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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Tra gli alti boschi del Monte Perello

il Santuario che veglia sulla valle

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-FILEminimizer–veduta-aerea-santuario FONTE http://www.santuarioperello.it/dal-ns.-archivio.html

Per il villeggiante che soggiorna sull’Altopiano Selvino Aviatico molti sono i sentieri facilmente percorribili, che permettono di passeggiare a contatto con la natura, respirando aria tersa e pulita e lasciando vagare liberi i pensieri.

Tra le tante mete di grande suggestione e con panorami mozzafiato ve n’è una che non può mancare nei ricordi da custodire al rientro in città: è la passeggiata al Santuario della Beata Vergine del Monte Perello, nella parte orientale del gruppo del Monte Podona.

Si lascia l’auto al parcheggio del Palazzetto dello Sport, zona sud di Selvino, e subito un chiaro cartello indica la via. Il primo tratto in discesa si incunea in un fitto bosco di latifoglie, poi si comincia la leggera arrampicata.

FOTO 1 Scaletta nel bosco di Perello

Scaletta nel bosco di Perello

Una deliziosa staccionata lignea evoca storie di folletti e casette nel bosco, come una fiaba a cielo aperto, mentre il profumo di ciclamini e menta selvatica riempie il cuore di attese e sogni.

Percorrendo il sentiero che si snoda lungo i fianchi del Monte Podona, lo sguardo volge al cielo il suo saluto. Fanno compagnia i solitari stridi della poiana e la brezza leggera nello stormire tra gli alberi.

FOTO 2 Percorso nel bosco di Perello

Percorso nel bosco del Monte Perello

A destra la vista mozzafiato dei paesini arroccati sui pendii come pietruzze colorate gettate per ripicca al tempo degli Dei, mentre si supera lo scrosciare del torrente e i punti di belvedere.

FOTO 3 Sottobosco del Monte Perello

Il sottobosco del Perello

Più sotto si scorge il bianco paesino di Rigosa, una macchia candida quasi incastonata in uno scrigno di verde.

FOTO 4 Rigosa vista dal sentiero del Perello

Il paesino di Rigosa visto dal sentiero che porta al Santuario del Monte Perello

Poi, in una gola che separa le tante vallette, ecco aprirsi  la radura: in uno spiazzo aperto su un pianoro che invita al riposo, scavato nella montagna, appare la facciata linda e splendente del Santuario dedicata alla Vergine del Monte Perello.

FOTO 5 La chiesa del Monte Perello nel dipinto di Annalisa Carminati

La chiesa del Monte Perello nel dipinto di Annalisa Carminati

Si erge quasi intrappolato dal verde del monte omonimo che fa da spartiacque a 900 metri di altezza tra la Valle Seriana, con gli abitati di Salmeggia, Nembro, Alzano, e la Valle Brembana e paesi intorno, attraverso le forre del torrente Ambriola. Lungo il costone passava uno dei sentieri della Via Mercatorum, che conduceva sul lato ovest verso Nembro e Alzano, e dall’altro verso il Passo San Marco e la Svizzera.

FOTO 6 Il Santuario della Madonna del Perello nascosto nel verde estivo

Il Santuario della Madonna del Perello nascosto nel verde estivo

Non è un santuario appariscente e gagliardo, ma timido come fanciulla, tenacemente attaccato al costone che precipita verso il basso, verso il torrente Algua, quasi inaccessibile alla massa, alla gente.

Non mano d’uomo a confondere materia e diletto, non voci di piazza di contrada, non sfrecciare d’auto. Solo raccoglimento, riflessione, riposo, calma e frescura. Abbarbicato al santuario sta la foresteria che il Vescovo Gregorio Barbarico volle per ospitare i preti nei loro esercizi spirituali.

Anticamente denominato “Oratorio della Beata Vergine Maria ad Elisabetta nel Bosco del Perello”, è uno dei più antichi della bergamasca, si legge infatti sul sito del Comune di Selvino “cronologicamente è la seconda apparizione, dopo quella avvenuta alla Basella di Urgnano (Bg) nel 1356, canonicamente accertata  ed approvata in diocesi di Bergamo” e forse uno dei pochi incastonati in un totale verdeggiante scrigno di natura nella bergamasca, solitaria luce nel peregrinare dell’uomo.

FOTO 7 La chiesa del Monte Perello arroccata sullo sperone roccioso; in alto è ben visibile la strada e in basso il paese di Rigosa

La chiesa del Monte Perello arroccata sullo sperone roccioso; in alto è ben visibile la strada e in basso il paese di Rigosa

Un tempo era raggiungibile solo a piedi, attraverso mulattiere che si inoltravano nel bosco partendo da Selvino, da Sambusita/Rigosa o da Miragolo. Solo verso la fine del XX secolo esso fu collegato da una comoda strada che ancora oggi arriva sul piazzale antistante il Santuario stesso: è la strada provinciale n°28 Algua-Selvino, che si può percorrere sia dalla frazione Sambusita di Algua in direzione località Passata, oppure da Miragolo San Salvatore, o infine direttamente da Selvino, salendo al borgo di Salmeggia, sempre passando dalla località Passata.

FOTO 8 Il piccolo borgo di Salmeggia e la località Passata

Il piccolo borgo di Salmeggia e la località Passata, da dove si può raggiungere il Santuario del Perello

Dal tempo dell’Apparizione al povero contadino Ruggero intento a falciare fieno nelle radure tra la boscaglia fitta, il santuario ha accolto pellegrini, viandanti, uomini devoti, bisognosi, in un abbraccio silenzioso ed eterno. Non giunge qui il rumore del traffico, non giunge il cicaleccio della vita.

Ha l’aspetto di un antico eremo, reso ancor più massiccio e possente anche dal campanile longilineo, con i locali per abitazione del custode (un tempo chiamato “romito”, eremita, figura fondamentale nel passato, perché aveva il compito di custodire il Santuario ma soprattutto di accogliere ogni pellegrino, in ogni ora del giorno o della notte, ancora oggi presente anche se non più residente fisso), la foresteria alloggio e ristoro dei pellegrini e le tre chiese costruite una sopra l’altra.

FOTO 9 L'abitazione del Romito

L’abitazione del Romito

La più antica delle tre chiese è oggi la Cripta dove sono avvenute le Apparizioni, chiusa a botte come sigillata nel suo scrigno.

Della seconda, costruita nel 1468 insieme al campanile per contenere il sempre maggior afflusso di pellegrini, è rimasto poco, mentre la terza, realizzata a ridosso, venne edificata tra il 1560 e il 1575.

Nel tempo opere pittoriche, sculture e affreschi hanno impreziosito le pareti della chiesa: nomi famosi come Carlo Ceresa, Gian Paolo Pace detto L’Olmo, Marinoni di Desenzano di albino, vigilano accanto ad altri più sconosciuti, ma eternamente vivi nel loro amore verso la Vergine.

Commovente il legame che da sempre lega il Santuario ai suoi emigranti: dai luoghi dove giungevano non mancavano di far pervenire al Santuario oggetti e ricordi a testimonianza di devozione, un suggello di buon augurio e di fede convinta e mai vinta. 

FOTO 10 I dipinti nel Santuario del Perello

I dipinti nel Santuario del Perello

Due dipinti che raffigurano l’Apparizione sono opera di Pietro Baschenis, un esponente della famiglia di pittori nota in tutta la Valle Brembana. Numerosi sono gli affreschi della “Madonna del latte”, tra cui quello proveniente dal borgo ormai scomparso di Predale sotto Ama, molto invocata dalle puerpere del tempo affinché, in un periodo in cui non esistevano ancora pappe ed omogeneizzati, garantisse latte a sufficienza per permettere ai neonati di superare il primo anno di vita. Nel 2009, grazie all’interessamento di Don Valerio Ghilardi, originario di Selvino, e con l’aiuto di Guido Carrara, si è riusciti a ritrovare l’affresco a Cenate, in casa di una delle nipoti del parroco che l’aveva tolto dalla parete negli anni Sessanta, don Francesco Berbenni. Attraverso vari contatti con gli eredi, finalmente questo antico affresco, espressione della pittura popolare, è ritornato sull’Altopiano ed ha trovato degna collocazione nel Santuario della Beata Vergine Madonna del Perello, di cui don Valerio è guida spirituale.

FOTO 11 L'affresco che abbelliva una delle case dell'antico borgo di Predale, sotto Ama

L’affresco che abbelliva una delle case dell’antico borgo di Predale, sotto Ama

Nella terza chiesa si può ammirare un secondo gruppo statuario dell’Apparizione, opera dello scultore Alessandro Cappuccini di Milano.

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La statua della Madonna e del contadino Ruggero, FONTE http://www.santuarioperello.it/dal-ns.-archivio.html

Per secoli l’amministrazione del Santuario fu tenuta dai sindaci e parrocchiani di Rigosa e Sambusita, comproprietarie del Santuario, sotto la giurisdizione del Vescovo di Bergamo. Oggi le due parrocchie sono fuse e quindi il sacro luogo, aperto dal Lunedì dell’Angelo fino al Primo Novembre, Solennità di tutti i Santi, è gestito dal Rettore del Santuario, che è anche il “parroco pro tempore della Parrocchia di Rigosa di Algua, in qualità di Presidente di una commissione di nomina popolare confermata dal Vescovo, coadiuvato da un sacerdote diocesano nelle vesti di cappellano”.

FOTO 13 L'Annullo filatelico

L’Annullo filatelico per il Giubileo del 2013

IL 2 LUGLIO 1413

Quella lontana giornata del 2 luglio 1413 era stata calda e soleggiata. Un tempo i valligiani vivevano dei lavori nei campi e anche il contadino Ruggero Gianforte de Grigis, del paese di Rigosa, si era portato sul far del mattino verso il crinale che scende lungo i fianchi del Monte Perello, sopra Rigosa, in territorio di Algua, per falciare i piccoli appezzamenti di prato tra i boschi di faggi- carpini e frassini.

La falce si muoveva veloce e con un tocco di gomito si creavano le “andane”, lunghe strisce di fieno simili a boccoli dorati di fanciulla, che si creavano andando avanti nel percorso di taglio.

FOTO 14 Le tipiche andane di fieno lungo i pendii di montagna

Le tipiche andane di fieno lungo i pendii di montagna

Ad un tratto ecco apparire, mirabile e stupefacente, una figura di donna. Riporta il testo della guida al Santuario: “In un primo momento, incerto dell’improvvisa visione, si dice che il buon uomo non fece nessun cenno di riverenza e “manco si tolse il cappello”.  La Visione, una donna dal manto lungo fino ai piedi, ricomparve e Ruggero si inginocchiò, sopraffatto dall’emozione.

La Madonna lo rincuorò, pronunciando parole leggere come la brezza tiepida, e chiedendo che in quel luogo impervio, lontano dal mondo, nascosto agli occhi del benessere, celato ai desideri terreni, venisse eretta una chiesa, costruita dalle mani operose e instancabili degli abitanti di Rigosa e Sambusita, a cui i paesani facevano capo come Parrocchia.

Per quattro volte apparve, e nell’ultima presenza, come prova del luogo esatto e attestato di veridicità nei confronti dei popolani, fece nascere da un ceppo di faggio marcio lì nei pressi, un ramoscello di ulivo verdeggiante e frondoso.

FOTO 15 L'Apparizione al contadino Ruggero

L’Apparizione al contadino Ruggero

Dopo una iniziale incredulità, dettata giustamente dall’evento mirabolante e sorprendente per gente abituata solo a chinare il capo sotto il sole e lavorare nei campi, gli abitanti di Rigosa uniti a quelli dell’altra frazione di Algua, Sambusita, si recarono a frotte sul luogo e davanti al prodigio del ramoscello d’ulivo, pianta impossibile da coltivare a quell’altitudine, si misero all’opera.

Scavarono il cuore del monte Perello e con pale e picconi, punta e mazza, appianarono il tratto di pendio al fine di costruire una chiesa. Il sentiero venne allargato ed era un continuo viavai instancabile di uomini e lavoranti, ragazzi con la “schisèta” (gavetta) del pranzo, donne con i “pignetì” di latte fresco o acqua, o minestrone, o zuppa.

Il ceppo di faggio secco con il virgulto semprevivo di ulivo venne rinchiuso nell’alcova e rimase visibile fino all’epoca della Visita Pastorale del Vescovo Ruzzini, nel 1705. Fu poi “murato per ordine del Vescovo per evitare manifestazioni di superstizione” come si legge nei documenti ufficiali.

Da allora molti prodigi, ex voto, devozioni e suffragi, hanno riempito gli antichi e sacri muri, a testimonianza del grande e forte legame con la terra di montagna e i suoi abitanti.

Gli studiosi si sono a lungo interrogati sul significato profondo del virgulto d’ulivo: a quel tempo, a causa dell’imperversare della guerra tra Guelfi e Ghibellini che aveva stravolto ed era dilagata anche in Valle Brembana, in Valle Serina e sull’Altopiano Selvino Aviatico, numerose erano le faide tra famiglie, tra borgate, all’interno di uno stesso gruppo familiare, e il miracolo dell’ulivo si può considerare una richiesta divina alla Pace.

In realtà per circa tre secoli l’evento dell’Apparizione è stato tramandato solo oralmente dagli abitanti della zona. Di questa mancanza di  documenti scritti e delle ricerche fatte a partire dal 1613, ne fa fede una annotazione nel libro dei conti conservato nell’Archivio del Santuario.

Eppure furono molte le personalità illustri che trovarono ristoro e meditazione tra le mura del Santuario: primo fra tutti San Carlo Borromeo a fine settembre del 1575, il quale aveva fatto tappa al Perello durante la sua visita sull’Altopiano di Selvino Aviatico, come testimonia la Cappelletta a lui dedicata situata all’inizio del paesino di Amora. Quasi cento anni dopo, nel settembre 1658, fu il Vescovo di Bergamo  San Gregorio Barbarico a inginocchiarsi dinanzi alla Vergine.

 Un ricordo significativo e commovente viene narrato: “Un certo Vincenzo Carminati, di Nese, dall’età di 3 anni, portato nella gerla dai genitori, e fino all’anno della morte a 101 anni di età, non mancò mai l’appuntamento annuale con la Madonna del Perello.”

L’Incoronazione della statua della Madonna del Perello avvenne l’11 agosto 1963, in occasione del 550° anniversario dell’Apparizione, e fu benedetta dal Vescovo di Norcia Monsignor Alberto Scola, essendo venuto a mancare 8 giorni prima il Vescovo di Bergamo Monsignor Giuseppe Piazzi.

Nell’archivio del Santuario sono inoltre conservate due pergamene papali, una di Alessandro VI datata 1498, l’altra di Urbano VIII del 1626 (che si possono osservare in riproduzione nella chiesa di mezzo): entrambe danno disposizioni in merito al Santuario e certificano l’esistenza in quel luogo del culto della Vergine Santissima. “Oh, pellegrino, questo luogo che ti accinge così tanto, è stato eretto nel segno della Fede e dell’Amore: tutto in esso vuol parlare al tuo cuore, per condurti ad esprimere devozione e santità. Guarda ed ammira ogni cosa, ma non tralasciare il raccoglimento del luogo e non resistere al suo richiamo.”

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Cartolina d’epoca con il Santuario del Perello e sullo sfondo, in alto a sinistra, la maestosa facciata della Sciesopoli di Selvino (per gentile concessione di Giuseppe Pino Bertocchi)

 Sciesopoli Selvino

 

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia del Santuario del Perello è dare conoscenza e memoria di un angolo bergamasco di grande valore, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca  ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA. GRAZIE.

Quando il giovane Manzù soggiornava ad Aviatico

e si riposava sulla panca di pietra

Aviatico, a sx la strada dal Bar Dolci, in basso le case vecchie (oggi vicino c'è il campo di calcio)

Cartolina d’epoca di Aviatico con la mulattiera che scendeva dalla chiesa parrocchiale, a sx la strada dal Bar Dolci, in basso le case vecchie (oggi vicino c’è il campo di calcio)

Nella casetta poco lontano dalla chiesina di San Rocco di Aviatico, lungo la stretta viuzza che un tempo faceva parte della rete di vie dette “Via Mercatorum” che conducevano a Trafficanti e da qui in Valle Brembana e poi salivano fino al Passo San Marco e in Svizzera, una panchina di pietra attende silenziosa il ritorno della bella stagione.

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La panchina di pietra su cui riposava Manzù nella casa presa in affitto quando soggiornava ad Aviatico

Accanto mormora il vecchio noce e la contrada si muove docile al ritmo del vento secolare. Qui, ad Aviatico, su questa panchina, amava trascorrere ore serene di silenzioso riposo un personaggio oggi famoso in tutto il mondo, ma che in quegli anni lontani, nel 1934, era solo uno sconosciuto artista di 26 anni amante della montagna: Giacomo Manzoni, detto in dialetto bergamasco, “Manzù”, morto il 17 gennaio 1991.

La casa in Aviatico in cui soggiornava Manzù

La casa in Aviatico presa in affitto in cui soggiornava Manzù con il balcone e a sinistra la finestra  della camera da letto. A pian terreno si intravvede la pachina su cui Manzù soleva sedersi nei tersi pomeriggi estivi.

La casa in Aviatico presa in affitto in cui soggiornava Manzù

La casa in Aviatico presa in affitto in cui soggiornava Manzù e il balcone su cui si affacciava.

Vi era salito quell’estate in viaggio di nozze con la fresca sposa Tina, di origine milanese, (nome completo Antonia Oreni, morta a 94 anni il 17 agosto del 2007, oggi sepolta nel Cimitero Monumentale di Bergamo, tomba dei Manzoni) che aveva sposato il 13 gennaio di quell’anno, in cerca di una stanza in affitto per il mese di agosto, e aveva trovato calore e ospitalità a 300 lire nella casa di Teresina Carrara, che lì abitava con il marito Battista e le figlie piccole: Gemma e Rina.

La famiglia che ospitò Manzù ad Aviatico con le figlie da sinistra Nicolina, Rina, il papà Battista, la mamma Teresina, Gemma e Laurina

La famiglia Carrara che ospitò Manzù ad Aviatico; da sinistra le figlie Nicolina, Rina, il papà Battista, la mamma Teresina, Gemma e Laurinia, per gentile e personale concessione di Gemma Carrara

Manzù ne fu talmente conquistato da proseguire la permanenza estiva per altri sette o otto anni, fino a quando, cresciuta la famiglia, (due figliolette e un maschio, Pio, nato nel 1939) decise di spostarsi in Cima Aviatico, in casa di Caterina e Samuele (la casa c’è ancora).

Il corridoio di ingresso della casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

Il corridoio di ingresso della casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

Il letto matrimoniale in cui dormiva Manzù nella casa presa in affitto ad Aviatico

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Oggetti usati da Manzù nella casa presa in affitto quando soggiornava ad Aviatico

Uomo dolce e dimesso, riservato e quasi timido, trascorreva il tempo eseguendo schizzi sulla carta gialla del formaggio, oppure, nei giorni della fienagione, si mischiava ai contadini sul pendio e giocava con i bambinetti a “cip”, nascondino, tra i mucchi di fieno “i muntù dé fé”.

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Cartolina d’epoca di Aviatico, con la Via Mercatorum che conduceva alla chiesetta di San Rocco e Trafficanti. Segnata con una freccia si vede la casa presa in affitto in cui soggiornava Manzù

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Dal balcone della casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico si vede ancora la chiesetta di San Rocco

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Aviatico con il suo borgo antico e la casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava in paese

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L’arco della antica dogana del Grano sul tracciato della Via Mercatorum poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

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L’antico lavatoio sulla Via Mercatorum poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

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La Via Mercatorum nel borgo storico di Aviatico che conduce oggi alla chiesetta di San Rocco, poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava in paese

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La Via Mercatorum nel borgo storico di Aviatico che conduce oggi alla chiesetta di San Rocco, poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava in paese

Dodicesimo figlio di un calzolaio sacrestano della chiesa di Sant’Alessandro in Colonna, a Bergamo, Manzù conosceva bene la vita semplice di chi è abituato a tirare la cinghia e per questo divideva senza nessun timore la stessa cucina con la signora Teresina a turni (prima cenava una famiglia e poi l’altra). La sera era d’obbligo la recita del rosario, a cui Manzù non mancava mai, come pure alle funzioni della sera in chiesa. Tra le poche e semplici cose che la giovane sposa Tina aveva con sé vi era un lenzuolo splendidamente decorato e ricamato tutto a mano, molto ammirato dalla signora Teresina, durante le consuete operazioni di bucato. Un giorno Tina, vedendo la donna accarezzare il candido telo con un leggero e delicato tocco, e desiderando in qualche modo ripagare di tanta generosa amicizia e ospitalità, disse: «Teresa, se mi dà un lenzuolo semplice, io le dono questo come mio ricordo, mentre per me ricamerò un nuovo bordo a quello nuovo.»

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L’articolo di giornale apparso su L’Eco di Bergamo per la morte di Tina Manzù, per gentile concessione di Valeria Dentella

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Il necrologio per Tina Manzù su L’Eco di Bergamo, per gentile concessione di Valeria Dentella.

Per anni il prezioso lenzuolo abbellì il letto matrimoniale di Teresina e Battista, poi passò alla figlia Gemma, che ancora oggi, dopo oltre 80 anni, lo conserva con cura come un prezioso pegno d’affetto.

Gli intrecci di questa poetica storia annodano legami ancora più profondi: la figlia primogenita della signora Teresina, Rina, lavorava come domestica a Milano presso una famiglia che aveva una casa estiva ad Aviatico. Allo scadere del servizio per la ragazza si aprirono prontamente le porte di un’altra famiglia amata: quella dello stesso Manzù, che la prese presso di sé. Era una fanciulla laboriosa e competente, affidabile personcina di montagna solida e vigile, talmente necessaria alla sua nuova famiglia che le venne chiesto di seguire lo scultore anche a Roma, nella tenuta di Ardea, dove l’artista andò ad abitare e dove poi fu sepolto, laggiù dove iniziavano a vedere la luce le sue prime, eterne, maestose opere.

Ma un dolore improvviso e lacerante era in agguato: nel 1937 la prima figlia di Manzù, Laurinia, di appena due anni, chiuse i dolci occhi tra le braccia del papà (a causa di una polmonite). Manzù era distrutto, tutti coloro che avevano imparato ad amarlo lassù ad Aviatico lo circondarono di silenziosa e sollecita presenza. Solo lungo le mulattiere, tra l’erba appena mossa dal vento, al rintocco quieto delle campane del paesino, la sua anima lacerata trovava requie. Fu in quel periodo che ebbe la forza di esprimere alla buona amica Teresa una sofferta e dolcissima richiesta: dare il nome della propria figlioletta, Laurinia, alla neonata che stava aspettando. E così fu.

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Laurinia Manzù, per gentile e preziosa personalissima concessione di Laurinia Carrara

Mai si recisero i contatti con la famiglia di Aviatico, e prova ne furono i puntuali scambi di auguri per le festività, le lettere regolari, le notizie aggiornate dagli uni o dagli altri. E quando nel 1938 anche la seconda figlioletta, Donatella, non sopravvisse all’infanzia (per una diagnosi sbagliata), tutto il paese sotto la Cornagera pianse per l’amico Manzù, piansero i boschi nello stormir di foglia, piansero i ruscelli nello scrosciare inquieto.

I bambini crescevano, i tempi cambiavano, ma l’amicizia tra Gemma e Pio Manzù rimase salda nei ricordi: quasi coetanei (lui più giovane di soli quattro anni), erano cresciuti insieme in contrada, complici di giochi all’aperto e scorribande nei prati. Quando, il 26 maggio 1969, Gemma, ormai adulta, sentì alla radio la notizia dell’incidente mortale nei pressi di Torino in cui era stato coinvolto l’amico Pio ad appena trent’anni, un dolore profondo di rimpianto le serrò l’anima: quel bambino che correva tra l’erba verde, inseguendo la vita, tra giochi e giorni sereni, dov’era ormai?

Solo la settimana prima Pio era stato qualche giorno ad Aviatico dalla signora Brigida Carrara (presso cui soggiornava la zia Maria Manzoni) e le aveva detto che sarebbe partito per Roma, dove stava per essere inaugurata la mostra dedicata al papà. Laggiù si sarebbe fermato due o tre giorni, poi sarebbe ripartito per portarsi a Torino dove lo attendeva un importante lavoro con la Fiat: stava infatti per completare il progetto della realizzazione della Fiat 127. La signora Brigida si era preoccupata molto di questo “tour de force” e gli aveva ritpetutamente raccomanadato di stare attento sulla strada.

Nel periodo estivo in cui fu ospite in Cima Aviatico, Manzù partecipò alla Prima Comunione di un bambino vicino di casa, Edrisio, figlio della Petronilla che lo spitava in affitto, facendogli da Padrino, mentre la moglie Tina fu la Madrina della piccola Gemma. Il fratello più grande del ragazzino, Virgilio Dentella, fu poi assunto a Milano come autista personale dello scultore. Ad Aviatico, insieme all’artista, soggiornava spesso anche la sorella Maria Manzoni, sposata a Milano con il restauratore e pittore Mario Zappettini.

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Il restauratore Mario Zappettini, cognato di Manzù, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella.

Erano gli Anni Quaranta, infuriava la Seconda Guerra Mondiale e, come moltissimi altri milanesi, pure Maria con la sua famiglia fu costretta a sfollare dal capoluogo lombardo. Per lei iniziò un periodo di permanenza nel piccolo paese arroccato sotto il Monte Poieto, ad Aviatico, dove poter ritrovare pace e ricucire i dolorosi strappi di paura e di incertezza. Quei mesi furono ricchi di armonia e solidale vicinanza; il figlioletto Evenzio (nato nel 1938) fu iscritto alla prima classe della minuscola scuola elementare posta sul pianoro, circondata da prati e declivi (oggi trasformata nella Sede del Municipio)

Qui il ragazzino si inserì nell’innocente mondo dell’infanzia, lontano dai clamori della guerra e dall’odio dei grandi. Insieme a lui decine di compagni e compagne del posto (come Valeria Dentella e i fratelli, tra cui Edoardo, della la stessa età di Evenzio, mentre un altro figlio della Brigida, Egidio, era coscritto di Pio Manzù), con cui condivideva giorni sereni nelle stalle, nel fieno, a raccogliere narcisi, a giocare nella neve. Maria Manzoni mai dimenticò quel periodo doloroso ma nello stesso tempo ricco di vita e calore. Ritornò sempre ad Aviatico e rimase in contatto soprattutto con Brigida Carrara, la mamma di Valeria e dei fratelli del panificio- salumeria del paese.

Quando la stessa Valeria si sposò il 3 gennaio 1970, ricevette in dono da Maria Manzoni e dal marito Mario Zappettini una litografia di Manzù con la seguente dedica sul retro: “A Valeria e Virgilio per le loro nozze”. Essendo entrambi restauratori e pittori, Mario Zappettini e il figlio Evenzio restaurarono e pulirono  vari dipinti preziosi della chiesa parrocchiale del paese, riportandoli allo splendore originale. Fu durante uno dei lavori di restaturo nel 1970 Evenzio scoprì che sotto la tela di un dipinto della chiesa si celava una seconda opera risalente al ‘500. Anche Manzù operò nella chiesa di Aviatico, intagliando gli angioletti dei confessionali e decorando le bussole laterali con il suo tocco personale e prestigioso.

Dono di nozze a Valeria da parte di Maria Manzoni (sorella di Manzù) 3 gennaio 1970

Il dono di nozze a Valeria da parte di Maria Manzoni (sorella di Manzù) 3 gennaio 1970, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

Nel 1988 Maria venne colpita dal lutto per la morte del figlio Evenzio a Como, dove risiedeva e aveva fondato una scuola per restauratori e pittori seguendo le orme del padre, ma il legame con Aviatico era talmente forte che fece partecipe del suo dolore anche la famiglia di Valeria, inviandole il ricordo del figlio.

Il ricordo di Evenzio Zappettini, figlio di Maria Manzoni e di Mario

Il ricordo di Evenzio Zappettini, figlio di Maria Manzoni e di Mario, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

Ogni anno, in occasione della prima domenica di ottobre, festa della Madonna del Rosario di Aviatico, molto amata e sentita da tutti gli abitanti, i figli della Brigida scendevano a Bergamo e salivano in Città Alta per prendere la signora Maria per accompagnarla su, ad Aviatico. Le vecchie stanze dove un tempo trascorreva l’estate erano ormai state avviate ad altri destini, perciò la signora Maria trascorreva i giorni della festa nella casa di famiglia della Brigida. Da lì avrebbe potuto seguire la “minada” e ritrovare voci e volti degli amici mai dimenticati. Questo fece fino al 2007, l’anno prima della morte. Nel 2009 i fratelli Dentella, per ricordare Maria, invitarono i figli ancora una volta per la festa della Madonna del Rosario, ospitandoli nella loro casa.

La famiglia Manzù si spostò poi a Clusone per le vacanze estive, ma i giorni trascorsi sull’Altopiano rimasero nel cuore e nella memoria di ognuno dei protagonisti, che per riserbo e rispetto io non nomino personalmente. Nei loro volti e nelle loro parole si percepisce ancora oggi la grande stima nutrita soprattutto verso l’uomo Manzù: era uno di loro, tenace tronco legato alla terra, abituato  a sporcarsi del sudore della fatica, attaccato alle proprie radici bergamasche che mai rinnegò.

Maria fu l’unica sorella che seguì con dedizione incrollabile la carriera del famoso scultore e di frequente scendeva ad Ardea per stargli vicino. Era coscritta di un altro celebre personaggio della nostra terra bergamasca: Monsignor Loris Capovilla, il quale, spinto da profondo affetto, per il giorno dei funerali scrisse una lettera personale letta in chiesa dal genero Emanuele.

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Il ricordo di Maria Manzoni, sorella di Manzù, sposata Zappettini, con il testo scritto da Monsignor Loris Capovilla, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

 “(…) Maria, ti accolga Dio Padre che ti ha creato. Ti accolga Gesù, che è morto e risorto per te. Ti accolga lo Spirito Santo, che ha fatto della tua fragile persona un sacrario di meritorio servizio e di sconfinata bontà. (…)”

Anche dopo la scomparsa di Maria i contatti tra Valeria e la famiglia Manzù, in particolare con la signora Inge Manzù, non sono mai stati recisi e di frequente si telefonano.

Nel 2008 Valeria ricevette da Inge un dono prezioso e caro: in collaborazione con la fondazione Manzù, per celebrare il centenario della nascita del grande scultore (1908-2008), Inge con  i figli Mileto e Giulia fece emettere un francobollo di euro 0.60, che riproduce un particolare della scultura in marmo denominata “Guantanamera” realizzata da Manzù nel 1970 di cui Inge fu modella.

dono di Inge a Valeria

Guantanamera e il francobollo dedicato ai cento anni dalla nascita di Manzù, dono di Inge Manzù a Valeria, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

“Guantanamera” è il titolo di una famosa canzone cubana che Manzù e Inge cantavano spesso. Scrisse l’artista sulla pagina introduttiva al francobollo: “L’opera rappresenta un ritratto di Inge, l’unica modella della mia vita, così importante che ho sentito la necessità di sposarla”

Valeria conserva questo francobollo prezioso a tiratura ridotta in una custodia pregiata e unica e solo il profondo affetto che l’ha sempre unita alla famiglia Manzù, l’ha spinta ad accettare di rendere pubblica questa personale e commovente pagina della propria vita, al solo e unico scopo di contribuire a far conoscere la profonda umanità di un uomo grande e tenace, definito “Il Michelangelo del XX Secolo”.

IL COMMOVENTE INCONTRO AD ARDEA, AGOSTO 2016

Ecco qui di seguito le immagini esclusive dell’incontro ad Ardea tra Inge Manzù, il figlio Mileto e l’amica Valeria di Aviatico, accompagnata a Roma dal figlio Corrado, musicista come il papà Virgilio Dentella, e dalla nipote Nives (figlia dell’ autista di Manzù, di nome anch’esso Virgilio)

 

Corrado Dentella, Mileto Manzù, la signora Inge, Valeria Dentella e Nives Dentella ad Ardea, agosto 2016

Corrado Dentella, Mileto Manzù, la signora Inge, Valeria Dentella e Nives Dentella ad Ardea, agosto 2016, per gentile e personale concessione di Corrado, con l’approvazione di Inge Manzù

La tomba di Giacomo Manzù ad Ardea, per gentile e personale concessione di Corrado Dentella, con l'approvazione di Inge Manzù, agosto 2016

La tomba di Giacomo Manzù ad Ardea, per gentile e personale concessione di Corrado Dentella, con l’approvazione di Inge Manzù, agosto 2016

L'entrata al Museo Manzù ad Ardea, che la signora Inge fece aprire personalmente per l'amica Valeria di Aviatico, agosto 2016

L’entrata al Museo Manzù ad Ardea, che la signora Inge fece aprire personalmente per l’amica Valeria di Aviatico, agosto 2016

RINGRAZIAMENTI

Tutte le informazioni lette sono testimonianze dirette di persone che ad Aviatico hanno conosciuto e apprezzato Manzù con la semplicità e la coerenza tipiche della gente di montagna e che ancora hanno un affetto profondo verso il grande scultore. Solo su mia richiesta hanno accettato di concedere queste pagine commoventi ed estremamente personali della loro vita intima e familiare.

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia del grande Giacomo Manzù è dare conoscenza e memoria di un personaggio bergamasco oggi famosissimo e un omaggio al piccolo paesino incastonato nelle Orobie Bergamasche che lo accolse con affetto mai venuto meno, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca  ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte notizie cercate, molte ore di impegno.

Un ringraziamento caloroso a Gemma Carrara, che in un pomeriggio dolce di fine agosto, mi ha aperto le porte della sua casa paterna in Aviatico, raccontandomi dell’amicizia che legava la sua famiglia a Manzù. Ringrazio anche la sorella Laurinia, che ha preso lo stesso nome della figlioletta di Manzù, e che gentilmente, come donandomi una reliquia, mi ha permesso di fotografare il biglietto in memoria della piccina, morta a soli due anni.

Infine un carissimo ringraziamento a Valeria Dentella, del panificio-salumeria Dentella, che mi ha accolto nella sua casa facendo rivivere la commovente storia d’affetto con Maria Manzoni, sorella di Manzù. Ogni fotografia di questo articolo è per sua gentile e personale concessione.

L’ALTRO ALTOPIANO: CLUSONE E MANZÙ

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L’articolo su L’Eco di Bergamo dedicato a Manzù a Clusone, pagina 1

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L’articolo su L’Eco di Bergamo dedicato a Manzù a Clusone, pagina 2

 San Rocco ad Aviatico e la peste dei Lanzichenecchi

La chiesetta di San Rocco in Aviatico, costruita per commemorare i morti e lo scampato pericolo della peste portata dai Lanzichenecchi

La chiesetta di San Rocco in Aviatico, costruita per commemorare i morti e lo scampato pericolo della peste portata dai Lanzichenecchi

La calata dei Lanzichenecchi nel Seicento e la terribile peste che portarono con sè colpirono quasi tutto il Nord Italia.  Numerosissime sorsero le chiese dedicate a San Rocco (invocato a protezione del morbo) dove sovente, nei sotterranei o nelle cripte, venivano sepolti i morti. Oggi la maggior parte di queste chiesette è stata demolita per far posto a chiese più grandi o accorpata ad edifici sorti successivamente. Eppure in alcune eccezionali circostanze alcune di queste piccole costruzioni, dedicate alla memoria  di un passato lontano ma comune, si sono conservate. È il caso della chiesetta di San Rocco ad Aviatico, giunta fino a oggi pressoché intatta grazie alla sua collocazione strategica e solitaria, su uno sperone di roccia a monte del piccolo abitato di montagna.

L’antica Via Mercatorum (Via dei Mercati) era una serie di mulattiere che già nel Tardo Impero Romano collegava Bergamo alla Valle Brembana attraverso i punti di accesso posti nella Media Valle Seriana. È stata oggetto di numerosi studi e approfondimenti che ne esaltano il valore storico, commerciale e culturale per la nostra terra. Aveva un passaggio essenziale ad Aviatico, uno dei due paesi che compongono l’Altopiano di Selvino, spartiacque tra la Valle Seriana e la Valle Brembana.

Aviatico 1960 con la Via Mercatorum ben delineata nella sua linea dritta

Aviatico in una cartolina d’epoca, con la Via Mercatorum ben delineata nella sua linea dritta, a sinistra la chiesetta di San Rocco.

FOTO 2 oggi Aviatico

Aviatico 2015, con la chiesetta di San Rocco sullo sperone roccioso

Questa antica Via è ancora oggi ben tenuta, anche se poco sotto il suo tracciato è stata costruita dopo il 1950 la moderna strada asfaltata. Partiva dalla località “Cantül”, si accostava al Consorzio Agrario, attraversava l’abitato, passava davanti al portone della chiesa parrocchiale incuneandosi tra le varie case del borgo alto e superava il doppio lavatoio. Dal 1632 aveva una tappa di “riflessione e ristoro” in una chiesetta posta poco sopra un ripido costone. Era un luogo di preghiera e di raccoglimento, l’ultimo baluardo abitato prima di proseguire tra i cupi e solitari boschi. La successiva stazione di posta sarebbe stata Trafficanti, ma bisognava costeggiare la sponda del Monte Suchello, con le sue impervie e scoscese difficoltà.

FOTO 3 San Rocco 1950, di Piero Seguini

Chiesetta di San Rocco in una cartolina d’epoca, con la Via Mercatorum che si incunea tra due case torri (riconvertite poi in stalle) poste a dogana.

Posto come una pietra preziosa incastonata nel verde del pendio a mezza costa, questo piccolo luogo sacro a forma di croce greca è dedicato a San Rocco e si offre silenzioso e docile al cuore, addolcendo i passi e consolando i pensieri.

FOTO 5 Scalinata che conduce alla chiesetta di San Rocco Aviatico

Scalinata che conduce alla chiesetta di San Rocco

FOTO 6 Il tracciato della Via Mercatorum oggi nel tratto verso la chiesetta di San Rocco, in basso la moderna strada provinciale

Il tracciato della Via Mercatorum oggi nel tratto verso la chiesetta di San Rocco, in basso la moderna strada provinciale

FOTO 7 lavatoio Aviatico oggi

L’antico lavatoio oggi con le due bocche: a sinistra per abbeverare gli animali e a destra per gli uomini, con il piano per lavare il bucato.

Il lavatoio vicino alla chiesa di San Rocco, Aviatico

Il lavatoio vicino alla chiesa di San Rocco, Aviatico, in una cartolina d’epoca.

FOTO 8 La Via Mercatorum si insinua ancora oggi tra le antiche abitazioni

La Via Mercatorum si insinua ancora oggi tra le antiche abitazioni del borgo vecchio di Aviatico.

S 148 aviatico con la Via Mercatorum prima della ch di San rocco

Aviatico con la Via Mercatorum che conduceva all chiesetta di San Rocco; in prim opian oa sinistra le due case torri che fungevano da dogana poi riconvertite in stalle.

Per il villeggiante il minuscolo santuario evoca sogni di fiabe perdute e orizzonti lontani. Per il montanaro ricorda la forza della Fede e la Speranza nella Provvidenza che da sempre circonda le forti genti di montagna. Al suo interno leggiadre figure di angeli avvolgono lo sguardo verso il cielo, accanto a quadri di armoniosa bellezza. Tra essi un dipinto dell’artista Antonio Cifrondi, di Clusone. In una nicchia nel suo manto azzurro veglia dolcissima la Madonna Vestita del Rosario, usata fino al 1947.

FOTO 9 Interno chiesetta di San Rocco

Interno chiesetta di San Rocco

FOTO 10 Madonna Assunta, interno chiesetta di San Rocco

Madonna Assunta, interno chiesetta di San Rocco

FOTO 11 Interno chiesetta di San Rocco

Particolare del soffitto dell’interno chiesetta di San Rocco

FOTO 12 L'originale Madonna del Rosario vestita, usta fino al 1947 poi sostituita da quella nuova

La Madonna Vestita del Rosario, usata fino al 1947, tradizione molto diffusa un tempo nelle chiese.

Dal sagrato si può ammirare l’intero arco delle montagne e il cuore si avvicina al cielo. Poco lontano, l’arco di accesso al borgo si insinua tra le antiche case in pietra, evocando carovane di uomini e animali, storie di emigranti e commerci, fatiche di vita ma anche e soprattutto dignità e tenace eroismo quotidiano.

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Il panorama del Monte Poieto e del paese di Aviatico catturato dal sagrato della chiesa di San Rocco Aviatico.

Aviatico, a sx la strada dal Bar Dolci, in basso le case vecchie (oggi vicino c'è il campo di calcio)

Aviatico in una cartolina d’epoca con in primop iano la mulattiera -oggi scalinata- che scende dalla chiesa parrocchiale; a sinistra  la strada (ex Via Mercatorum) dal Bar Dolci, in basso il nuovo tracciato provinciale e le case vecchie (oggi vicino c’è il campo di calcio)

I LANZICHENECCHI

Il paesino di Aviatico prese vita fin dalla Preistoria, con la calata dei gruppi nomadi di uomini di Cro-Magnon. Subì l’arrivo dei Celti, dei Romani e dei Barbari e rimase coinvolto nelle sanguinose faide tra Guelfi e Ghibellini. Ebbe anche un tentativo di sottomissione da parte dei reggenti del comune di Selvino.

Ma nel 1630 qualcosa di misterioso e terribile oscurò i tranquilli giorni dei contadini del paese. Improvvisamente vennero strappati al loro quieto vivere quotidiano, sempre precario e di poca sussistenza, ma costruito con saldo e ardimentoso lavoro.

Dal Passo dello Spluga,  Cantoni dei Grigioni (oggi territorio svizzero), dopo aver superato il Passo San Marco e imboccata la “moderna” Via Priula, costruita nel 1592 dalla Repubblica di Venezia, calarono come una coltre nera sul Nord Italia gli squadroni mercenari dei Lanzichenecchi. Erano quasi quarantamila soldati al servizio dell’Imperatore tedesco del Sacro Romano Impero, chiamati per la guerra di successione che infiammava Mantova, contesa tra Spagna e Francia.

Portavano con sé odore di morte, sangue, urla di terrore e furia cieca, insieme ad un terribile e micidiale alleato: il morbo della peste. Ne narra in modo drammaticamente realistico il grande Alessandro Manzoni nel romanzo “I Promessi Sposi“.

La Repubblica di Venezia, temendo il dilagare del morbo nella bergamasca, dove aveva i suoi commerci, provvide subito a chiudere la “Via Priula”. Ma non riuscì a fermare il contagio, che si estese a tutta la Valle Brembana. Proprio questo devastante passaggio fu l’inizio di una lenta decadenza per la gloriosa “Via Priula”, che, anche se venne in seguito riaperta, fu sempre meno curata. Perciò, nella seconda metà del Settecento, rimase in uno stato di progressivo abbandono.

All’avvicinarsi delle potenti e sanguinose orde di guerrieri sbandati, gli abitanti di Aviatico si sentirono perduti. I pochi campi coltivati sul declivio, le magre scorte di cereali, il poco fieno accatastato nel sottotetto, i piccoli orti a terrazza recintati da semplici siepi, le mucche e gli altri animali di cortile, tenuti in maggior cura anche delle persone, tutto il loro mondo, il loro respiro stava per essere distrutto, annullato. Non c’era molto tempo. In fretta e furia gli abitanti lasciarono le case e cominciarono ad inerpicarsi lungo il costone, scomparendo nel fitto bosco sotto la cima del Monte Poieto. Arrancarono lungo i ghiaioni e le pietraie, una silenziosa processione di figurine avvolte in mantelli, uomini con i bastoni e i forconi, donne con i bambini in braccio, talmente spaventati da non piangere nemmeno, bimbetti che reggevano cesti con qualche pezzo di formaggio, su, su, sempre più in alto. Intanto dal campanile batteva l’eco la “campana a martello” segno di grave pericolo. La gente sapeva dove andare: cercavano la salvezza nell’unico luogo che già nei secoli precedenti aveva offerto loro un sicuro rifugio, i Canaloni impervi dentro il labirinto del Monte Cornagera.

FOTO 15 Il canalone interno della Cornagera

Il canalone interno della Cornagera

FOTO 14 La Cornagera

La Cornagera

FOTO 16 Aviatico

Aviatico visto dalla Cornagera

Il  morbo però li aveva già raggiunti e cominciarono ad apparire i primi bubboni, facendo cadere ammalati i primi abitanti.

Poi, per un qualche misterioso disegno divino, dopo pochi mesi si registrò una riduzione del numero di morti, che alla fine furono soltanto 21. Era un miracolo, se si pensa che quasi la metà della popolazione della Valle Brembana venne stroncata dalla peste. La popolazione ritornò alle proprie case pressoché incolume e decise di costruire una chiesetta nelle vicinanze del crinale della Costa. Essa venne ultimata nel 1632 e lì vennero seppelliti i poveri morti separati dagli altri, che fino a quel momento venivano tumulati vicino alla chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Il piccolo e armonioso santuario venne dedicato a San Rocco e accanto prese origine il piccolo cimitero,  destinato nei secoli a divenire luogo sacro per l’intera comunità. I ventuno morti di peste, con il loro sacrificio, avevano steso un velo di protezione sul paese di Aviatico.

Ma l’animo umano è labile e passeggero. I ricordi e le paure si allontanarono dalla vita e ben presto la chiesetta perse attenzione.

Con il tempo nuove storie si intrecciarono nel migrar dei giorni e nuove idee cominciarono a prendere vita nelle vallate. Il Risorgimento evocava ideali di libertà che giunsero anche tra le antiche case del paese.

L’alba del 5 giugno 1850 i Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi entravano in Città Alta attraverso la Porta di San Lorenzo recando con sé palpiti di ardori nuovi, e anche ad Aviatico l’esultanza fu pressoché totale. Riprese vigore la Fede, il desiderio di nuovi giorni, la Speranza di un cammino più sereno. Le chiese suonavano a distesa, la comunità vi si stringeva intorno. Si ricordava il passato, si onoravano i propri cari perduti. Mani pietose e sguardi di commozione si raccolsero là, dove i morti tacevano e proteggevano. Ma la chiesina di San Rocco era abbandonata da molto, troppo tempo. Si decise così di darle nuovo vigore, ristrutturando e rifacendo, affrescando con nuovi colori, e impreziosendo l’interno con opere di alta spiritualità.

IL REGISTRO DEI REGGENTI DELL’ORATORIO DI SAN ROCCO

FOTO 17 Cassa dei Morti Registro Cassa San Rocco Aviatico

Cassa dei Morti Oratorio di San Rocco, Aviatico, per gentile concessione

Si creò un Registro Cassa per uso dei Reggenti Delegati per l’Oratorio di San Rocco 1872 – 1955, con amministrazione delle elemosine. Vi era anche un Registro Doveri dei Reggenti Delegati.

Registro dei Reggenti 1877, San Rocco di Aviatico, per gentile concessione

Fotografia del Registro dei Reggenti 1877, San Rocco di Aviatico, per gentile concessione

Dal Registro Cassa dei Morti datato 1877, si legge che tra i Doveri dei Reggenti  vi erano i seguenti obblighi:

“1° I Reggenti saranno immancabili nel praticare tutte le singole domeniche la Questua alle singole porte dei fedeli in Parrocchia e tutte le altre Questue d’uso come la Questua del formaggio in fin del Carnevale di ogni anno, quella del fieno, e le offerte nella borsa in chiesa.

2° Le entrate offerte d’ogni singola Questua verranno registrate su questo Registro di volta in volta, come pure verranno registrate anche le sortite. 3° Al venire del giorno dei Santi con queste entrate ordineranno al Parroco tante Messe ed Uffici cantati quanti saranno per entrarvi. 4° Alla Fabbriceria pagheranno Lire 10 dai Santi e lire 10 in fin del Carnevale per fuoco Cero.

5° Accenderanno la lampada nel Camposanto tutte le sere.”

L’uso della Questua venne portato avanti per tutto l’Ottocento e più della metà del Novecento. Tra i vari passaggi documentati ve n’è uno, del 1968, in cui si segnano le offerte per “Il Passio Fieno, la Madonna, il Latte.”

Le questue per la Parrocchia, Aviatico 1967, per gentile concessione

Parrocchia di Aviatico la Questua del 1967, per gentile concessione

I vecchi ancora oggi se le ricordano bene tali Questue: il “Passio Fieno”, era l’offerta del fieno della domenica, considerata la Pasqua della settimana. Lavorare in campagna la domenica era vietato per non creare nell’animo umano il desiderio di guadagno e attaccamento al denaro, era considerato peccato trascorrere la giornata nei campi. Ma a volte, a causa di temporali o altre calamità, si era rimasti indietro nella fienagione e bisognava recuperare. Perciò si domandava il consenso alla Chiesa. La quale, in cambio, come offerta, chiedeva una parte del ricavato sul fieno.

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La Questua per la Parroccchia di Aviatico, 1957

Dare “il latte alla chiesa” riguardava la produzione del formaggio. Il latte di quel determinato giorno considerato di festa o di particolare evento, veniva usato per fare come al solito il formaggio, ma la forma veniva messa all’incanto e il ricavato andava alla chiesa. Era un’usanza iniziata dai bergamini degli alpeggi, che non potendo scendere al paese per assistere alla messa, offrivano in questo modo la loro devozione, con un segno tangibile.

Registro dei Reggenti Oratorio di San Rocco, per gentile concessione

Fotografia dei Doveri dei Reggenti Oratorio di San Rocco, per gentile concessione

IL RITORNO ALLA VITA

A metà del Novecento la chiesa era ormai logorata dal tempo e dalle intemperie. Mancava di un vero e proprio pavimento, che “non era mai esistito” e il tetto era costituito da coppi e orditura in legno completamente cariati dal tempo. Anche il sagrato e il viale di accesso, su passaggio della Via Mercatorum,  meritavano un rifacimento più armonico.

Il Parroco si diede subito da fare. Da una lettera di richiesta del 14 aprile 1958, scritta  mano alla Commissione Arte Sacra di Bergamo, egli scrisse: “La chiesina di San Rocco urge di necessaria sistemazione perché quasi crollante. Il parere della maggioranza della popolazione è di sistemarla completamente. Questo parere l’ho avuto per iscritto da ogni capofamiglia e conservato in archivio. Perciò chiedo a codesta spettabile Commissione l’autorizzazione di iniziare detti lavori al più presto possibile, data l’urgente necessità di sistemazione.” Ma dalle righe traspare anche la gravità dei costi che il Parroco non poteva far ricadere sulle umili e povere famiglie contadine, perciò spiegava che “non potrà essere creato il pavimento alla Palladiana perché troppo costoso, ma sostituito da semplici mattonelle in graniglia.”

Si  ipotizzava anche il sagrato ricoperto con quadrati di lastre di pietra di Sarnico o di porfido di Trento. Ma il Parroco ribadì che ”Non si fa assolutamente l’opera di pavimentazione di sagrato e viale. Quindi sagrato e viale rimarranno come attualmente sono.”

Disegno pianta della chiesetta di San Rocco da ristrutturare, per gentile concessione

Disegno pianta della chiesetta di San Rocco da ristrutturare, per gentile concessione

Il tetto si confermava in ardesia nera. Inoltre il Reverendo comunicava che “Non verranno manomesse né pitture né stuccature dell’attuale chiesetta”. Nonostante la riduzione delle opere, il Prevosto si chiedeva come fare a pagare: “Ho avuto firme da tutti i capifamiglia per un libero impegno mensile di versamento per 4 consecutivi, dal quale verrà realizzato, alla fine del quarto anno, circa 2 milioni di lire. Tali impegni firmati si conservano in archivio.

L’approvazione della Curia Vescovile avvenne il 5 maggio 1958 attraverso la “Commissione d’Arte Sacra”. Nella lettera si legge anche che “Il Vescovo desidera che si faccia un bel pavimento alla palladiana (marmo unicolore chiaro levigato a piombo) o almeno in marmittone con ossequio Card. Raimondi, Segretario”. Come dice il sito web specifico “Il pavimento alla palladiana o anche detto a scaglia grossa, ci riporta alle vecchie pavimentazioni stradali dell’antica Roma in opus incertum”, generalmente adoperata per i camminamenti esterni. La palladiana e’ l’antica tecnica di comporre grandi superfici di pavimentazione utilizzando migliaia di piccoli pezzi di marmo o altre pietre naturali ciascuno di forma diversa.”

Tra i vari documenti conservati nell’Archivio Parrocchiale si legge che dal 31 gennaio 1959 fino al 31 dicembre 1960 la Parrocchia di Aviatico, per mezzo del Reverendo Parroco don Luigi Gritti, stipulò con l’impresa edile di Albino Virgilio Gritti un contratto di “Restauro e ampliamento della chiesina di San Rocco” per circa 5 milioni di lire. Inoltre “La parrocchia di Aviatico si impegna  celebrare negli anni 1959 e 1960 n°1 Ufficio Funebre con Messa per i Morti della Famiglia Gritti”.

Documento attestante la ristrutturazione della chiesetta di San Rocco di Aviatico, per gentile concessione

Documento attestante la ristrutturazione della chiesetta di San Rocco di Aviatico, per gentile concessione

È commovente scoprire come un tale desiderio di riportare alla vita la Chiesetta dei Morti di Aviatico sia stato molto oneroso per le famiglie contadine del tempo, che hanno dovuto sostenere un sacrificio notevole, in nome della Fede.

Oggi la Chiesetta di San Rocco ricorda a chi vuole ascoltare la caducità della Vita, ma anche la Speranza della Fede, piccolo vessillo volto verso l’azzurro, una “Luce di Vita dal Buio della Storia”.

RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia della chiesetta di San Rocco ad Aviatico e la peste dei Lanzichenecchi è dare conoscenza e memoria di una pagina bergamasca oggi dimenticata, ma resa immoratle da Alessandro Manzoni nel suo capolavoro dei “Promessi Sposi”, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, molta fatica.

Ringrazio di cuore Ornella Carrara, già impiegata presso il Comune di Aviatico, per avermi aperto le porte dell’Archivio Parrocchiale e per essersi messa a disposizione per ogni informazione tecnica. Il mio grazie a suo fratello, Giambattista Carrara, per avermi permesso di fotografare l’interno della Chiesetta di San Rocco. Ringrazio infine il Parroco Don Franco Cortinovis per avermi dato il “via libera” alle ricerche. I documenti storici fotografati sono stati inseriti al solo scopo di dare informazione, per gentile concessione della Parrocchia di Aviatico, Bergamo.

Mille e una Bergamo,

quel borgo dimenticato

sull’Altopiano di Selvino Aviatico:

Predale

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IL VIDEO REPORTAGE

Predale, quel borgo dimenticato, video slide

LA STORIA

Sotto il paesino di Ama, Altopiano Selvino Aviatico, a metà pendio del monte Nigromo e quasi all’altezza della contrada di Amora Bassa, posta sopra la cittadina di Albino, tra gli sterpi e la boscaglia fitta, occhieggiano commoventi nella loro solitaria storia, i ruderi di un antico borgo ormai dimenticato, meta di escursionisti e camminatori: Predale. Si parte nei pressi della funivia Albino-Selvino (ampio parcheggio) lungo il sentiero n°550 intorno alla Valle dell’Albina. Rocce dolomitiche e profonde forre celano grotte preistoriche ricche di reperti (Büs de la Scabla). Verso l’alto, dopo un’ora di cammino, il sentiero si biforca: a sinistra sale verso Selvino, a destra si incrocia con il sentiero n°537, che giunge fino ad Ama, risalendo la Valle del torrente Valgua, tra boschi di latifoglie e castagni. A metà crinale improvvisamente appaiono le buie finestre vuote di un gruppo di casolari un tempo possenti e dignitosi.

Foto 1 1980 Predale come eraPredale 1980, fotografia esclusiva e unica, per gentile concessione dell’autore, Cuter Alessio

Sono tutto ciò che resta di Predale, un nucleo di abitazioni molto antico che negli anni Quaranta del secolo scorso aveva contato più di cinquanta abitanti tanto da far ipotizzare la costruzione di una cappelletta per celebrare la messa. Era collegato da una fitte rete di sentieri cavalcatori alle due borgate di appoggio: a monte in alto Ama, e parallelamente a lato est, Amora Bassa di Aviatico.
In mezzo le varie vallette tra cui la valle dell’omonimo torrente, gli strapiombi oppure i precipizi detti “Corégn”, o, più in basso gli “Orridi di Valgua”. Un forte legame di parentela legava gli abitanti di Predale ai loro vicini di Ama e Amora Bassa, in continuo vincolo di solidarietà e aiuto.
In estate i ragazzi più temerari si tuffavano dalle rocce nelle pozze profonde: una di esse, detta “dol tinèl” del tinello o mastello per la sua forma circolare, è rimasta pressoché intatta fino ai giorni nostri.

Foto 2 La pozza circolare dove si tuffavano i ragazziLa pozza dol tinèl dove amava tuffarsi il giovane Modesto Carrara

foto 3 la val PredaleValle di Predale

Foto 4 val PredaleScorcio della Valle di Predale

foto 5 il torrente Predale, qui un tempo era tutto pratoTorrente Predale, qui un tempo era tutto prato e quando il torrente si ingrossava il vecchio Mas-cio metteva alcune assi come passerella

Accanto ai ruderi, su quello che un tempo era il pianoro centrale, il CAI di Albino ha affisso un pannello esplicativo che riporta i fondamentali dati storici: Predale, o “Predàl”, come è scritto negli antichi documenti, è stato per secoli un piccolo nucleo rurale circondato da limitati appezzamenti di coltivazioni e di prato, circondati da tratti di pascolo e di bosco. Il Catasto di Albino del 1476 ce lo presenta composto da quattro case, ognuna con orto e piccolo cortile, la “éra”, abitata ognuna dalle famiglie di tre fratelli, i Gidotti, i quali possedevano individualmente una mucca e alcune pecore. Vivevano del lavoro dei campi, vendendo formaggi e la lana delle pecore. Nel borgo vi era situata anche una quarta casa, di un certo Antonio Bazalini, trasferito però ad Albino. Nei secoli successivi venne abitato dagli Isabelli (oggi i discendenti hanno modificato il cognome in Usubelli), originari di Ama.

Incisioni su una delle abitazioni di Predale

Incisioni su una delle abitazioni di Predale

Incisioni su una delle abitazioni di Predale

Incisioni su una delle abitazioni di Predale

Predale era una delle contrade del “Comune maggiore di Albino”, ed insieme ai paesini di Amora ed Ama, era aggregato alla parrocchia di Albino.
Nel 1654 il Comune di Albino si fraziona e Predale con Ama ed Amora, in tutto 415 abitanti, acquistò una Amministrazione autonoma, con propri sindaci e tesorerie.
I notevoli disagi per accedere alle funzioni religiose nella sottostante parrocchia di Albino, soprattutto per i bambini, gli anziani, le donne incinte, e in occasioni di funerali, costrinse nel 1688 le tre piccole località di montagna (già gli abitanti erano scesi a circa 200) a chiedere la separazione dal Comune di Albino, per costituirsi parrocchia unica intorno alla chiesa di San Bernardino di Amora.
La natura aspra del luogo ha impedito lo sviluppo del piccolo abitato e la durezza della vita contadina ha spinto gli abitanti ad emigrare verso il fondovalle della Media Valle Seriana. Dalla metà del Novecento è stato lasciato in completo abbandono.

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Mappa della via Mercatorum con Selvino e segnato Predale (scritto Pradale) e Amora

Documento trovato nei Musei Vaticani, la Via Mercatorum e Predale

Questa antica mappatura fa bella mostra di sé in una delle tante sale espositive dei Musei Vaticani. Illustra la ramificazione della Via Mercatorum che, partendo dalla città di Bergamo, collegava la Valle Seriana alla Valle Brembana e portava nei Cantoni dei Grigioni. A sinistra appare la dicitura di Selvino, a destra Aviatico e Ama, accanto si intravede il nome Amora e poco sotto la scritta “Predale” (“Pradale”) segno inequivocabile che il borgo rivestiva una certa importanza nella locazione dell’epoca.
Oltre al percorso principale, questa antica Via forniva collegamenti quasi “moderni” attraverso le sue numerose diramazioni con vari punti di salita, accomunati però dal ricongiungimento a San Giovanni Bianco, in Valle Brembana (valle bloccata al commercio con Bergamo a causa degli strapiombi sul Brembo in località Botta di Sedrina, scavalcati poi dai Ponti con la Via Priula e negli Anni Ottanta del secolo scorso dai Viadotti). Insieme ai tratti che da Alzano risalivano fino alle frazioni Burro, Brumano e Monte di Nese per giungere a Selvino, vi era anche la Via che raggiungeva l’altopiano di Selvino mediante la valle dell’Albina, in territorio di Albino, su , su, oltre Amora e poi verso Aviatico, Trafficanti, Serina.

storia di predale

LE FAMIGLIE

Le ultime famiglie residenti negli Anni Cinquanta appartenevano alla stirpe detta “Enansie”, i Carrara, i Cuter e gli Usubelli: i contadini Stefèn, Virgilio, Maele, Luigiòt, Meròl (Angelo Carrara) e le loro rispettive famiglie.

foto 7 1950Anni Cinquanta, ragazzi di Predale, in alto a destra la chiesa di Amora sul pendio

foto2 1950 la gioia dei ragazzi davanti alla casa del Meròl ad angolo col balconcino

Anni Cinquanta, Maria Carrara figlia dello “Stefèn” con il fratello Gino e il fratellino Osvaldo davanti alle case di Predale, sulla piazzola detta “ol piasöl”

Tre figli dello “Stefèn” davanti alle case di Predale: da sinistra Cecilia, Ettore, Maria

foto9a 1950 La famiglia dello Stefèn con la moglie Bepa davanti alla propria casa, a sinistra la latrina usata come gabinetto

Anni Cinquanta, la famiglia dello “Stefèn” con la moglie “Bèpa” e i figli davanti alle case di Predale

Ogni casa presentava un cucinone e la stalla, la cantina adiacente, dove fu ricavato un angolo per fare il formaggio, “ol sirtèl”, oltre ai prati intorno, suddivisi nei vari appezzamenti, con le ripe su cui pascolava il bestiame. Un’ampia e pratosa aia, detta “ol piasöl” (la piazzola) illuminava la stupenda vista sulla valle e faceva da cornice alla vita comunitaria. Proprio sul “piasöl” negli Anni Venti si celebrò il pranzo di nozze di Antonietta, sorella del Meròl, con grande coinvolgimento di tutta la gente del circondario.

 

Foto 8 La fontana dell'abbeverata di acqua sorgiva, ancora intattaLa fontana di acqua sorgiva per l’abbeverata, intatta ancora oggi

A ridosso delle case vi era “ol stansì del rüt” nel quale si gettava il letame con la forca,”ol ras-cc del rüt” e le cisterne dell’acqua, “i sösternie”, utilizzate per raccogliere l’acqua piovana con cui abbeverare gli animali, cucinare, oppure lavarsi. L’acqua giungeva anche da un bacino posto sotto il Poggio di Ama, una piccola costruzione nascosta nel bosco in località “Cantörie”, da cui partivano semplici tubature. In primavera però andava ripulito dalla melma, foglie e terriccio depositati dai temporali e dagli acquazzoni; il pericolosissimo compito spettava ai ragazzi.

2014-03-08_162229Come era: la facciata della casa dello Stefèn Oggi: ruderi della casa dello Stefèn

2014-03-08_162303Come era: la casa del Meròl e del Luigiòt Oggi: ruderi della casa del Meròl e del Luigiòt

Verso la fine di aprile si rinnovava la magia delle spettacolari fioriture di narcisi selvatici, che ricoprivano i prati di Predale come una distesa di stelle.
I bambini ne raccoglievano a bracciate e li disponevano in ordine nei “sòi” (mastelli) o nelle grandi “ramine”, per poi legarli a mazzetti di varie misure, che andavano a vendere ai villeggianti fuori dall’abitato di Selvino, alle prime curve dei tornanti. In fila indiana si risaliva il sentiero fino ad Ama in una processione di cherubini, ognuno con i suoi mazzi stretti come un tesoro, in attesa dei primi guadagni: uno piccolo sarebbe valso 50 lire, per poi salire a 100 per quelli più grossi.

Foto 13 Come erano case dello Stefèn e del LuigiòtCome era: la casa dello Stefèn e del Luigiòt

Foto 14 Come era retro delle case di PredaleCome era: retro delle case di Predale

Anche per la scuola si seguiva lo stesso tragitto: i bambini di Predale, detti “Predalì”, componevano una buona parte del gruppo alunni, infatti quando la neve era alta e i bambini di Predale non erano riusciti a salire a scuola, la maestra sospendeva le lezioni.
I funerali avvenivano nella chiesa di Ama. Dal borgo di Predale partiva il corteo a piedi, una colonna di uomini e donne in nero, lungo il sentiero che si inerpicava in mezzo ai prati in piena fienagione o ricoperti di neve, un tragitto di mezz’ora o poco più fino alla chiesa di Ama, posta su un pianoro, mentre i lugubri rintocchi della campana a morto si propagavano su tutto l’altopiano, e accompagnavano alla sepoltura nella nuda terra del piccolo cimitero sul Poggio Ama, unica costruzione solitaria tra il verde.

Foto 15 Oggi la Via cavalcatoria che saliva fino ad AmaOggi: la Via cavalcatoria che saliva fino ad Ama coperta dalle sterpaglie

SEL 26 chiesa Ama con stradina per PredaleCartolina d’epoca: la chiesa sul piano di Ama e a destra la stradina che scendeva verso la Valle di Predale

La vita nel borgo era vivace ed attiva, le donne sulla porta di casa si scambiavano pasti e tessuti, i giovani dell’altopiano scendevano a Predale in cerca di morose, ci si parlava lungo i sentieri scambiando notizie e fatti, portati di bocca in bocca da chi transitava per di là.

2011-11-13_212009Oggi: il terrazzino della casa del Meròl intrappolato dai rovi. Come era: il terrazzino al tempo del borgo

2011-11-13_215119Come era e Oggi: della casa del Maele rimane solo la volta d’entrata

I PERICOLI

Era pericoloso per le mandrie pascolare sui pendii intorno a Predale. Le numerose “ripe” (come la “ria dol Meròl” o “ol büs dol Mèi”) nascondevano insidie.
Una volta avanzando lungo il sentiero dai “Còste” una delle mucche spintonò talmente alcune delle giovani che una di esse, öna manzèta”, scivolò giù nelle “Cimie”, chiamate così per le cime, o spuntoni di roccia che frastagliavano l’orrido della Valle di Valgua. Gli uomini disperati tentarono di salvare l’animale finché lo Stefèn riuscì in qualche maniera ad afferrare il manzo trattenendolo per la coda. Ma non poteva resistere a lungo, così sospeso a pancia in giù oltre il ciglio del sentiero, con il peso dell’animale che gravava sempre più verso il basso dimenandosi e muggendo atterrito. Il fratello Ceserì, che abitava ad Amora Bassa, era nel frattempo corso a perdifiato verso la contrada a chiamare soccorsi. Le sue grida richiamarono i giovani, i quali accorsero in un baleno e insieme riuscirono a portare in salvo l’animale. Stanchi e stremati si lasciarono andare tra l’erba. La mandria era sparpagliata in lungo e in largo, ma nessuno in quel momento si diede pena di radunarla.

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LE PARTENZE E LA TRAGEDIA

A causa della difficoltà di vita e mancanza di lavoro, ebbe inizio dopo la metà degli Anni Cinquanta il lento abbandono: le famiglie residenti, circa sette, emigrarono una dopo l’altra, chi in Bassa Valle Seriana, chi più lontano, ad Ospitaletto, Brescia, dove già avevano trovato lavoro i figli maggiori.

La decadenza ebbe il suo colpo fatale con la morte di uno dei suoi giovani abitanti, il diciottenne Modesto Carrara, che il 26 luglio 1962 annegò nell’acqua della pozza detta “Presa della Capra” poco sotto la diga di Fregabolgia, sul sentiero verso il Rifugio Calvi, dove stavano stanziate le mucche della famiglia che il ragazzo seguiva per il periodo estivo.

La lapide sul sentiero verso il Rifugio Calvi n memoria del giovane bergamino Modesto Carrara di Predale, annegato il 26 luglio 1962 a 18 anni in una delle pozze sotto la diga Bregabolgia mentre accudiva le mucche della famiglia che aveva seguito in alpeggio estivo.

La lapide sul sentiero verso il Rifugio Calvi in memoria del giovane bergamino Modesto Carrara di Predale, annegato il 26 luglio 1962 a 18 anni in una delle pozze sotto la diga Bregabolgia mentre accudiva le mucche della famiglia che aveva seguito in alpeggio estivo.

Il papà “Stefèn”, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché, non reggendo al grande dolore, lui e la moglie “Bèpa” presero la sofferta decisione di andarsene dal Borgo di Predale. Non vi era più nulla che li legasse a quella contrada, la voce del loro amato Modesto riecheggiava ancora tra le pareti spoglie dell’enorme casa a più piani, e l’entrata economica che lui garantiva con le sue forti e giovani braccia era venuta a mancare. Partirono ad inizio giugno del 1963 diretti a Ospitaletto, in provincia di Brescia, dove da tempo si erano stabiliti gli altri figli, emigrati in cerca di lavoro sicuro. Ma qualche mese dopo, nel 1964, “Stefèn”, sopraffatto dall’immane fardello, morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano dal suo mondo. Modesto rimase a riposare nel piccolo cimitero di Ama per 18 anni, fino al 1980, quando venne riesumato e anche lui raggiunse i genitori a Brescia.

Maria dello STefèn con i fratelli gino osvaldo bimbo Modesto cravatta davanti alla propria casa

Maria Carrara figlia dello “Stefèn” con il fratello Modesto in camicia e cravatta, il fratello Gino e il fratellino Osvaldo davanti alle case di Predale

Per una quindicina d’anni la cura della campagna, delle case e delle stalle venne affidata alle famiglie dei parenti che ancora abitavano ad Amora Bassa: ci si spostava a Predale da maggio a ottobre, da mattina fino a sera, per accudire le mucche portate in precedenza nelle stalle ormai vuote, si tenevano tagliati i prati, si rastrellava il fieno, si potavano gli alberi, si preparava il formaggio, si coltivavano piccoli poderi, si vangava e si ripuliva il bosco dalle ramaglie, per tenere lontane le vipere, i biscioni e le serpi. A sera, allo scoccare delle ore, si ripercorreva il sentiero verso casa, lasciando la solitudine e il senso di malinconia del borgo di Predale.
Le case deserte si animavano solo d’estate quando coloro che erano partiti risalivano al monte con i figlioletti, in cerca di fresco e riprendevano possesso delle stanze lasciate da ragazzini.

Foto 18 1970 da Predale la vista sul pendio di AmoraAnni Settanta, da Predale la vista verso il pendio di Amora: il personaggio con il cappellino era “Ol Rico”, figura conosciutissima nella contrada per le sue innumerevoli storie.

 1950 Sul piasòl davanti alla casa del Meròl

 Anni Settanta sul piasöl (piazzale) davanti alla casa del   Meròl, uno degli abitanti  del borgo, detto “ol Rico”     circondato da ragazzi e dalla moglie Cecilia.

Foto 19 Oggi il pendio e il sentieroOggi: il pendio di Amora e il sentiero

Con il tempo anche questo ultimo legame si spezzò: a metà degli Anni Settanta i giovani di Amora Bassa partivano sui pulmini diretti nell’hinterland milanese come muratori cottimisti, gli adulti invecchiavano, si vendettero le mucche una dopo l’altra, e la sera, risalendo al monte, non si aveva più la forza di percorrere il sentiero fino al borgo di Predale. Calò il silenzio su quegli antichi muri, il piazzale “ol piasöl”si imboscò e il verde dei rovi avvolse ogni cosa come in una antica fiaba.

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OGGI IL BORGO DIMENTICATO

Reportage fotografico di Oscar Carrara

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L’AFFRESCO RITROVATO

Sulla facciata della lobbia della casa del “Maele di Enansie” si poteva ammirare un affresco del XVI-XVII secolo, dipinto anonimo, della grandezza di due metri per due. Rappresentava una Madonna col Bambino, più precisamente la Madonna del Latte, molto invocata dalle puerpere del tempo affinché, in un periodo in cui non esistevano ancora pappe ed omogeneizzati, garantisse latte a sufficienza per permettere ai neonati di superare il primo anno di vita. Con lei erano raffigurati a sinistra San Pietro con le due Chiavi del Cielo, a destra San Francesco, mentre inginocchiata stava una figura di popolano, probabilmente il committente dell’opera. Il suo volto è stato però danneggiato dal tempo e il lavoro di restauro ha coperto il dipinto originario.
Verso la fine degli Anni Sessanta il Prevosto di Cenate Sotto, Don Francesco Berbenni, detto “ol Preostù”, appassionato d’arte, venuto a conoscenza dell’affresco, l’aveva prelevato dalla parete e collocato nella sua abitazione. Per parecchio tempo sul muro a Predale ne rimase l’impronta e chi transitava nei pressi si faceva il segno della croce e diceva due preghiere di devozione. Dopo molte ricerche tra gli eredi del vecchio Prevosto, nel 2009, grazie all’interessamento di Don Valerio Ghilardi, originario di Selvino, e con l’aiuto di Guido Carrara, nipote dello Stefèn si è riusciti a ritrovarlo in casa di una delle nipoti del parroco, che l’aveva ricevuto in eredità alla morte dello zio. Attraverso vari contatti con gli eredi, finalmente questo antico affresco, espressione della pittura popolare, è ritornato sull’Altopiano ed ha trovato degna collocazione nel Santuario della Beate Vergine Madonna del Perello, di cui don Valerio è guida spirituale.

Foto 20 l'affresco di PredaleL’affresco di Predale
Foto 21 Oggi la parete dove c'era l'affresco sulla casa del MaeleOggi: la parete della casa del Maele dove c’era l’affresco

IL RITORNO

L’estate 2012 è stata molto importante per Anna Usubelli, figlia del Luigiòt di Predale. Partita da Predale ancora ragazzina, è ritornata con la figlia Nives e le giovani nipoti nel suo antico borgo di nascita. Momenti di grande commozione e ricordi sono stati intervallati da racconti mai sopiti, persone mai scomparse, vite mai perdute. Per non perdere mai il filo del cammino, per non dimenticare chi ha lasciato le proprie impronte.

Foto 22 Come era la stanza dove dormiva Anna UsubelliCome era: la stanza dove dormiva Anna Usubelli bambina

Foto 23 Oggi Anna Usubelli, al centro in nero, nel suo borgo di PredaleOggi: Anna Usubelli (al centro in nero) nel suo vecchio borgo di Predale

NOTA DELL’AUTRICE

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia del borgo dimenticato di Predale è dare conoscenza e memoria di una pagina della nostra storia bergamasca oggi dimenticata, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

RINGRAZIAMENTI

Ringrazio Sergio Magoni di Selvino per le foto di Predale negli Anni Ottanta, Anna Usubelli di Predale per le foto personali, Maria Carrara figlia dello Stefèn per le foto di famiglia, Ivan Novelli per la foto della mappa. Un mio grazie ad Oscar Carrara per le foto della Valle di Predale, delle incisioni sulle pareti del borgo e per il reportage fotografico nel borgo oggi ormai in decadimento.
Ringrazio chi mi ha raccontato, spiegato, emozionato davanti ai ruderi, Oliviero Carrara, che da bambino, al lavoro nei campi e nella stalla insieme a suo papà Ceserì, ha testimoniato la vitalità del borgo ma anche il suo lento abbandono. TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Reportage nel borgo di Cornello dei Tasso,

dove “tacciono i boschi e i fiumi” nell’epica di Torquato Tasso

lungo le vie dei Corrieri Postali

La Via Mercatorum porticata a Cornello dei Tasso

La Via Mercatorum porticata a Cornello dei Tasso

Salire lungo la direttiva della Valle Brembana ed entrare in un portale del tempo è possibile: basta uscire a Camerata Cornello e subito appare l’indicazione per il borgo antico Cornello dei Tasso, facilmente raggiungibile a piedi in 5 minuti di salita lungo la comoda mulattiera (come spiega a chiare lettera il cartello posto a inizio paese).
L’antico borgo fortificato, posto a picco sulla riva destra del fiume Brembo, torrente non ancora planato nelle maestose anse a San Giovanni Bianco, appare come un miraggio medievale dove il tempo è rimasto sospeso in una bolla di luce e rara bellezza, aperto su uno strapiombo che sembra catapultarsi in basso, seguendo il volo di una poiana, mentre il Brembo scroscia sottostante nelle forre torrentizie.
Un tempo il borgo (oggi annoverato tra i Borghi più belli d’Italia) era il centro dei commerci tra la Valtellina e la Val Seriana, posto centralmente sulla pista della Via Mercatorum, che transitava proprio sotto i monumentali portici lastricati della contrada e proseguiva per Oneta per poi scendere a San Giovanni Bianco.
Nel 1592, con la costruzione della più moderna Via Priula, che partendo da Città Alta, Bergamo, tagliava in perpendicolare l’intera Valle Brembana fino al Passo San Marco, tutta la Via Mercatorum cominciò a perdere importanza, ma l’ isolamento del borgo di Cornello dei Tasso ha permesso la conservazione della sua originaria struttura medievale, abbellita da botteghe e scuderie, abitazioni e foresterie, palazzi e costruzioni a strapiombo, su cui svetta il campanile dell’antica chiesa romanica e l’imponente Palazzo della famiglia dei Tasso, posto su uno sperone di roccia a guardia della valle.

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Cornello della famiglia dei Tasso rimane un punto cardine della storia italiana perché è da questo minuscolo borgo asserragliato sulla roccia che ha avuto origine il moderno Servizio postale: infatti alcuni esponenti dei Tasso, famiglia agiata e di illustre casato di cui è disseminato Cornello dei Tasso con stemmi e raffigurazioni sulle abiatazioni, si spostarono da Bergamo a Venezia dove già nel Trecento entrarono a far parte dei Corrieri della Serenissima, occupando i posti di comando e determinando una vera e propria rete familiare che si estese a tutta Europa. Dopo la metà del Quattorcento perfino il Papa affidò ai Tasso il Servizio Postale del proprio Stato e in quegli stessi anni Francesco Tasso estese i corrieri fino a Innsbruck, Bruxelles, Parigi, coinvolgendo Germania e Spagna. È lui che creò il Servizio Postale Europeo.

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DSCF2634Nel cinquecento l’Imperatore Carlo V insignì gli esponenti Tasso di titoli nobiliari e da allora i discendenti della famiglia si distribuirono nelle varie città europee dedicandosi ai collegamenti postali, rendendoli sempre più sicuri, puntuali e veloci. La linea dei Tasso tedeschi ricevette la nomina a Principe con il nome di “Thurn und Taxis” e gestì il servizio postale fino alla seconda metà del Secolo scorso. I loro spostamenti richiedevano l’utilizzo di carrozze nelle quali, a volte, venivano accompagnati anche passeggeri. Questo servizio successivamente prese il loro nome, dall’iniziale tassì all’attuale e modernizzato taxi.

Da un ramo collaterale della famiglia nacque il poeta Bernardo Tasso, padre del famosissimo Torquato Tasso, autore dell’immortale poema La Gerusalemme Liberata.

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IL MUSEO

Nel borgo del Cornello è presente il Museo dei Tasso e della Storia Postale, il quale offre un importante punto di riferimento ostensivo al turismo culturale e scolastico della Valle Brembana.
Fondato nel 1991, il Museo conserva molte testimonianze dell’attività postale, e non solo, della gloriosa famiglia dei Tasso.
Diffuso in vari edifici sparsi all’interno del borgo, il Museo raccoglie importanti documenti postali tassiani e d’altra natura. Tra i molti si evidenzia una lettera del 1840 affrancata con il primo francobollo emesso al mondo, il famoso “Penny Black”.
Un’altra sala del Museo è poi dedicata alle due glorie letterarie di casa Tasso: Bernardo e il suo più famoso figlio Torquato, autore del celeberrimo poema “La Gerusalemme liberata”.
Infine, uno spazio museale raccoglie strumenti creati nel corso dei secoli XIX e XX come i telegrafi e i telefoni.

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IL PIANTO DELLA NOTTE,

di Torquato Tasso

Tacciono i boschi e i fiumi,
e’l mar senza onda giace,
ne le spelonche i venti han tregua e pace,
e ne la notte bruna
alto silenzio fa la bianca luna;
e noi tegnamo ascose
le dolcezze morose.
Amor non parli o spiri,
sien muti i baci e muti i miei sospiri.
Qual rugiada o qual pianto,
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stelle un puro nembo
a l’erba fresca in grembo?
Perché ne l’aria bruna
s’udian, quasi dolendo, intorno intorno
gir l’aure insino al giorno?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?
Torquato Tasso
da Pensieri e Parole.it

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Mille e una Bergamo,

il blog che racconta la terra di Bergamo:

storie, tradizioni, luoghi, borghi, voci dimenticate

-La chiesetta di San Rocco in Aviatico e la peste “manzoniana”-

a cura di Alessandra Facchinetti

La chiesina di San Rocco, Aviatico, Bergamo

La chiesina di San Rocco, Aviatico, Bergamo

“Nel nuovo racconto della poetessa a scrittrice Aurora Cantini, che narra l’Altopiano di Selvino Aviatico nei suoi angoli più suggestivi, il tema centrale è la peste “manzoniana”. Il passaggio delle orde di Lanzichenecchi, avvenuto nei primi decenni del Seicento, ha infatti segnato una ferita profonda e  tragica nelle storie della gente bergamasca, improvvisamente assalita e falcidiata dal terribile morbo della peste, di cui abbiamo testimonianza di altissimo impatto emotivo nelle pagine de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni.

Molte furono le chiese edificate  sotto la protezione di San Rocco, simulacri dove venivano sepolti i morti, separati dalla comunità per il pericolo del contagio. Neppure i paesi sulle alture ne rimasero immuni, e anche l’Altopiano di Selvino Aviatico, posto sul tracciato dell’antica “Via Mercatorum”, venne raggiunto dalla pestilenza, ma, al contrario della maggior parte dei paesi delle Valli, poche furono le vittime.

La chiesina di San Rocco in Aviatico vista dalla bidonvia del Monte Poieto

La chiesina di San Rocco in Aviatico vista dalla bidonvia del Monte Poieto

La popolazione di Aviatico risalì lungo i ghiaioni del Monte Cornagera e si nascose nei suoi anfratti e labirinti dolomitici. Forse fu questa scelta  che permise loro di scampare alla morte, o forse fu un disegno divino. In ogni caso la comunità decise di erigere su un costone roccioso poco lontano dall’abitato, una chiesetta dedicata a San Rocco, che ancora oggi veglia sul paese.

L'ingresso della chiesina di San Rocco, Aviatico, Bergamo

L’ingresso della chiesina di San Rocco, Aviatico, Bergamo

Per il mantenimento e la cura della chiesa era indispensabile l’uso della Questua. Fu un servizio che venne portato avanti per tutto l’Ottocento e più della metà del Novecento in tutta la bergamasca. Tra i vari passaggi documentati ve n’è uno, del 1968, in cui si segnano le offerte per “Il Passio, la Madonna, il Latte.”

Il panorama di Selvino Aviatico dalla bidonvia del Monte Poieto

Il panorama di Selvino Aviatico dalla bidonvia del Monte Poieto

Dagli Archivi Parrocchiali, fonte inesauribile della nostra identità culturale e sociale, emerge una devozione sincera e tenace.  Trae forza dalla Fede e la Speranza nella Provvidenza, le quali da sempre circondano le forti genti di montagna.”

Ecco il link per la lettura completa dell’articolo, corredato da numerose fotografie: 

La chiesetta di San Rcco ad Aviatico e la peste dei Lanzichenecchi

Cartolina d'epoca di Giuseppe Pino Bertocchi: Aviatico con la Via Mercatorum visto dal piazzale prima della chiesetta di San Rocco

Cartolina d’epoca di Giuseppe Pino Bertocchi: Aviatico con la Via Mercatorum visto dal piazzale prima della chiesetta di San Rocco

Vie storiche lombarde

negli Anni Duemila:

La Via Mercatorum,

a piedi da Bergamo all’Europa

Il ponte pedonale Attone a Clanezzo

Il ponte pedonale Attone a Clanezzo

Sul finire di agosto di quest’anno la sezione di Bergamo di Legambiente, guidata da Roberto Cremaschi, ha voluto ripercorrere uno dei tanti tratti che nel Medioevo, nelle Valli Bergamasche, creavano l’articolata rete di sentieri cavalcatori (cioè da percorrere solo con le cavalcature o a piedi) detti “Vie Mercatorum” (già attivi al tempo dell’Impero Romano). Queste vie, partendo dalla Porta di San Lorenzo in città e attraverso la Media Valle Seriana, giungevano in Alta Valle Brembana, conducendo il viandante fino al Passo San Marco, oggi in località Morbegno, in Valtellina, e quindi nel Cantone dei Grigioni, in Svizzera.

Le Vie Mercatorum con le varianti, Bergamo Morbegno

Le Vie Mercatorum con le varianti, Bergamo Morbegno

LA VIA PRIULA

Il gruppo, dopo essere giunto in TEB a Nembro, paese della Media Valle Seriana, è risalito la Valle del Carso fino all’Altopiano di Selvino, dove ha pernottato nei locali dell’Oratorio Parrocchiale, per poi continuare il cammino verso Aviatico, Trafficanti, Serina, Dossena, e via via scendendo verso la Valle Brembana, fino ad Oneta di San Giovanni Bianco, per un tratto complessivo di circa 40 chilometri.

Da Oneta la “Via Mercatorum” prosegue parallela alla “Via Priula” costruita più tardi, nel 1592, una vera strada “moderna” per  i tempi, che tagliava la Valle Brembana come una linea quasi dritta di circa sessanta chilometri, e che oggi è, per la maggior parte del tracciato, inglobata nell’odierna rete stradale.

Il piccolo borgo di San Vito incastonato nella valle del Carso, sullo sfondo Nembro

Il piccolo borgo di San Vito incastonato nella valle del Carso, sullo sfondo Nembro

La salita da Nembro a Selvino

La salita da Nembro a Selvino

Lo spartiacque a Salmezza, sopra Selvino

Lo spartiacque a Salmezza, sopra Selvino

GLI OBIETTIVI

Le persone che hanno aderito all’iniziativa, una ventina, sono famiglie con i bambini, ragazzi, giovani e fanciulle, ma anche pensionati over 60 e mamme.  Equipaggiati di tutto punto, pronti a pranzi al sacco e pernottamenti in sacco a pelo e materassino nelle varie comunità sul percorso, si sono gustati paesaggi naturalistici mozzafiato e scorci storici di valore.

Molti gli obiettivi: rivalutare e riscoprire una pagina basilare della quotidianità nel Medioevo, scoprire come si viveva un tempo su queste nostre montagne, per sfatare il pregiudizio di “montanari chiusi e duri”, riprendere in mano un patrimonio culturale che sta perdendosi nelle nebbie della globalizzazione, ma soprattutto prendere visione dello stato di manutenzione delle strade, censire rocce e pietre miliari e proporre un nuovo utilizzo di questa memoria storica a cielo aperto, per le generazioni future, le scolaresche in visita lungo i sentieri, i villeggianti nelle loro passeggiate, gli abitanti nei loro spostamenti senza sempre dover ricorrere alle auto.

Il borgo della Tagliata di Cornalba

Il borgo della Tagliata di Cornalba, da dove passava la Via Mercatorum

UN DOCUMENTO REPORTAGE

La finalità è la creazione di un documentario–reportage sul percorso seguito, al fine di accendere l’attenzione verso questo pezzo dimenticato della nostra storia e delle nostre tradizioni, per secoli un asse portante dell’economia bergamasca, una possibilità di utilizzo che oggi è stata pressoché cancellata, mentre andrebbe rivisitata in chiave moderna.

Potrebbe diventare una proposta di vacanza itinerante low cost per famiglie amanti della montagna e della scoperta, attraverso la condivisione di luoghi caratteristici delle nostre vallate che le numerose e fitte ramificazioni della Via Mercatorum offrono lungo tutto il suggestivo percorso.

Verrebbe così resa finalmente lucente l’immagine degli antichi borghi ancora abitati da chi si ostina a non cedere, a vivere in montagna, delle valli ricche di sorgive e foreste frondose, delle contrade e dei paesini arroccati sugli speroni di roccia o accanto ai ruscelli, per vacanze essenziali e coinvolgenti in questo tempo di crisi e spaesamento. Molte le fotografie scattate, gli appunti raccolti, le interviste affrontate, dai moderni viandanti in cerca della storia.

Il libro sulla Via Mercatorum

Il libro sulla Via Mercatorum

LA MIA POESIA

NEL MIGRAR DEI GIORNI

(per i moderni viandanti in cerca della storia)

 

Come un’edera

m’avviluppo di ricordi

e lascio che le membra

trovino un’ombra di frescura

dove smarrirsi in smorzati pianti.

 

Poi libero gli occhi

sui deserti sentieri

che fuggono lontano

come strisce d’aquilone

 

-radenti voli di pomeriggi

che hanno strattonato il tempo

e ferito il tramonto

con macchie d’ambrate pervinche

cadute tra le zolle.-

 

poi libero le mani

chiuse a coppa

su quelle piccole lacrime

 

-velluto d’ombra che langue e freme

nell’intrico del vento

e consola altre lacrime

 come rugiada sul boccio.-

 

Verde l’edera alfin

m’arrenderò al migrar dei giorni

nascosta allo smarrito passo

una pervinca d’ambra

in un fragile eco di attese

alla primavera.

(Da “Nel migrar dei giorni” 2000)

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