Quelle navi carretta di terza classe per gli emigranti di un tempo

Quelle navi carretta di terza classe per i nostri nonni emigranti di un tempo

Schermata-2014-02-01-alle-10.35.29 FONTE WEB
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Numerosi furono le stragi di emigranti nei naufragi dei “Vascelli della morte” nel secolo scorso

Emigrare vuol dire tagliare le proprie radici strappando il filo che ci lega alla terra che ci ha fatto nascere, una ferita sanguinante e mai chiusa, anche se nel nuovo mondo, là dove il cuore o il bisogno o il destino ci ha fatto approdare, siamo riusciti a creare un nuovo orizzonte e una nuova Speranza.
Ci sono notizie nascoste, che mai vedranno la luce se non come curiosità o interesse agli addetti ai lavori, notizie che il grande pubblico mai conoscerà perché nessuno gliele fornirà.
Tra le tante anche quelle, disperate e sconvolgenti, che riguardano i milioni di Italiani che sono partiti dai nostri paesi in cerca di fortuna e di sogni.
Raramente simo stati accolti con gentilezza, e questa è la prima brutale realtà.
Ci hanno trattato quasi sempre come “esseri sporchi, cattivi, brutti e inaffidabili”.
In 150 anni della nostra storia sono partiti circa 30 milioni di Italiani, nessun altro paese europeo ha avuto mai un così alto numero di emigranti, che oggi hanno dato vita a oltre 80 milioni di oriundi sparsi per il mondo.

1906-emigranti-italiani FONTE WEB
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Gli studiosi parlano di “diaspora italiana”, quasi una strage, uno svuotamento di generazioni. Quattro le fasce coinvolte: a fine Ottocento sono partiti i nostri bisnonni, ai primi del Novecento i nostri nonni, negli Anni Cinquanta e Sessanta i nostri padri e oggi emigrano i nostri ragazzi.

Gli emigranti di oltre Cento anni fa erano veneti, friulani, lombardi, piemontesi, siciliani, calabresi, campani, che sapevano parlare quasi esclusivamente in dialetto.
Il viaggio in mare era costoso, valeva dalle 100 alle 250 giornate di lavoro, le navi erano vecchie, “le zone di terza classe erano situate nella parte più bassa della nave”(fonte “Airone, n°418”) “fredde d’inverno, bollenti in estate, mancavano di ossigeno, pulizia, igiene, spazio. Nelle cuccette di legno o di ferro gli emigranti si ammassavano come bestie, tra i bagagli che si sporcavano di vomito ed escrementi. Le latrine erano due per oltre centinaia di persone…”
Nella baia di New York, Ellis Island è chiamata anche “Isola delle lacrime” ma non tutti arrivavano in America o in Brasile o in Argentina. Tanti morivano a bordo e venivano gettati in mare. Navi vecchie, catorci, detti “Vascelli della morte”, riempite oltre il limite consentito, con clandestini senza nome accucciati in ogni pertugio.

arton12633 FONTE WEB
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Furono innumerevoli i naufragi dove morirono moltissimi Italiani: 149 morti nel 1880 al largo della costa argentina, nel 1891 576 vittime nello stretto di Gibilterra, nel 1898 al largo della Nuova Scozia annegarono 549 emigranti italiani, nel 1906 davanti alle coste spagnole morirono in 293, ma su quella nave vi era un numero altissimo di clandestini che mai avranno un nome.
Scrive Gian Antonio Stella nel suo libro “L’orda: quando gli albanesi eravamo noi”: “I nostri nonni e bisnonni furono vittime di pregiudizi, disprezzo, razzismo, xenofobia, aggressioni violente un po’ ovunque nel mondo. Non eravamo considerati nemmeno di razza bianca nei tribunali degli Stati Uniti Meridionali, ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. La stampa e i giornali ci definiva spesso “una maledetta razza di assassini” o “sporchi come maiali”
In Svizzera non accettavano i bambini, che dovevamo tenere nascosti. Eravamo emarginati dagli stessi preti, che ci consideravano primitivi e superstiziosi. Finivamo appesi ad una corda nei pubblici linciaggi, “tutti siciliani”, “tutti mafiosi””
Il peggio venne nel 1923 quando in un articolo su un quotidiano americano si lesse: “Se non vogliamo che l’americano bianco, alto, robusto, con gli occhi blu venga estinto completamente da popoli piccoli e scuri, come l’italiano, lo zio Sam deve rendere più stringenti i suoi provvedimenti. Cioè deve chiudere le frontiere”.
Scrive ancora Gian Antonio Stella: “I nostri nonni e bisnonni erano in gran parte analfabeti. Lavoravano come manovalanza a basso costo sfruttata e mal pagata. Abitavano in tuguri in periferie degradate e spesso si davano all’alcol e al crimine. Ciò portò a identificare l’italiano con il gangster o il mafioso”
Molti erano i soprannomi che ci venivano affibbiati: “Rospi” in Francia, “Inghiottipolenta” in Svizzera o “Macaroni”, “Fabbrica gattini (bambini)” in Germania, “Guinea” cioè “non bianchi, o quasi negri” negli Stati dell’Alabama o in Louisiana, mentre nel resto degli Stati Uniti noi eravamo “mangia spaghetti”, “pipistrelli”, “palle d’unto”.  Mio papà Mansueto emigrò in Svizzera come  minatore e poi muratore a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo essere stato messo in congedo con la smobilitazione nell’estate del 1947. Gli emigranti italiani venivano detti “Tschinggeli” che significa “giocatori di morra, urlatori”. Anche a mio papà spesso veniva rivolto questo insulto. Con il tempo Mansueto si conquistò la fiducia e il rispetto dei datori di lavoro e della popolazione tanto che il suo padrone venne al matrimonio dei miei genitori il 28 gennaio 1961. Ma quella parola gli rimase impressa a fuoco, incancellabile.

La Storia di ripete nel suo desolante e tragico gioco. “Nell’andare se ne va e piange…” lasciando la sua terra. Perché non sa quando la rivedrà.

 

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