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Dietro la staccionata della Vita

Come due bimbi che sorridono al mondo,

dietro la staccionata della Vita

Aurora Cantini e un suo amichetto dietro la staccionata, Amora di Aviatico, Anni Sessanta

Sono così vicini, sono solo dietro di noi.
Sbirciano nei nostri cuori

abbracciandoci con gli occhi.

Sorridono. Sognano.

(aur cant)

Apro l’album dei ricordi: il foulard che indossavo sempre quando vivevo a balia in Amora, per il male alle orecchie, la panchetta bianca sotto la scala dove mi rifugiavo, la ringhiera di legno per scendere da basso e che io immancabilmente rompevo perché ci facevo le capriole, la passeggiata fino alla tribulina della Madonnina, quando mi ero tolta le calzette bianche per far finta che avessi i collant, la colonia al mare a Cesenatico, tutti con il cappellino di tela bianca e il cordino legato sotto il mento; quelle bambine come me, oggi dove saranno, che cosa faranno?

Non ricordo i loro nomi, ma le rivedo tutte. Sì, persino la signorina della nostra squadra è come se l’avessi lasciata ieri, sono ancora piccola in quel dormitorio, su quella spiaggia, a giocare a biglie, sotto il tendone: c’era la magrolina, la saputella, quella già con il bikini, le più grandi, quelle di 12 anni, pronte a dare consigli a noi piccoline. Quel costume a quadrettini bianchi e neri con la culotte attaccata e la cinturina rossa era stupendo, poi l’altro completino, quello indossato per la Prima Comunione di mia sorella, con quel cappellino a visiera che amavo, i pantaloni a zampa, le scarpe dalla punta larga e la giacchetta a camicia. E ancora i guanti rossi a manopola, la berretta azzurra lavorata all’uncinetto confezionata da mia zia Liliana.

La casa in Amora era solo uno scheletro di mattoni, ma io ero già alla finestra nel ‘71, a osservare le montagne intorno, e poi dietro casa la parete di roccia e arenaria da cui mi fondavo giù, scalatrice, esploratrice, pirata. La casa aveva la scala esterna e l’orto aperto sul davanti, con i faggi carpini avvinghiati al terrazzo che io scavalcavo per appollaiarmi sui rami a leggere e scrivere.

In una foto si vede la scalinata che sale su fino al palazzo dei Conti Martinelli. Lassù creavo le mie storie di principi e cavalieri, dall’alto guardavo la vallata e spaziavo, il mio gatto, i miei scarponcini Clark che mettevo anche d’estate, le mie spille che appiccicavo dappertutto sulle magliette e i pullover con scollo a V, le espadrillas, il mio terrazzino da cui ammiravo la distesa gialla di primule a primavera o il silenzio bianco dell’inverno.

Da bambina ricordo le fughe in bicicletta, le ginocchia sbucciate sulle strade non asfaltate nei pomeriggi lunghi e assolati verso Ganda, a trovare la zia Agnese e tutti i cugini, in un divertimento polveroso e sudato sui pendii del monte Rena, verso “ol tribülì de Ganda” o nelle discese sotto il cimitero, isolato sul pianoro oltre l’abitato.

Già allora mi divertivo a creare storie, personaggi, avventure, partendo dalle strisce delle mattonelle di graniglia, o dei marmi della chiesa, la domenica.

La valle del Rovaro era uno spazio da esplorare dove potevo trovare la mia gemella, la mia me stessa come migliore amica, per diventare una cosa sola con l’erba, il cielo, la roccia, l’acqua, ascoltare i suoni nelle sue mille lingue segrete.

Dove sono tutti loro? Dove sono quei bambini degli Anni Sessanta che usavano la terra e il cielo come pista e come orizzonte? Che ne è stato di quella piccola bimba dietro la staccionata, a sbirciarmi birichina?

E perchè ultimamente  di quel tempo lontano tutto è riapparso più vivido? Come se si fosse alzato il velo di nebbia che lo offuscava e ogni ricordo è più nitido, più pulito, più fresco?

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