12 febbraio 1944: il piroscafo Oria e i 4200 militari italiani che scomparvero negli abissi

12 febbraio 1944:

il piroscafo Oria

e i 4200 soldati italiani

che scomparvero negli abissi

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“Dimmi dimmi mio Signore
dimmi che tornerà
l’uomo mio difendi dal mare
dai pericoli che troverà
troppo giovane son io
ed il nero è un triste colore
la mia pelle bianca e profumata
ha bisogno di carezze ancora
ha bisogno di carezze ora”

(Da “Il pescatore” di Pierangelo Bertoli, 1981)

C’è un luogo sperduto nel grande Mare Mediterraneo, sconosciuto alle mappe, invisibile agli occhi del mondo. C’è un luogo dove non brilla né il sole, né la vita, dove la sabbia non si calpesta, e dove il riposo tace. È un luogo azzurro sotto il mare, adagiato sul bianco fondale delle coste greche. È un relitto.

Custodisce i sogni spenti di 4200 marinai italiani, che solo oggi, a settanta anni di distanza, troveranno finalmente voce attraverso un monumento inaugurato lungo la statale Atene – Sunion.

Dopo l’8 settembre 1943, data cardine per l’evolversi dei fatti di guerra, i Tedeschi posero l’ultimatum all’esercito italiano: chi si fosse opposto sarebbe stato catturato. L’11 febbraio del 1944  migliaia di italiani che si erano rifiutati di aderire all’esercito tedesco, vennero imbarcati su un  piroscafo chiamato “Oria”, varato nel 1920 e prelevato ai norvegesi. Dovevano essere condotti verso i campi di lavoro in Germania, con la qualifica di I.M.I. (Internati Militari Italiani).

Ma la notte successiva, il 12 febbraio, l’”Oria” venne assalito da una tremenda tempesta al largo delle coste di Atene, urtò contro uno scoglio poco oltre l’isola di Patroklos  e colò a picco. Portò con sé tutti quei giovani militari, stipati e rinchiusi nelle stive. Fu una delle più grandi tragedie della Seconda Guerra Mondiale. Solo una trentina di soldati si salvò con l’aiuto dei soccorsi. Per giorni cercarono in tutti i modi di far fronte alla strage, ma invano.

Soldati di ogni parte d’Italia, molti anche bergamaschi, (di Aviatico, Rovetta, Antegnate, Caravaggio, Bagnatica, Ciserano, Spirano, Grone, Fara Olivana, Seriate…) su cui cadde l’oblio del tempo. Per anni quei ragazzi poco più che ventenni risultarono dispersi. Pochissimi corpi ebbero una sepoltura sulla terraferma, sepoltura anonima, pietosamente composta dalla gente dell’isola. Gente di mare, uomini dimessi e schivi, donne vestite di nero, vedove giovani già abituate ai tributi del mare. Nei giorni successivi avevano raccolto i poveri corpi straziati restituiti dai marosi, avevano pulito i pallidi volti e li avevano deposti gli uni accanto agli altri, per sempre “fratelli di un unico e solo reggimento”.

Oggi finalmente ecco una piccola luce oltre il buio della memoria, tenuta sempre viva dalle famiglie e dai discendenti. Insistentemente, caparbiamente, avevano continuato a cercare di dare un luogo, una croce ad un ricordo mai sopito.

Macchia mediterranea (costa di Cipro)
Macchia mediterranea (costa di Cipro)

Anche il punto esatto del naufragio non venne mai stabilito con certezza. Solo le onde, nel loro ritmico vagare,  portarono il lamento del cuore sulle ali del vento.

Finalmente poco tempo fa si riuscì a risalire all’elenco degli imbarcati e a localizzare, attraverso le moderne apparecchiature, il relitto. Al suo interno si è stabilito che vi siano ancora resti umani e oggetti che potrebbero aiutare ad identificare le vittime. Sono 176 i volti che hanno trovato un posto nel cuore. È stato infatti creato un “muro della memoria” sul sito www.piroscafooria.it  e 6 di essi sono della provincia bergamasca, tra cui un giovane soldato di Aviatico.

Il monumento in Grecia, opera dello scultore Thimios Panourgias, (morto nel giugno 2015) è stato eretto lungo la costa di fronte al luogo della tragedia, in territorio del comune di Saronikos, nella località “Charakas”, situata a poco più di 50 chilometri da Atene. Vi è una baia protetta dalle correnti, sulla cui spiaggia si depositarono molti corpi dei Caduti. Vennero seppelliti in fosse comuni nella sabbia oltre la macchia mediterranea, tra cespugli di mirto e rosmarino. Su un rialzo del marmo è stata collocata la riproduzione di una “gavetta”. Come se fosse stata lasciata lì improvvisamente, come se fosse in attesa di un ritorno. Ma loro, i ragazzi militari, non ritorneranno più. Se ne sono andati da tempo, senza mostrare alla vita le loro giovani speranze, senza più sogni, né giorni da dipingere. Solo una lapide, per loro, deposta sul fondale accanto al Relitto.

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Gavetta anni Trenta trovata in un mercatino a Jesolo

Le gavette rappresentano una storia scritta nell’alluminio, parte integrante dell’equipaggiamento di un soldato italiano, usata ancora oggi dai muratori dei paesi di montagna in trasferta in pianura.

Ognuno con la sua gavetta, personalizzata e tenuta in cara custodia, talvolta con incise parole, frasi o il proprio nome. Un ricordo di casa, un legame tenue e tintinnante con la propria terra. È stato grazie al ritrovamento di alcune gavette che è stato possibile dare un nome anche solo a pochi di quei poveri mariani perduti. Come quella finita nel 1995 nella rete di un pescatore, era di Domenico Borella, bergamasco.

Una gavetta in particolare serra il cuore di doloroso rimpianto: è quella ritrovata da un sub durante le ricerche. Seppur incrostata di cirripedi e muschio marino, si intravvedeva ancora una scritta, il nome di un ragazzo, Dino Menicacci. Forse durante un momento di pausa tra gli eventi della guerra, aveva anche inciso una frase lacerante “Mamma ritornerò da te”.

Negli anni successivi i corpi vennero trasportati nel Sacrario dei Caduti d’Oltremare a Bari, e là riposeranno per sempre.

Tramonto sull'Egeo
Tramonto sull’Egeo

L’ARTICOLO SU “L’ECO DI BERGAMO”

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