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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Quel piccolo vecchio libro sui tre pastorelli a Fatima

pubblicato nel 1945

Libretto pubblicato nel 1945 dal giornalista e poeta Paolo Cenci “Tre pastorelli a Fatima” di proprietà di Aurora Cantini TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Mio papà Mansueto aveva un baule, quasi magico. Non vi erano contenuti oggetti di valore, né stoffe. Solo libri. Tantissimi. Mio papà era un minatore e un muratore di montagna, era stato emigrante per anni in Svizzera, partì subito dopo essere stato messo in congedo al termine della Seconda Guerra Mondiale, il 20 agosto 1947, a 22 anni. Rimase in Svizzera fino al 1965. In questi lunghi anni, oltre a mandare i soldi ai genitori a casa, nel paesino di Amora (Aviatico, Bergamo), seppur avendo solo frequentato la Terza elementare, cominciò a comprarsi libri, di storia, di religione, di cultura generale… e li aggiungeva uno a uno nel suo baule.

Da bambina io curiosavo in quel baule affascinata, ma quei libri erano troppo difficili per me. Ve ne era uno però che mi conquistò subito. Me lo presi quasi in braccio, serrandomelo al petto, come se avessi paura che qualcuno me lo volesse strappare di mano. Lo portai nella mia cameretta e da quel giorno non me ne separai più. Non chiesi a mio padre il permesso e lui mai disse nulla sul libro che non era più tra gli altri nel Baule.

Con il tempo il libretto si sfaldò e allora io, ragazzina adolescente, ci misi del nastro adesivo lungo tutto il dorsetto. Le pagine ingiallirono, il colore della copertina si scurì, da color carta da zucchero che era diventò un miscuglio di verde grigio azzurro, ma la storia che raccontava la sapevo quasi a memoria.

Oggi, dopo la Beatificazione il 13 maggio scorso ad opera di Papa Francesco dei due fratellini pastorelli di Fatima, Francisco e Giacinta Marto, morti ancora bambini a causa dell’epidemia di Febbre Spagnola, acquista un valore ancora più emozionante, speciale e mistico.

Il libretto si intitola “Tre Pastorelli a Fatima”, un fascicoletto di sole 40 pagine con cronaca e racconto di  Paolo Cenci, giornalista e poeta, sulla base delle illustrazioni della moglie Maria Cenci Soffiantini (1905 – 1993). Era stato pubblicato nel 1945, dice la didascalia in quarta di copertina: 

“Nihil obstat quominus imprimatur” Mediolani 10 Januari 1945 – Can. J. Maino

Imprimatur, in Curia Arch. Mediolani, die 16 – 1- 1945 – Can. Bernareggi

Finito di stampare il 25 aprile 1945 presso la Libreria Fratelli Vismara Sesto San Giovanni”

Mio papà Mansueto lo acquistò  il Primo Gennaio 1959 e ci scrisse sopra, in bella calligrafia in alto sulla copertina, il proprio nome e la data, quasi a sigillo di un evento molto importante, caro, prezioso.

Cantini Mansueto e la sua firma sul libretto scritto dal giornalista e poeta  Paolo Cenci nel 1945 “Tre pastorelli a Fatima”

Non saprò mai in quale contesto è nata l’occasione per comprarlo, né se mio papà lo desiderava da tanto, e perché volle “marchiarlo” come suo, forse per impedire che qualcuno se ne accapparrasse di nascosto.

Oggi sono sicura che lui sapesse bene che il libretto non sarebbe MAI ritornato nel Baule, ma che nelle mie mani non sarebbe andato perso, però non conoscere la sua storia un poco mi rammarica, mi dispiace, sapendo oggi quale elevata spiritualità avrebbe guidato le decisioni dei Papi circa la Santità di quei piccoli pastorelli sconosciuti alla Storia, che ebbero il privilegio e il grande e immane compito di portare il Messaggio di Pace della Vergine al mondo.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini DIRITTI RISERVATI

Nel 1945 infuriava la Seconda Guerra Mondiale, l’esercito italiano era allo sbando, molti giovani erano stati catturati, deportati, altri si erano nascosti sulle montagne per sfuggire alle retate naziste, tanti erano stati aiutati dai Preti Cattolici, di migliaia si erano perse le tracce nell’inferno della steppa, la popolazione era allo stremo, sfiancata e distrutta, mentre nei campi si sterminio si compiva l’Olocausto di un intero popolo… Anche mio padre nel gennaio del 1945 (data di elaborazione del libro) era in preda all’orrore e alla paura. Dopo l’8 settembre era riuscito a gettarsi rocambolescamente dal treno che lo stava portando in Germania, riuscendo a scendere lungo la scarpata poco fuori Verona, poi, a stenti, era riuscito a ritornare a piedi ai suoi monti e si era nacosto negli anfratti del Monte Cornagera per nascondersi ai Tedeschi.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: i tre piccini sono messi in prigione dal sindaco DIRITTI RISERVATI

Eppure la storia dei Tre Pastorelli e la loro tragica prova di piccoli coraggiosi e fieri (vennero addirittura incarcerati), spinse la chiesa a decidere che era giunto il momento di infondere al mondo martoriato e angosciato un anelito di Speranza, di Vita e di Innocenza. Decise di raccontare la storia di tre bambini semplici, umili e puri che con il loro esempio, ma soprattutto con la loro sofferta morte (Francesco morì il 4 aprile 1919 a 11 anni, la sorellina Giacinta se ne andò il 20 febbraio 1920 a 10 anni, da sola nell’ospedale di Lisbona, senza aver più potuto rivedere la cuginetta Lucia né i genitori e dopo aver sofferto dolori terribili) sicuramente avrebbero riportato Luce agli occhi spenti del mondo. E così è stato.

Mio papà probabilmente da anni aveva questo recondito desiderio, magari legato proprio agli orrori di cui era stato testimone oculare. Fino a coronare il suo sogno: avere nella propria casa il segno tangibile della Forza della Purezza, della Forza della Fede.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: la morte di Francesco DIRITTI RISERVATI

Due anni dopo l’acquisto del libretto, mio papà si sposò: era il 28 gennaio 1961. Tra le poche cose che portò con sé ci fu anche il suo Baule dei Libri, con il suo caro e prezioso contenuto: tra i libroni pesanti, tra i testi scritti anche in latino, provenienti da ogni parte d’Italia, c’era anche un piccolo libretto azzurro sbiadito, una storia di Cento anni fa (la prima apparizione avvenne il 13 maggio 1917). Una storia che racconta l’immortalità. Sicuramente lui sapeva che quel libretto sarebbe stato letto da uno dei suoi bambini, la sua figlioletta. Grazie Papà!

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: la morte di Giacinta DIRITTI RISERVATI

Il “Violino della Shoah” di Eva Maria Levi Segre, morta ad Auschwitz

Eva Maria Levi Segre FONTE WEB

Eva Maria Levi Segre aveva solo 22 anni quando fu arrestata dai Tedeschi a Tradate, dove si era rifugiata con i genitori e il fratello di 21 anni  fuggendo da Torino, la città dove aveva sempre abitato.

Non le lasciarono portare nulla con sé, mentre la caricavano sul treno bestiame alla stazione di Milano, tranne la cosa più preziosa che possedesse, il suo violino. Eva era un talento innato nella musica e sognava di suonare in una grande orchestra.

Strinse quel suo amato strumento, quasi un amico a cui confidare le sue angosce, fino ad Auschwitz.

Proprio grazie al suo violino e a quel suono melodioso e struggente che solo lei sapeva far nascere dalle sue corde, Eva scampò alla camera a gas e venne reclutata per comporre l’orchestrina femminile di Birkenau.

Poi dal giugno 1944 di Eva non si seppe più nulla. Morì nell’aprile di quello stesso anno, per cause ignote.

Eppure il violino ritrovò il richiamo di casa e ritornò in Italia tra le mani di Enzo, il fratello di Eva, l’unico della famiglia scampato al massacro, che dopo la Liberazione riuscì a rientrarne in possesso. Sul cartiglio interno Enzo vi fece scrivere il suo numero di matricola al campo di Auschwitz e un motto in tedesco “Musik macht frei”, “la Musica rende liberi”, in risposta alla frase che campeggiava sulle inferriate dei cancelli di ogni campo di sterminio del Terzo Reich “Il lavoro rende liberi”.

Il Violino della Shoah di Eva Maria Levi Segre FONTE WEB

Per anni Enzo Levi Segre portò in giro per il mondo quel violino sbrecciato e fragile, piccolo cuore di vita che ancora pulsava parlando di Eva. Tentò di resistere al dolore della perdita dell’amata sorellina e della madre (uccisa all’arrivo ad Auschwitz) ma il peso era troppo grande da sopportare ed Enzo decise di porre fine alla sua vita.

Il collezionista Carlo Alberto Carutti con il Violino della Shoah, appartenuto a Eva Maria Levi Segre morta ad Auschwitz

L’artefice del ritorno ad Auschwitz del Violino della Shoah è stato un collezionista di Cremona, Carlo Alberto Carutti, il quale, a 93 anni suonati, non ha dimenticato l’Olocausto e il tributo di sangue innocente sgocciolato da quelle disgraziate baracche. Per questo ha donato tutta la sua collezione di strumenti musicali al Museo della Musica di Cremona, con l’impegno che il Violino ritornasse ad Auschwitz. E così è stato.

Racconta Il Corriere della Sera in un articolo per la Giornata della Memoria parlando dei fratelli Levi: “Nel lager la madre Egle è immediatamente eliminata, mentre Enzo viene messo al lavoro in fabbrica. Eva Maria, grazie al suo violino, entra a far parte dell’orchestra di Birkenau. Le condizioni di vita aberranti del campo la conducono tuttavia a una rapida morte, nell’aprile del 1944. «Enzo non si arrese – prosegue Carutti -, recuperò il violino e sopravvisse fino alla liberazione del campo, nel 1945. Gli ci vollero più di cinque mesi per tornare a Torino, ma appena ne fu in grado lo portò a un liutaio perché lo restaurasse, aggiungendo una stella di Davide con il filetto in madreperla, il suo numero di matricola inciso sul fondo e il prezioso cartiglio, memoria della sorella e della violenza che l’aveva inghiottita». Enzo morì suicida nel 1958, il violino venne venduto e rimase nell’oblio fino alla riscoperta di Carutti. Ora, dopo essere stato restituito al mondo, suonerà perché nessuno dimentichi più la sua storia.”(  cit. articolo di Fabio Larovere )

Nel marzo scorso davanti al Campo di Auschwitz è stato creato un altare della memoria e lì quel violino antico e sofferente ha ripreso a suonare, portando oltre la bruma le sue note dolenti fino a ricongiungersi con le ceneri nel vento di oltre un milione di ebrei uccisi nel lager durante gli anni devastanti della Seconda guerra Mondiale.

Il 23 marzo 2017 dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano è partito il Treno della Memoria, dallo stesso binario da cui partirono i treni degli ebrei deportati nei campi di concentramento. Per moltissimi di loro non ci fu ritorno. Durava 5 giorni quel viaggio straziante e tragico, cinque giorni di terrore incontro all’inferno.

Insieme alle autorità, alla cittadinanza e ai Rappresentanti Sindacali della Cgil, Cisl e Uil, che organizzano ogni anno il viaggio, c’era anche il giornalista free lance e fotografo Giorgio Fornoni, oltre alle varie classi degli Istituti Superiori provenienti da tutta la Lombrdia con i loro insegnanti, uniti a dieci studenti del Liceo Lotto di Trescore. Centinaia di studenti e professori in silenzioso omaggio al Sacrario degli Innocenti Caduti sotto la sferza del Male.

Auschwitz FONTE WEB

I ragazzi sono rimasti impietriti, sgomenti davanti ai cumuli enormi di scarpe, occhiali, spazzole, valigie appartenuti agli ebrei prigionieri.  Tremanti hanno osservato le crudeli fotografie dei giorni successivi all’apertura dei cancelli dopo il 27 gennaio 1945.

Davanti ai cancelli di Auschwizt il Violino della Shoah, tra le mani della straordinaria Alessandra Romano, prima timidamente e poi con enfasi solenne, ha suonato il “Nigun”, coè la Preghiera Ebraica del mattino. Al termine un’ultima nota dolorosa e quasi di rabbia, che nel crepuscolo si acquietava fino a trasformarsi in goccia di speranza, in un singulto di pace. Il Violino della Shoah, che accompagnava con il suo doloroso e affranto abbraccio gli ultimi passi dei condannati nelle camere a gas, ha ripreso a sorridere, quasi un trillo di gioventù, facendo da corona alle risate della nuova gioventù, la nuova generazione, la sola che può portare davvero la Pace.

I fratelli Levi Segre deportati ad Auschwitz

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