giovani operai in divisa davanti alla chiesa dello Stabilimento Honegger, dietro si vede il Convitto. 1961

1962, giovani operai in divisa davanti alla chiesa dello Stabilimento Honegger ad Albino, Valle Seriana; dietro si vede il Convitto, dove alloggiava chi veniva da fuori paese.

NEGLI STABILIMENTI DELLA VAL SERIANA,

NOTIZIE STORICHE

In quegli anni ci fu un vero e proprio pendolarismo di giovani agli Honegger, circa una trentina o più. Anche le madri ebbero la possibilità di guadagnare qualcosa, scendendo allo stabilimento per lavorare come domestiche, donne delle pulizie o guardarobiere.

L’opportunità di lavoro offerta dagli Honegger risaliva fin dagli inizi del ‘900, quando a scendere erano le nonne. Una prima tornata di emigrazione giornaliera aveva avuto luogo durante la Seconda Guerra Mondiale: in quel caso la destinazione era stata lo stabilimento tessile Bellora di Gazzaniga, dove avevano trovato lavoro quasi tutte le ragazze da marito nate negli anni venti e trenta, sia di Amora che di Aviatico o di Selvino, le quali alloggiavano settimanalmente in stanze fornite dalla Direzione o ospiti di parenti. Risalivano sull’Altopiano scendendo in corriera o in bici fino a Comenduno per poi inerpicarsi lungo la sterrata di Petello.

Un secondo gruppo di ragazzi negli anni Cinquanta aveva preso la strada verso Leffe, assunti nello stabilimento tessile Radici- Previtali. Anche per loro una vita di fatica e pendolarismo infinito, costretti spesso la sera ad affrontare a piedi la distanza dalla stazione dei pullman di Gazzaniga alla propria casa in Amora Bassa, lungo la strada che attraversa la frazione Masserini, quindi Orezzo, Plaz, il Colle della Muruna di Ganda, Amora Alta e giù seguendo la mulattiera.

 RAGAZZINE A SERVIZIO

Fin dalle elementari le bambine andavano a “fà i ure” cioè la domestica a ore presso qualche villeggiante di Milano che aveva casa a Selvino o dintorni. Un’altra usanza molto diffusa, prima dell’età per la fabbrica, era “andare a servizio” presso alcune delle famiglie di Albino, come fecero le mie sorelle, per alleggerire il peso familiare, visto che si trattava di una bocca in meno da sfamare.”

 Da parte mia solo profondo dispiacere e partecipazione all’angoscia degli operai della fabbrica. Per saperne di più sul libro ecco qui il link diretto: Lassù dove si toccava il cielo

IL FILM DOCUMENTARIO

Il pane a vita

il racconto della chiusura di un’attività con una tradizione di 123 anni, dal 1875,

attraverso le storie e le testimonianze degli stessi operai

Regia di Stefano Collizzoli

per Fondazione Bernareggi

Caritas Bergamasca

Zalab

Rai Cinema

 

Come briciole sparse sul mondo,

il romanzo sull’attentato alle Torri Gemelle

visto da chi era intrappolato nella Torre Nord

ora nella bacheca de Sololibri.net

http://www.sololibri.net/_Roberto-Baldini-scrittore_.html

Cesare Marcassoli, Nembro, e il suo 11 Settembre

Cesare Marcassoli, Nembro, e il suo 11 Settembre

Qui di seguito il link diretto alla pagina di Recensione:

http://www.sololibri.net/Come-briciole-sparse-sul-mondo.html

INCIPIT AL ROMANZO

“La Torre Sud proiettò per centinaia di metri frammenti e detriti incandescenti, in un turbinìo di carta e vetro, mentre all’interno si sviluppò un rogo colossale.

Molti cominciarono a gridare. Luisella cadde in terra sbattendo il fianco contro uno dei mobiletti adibiti alla distribuzione gratuita delle piantine del grattacielo. Molti si sedettero incapaci di rendersi ragione dell’immensità di quello che stava loro capitando.

Dai punti di osservazione i presenti osservavano in silenzio le fiamme che aumentavano ed assediavano la Torre dinanzi.

«Guardate! C’è qualcuno che cerca di scendere lungo la facciata!»

Clara si coprì la bocca con una mano, per soffocare un urlo. Si guardarono l’un l’altro, confusi. Un tremore sconosciuto cominciò a serpeggiare sotto la pelle.

«Ma perché? Mio Dio!»

Valerio, pallidissimo ma ancora composto, rispose: «Sono le rotaie del sistema automatizzato di pulizia dei vetri esterni.» Non disse che era una via di fuga. Ma perché?

Improvvisamente una ragazza, forse un’impiegata, cacciò un urlo altissimo, additando.

Persa la presa, probabilmente per la stanchezza o per il calore delle colonne stesse, si videro alcuni disperati precipitare nel vuoto.

Nella Nord c’era chi si spostava di continuo oltre le porte, fino agli accessi, come sperando di veder spuntare qualcuno, chi si passava una mano tra i capelli, chi sistemava ininterrottamente gli occhiali o girava in tondo, riflettendo. Chi era seduto su una sedia o per terra. Due ragazze bionde si erano tolte le scarpe e stavano sedute appoggiate ad una parete. Alcuni ragazzi distribuivano delle bottigliette d’acqua. Valigette, portadocumenti, zainetti, borsette accantonate a mucchietti negli angoli. Il mormorio di voci rendeva tutto come sospeso, in attesa. Ma erano straniti e sgomenti, senza saperlo stavano già dicendo addio al mondo.

Gli occhi si puntavano irrimediabilmente verso il maestoso grattacielo dirimpetto.

Si vedevano puntolini colorati fare capolino tra le colonne grigie, nella parte sovrastante la fascia incendiata. Apparivano, scomparivano, poi tornavano a riapparire. Cerchiolini rosa, i volti di tanti. Ad un certo punto si intravide qualcuno sporgere nel vuoto un bimbo, nel tentativo di farlo respirare e forse tenerlo lontano dal calore insopportabile degli incendi. Chiedevano soccorso affacciandosi sul bordo dello squarcio, agitavano le braccia, si sporgevano più che potevano. Ma che cosa potevano fare, se non attendere?” (Aur Cant, brano tratto dal romanzo “Come briciole sparse sul mondo”)

 “Neve bianca sulle foglie d’oro”,

riflessioni poetiche d’autunno

La prima neve ad Amora di Aviatico

La prima neve ad Amora di Aviatico

Cominciano a offuscarsi i giorni, tra nebbie basse e uggiore di pomeriggi. Le foglie fuggono lievi oltre il passo, come il nostro respiro carico di rimpianti. È tempo di ciocchi nel camino acceso e di tepori rannicchiati. L’anima vaga cercando il ricordo delle sue impronte nel vento, il cuore anela ad un sussurro raccontato nel buio, storie e consolazioni all’affanno dei giorni.

Una domenica di fine ottobre, fuoco acceso nel camino, luce bianca oltre la finestra… e poi eccola, la prima NEVE, leggera e vorticosa, scende a falde larghe come impazzita di gioia, sembra danzare il suo ritorno alla terra, di nuovo padrona dei mesi e dei giorni: è arrivata presto quest’anno, impaziente di rubarci i colori dell’autunno e quasi gelosa dell’arancio, lei che vuole solo il bianco come abito velato: qui ad Amora, a 1100 metri, sull’altopiano di Aviatico solo Lei sarà la vera protagonista dell’inverno, e noi seguiremo pazienti i suoi capricci, il suo umore repentino e svelto, in attesa del ritorno dell’Azzurro.

Quando, all’apparire della sera, sono sbucata oltre la porta di casa, mi ha accolto un mondo seppellito dal bianco, silenzioso e immobile, quasi a trattenere il fiato, sbalordito da tutta quella pesantessa sulle spalle degli alberi.

Non è la sorpresa della prima neve che mi giungeva al cuore, è capitato ancora e ancora capiterà, ma quello che ho avvertito è LO STUPORE DEL BOSCO, quasi palpabilmente incredulo, i rami carichi piegati fin quasi al ciglio della strada, le foglie ancora ammassate sulle fronde, eppure schiacciate lassù in alto dal bianco che copre la terra.

Non danzeranno più con i loro colori nel vento, prima di posarsi in basso, sono morte ancora attaccate al ramo.

Neve bianca sulle foglie d'oro, Amora di Aviatico

Neve bianca sulle foglie d’oro, Amora di Aviatico

Il link diretto per approfondire:

http://www.aphorism.it/aurora_cantini/racconti/neve_bianca_sulle_foglie_doro/

 

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