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Nella cripta dove riposa il prete martire di Dachau

Nella cripta dove riposa il prete martire di Dachau, don Antonio Seghezzi

La ripta ipogea aPremolo dove riposa don Antonio Seghezzi morto a Dachau

Don Antonio Seghezzi morì a Dachau. Era un sacerdote di Premolo, Alta valle Seriana, che fece una scelta coraggiosa. Tragica. Cosa avrà pensato nei suoi ultimi istanti? Quale forza l’avrà sostenuto?

Di sicuro avrà avuto paura. Tanta paura. Il  fatto che fosse un sacerdote non può dare per scontato che fosse pronto a morire. Nessuno lo è. Nemmeno Nostro Signore.

Eppure don Seghezzi accettò di diventare invisibile, un numero, uno scarto. Non si lamentò mai, non chiese nessun trattamento di favore. Il suo corpo si consumava, ma tenace non mostrava nessuna titubanza. Aiutava, sorreggeva, consolava, confortava. Finchè, stremato, morì sputando sangue. Tubercolosi. Era il 21 maggio 1945. In Italia continuavano i festeggiamenti per la Liberazione. L’Europa rivedeva il sole. I cancelli dei campi di concentramento venivano aperti uno dopo l’altro. Anche quelli di Dachau. Davanti agli occhi dei liberatori  americani centinaia di figure scheletriche, sperse tra le baracche. Quasi fantasmi. Molti morirono tra le braccia dei soldati. Tanti non sopportarono nemmeno un bicchiere di acqua. Altri cedettero alla febbre, alle infezioni. Anche don Seghezzi se ne andò. Ricoverato in un ospedale da campo, chiuse gli occhi senza rivedere la sua Valle Seriana. Il suo paese. Era il 21 maggio 1945. Aveva solo 39 anni. Di lui si persero le tracce fino al 1952, quando il parroco di Dachau ritrovò la sua tomba.

Il suo corpo ritornò in Italia il 23 novembre di quell’anno e dopo i solenni funerali celebrati a Bergamo venne sepolto nel cimitero di Premolo. La storia di don Seghezzi parte da Bergamo, dai ragazzi della Gioventù Cattolica al Centro Diocesano, li consigliava e li guidava senza sosta nel loro cammino di fede e di crescita. Molti di loro erano poi fuggiti sulle montagne a combattere ma don Seghezzi non li aveva mai abbandonati, anche a suo rischio.

Quando nell’autunno del 1943 le SS capirono che andava fermato, per costringerlo a cedere decisero di fare una rappresaglia contro l’Azione Cattolica e la stessa Chiesa. Appena l’ebbe saputo, don Seghezzi scelse di consegnarsi spontaneamente. Prima andò dal suo vescovo per chiedere parole di conforto, ma sapeva che consegnarsi era la cosa giusta da fare.

Don Seghezzi stato arrestato, rinchiuso in carcere e poi portato via da Bergamo, lontano, in una terra straniera, in Germania, in un campo di concentramento dal nome quasi bergamasco, Dachau.

In realtà era stato arrestato perché aveva aiutato dei giovani Partigiani, portando armi, viveri, munizioni, distribuendo volantini e messaggi. Un affronto per le autorità tedesche, unito al fatto che fosse proprio un sacerdote ad essere sovversivo. Eppure la sua forza non è mai venuta meno.

Sono salita a Premolo, al suo paese natale, per ricevere anche io un po’ della sua forza in questo tempo difficile e sperso.

Mi accoglie la chiesa parrocchiale di Sant’Andrea, appollaiata sul costone, la stessa dove il piccolo Antonio, nato il 25 agosto 1906, secondo di 10 fratelli, faceva il chierichetto.

Appena superata l’entrata un cartello indica la Cripta Ipogea dove don antonio riposa. Scendere nei sotterranei è come scendere nel cuore dell’umanità. Il percorso sembra una fiamma che si snoda nel cuore della chiesa. Gli elementi decorativi generano un luogo in pietra runica, impreziosito da colori e mosaici che catturano e riflettono la luce.  Una luce che piove dall’alto e che si mischia alle lampade artificiali creando una serie di onde di calore, vitalità, spirtualie unione tra uomo e Dio, ispirando un senso di libertà che si mescola al pianto, ma senza appesantirlo.

Don Antonio Seghezzi, il loculo

Finchè appare il grande salone dove, ai piedi dell’altare, un piccolo loculo testimonia i resti di don Antonio Seghezzi. Tutto è luminoso, aereo, leggero. Un impalpabile abbraccio sembra cingere i miei passi, il raccoglimento si fa preghiera, un senso di pace e quiete avvolge il cuore. La forza silenziosa di don antonio rimbalza come un’eco lungo le pareti.

Ma è davanti alla sua bara in legno scuro che trabocca l’emozione. In quella bara venne deposto il suo corpo martoriato dalla sofferenza. Una bara di legno, solida come i boschi delle nostre montagne.  Poco distante è esposto il suo letto, l’armadio, lo scrittoio. Uno scorcio di vita quotidiana, che lo rendono ancora più vicino al cuore, semplice nella sua missione di prete come era intesa una volta. Una vita da curato di paese. Il confidente della gente. Ci sono ancora le sue divise da cappellano militare, in Africa nel 1935, le sue medaglie. I suoi libri.

La bara di don Antonio Seghezzi
Il letto e il mobilio della camera di don Antonio Seghezzi
La divisa da cappellano militare di don Seghezzi
Lo struggente dipinto raffigurante don Seghezzi prigioniero a Dachau

I lavori per realizzare questo struggente progetto iniziarono il 2 marzo 2005 e terminarono il 19 agosto 2006, dopo 1350 ore di interventi e con il contributo decisivo dei volontari.

Nello stesso giorno le spoglie di don Antonio vennero riesumate dal cimitero del paese. Il giorno seguente, in occasione del centenario della nascita, vennero trasferite nella cripta ipogea, con la benedizione solenne del vescovo di Bergamo, Monsignor roberto Amadei. Il 21 dicembre 2020 Papa Francesco ha riconosciuto le virtù eroiche di don Seghezzi, dichiarandolo Venerabile.

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