Quel Natale di guerra Cento Anni fa

“Ora tutto tace, sembra che la Pace sia discesa fra questi monti,
fra questi uomini che sì valorosamente combattono”

(Lettera dal fronte della Grande Guerra, scritta da Nino Boschetti, Bergamo)

tratto da L’Eco di Bergamo

Articolo de L’Eco di Bergamo

“Ora tutto tace, sembra che la Pace sia discesa fra questi monti, fra questi uomini che sì valorosamente combattono. Un bacio speciale alle care bambine e prego papà che dia 5 delle mie lire ad esse per Santa Lucia”
Questo brano è tratto da una delle migliaia e migliaia di lettere scritte a casa dal fronte della Prima Guerra Mondiale da uno delle migliaia e migliaia di ragazzi gettati in quella immane e infinita carneficina, “La Guerra della generazione perduta” dei ragazzi degli Anni Novanta del secolo scorso. L’autore si chiamava Nino Boschetti di Bergamo, aveva 20 anni, e quella sera del 15 dicembre sentiva struggente e intollerabile la nostalgia di casa, nel ricordo indelebile e unico della Santa venerata nei territori lombardi. Era il primo Natale di guerra e quei ragazzi nulla ancora sapevano e conoscevano del destino che li attendeva crudele e maligno con il suo fuoco atroce e il suo gelo perenne, nel corpo e nel cuore.
Essendo il primo anno di guerra i soldati avrebbero avuto diritto a 15 giorni di permesso per le feste natalizie: alcuni riuscirono ad agguantare la desiderata sospensione dal dolore in trincea, altri dovettero attendere il proprio turno a scaglioni, chi a inizio gennaio, chi a metà, chi ancora a fine mese. Nino Boschetti venne ucciso il 24 gennaio 1916 a Oslavia, nei pressi di Gorizia, nei giorni in cui stava aspettando la licenza per tornare a casa, ad abbracciare le due sorelline più piccole e i genitori.
Nino scrisse quasi ogni giorno a casa, quasi un lamento immortale, unico e infinito. La notte della Vigilia di Natale scrisse: “Vi potete immaginare rimanere per parecchie e lunghe giornate sotto terra senza poter uscire per non essere scoperti e non attirare troppo il fuoco nemico. Siamo alla Vigilia di Natale, giorno di pace di tranquillità. Ma qua nulla si riconosce, nulla si rispetta. Anche in questi giorni il silenzio profondo che regna fra queste redente ed irredente terre è rotto dall’instancabile rombo del cannone. Di notte qualche colpo di fucile, qualche scarica, qualche finta. Una mitragliatrice a destra e l’altra a sinistra che pur esse vogliono partecipare al lugubre concerto. La nostra vita intanto passa nascosta sotto terra e, come giustamente disse D’Annunzio: “Con il fango alla cintola”.

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Giunse il 26 dicembre e l’angoscia cresceva dal profondo: «Ecco che anche quest’anno il giorno di Natale venne e passò. Per questo Sacro Giorno anche gli Austriaci non spararono. Qualche secco colpo tirato più per abitudine che per colpire un bersaglio nemico. Il cannone, silenzio perfetto. Vi potete immaginare quanto è noiosa la nostra vita. Stare rinchiusi sotto terra per delle giornate intere senza potersi muovere, senza poter uscire e aspettare la sorte, che non per tutti è buona.”
Nino conservava nel profondo la sua angoscia più grande. Aspettava e desiderava, implorava e sperava. Sperava di ritornare a casa, sperava di ritrovare il suo letto, sperava di riuscire a sopravvivere. Sperava di poter avere e trovare Pace.
Ma ancora oggi questa parola non è pronunciata in tutte le lingue, e la sua voce è ancora troppo esile per riuscire a superare il boato di nuove bombe, nuovi assalti, nuove stragi.
Nulla è cambiato in Cento Anni, solo le divise e il colore della pelle. Lo sguardo degli innocenti resta invece sempre lo stesso: quello di caprioli intrappolati in una maligna rete metallica, un filo spinato che nessuno vorrà mai spezzare. Come Crocifissi sconosciuti e dimenticati. Senza possibilità di Resurrezione.

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