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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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I commenti dei lettori per il Memoriale “Come una fiamma accesa ” sui fratelli Carrara soldati nella Grande Guerra

Libro dedicato ai 4 fratelli Carrara Caduti nella Grande Guerra

Libro dedicato ai  fratelli Carrara Combattenti e Caduti nella Grande Guerra

“Buongiorno Signora Aurora, in ritardo, ma ho voluto rileggere il Suo libro, che ho trovato molto bello da sfogliare, ben fatto. Per un neofita di sicuro dà nozioni base sul perché della tragedia della Grande Guerra. Apre una finestra di vita, di una Famiglia a cui vengono strappati cinque figli, di cui tre Cadono facendo il proprio dovere, umili Eroi, tra i tanti, che purtroppo nessuno ricorda. Grazie a Lei, le vicende dei Suoi Zii ora possono essere lette ed apprezzate.

Descrivono lo strazio di chi ha vissuto la perdita dei Figli, per il dolore la scomparsa del Padre e il logoramento fisico e mentale del Figlio primogenito, scampato con il Fratello alla Grande Guerra. Interessante la storia della Moglie di Celestino, altra tragedia nella tragedia.

Un bel libro che di sicuro farà riflettere i lettori, quali tragedie le Famiglie Italiane hanno dovuto patire per la pazzia e la voglia di potere di alcuni uomini.

Un occasione per ricordare quegli Eroi dimenticati, ma per me vivi nei miei giri che faccio nei luoghi dove si è combattuto. Gentilissima Aurora, sono poche le persone che con le parole sanno dare emozioni, Tu con le tue mi hai dato una grande emozione, nel leggere le tue parole, mi sono scese le lacrime. Ringrazio Te per aver saputo esprimere quello che provo quando visito i luoghi, a me Sacri, dove migliaia di Persona hanno dato la Loro Vita. Ringrazio il Sindaco ed il Capogruppo degli Alpini di Amora.

Quando ritornerò sul Cukla, porterò un fiore, a nome Tuo, per l’Alpino Fermo Antonio Carrara. Se vorrai visitare quei luoghi, sappi, che io Ti accompagnerò volentieri. Un Grazie di nuovo, Lino Ravani”

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“Ciao Aurora, innanzi tutto complimenti per la serata, grande affluenza e pubblico interessato, complimenti anche per il modo con cui affronti l’argomento. Non usi metodi accademici ma ti immedesimi nella parte della mamma o della zia che racconta il passato e le origini della propria famiglia. Se non si conoscono le proprie origini cresciamo orfani, senza legami, e senza esempi da seguire. Mauro Marchi, Cene”

“Cara Aurora
ricevo l’inaspettato libro sulla vita dei  poveri ragazzi Carrara, Alpini sfortunati ma ricordati da persone come lei, non moriranno mai! Non so come ringraziarla del pensiero, davvero molto gradito anche a mio marito che è un appassinato lettore di queste vicende. Solo in questi ultimi anni scopre, con i programmi tv, le letture moderne e il suo stesso libro, quanto quella guerra così idealizzata nel periodo della sua giovinezza sia stata in realtà il massacro di una generazione!
Quando andrò al Tonale, guarderò con occhi diversi tutti quei nomi e penserò a loro!
La saluto e le auguro di seguire questa sua strada. Annaluisa Palmirani, Bergamo”

DSCF3291“Gentile Aurora,
ho letto il suo libro; veramente commovente, quanta sofferenza, povera gente.
Grande merito il suo di aver fatto conoscere queste storie così che la memoria rimanga sempre “accesa”.
Per Fermo notavo che il ruolo parla di battaglione Edolo come primo reparto ed è plausibile perchè essendo di prima categoria non doveva andare subito al battaglione Val Camonica. Essendo appunto un battaglione “Valle”, cioè di Milizia Territoriale reclutava i soldati anziani (classi da 1874 e metà anni 1880) e i giovani ma di terza categoria, tipo figli unici con madre vedova o con qualche problema fisico. In teoria i battaglioni Valle dovevano stare in retrovia e svolgere compiti meno gravosi. Poi nella realtà sappiamo come è andata. Credo sia stato poi trasferito successivamente per riempire i numerosi vuoti tra morti, feriti, invalidi.
Per il fratello morto sulla Sgualdrina (in realtà si chiama Cornicciolo Presena, il nome Sgualdrina è stato dato dai soldati) sarebbe utile recuperare le pagine del diario del Battaglione Edolo per quel giorno. Probabilmente è stato un colpo di artiglieria perchè la battaglia per la presa del Presena-Monticelli-Sgualdrina è avvenuta un mese prima. Se avrò un’altra opportunità di andare a Roma proverò a cercare. Massimo Peloia, Gruppo Alpini Saronno”

“Cara Aurora, ho terminato di leggere il tuo libro. Mi è piaciuto tantissimo, mi ha riportato indietro nel tempo, a ricordare con nostalgia certi momenti della mia infanzia alle colonie, dove sono andata per tanti anni. Un dolce ricordo, legato anche al rammarico di non averlo più, va anche agli Ospedali Riuniti e alla loro storia legata a Bergamo. Rossana”

 

Quando il giovane Manzù soggiornava ad Aviatico

e si riposava sulla panca di pietra

Aviatico, a sx la strada dal Bar Dolci, in basso le case vecchie (oggi vicino c'è il campo di calcio)

Cartolina d’epoca di Aviatico con la mulattiera che scendeva dalla chiesa parrocchiale, a sx la strada dal Bar Dolci, in basso le case vecchie (oggi vicino c’è il campo di calcio)

Nella casetta poco lontano dalla chiesina di San Rocco di Aviatico, lungo la stretta viuzza che un tempo faceva parte della rete di vie dette “Via Mercatorum” che conducevano a Trafficanti e da qui in Valle Brembana e poi salivano fino al Passo San Marco e in Svizzera, una panchina di pietra attende silenziosa il ritorno della bella stagione.

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La panchina di pietra su cui riposava Manzù nella casa presa in affitto quando soggiornava ad Aviatico

Accanto mormora il vecchio noce e la contrada si muove docile al ritmo del vento secolare. Qui, ad Aviatico, su questa panchina, amava trascorrere ore serene di silenzioso riposo un personaggio oggi famoso in tutto il mondo, ma che in quegli anni lontani, nel 1934, era solo uno sconosciuto artista di 26 anni amante della montagna: Giacomo Manzoni, detto in dialetto bergamasco, “Manzù”, morto il 17 gennaio 1991.

La casa in Aviatico in cui soggiornava Manzù

La casa in Aviatico presa in affitto in cui soggiornava Manzù con il balcone e a sinistra la finestra  della camera da letto. A pian terreno si intravvede la pachina su cui Manzù soleva sedersi nei tersi pomeriggi estivi.

La casa in Aviatico presa in affitto in cui soggiornava Manzù

La casa in Aviatico presa in affitto in cui soggiornava Manzù e il balcone su cui si affacciava.

Vi era salito quell’estate in viaggio di nozze con la fresca sposa Tina, di origine milanese, (nome completo Antonia Oreni, morta a 94 anni il 17 agosto del 2007, oggi sepolta nel Cimitero Monumentale di Bergamo, tomba dei Manzoni) che aveva sposato il 13 gennaio di quell’anno, in cerca di una stanza in affitto per il mese di agosto, e aveva trovato calore e ospitalità a 300 lire nella casa di Teresina Carrara, che lì abitava con il marito Battista e le figlie piccole: Gemma e Rina.

La famiglia che ospitò Manzù ad Aviatico con le figlie da sinistra Nicolina, Rina, il papà Battista, la mamma Teresina, Gemma e Laurina

La famiglia Carrara che ospitò Manzù ad Aviatico; da sinistra le figlie Nicolina, Rina, il papà Battista, la mamma Teresina, Gemma e Laurinia, per gentile e personale concessione di Gemma Carrara

Manzù ne fu talmente conquistato da proseguire la permanenza estiva per altri sette o otto anni, fino a quando, cresciuta la famiglia, (due figliolette e un maschio, Pio, nato nel 1939) decise di spostarsi in Cima Aviatico, in casa di Caterina e Samuele (la casa c’è ancora).

Il corridoio di ingresso della casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

Il corridoio di ingresso della casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

Il letto matrimoniale in cui dormiva Manzù nella casa presa in affitto ad Aviatico

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Oggetti usati da Manzù nella casa presa in affitto quando soggiornava ad Aviatico

Uomo dolce e dimesso, riservato e quasi timido, trascorreva il tempo eseguendo schizzi sulla carta gialla del formaggio, oppure, nei giorni della fienagione, si mischiava ai contadini sul pendio e giocava con i bambinetti a “cip”, nascondino, tra i mucchi di fieno “i muntù dé fé”.

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Cartolina d’epoca di Aviatico, con la Via Mercatorum che conduceva alla chiesetta di San Rocco e Trafficanti. Segnata con una freccia si vede la casa presa in affitto in cui soggiornava Manzù

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Dal balcone della casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico si vede ancora la chiesetta di San Rocco

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Aviatico con il suo borgo antico e la casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava in paese

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L’arco della antica dogana del Grano sul tracciato della Via Mercatorum poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

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L’antico lavatoio sulla Via Mercatorum poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

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La Via Mercatorum nel borgo storico di Aviatico che conduce oggi alla chiesetta di San Rocco, poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava in paese

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La Via Mercatorum nel borgo storico di Aviatico che conduce oggi alla chiesetta di San Rocco, poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava in paese

Dodicesimo figlio di un calzolaio sacrestano della chiesa di Sant’Alessandro in Colonna, a Bergamo, Manzù conosceva bene la vita semplice di chi è abituato a tirare la cinghia e per questo divideva senza nessun timore la stessa cucina con la signora Teresina a turni (prima cenava una famiglia e poi l’altra). La sera era d’obbligo la recita del rosario, a cui Manzù non mancava mai, come pure alle funzioni della sera in chiesa. Tra le poche e semplici cose che la giovane sposa Tina aveva con sé vi era un lenzuolo splendidamente decorato e ricamato tutto a mano, molto ammirato dalla signora Teresina, durante le consuete operazioni di bucato. Un giorno Tina, vedendo la donna accarezzare il candido telo con un leggero e delicato tocco, e desiderando in qualche modo ripagare di tanta generosa amicizia e ospitalità, disse: «Teresa, se mi dà un lenzuolo semplice, io le dono questo come mio ricordo, mentre per me ricamerò un nuovo bordo a quello nuovo.»

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L’articolo di giornale apparso su L’Eco di Bergamo per la morte di Tina Manzù, per gentile concessione di Valeria Dentella

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Il necrologio per Tina Manzù su L’Eco di Bergamo, per gentile concessione di Valeria Dentella.

Per anni il prezioso lenzuolo abbellì il letto matrimoniale di Teresina e Battista, poi passò alla figlia Gemma, che ancora oggi, dopo oltre 80 anni, lo conserva con cura come un prezioso pegno d’affetto.

Gli intrecci di questa poetica storia annodano legami ancora più profondi: la figlia primogenita della signora Teresina, Rina, lavorava come domestica a Milano presso una famiglia che aveva una casa estiva ad Aviatico. Allo scadere del servizio per la ragazza si aprirono prontamente le porte di un’altra famiglia amata: quella dello stesso Manzù, che la prese presso di sé. Era una fanciulla laboriosa e competente, affidabile personcina di montagna solida e vigile, talmente necessaria alla sua nuova famiglia che le venne chiesto di seguire lo scultore anche a Roma, nella tenuta di Ardea, dove l’artista andò ad abitare e dove poi fu sepolto, laggiù dove iniziavano a vedere la luce le sue prime, eterne, maestose opere.

Ma un dolore improvviso e lacerante era in agguato: nel 1937 la prima figlia di Manzù, Laurinia, di appena due anni, chiuse i dolci occhi tra le braccia del papà (a causa di una polmonite). Manzù era distrutto, tutti coloro che avevano imparato ad amarlo lassù ad Aviatico lo circondarono di silenziosa e sollecita presenza. Solo lungo le mulattiere, tra l’erba appena mossa dal vento, al rintocco quieto delle campane del paesino, la sua anima lacerata trovava requie. Fu in quel periodo che ebbe la forza di esprimere alla buona amica Teresa una sofferta e dolcissima richiesta: dare il nome della propria figlioletta, Laurinia, alla neonata che stava aspettando. E così fu.

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Laurinia Manzù, per gentile e preziosa personalissima concessione di Laurinia Carrara

Mai si recisero i contatti con la famiglia di Aviatico, e prova ne furono i puntuali scambi di auguri per le festività, le lettere regolari, le notizie aggiornate dagli uni o dagli altri. E quando nel 1938 anche la seconda figlioletta, Donatella, non sopravvisse all’infanzia (per una diagnosi sbagliata), tutto il paese sotto la Cornagera pianse per l’amico Manzù, piansero i boschi nello stormir di foglia, piansero i ruscelli nello scrosciare inquieto.

I bambini crescevano, i tempi cambiavano, ma l’amicizia tra Gemma e Pio Manzù rimase salda nei ricordi: quasi coetanei (lui più giovane di soli quattro anni), erano cresciuti insieme in contrada, complici di giochi all’aperto e scorribande nei prati. Quando, il 26 maggio 1969, Gemma, ormai adulta, sentì alla radio la notizia dell’incidente mortale nei pressi di Torino in cui era stato coinvolto l’amico Pio ad appena trent’anni, un dolore profondo di rimpianto le serrò l’anima: quel bambino che correva tra l’erba verde, inseguendo la vita, tra giochi e giorni sereni, dov’era ormai?

Solo la settimana prima Pio era stato qualche giorno ad Aviatico dalla signora Brigida Carrara (presso cui soggiornava la zia Maria Manzoni) e le aveva detto che sarebbe partito per Roma, dove stava per essere inaugurata la mostra dedicata al papà. Laggiù si sarebbe fermato due o tre giorni, poi sarebbe ripartito per portarsi a Torino dove lo attendeva un importante lavoro con la Fiat: stava infatti per completare il progetto della realizzazione della Fiat 127. La signora Brigida si era preoccupata molto di questo “tour de force” e gli aveva ritpetutamente raccomanadato di stare attento sulla strada.

Nel periodo estivo in cui fu ospite in Cima Aviatico, Manzù partecipò alla Prima Comunione di un bambino vicino di casa, Edrisio, figlio della Petronilla che lo spitava in affitto, facendogli da Padrino, mentre la moglie Tina fu la Madrina della piccola Gemma. Il fratello più grande del ragazzino, Virgilio Dentella, fu poi assunto a Milano come autista personale dello scultore. Ad Aviatico, insieme all’artista, soggiornava spesso anche la sorella Maria Manzoni, sposata a Milano con il restauratore e pittore Mario Zappettini.

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Il restauratore Mario Zappettini, cognato di Manzù, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella.

Erano gli Anni Quaranta, infuriava la Seconda Guerra Mondiale e, come moltissimi altri milanesi, pure Maria con la sua famiglia fu costretta a sfollare dal capoluogo lombardo. Per lei iniziò un periodo di permanenza nel piccolo paese arroccato sotto il Monte Poieto, ad Aviatico, dove poter ritrovare pace e ricucire i dolorosi strappi di paura e di incertezza. Quei mesi furono ricchi di armonia e solidale vicinanza; il figlioletto Evenzio (nato nel 1938) fu iscritto alla prima classe della minuscola scuola elementare posta sul pianoro, circondata da prati e declivi (oggi trasformata nella Sede del Municipio)

Qui il ragazzino si inserì nell’innocente mondo dell’infanzia, lontano dai clamori della guerra e dall’odio dei grandi. Insieme a lui decine di compagni e compagne del posto (come Valeria Dentella e i fratelli, tra cui Edoardo, della la stessa età di Evenzio, mentre un altro figlio della Brigida, Egidio, era coscritto di Pio Manzù), con cui condivideva giorni sereni nelle stalle, nel fieno, a raccogliere narcisi, a giocare nella neve. Maria Manzoni mai dimenticò quel periodo doloroso ma nello stesso tempo ricco di vita e calore. Ritornò sempre ad Aviatico e rimase in contatto soprattutto con Brigida Carrara, la mamma di Valeria e dei fratelli del panificio- salumeria del paese.

Quando la stessa Valeria si sposò il 3 gennaio 1970, ricevette in dono da Maria Manzoni e dal marito Mario Zappettini una litografia di Manzù con la seguente dedica sul retro: “A Valeria e Virgilio per le loro nozze”. Essendo entrambi restauratori e pittori, Mario Zappettini e il figlio Evenzio restaurarono e pulirono  vari dipinti preziosi della chiesa parrocchiale del paese, riportandoli allo splendore originale. Fu durante uno dei lavori di restaturo nel 1970 Evenzio scoprì che sotto la tela di un dipinto della chiesa si celava una seconda opera risalente al ‘500. Anche Manzù operò nella chiesa di Aviatico, intagliando gli angioletti dei confessionali e decorando le bussole laterali con il suo tocco personale e prestigioso.

Dono di nozze a Valeria da parte di Maria Manzoni (sorella di Manzù) 3 gennaio 1970

Il dono di nozze a Valeria da parte di Maria Manzoni (sorella di Manzù) 3 gennaio 1970, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

Nel 1988 Maria venne colpita dal lutto per la morte del figlio Evenzio a Como, dove risiedeva e aveva fondato una scuola per restauratori e pittori seguendo le orme del padre, ma il legame con Aviatico era talmente forte che fece partecipe del suo dolore anche la famiglia di Valeria, inviandole il ricordo del figlio.

Il ricordo di Evenzio Zappettini, figlio di Maria Manzoni e di Mario

Il ricordo di Evenzio Zappettini, figlio di Maria Manzoni e di Mario, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

Ogni anno, in occasione della prima domenica di ottobre, festa della Madonna del Rosario di Aviatico, molto amata e sentita da tutti gli abitanti, i figli della Brigida scendevano a Bergamo e salivano in Città Alta per prendere la signora Maria per accompagnarla su, ad Aviatico. Le vecchie stanze dove un tempo trascorreva l’estate erano ormai state avviate ad altri destini, perciò la signora Maria trascorreva i giorni della festa nella casa di famiglia della Brigida. Da lì avrebbe potuto seguire la “minada” e ritrovare voci e volti degli amici mai dimenticati. Questo fece fino al 2007, l’anno prima della morte. Nel 2009 i fratelli Dentella, per ricordare Maria, invitarono i figli ancora una volta per la festa della Madonna del Rosario, ospitandoli nella loro casa.

La famiglia Manzù si spostò poi a Clusone per le vacanze estive, ma i giorni trascorsi sull’Altopiano rimasero nel cuore e nella memoria di ognuno dei protagonisti, che per riserbo e rispetto io non nomino personalmente. Nei loro volti e nelle loro parole si percepisce ancora oggi la grande stima nutrita soprattutto verso l’uomo Manzù: era uno di loro, tenace tronco legato alla terra, abituato  a sporcarsi del sudore della fatica, attaccato alle proprie radici bergamasche che mai rinnegò.

Maria fu l’unica sorella che seguì con dedizione incrollabile la carriera del famoso scultore e di frequente scendeva ad Ardea per stargli vicino. Era coscritta di un altro celebre personaggio della nostra terra bergamasca: Monsignor Loris Capovilla, il quale, spinto da profondo affetto, per il giorno dei funerali scrisse una lettera personale letta in chiesa dal genero Emanuele.

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Il ricordo di Maria Manzoni, sorella di Manzù, sposata Zappettini, con il testo scritto da Monsignor Loris Capovilla, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

 “(…) Maria, ti accolga Dio Padre che ti ha creato. Ti accolga Gesù, che è morto e risorto per te. Ti accolga lo Spirito Santo, che ha fatto della tua fragile persona un sacrario di meritorio servizio e di sconfinata bontà. (…)”

Anche dopo la scomparsa di Maria i contatti tra Valeria e la famiglia Manzù, in particolare con la signora Inge Manzù, non sono mai stati recisi e di frequente si telefonano.

Nel 2008 Valeria ricevette da Inge un dono prezioso e caro: in collaborazione con la fondazione Manzù, per celebrare il centenario della nascita del grande scultore (1908-2008), Inge con  i figli Mileto e Giulia fece emettere un francobollo di euro 0.60, che riproduce un particolare della scultura in marmo denominata “Guantanamera” realizzata da Manzù nel 1970 di cui Inge fu modella.

dono di Inge a Valeria

Guantanamera e il francobollo dedicato ai cento anni dalla nascita di Manzù, dono di Inge Manzù a Valeria, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

“Guantanamera” è il titolo di una famosa canzone cubana che Manzù e Inge cantavano spesso. Scrisse l’artista sulla pagina introduttiva al francobollo: “L’opera rappresenta un ritratto di Inge, l’unica modella della mia vita, così importante che ho sentito la necessità di sposarla”

Valeria conserva questo francobollo prezioso a tiratura ridotta in una custodia pregiata e unica e solo il profondo affetto che l’ha sempre unita alla famiglia Manzù, l’ha spinta ad accettare di rendere pubblica questa personale e commovente pagina della propria vita, al solo e unico scopo di contribuire a far conoscere la profonda umanità di un uomo grande e tenace, definito “Il Michelangelo del XX Secolo”.

IL COMMOVENTE INCONTRO AD ARDEA, AGOSTO 2016

Ecco qui di seguito le immagini esclusive dell’incontro ad Ardea tra Inge Manzù, il figlio Mileto e l’amica Valeria di Aviatico, accompagnata a Roma dal figlio Corrado, musicista come il papà Virgilio Dentella, e dalla nipote Nives (figlia dell’ autista di Manzù, di nome anch’esso Virgilio)

 

Corrado Dentella, Mileto Manzù, la signora Inge, Valeria Dentella e Nives Dentella ad Ardea, agosto 2016

Corrado Dentella, Mileto Manzù, la signora Inge, Valeria Dentella e Nives Dentella ad Ardea, agosto 2016, per gentile e personale concessione di Corrado, con l’approvazione di Inge Manzù

La tomba di Giacomo Manzù ad Ardea, per gentile e personale concessione di Corrado Dentella, con l'approvazione di Inge Manzù, agosto 2016

La tomba di Giacomo Manzù ad Ardea, per gentile e personale concessione di Corrado Dentella, con l’approvazione di Inge Manzù, agosto 2016

L'entrata al Museo Manzù ad Ardea, che la signora Inge fece aprire personalmente per l'amica Valeria di Aviatico, agosto 2016

L’entrata al Museo Manzù ad Ardea, che la signora Inge fece aprire personalmente per l’amica Valeria di Aviatico, agosto 2016

RINGRAZIAMENTI

Tutte le informazioni lette sono testimonianze dirette di persone che ad Aviatico hanno conosciuto e apprezzato Manzù con la semplicità e la coerenza tipiche della gente di montagna e che ancora hanno un affetto profondo verso il grande scultore. Solo su mia richiesta hanno accettato di concedere queste pagine commoventi ed estremamente personali della loro vita intima e familiare.

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia del grande Giacomo Manzù è dare conoscenza e memoria di un personaggio bergamasco oggi famosissimo e un omaggio al piccolo paesino incastonato nelle Orobie Bergamasche che lo accolse con affetto mai venuto meno, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca  ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte notizie cercate, molte ore di impegno.

Un ringraziamento caloroso a Gemma Carrara, che in un pomeriggio dolce di fine agosto, mi ha aperto le porte della sua casa paterna in Aviatico, raccontandomi dell’amicizia che legava la sua famiglia a Manzù. Ringrazio anche la sorella Laurinia, che ha preso lo stesso nome della figlioletta di Manzù, e che gentilmente, come donandomi una reliquia, mi ha permesso di fotografare il biglietto in memoria della piccina, morta a soli due anni.

Infine un carissimo ringraziamento a Valeria Dentella, del panificio-salumeria Dentella, che mi ha accolto nella sua casa facendo rivivere la commovente storia d’affetto con Maria Manzoni, sorella di Manzù. Ogni fotografia di questo articolo è per sua gentile e personale concessione.

L’ALTRO ALTOPIANO: CLUSONE E MANZÙ

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L’articolo su L’Eco di Bergamo dedicato a Manzù a Clusone, pagina 1

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L’articolo su L’Eco di Bergamo dedicato a Manzù a Clusone, pagina 2

Nicola Cilenti,

il cantore lucano che scrisse l'”Ode ad Amora”,

il minuscolo paesino arroccato sulle Prealpi Bergamasche

Foto di Giorgio Fossati, Amora vista da Bondo Petello

Foto di Giorgio Fossati, Amora vista da Bondo Petello

Il minuscolo paesino di Amora, una delle frazioni che compongono il Comune di Aviatico, sull’Altopiano di Selvino, Orobie Bergamasche, è rinomato per essere un belvedere che dà sulla Media Valle Seriana, in un abbraccio ideale a 360 gradi. Sembra davvero di toccare il cielo con un dito, afferrarlo e racchiudere nel cuore quel suo azzurro intenso, quasi diamantino, che brilla nelle giornate terse di primavera.

Tra le sue storie più significative vi è senz’altro la vicenda dei fratelli Carrara, Combattenti e Caduti nella Grande Guerra, nati nella contrada di Amora Bassa. Accanto agli eroici fratelli spicca la mistica storia dell’esile fratino questuante Fra Pacifico da Amora, (1883 – 1937) morto in odore di santità dopo una vita trascorsa percorrendo ogni giorno a piedi centinaia e centinaia di chilometri lungo le vie dell’Italia settentrionale e fino oltre confine.

Il paesino di Amora è stato decantato anche in poesia, attraverso quelli che un tempo erano detti “sonetti”: a Bergamo intorno al 1950 giunse dalla Basilicata il cantore di Lavello, Nicola Cilenti, (1883 – 1967) già famoso nella Lucania per i suoi componimenti poetici e le sue pubblicazioni. Intendeva  partecipare agli eventi letterari del momento, tra cui il rinomato Premio Nazionale di Poesia Città di Bergamo (oggi scomparso).

Nei giorni di permanenza in città si dedicò a visitare le meraviglie del posto e in una delle sue escursioni salì fino ad Amora seguendo la mulattiera da Albino (la Via Mercatorum). Conquistato dalla bellezza del paesino a strapiombo sulla valle in un aperto scenario naturale, scrisse un’Ode, pubblicata sulla rivista “ProAlbino” nel 1955.

ODE AD AMORA

La poesia ODE DI AMORA, di Nicola Cilenti

La poesia ODE DI AMORA, di Nicola Cilenti

“Sono figlia di Aviatico e su Albino mi affaccio, dominante: sono Amora.

Piccola e luminosa, come aurora risplendo, dentro raggi d’oro fino.

Trecent’anime ho in me, vive tutt’ora, trecento voci sole,

ma vicino m’è la Grazia di Dio e m’incammino a diventare

più splendida dimora.

Sotto il segno d’amor fui battezzata e in luce d’amor voglio restare presso la cara gente che m’è nata.

Piccola son, ma già così felice, e voglio ancora crescer

per donare altro amore ad ognun ch’è a me s’addice.”

Nicola Cilenti

Amora, 1971

Amora, 1971

NICOLA CILENTI, IL CANTORE DI LAVELLO

a cura di Michele Traficante

Nicola Cilenti su Siderurgikatv

Nicola Cilenti

Nicola Cilenti

Per conoscere questo poeta del Sud riporto testualmente le notizie apparse sul sito di Siderurgika TV,  a cura di Michele Traficante

“Nato nel 1883  collaborò anche con quotidiani e dedicò un poema a Padre Pio

Una comunità deve sempre essere fiera ed orgogliosa  dei suoi figli migliori. Importante e fortemente educativo è indicarli alle nuove generazioni perché possano trarne stimoli ed utili insegnamenti. Bene ha fatto, pertanto, l’Amministrazione Comunale di Lavello a scoprire nei giorni scorsi una lapide commemorativa a ricordo dell’illustre concittadino Nicola Cilenti proprio nel quartiere Sant’Anna, dove da piccolo egli si recava spesso a trovare i nonni e i cugini .

Nicola Cilenti è senza dubbio  uno dei cantori più sensibili del folclore lavellese. Fine poeta, dall’animo profondamente popolare, ha saputo come pochi cantare gli aspetti tradizionali più genuini della comunità di Lavello.

Nato il 19 giugno 1883 nella cittadina dauna, posta ai confini con la Puglia, dall’avv.Giuseppe e Giuseppina Fuggetta, Cilenti studiò presso il Convitto nazionale di Lucera, legandosi di sincero affetto ed amicizia con numerosi compagni di scuola. All’età di 16 anni (nel 1899) si trasferì a Roma per proseguire gli studi presso quell’Università ove si laureò nel 1906 in legge.

Conseguita la laurea Cilenti si fermò nella capitale ove esercitò con notevole successo la libera professione di avvocato. Amante delle lettere nello stesso tempo collaborò ad importanti giornali, quali “Il Giornale d’Italia “, “Il Mattino ” di Napoli”, “L’Ora ” di Palermo.  Pubblicò anche un volumetto di pregevolissime liriche in lingua italiana, “Notturni e Sinfonie” (Fracchia, Pescara, 1914) che gli diede notevole notorietà.

Pur vivendo lontano Nicola Cilenti sentiva struggente la nostalgia della terra natìa e, soprattutto, delle sette verdi cime del Monte Vulture, sulle cui propaggini, Lavello, egli è nato. “Io soffoco – egli esclama – tra gli alti palazzi de la città, io cerco il sole, il cielo, le stelle “. Nel 1950 pubblicò il volumetto “Sò turnato “, 113 sonetti in dialetto lavellese ( alcuni dei quali poi musicati ed interpretati da Mauro Antonio Gravinese), dedicato all’amico Giuseppe Solimene. Un vero atto d’amore per il suo paese natale, carico di emozionanti ricordi di personaggi e paesaggi suggestivi di Lavello.

Tornò effettivamente spesso, dopo tanti anni di lontananza, a Lavello ove ogni anno curava l’organizzazione delle “Sagre autunnali “, canzoni e folclore del suo paese.

Pubblicò ancora ” I sonetti della Montagna” (1952), “Poesia, musica della mia vita” (1953), “Domani partirò” (1956, “C’è sempre il sole” ( 1956).

Nel 1954 con la poesia in vernacolo “Gli ucch’ di r’ laviddese” ( Gli occhi delle lavellese) vinse a Gardone  Riviera il primo premio di un concorso nazionale di poesia dialettale. Nel 1955 a Bergamo vinse il primo premio nazionale con la traduzione  in dialetto de “L’infinito “ di Giacomo Leopardi

Sulla rivista ProAlbino del 1954 o 1955 appare la poesia “Ode ad Amora”, questo indica un possibile passaggio o visita al paesino che svetta su Albino.

Particolarmente significativa la descrizione in vernacolo lavellese (unico esempio di tal genere ) del suo pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo del 1949. Incantato dal misticismo del luogo e dalla ieratica figura del Frate di Pietrelcina, il poeta resta letteralmente conquistato dal fascino spirituale di Padre Pio, di cui pubblicherà, nel 1960, un poemetto, inserito poi in un fascicolo del “Convivio letterario di Milano”.

Con grande commozione e trasporto descrive i vari momenti della visita al convento, alla chiesetta, al contatto con il Fraticello delle stimmate e, soprattutto, alla celebrazione della sua santa messa. Così scrive al riguardo rivolgendosi ai lavellesi ed ai lucani in genere:

” E sò certe, paisà, ca padre Peje / affacciànnese sup’a a lu Gargàne / e vedenne lu Vòlture luntane / luccecà cu la Croce auzata a Dèje / vularrà benedè, de quanne n’ quanne, / Lavìdde e la Lucania e totte quante ! / ca, cum’ a me, lu prèghene ( e sò tante !) / de farce degne e vere crestijane “. ( E sono certo, paesani, che padre Pio / affacciandosi sopra il Gargano / e vedendo il Vulture lontano/ luccicare con la Croce innalzata a Dio/ vorrà benedire, di tanto in tanto, / Lavello e la Lucania tutta quanta! / che, come me lo pregano ( e sono tanti) / di farci degni e veri cristiani).

Nicola Cilenti morì a Genova, all’età di 84 anni, il 4 gennaio del 1967.

Nel 1981 lo chansionner lavellese Mauro Antonio Gravinese, ha musicato e magistralmente interpretato, producendo un’interessante audiocasseta, dieci dei più noti sonetti di Nicola Cilenti.

Recentemente la figura e l’opera di Nicola Cilenti sono state oggetto di approfondito studio da parte del prof. Saverio Caprioli che ha pubblicato un pregevole volume dal titolo “Pe’ sempe so turnato”. Per meglio onorare la nobile figura di Nicola Cilenti è auspicabile che la sua Città natale istituisca un concorso o premio letterario a lui intestato.”

                                                                          
                                          Michele Traficante

Dopo Cento Anni si conosce come morì il giovane

alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara,

dichiarato Disperso sul Monte Cukla il 2 agosto 1916, a 20 anni.

Carrara Fermo Antonio in una foto prima della chiamata al fronte, medalgione conservato fino alla morte dalla sorella maggioe Lugarda

Carrara Fermo Antonio in una foto prima della chiamata al fronte, medaglione conservato fino alla morte dalla sorella maggioe Lugarda

(Aurora Cantini: Fonte signor Massimo Peloia, Socio Alpini Saronno, Sezione Varese – documenti consultati presso l’Archivio Storico Stato Maggiore Esercito Roma)

La famiglia Carrara di Amora Bassa di Aviatico ebbe 5 figli mandati in guerra (4 alpini e 1 fante) dei 6 maschi di casa (erano in tutto 12 fratelli).

Tre di essi, Fermo Antonio, Enrico Vittorio Emanuele e Giovanni Agostino caddero al fronte uno per ogni anno di guerra e i loro corpi non tornarono più a casa, mentre il primogenito, il Sergente Elia Celestino, dopo 41 mesi sull’Adamello, si spense piano piano per le ferite e le conseguenze della guerra che avevano minato il corpo e lo spirito, sempre accudito dalla mamma Maddalena. La giovane moglie venne internata in manicomio a Vercelli per il dolore. Il papà morì di crepacuore nell’ottobre del 1919, quando era ancora lontano il quinto dei fratelli, il più piccolo, Bernardino, uno dei Ragazzi del ’99, mandato al fronte nel giugno del ’17 quando gli erano già morti due fratelli, e messo in congedo solo il 7 aprile 1920, l’unico a morire di vecchiaia a 87 anni.

Una famiglia di montagna che, oltre a non avere la consolazione di una tomba su cui piangere quei giovani ragazzi, dovette sopportare lo strazio del non sapere a  quale destino era andato incontro uno dei 3 Caduti al fronte: Fermo Antonio, perché di lui era rimasta solo l’attestazione “Disperso”.

articolo su Fermo Antonio Carrara disperso

L’articolo apparso su L’Eco di Bergamo il 1 agosto 2016 che racconta le nuove notizie su Fermo Antonio Carrara disperso sul Cukla il 2 aogsto 1916

Le notizie sul percorso militare dei fratelli Carrara, che la pronipote Aurora Cantini riuscì a trovare allo scopo di fare luce e dare luogo di sepoltura ai Caduti (raccolte poi nel memoriale “Come una fiamma accesa” uscito nel 2015), erano scarse e sintetiche.

Dall’Archivio di Stato di Bergamo il Ruolo Matricolare descriveva in modo scarno la breve vita militare del giovane alpino: “Soldato di leva di prima categoria, classe 1896, nato il 17 gennaio, tale  nel 5° Reggimento alpini Battaglione ValCamonica, giunto in territorio dichiarato in stato di guerra il 20 dicembre 1915, dichiarato disperso nel fatto d’armi del Monte Cukla (oggi Slovenia) quota 2105 il 2 agosto 1916, rilasciata dichiarazione di Irreperibilità

Dal Commissariato Generale per le Onorificenze Caduti in Guerra e dalla direzione Generale della Previdenza Militare e della Leva III Reparto, VIII divisione, V Sezione Albo d’Oro il Verbale di Irreperibilità non aggiungeva molto di più: “Il Comandante del Deposito 5° Reggimento Alpini attesta che Carrara Fermo di Angelo e Carrara Maddalena, nato il 17-1-1896 ad Aviatico 252^ Compagnia Battaglione ValCamonica prese parte il 2 agosto 1916 al fatto d’armi di quota 2105 (Monte Cukla), che dopo tale fatto egli scomparve e non venne riconosciuto tra i militari dei quali fu legalmente accertata la morte o che risultarono essere prigionieri. Che perciò è irreperibile e deve presumersi morto il 2 agosto 1916. Milano, 4 ottobre 1916”

Il fratello Bernadino Carrara, il più giovane dei 5 fratelli chiamati alla guerra, raccontava che Fermo si calò con una corda lungo lo sperone roccioso per eseguire una missione “spia” di esplorazione verso gli avamposti nemici. Ad un certo punto la corda smise di essere tesa, all’altro capo non vi era più nessuno. Quando i commilitoni ritirarono la corda scoprirono che Fermo era scomparso.

Poi, come spesso succede, la Vita porta sempre nuove sorprese: l’alpino Massimo Peloia, socio del Gruppo ANA Saronno, Sezione di Varese, si reca a fine giugno 2016 a Roma, Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito. Ha prenotato da mesi quella visita, perché c’è una richiesta altissima di consultare i diari dei Battaglioni ed è trepidante. Il suo scopo è raccogliere notizie sui fatti del Cukla – Rombon per realizzare un libro.

Nei mesi precedenti aveva navigato e attinto dal web il più possibile sul territorio ed era incappato nel giovane alpino Fermo Antonio (a cui è stata dedicata la poesia che dà titolo al memoriale) e nei suoi fratelli, rimanendo estremamente colpito dalla loro tragica storia e dalla loro famiglia spezzata dalla guerra.

Nella quiete degli ampi saloni ricolmi di documenti preziosi e antichi, scritti a pennino in bella calligrafia, il signor Peloia comincia a sfogliare con pazienza più di 2000 pagine dei Diari Storici dei Battaglione Alpinioltre ai carteggi dei Comandi della zona di guerra del Cukla-Rombon.

Poi eccolo là, un nome balza agli occhi: “Fermo Antonio Carrara”. Il diario storico del Battaglione alpini Ceva riporta giorno per giorno i fatti dell’agosto del 1916, in particolare i giorni immediatamente successivi al 2 agosto, quando disperatamente i compagni cercarono invano il giovane alpino scomparso. Rientrato a Saronno nei primi giorni di luglio Peloia rintraccia Aurora Cantini e le invia una lettera mail:

“Buongiorno signora Cantini,

sono Massimo Peloia, del Gruppo Alpini di Saronno, sezione di Varese. Ho letto con interesse della sua bella iniziativa di ricordare, già qualche tempo fa, i quattro fratelli Carrara; i miei complimenti per il suo impegno per mantenere viva la memoria dei nostri soldati e dei fratelli Carrara in particolare. Se può interessare posso aggiungere un contributo su Fermo, relativamente alla sua tragica fine. Viene dato per Disperso in quanto non fu mai identificata la salma, tuttavia sono chiare le cause della sua morte che avvenne durante una pattuglia notturna quando precipitò non dal Cukla ma dal Romboncino che si trova più su, a quota superiore, a poca distanza dalle truppe allora nemiche. Questi dati sono scritti in documenti recentemente ritrovati che ho avuto modo di consultare.

Innanzitutto la quota 2105 segnata sul Ruolo Matricolare di Fermo è identificata erroneamente Monte Cukla (questo per circoscrivere in modo generale la zona di guerra) mentre in realtà l’unico monte di questa quota è il Romboncino; inoltre la cima del Cukla (oltre ad essere più bassa) è un’altura dove è difficile precipitare e perdere la vita.

Il Battaglione Val Camonica era giunto sull’Adamello nel dicembre del 1915 e presumibilmente il ragazzo avrà incontrato il fratello maggiore Elia Celestino inquadrato nel Battaglione Edolo, ma poi nel mese di marzo 1916venne spostato a est, al Cukla, a presidiare i trinceramenti di confine. Era una zona impervia, con strapiombi quasi verticali dove già il 3 marzo del 1916 l’alpino ligure Casassa Andrea, era precipitato in un dirupo e mai più ritrovato; il Cukla-Rombon aveva una fama sinistra dovuta, come riportato su un ordine del Generale Cadorna: “all’asprezza della regione, ch’è forse la più ingrata del nostro schieramento sulla frontiera alpina”. Si preparava l’offensiva di settembre e l’ordine era cercare un passaggio lungo la parete Nord del Romboncino per cogliere di sorpresa gli Austriaci da tergo e conquistare la vetta del Rombon. Una prima pattuglia uscita alla ricerca di una via era rientrata stremata, dopo inutili tentativi. Un passaggio per risalire non esisteva.

Romboncino foto 20 settembre 1916, reperto personale di Massimo Peloia Capogruppo Ana Saronno

Romboncino foto 20 settembre 1916, reperto personale di Massimo Peloia Capogruppo Ana Saronno, per gentile concessione

Ma il comando fu irremovibile: l’ordine fu di cercare tra i soldati quelli abilissimi a scalare, “alpini scalatori provetti” dissero.

Certamente Fermo Carrara era un tipo in gamba, scelto dal suo ufficiale o magari datosi volontario, per una difficile pattuglia, sicuramente pratico di montagna. Capitava che i soldati alcune volte si proponessero in cambio di una licenza, un premio in denaro o solo per acquisire meriti per sperare in una promozione. 

Fermo Antonio era stato arruolato soldato di leva di prima categoria, in virtù della giovane età avrebbe dovuto restare nelle retrovie, ma probabilmente le perdite umane stavano aumentando follemente e in prima linea vennero mandati anche i più giovani, tra cui Fermo, che aveva solo 20 anni. Chissà quanta nostalgia di casa, quanto tremore al cuore, nel ritrovarsi là, sconosciuto tra sconosciuti, tra montagne inaccessibili e ostili.

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In quel periodo, metà giugno 1916, la sua compagnia, la 252ª del ValCamonica, aveva dato il cambio a un reparto di bersaglieri nel settore sinistra Cukla, nelle posizioni sui monti Palica e Romboncino. Le altre due compagnie del ValCamonica erano più giù sotto, nelle posizioni dette dell’Addolorata dove oggi ci sono i resti del cimitero di guerra.

Dopo i combattimenti tra febbraio e maggio 1916, sul Cukla non si erano più registrati fatti significativi, tuttavia i nostri Comandi intendevano lanciare una grande offensiva per conquistare la cima del Rombon e fare arretrare il nemico. A questo scopo si pensava di aggirare la parete del Rombon, quasi inaccessibile e quindi difficilmente attaccabile, cercando un passaggio a nord per prendere alle spalle il presidio di vetta. Per questo motivo si ordinò di fare uscire pattuglie notturne in direzione della Val Mozenca, dietro al Rombon per cercare questa via d’attacco senza farsi scoprire. Dovevano avanzare in fila indiana, appesantiti da zaino e armi, con l’aiuto solo della luce lunare e nel massimo silenzio, cercando di trovare un improbabile passaggio…. un’impresa pericolosa e quasi disperata.

La notte tra il 1 e il 2 agosto 1916 erano in 8: 2 ufficiali e 6 soldati semplici, percorsero un tratto della difficile parete fino momento in cui si verificò la disgrazia.

La  pagina Diario Storico Battaglione Alpini Ceva, conservato a Roma, riporta:

“2 agosto 1916: …nella notte un’ardita pattuglia, composta di 2 ufficiali e 6 alpini della 252ª compagnia alpina, tenta di scendere dal Romboncino per raggiungere Val Mozenca e colà conoscere appostamenti e difese nemiche. Il tentativo fallì; rientrarono tutti meno un soldato che precipitò sfracellandosi.” 

Carrara Fermo con la divisa da alpino

Carrara Fermo Antonio con la divisa da alpino, ottobre 1915. Morì il 2 agosto 1916 precipitando dal romboncino in una spdizione notturna.

Più avanti si trova anche un rapporto manoscritto di una pattuglia, in ricognizione sul versante settentrionale del Rombon, datato 6 agosto 1916:

“Al Comando Settore Saga

Oggetto: ricognizione sul versante settentrionale del Rombon

La sera del 4 corrente una pattuglia composta di due subalterni ed alcuni militari di truppa della 252ª compagnia è partita allo scopo di rintracciare il cadavere del soldato Carrara Fermo della stessa compagnia precipitato dalle rocce del Romboncino la notte dal 1 al 2 e di studiare la possibilità di giungere sul rovescio della cima Rombon, passando da Val Mozenca.

Detta pattuglia, rientrata ieri sera, ha riferito di non essere riuscita a scorgere il cadavere del Carrara e di non aver potuto proseguire a causa di insormontabili difficoltà stradali. Ieri stesso lo scrivente si è recato…”

Romboncino per Fermo Antonio Carrara

Carta Geografica del Romboncino, quota 2105, per Fermo Antonio Carrara, per gentile concessione dell’alpino Massimo Peloia, Gruppo ANA di Saronno

Certamente Fermo precipitò dai precipizi che cadono nella Val Mozenca e il suo corpo non fu mai più ritrovato e venne quindi dichiarato ufficialmente “Disperso”. I suoi poveri resti sono ancora tra le pietre del Rombon.”

Finalmente, dopo cento anni, a ridosso dell’anniversario della sua tragica fine il 2 agosto di cento anni fa, il giovane alpino bergamasco Fermo Antonio ritrova il suo nome pronunciato con la voce del ricordo, quasi un ritorno a casa.

(Aurora Cantini: Fonte signor Massimo Peloia, socio Alpini Saronno, Sezione Varese – documenti consultati presso l’Archivio Storico Stato Maggiore Esercito Roma)

DA MASSIMO PELOIA

“Grazie per l’articolo su Fermo, sono felice che sia stato ricordato cento anni dopo.
Spero proprio di riuscire a salire sul Rombocino a settembre e porterò anche la sua poesia. Ho pensato di lasciarla nella cassetta di metallo in cima al Rombon che contiene il libro di vetta dove gli escursionisti lasciano la loro firma, così da ricordare il giovane Carrara e tutti gli altri soldati Caduti. Ci tengo molto, speriamo di riuscire.

Ho trovato anche un altro documento toccante. È il verbale del ritrovamento di un quello che restava del corpo di un altro alpino, anch’egli finito in una spaccatura del Rombon e trovato solo cinque anni dopo la sua morte, riconosciuto dai dati contenuti nel piastrino. Oggi si trova all’Ossario di Caporetto, la sua famiglia era di una valle del Cuneese e dopo la guerra emigrò in Francia e non si è più saputo nulla. Purtroppo per Fermo non è stato possibile il recupero, ma il suo ricordo è ancora ben vivo grazie a Lei, è bello sapere che non è stato dimenticato. Massimo Peloia”

IL ROMBON E IL BATTAGLIONE VALCAMONICA

Dal libro “Tra le pieghe di una vita, il tenente Ingravalle e i dimenticati uomini del ValCamonica” di Sergio Boem

“Il Rombon era una roccia tagliata a picco verso gli Italiani. Dall’alto era sufficiente gettare anche solo delle pietre per respingere un attacco. Nell’agosto del 1915 un reparto italiano aveva scalato i pendii in silenzio e a scarpe fasciate, piantando le baionette nelle fessure della roccia per aiutarsi nella scalata. Avevano poi sloggiato gli Austriaci da 2 trincee poco sotto la sommità ma furono in seguito arginati da un robusto contrattacco degli Imperiali. Non giunsero rifornimenti né aiuti.

Il 16 settembre del 1916 gli Alpini stringono il cinturone in vita e lasciano a terra tutto quello che non è necessario. Hanno affidato alle sentinelle l’ultima lettera destinata a casa, mettono il fucile a tracolla ed escono nell’assoluto silenzio. Cinque battaglioni e migliaia di Alpini raggiungono strisciando tra i sassi le posizioni di partenza. E’ prima dell’alba. La luna rischiara i pendii del Rombon. Gli Austriaci tacciono, aspettano in un silenzio che fu definito “orribile”. Gli alpini superano i duecento metri che li separano dal filo spinato e a quel punto i nemici aprono un fuoco infernale. Gli Alpini dilagano sulle pietraie e raggiungono i grovigli di filo spinato, ma per morirvi. Non si trovano varchi nei reticolati, a nulla valgono le pinze.

Il ValCamonica riesce in parte ad oltrepassare alcuni reticolati ma il violento fuoco nemico lo inchioda sulle rocce. Centinaia ancora i metri da percorrere su un terreno scosceso, totalmente allo scoperto.  Sono fatte uscire in successione tutte e tre le squadre previste, in ubbidienza agli ordini dei lontani Comandi. Inchiodate dalle mitragliatrici, tormentate dai cecchini, le poche Compagnie superstiti devono attendere la notte per poter rientrare, a scaglioni, trascinando con sé i propri feriti. Il bilancio di quel giorno è drammatico: 63 ufficiali e 1560 alpini feriti, dispersi o caduti.”

 

RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia dei 5 fratelli Carrara Combattenti e Caduti nella Grande Guerra è dare conoscenza e memoria, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA. Grazie!

Un doveroso grazie al signor Massimo Peloia per le notizie ritrovate.

 

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