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Le donne partigiane

Le donne partigiane

Le donne nella Resistenza italiana

Una pagina pressoché dimenticata della nostra Resistenza è la partecipazione attiva di molte giovani donne alla liberazione dal nazifascismo. Una pagina ricca di atti di coraggio, profondi legami di amicizia, incrollabili ideali e speranze infinite. Donne, ragazze, sorelle, spose, vedove che decisero di mettere in pericolo la loro stessa vita in nome della libertà.

Ce ne furono tante, di “donne partigiane” che  parteciparono con coraggio, creatività ed eroismi estremi alla Resistenza. Ma quattro storie in particolare meritano di essere ricordate a nome di tutte le altre, dimenticate dal tempo. Innanzitutto perché è uscito il libro “La casa in montagna. Storia di quattro partigiane”.  Inoltre queste donne meritano che sia resa pubblica la loro testimonianza e che venga loro dato il giusto riconoscimento come figure di importanza vitale ad una  pagina estremamente sofferta della nostra storia.

In questo racconto, attento e delicato, troviamo testimonianze che riescono a commuovere e a ispirare, e restano impresse a lungo, grazie alla penna felice dell’autrice. Attraverso lo sguardo e l’esempio di queste protagoniste in lotta contro il nazifascismo, La casa in montagna ci restituisce una memoria unica, che oggi troppi vorrebbero dimenticare.

«Moorehead dipinge un quadro meravigliosamente vivido e commovente delle donne della Resistenza italiana. Un libro eccezionale» – sir Max Hastings, autore di Inferno. Il mondo in guerra 1939-1945, The Sunday Times

«Affascinante… La narrazione è resa con una tale verve che viene spesso la pelle d’oca» – Tobias Jones, The Guardian

«Una storia profondamente commovente e magnificamente raccontata» – Booklist

Siamo ormai a tre generazioni di distanza dalla guerra partigiana del 1943-45, e certi eventi di quegli anni hanno perso in parte la loro carica emozionale. In questi decenni è stato compiuto (e ancora si compie) un imprescindibile lavoro di ricerca storica, che ha documentato con cura le battaglie e le vite dei protagonisti di allora, e ha analizzato nel dettaglio gli elenchi degli assassinati e dei torturati, e l’orribile computo dei drammi umani, spesso descritto con linguaggio asettico nei documenti della burocrazia. Oggi è importante che, per non dimenticare, si levi su quelle vicende anche una voce autoriale, in grado di legare i fatti storici in un filo narrativo coinvolgente e cristallino. È ciò che fa Caroline Moorehead in questo libro, un’opera completa, capace di ricreare l’atmosfera di paura e di dolore, ma anche in grado di rendere la spinta ideale provata da molte donne coraggiose, determinate ad agire e rischiare per il bene della loro comunità. Pagina dopo pagina, leggiamo senza fiato la storia delle quattro protagoniste – Ada Gobetti, Bianca Guidetti Serra, Frida Malan e Silvia Pons –, partigiane emblematiche di un intero movimento di donne altruiste, forti e motivate, che animarono azioni di ribellione collettiva, sfidando la guerra, la paura e i pregiudizi. In questo racconto, attento e delicato, troviamo testimonianze che riescono a commuovere e a ispirare, e restano impresse a lungo, grazie alla penna felice dell’autrice. Attraverso lo sguardo e l’esempio di queste protagoniste in lotta contro il nazifascismo, La casa in montagna ci restituisce una memoria unica, che oggi troppi vorrebbero dimenticare.” (fonte IBS)

La casa in montagna, libro

Ada Gobetti, nata nel 1902, era rimasta vedova giovanissima. Era un comandante vero e proprio, operava con la sua Brigata sulle montagne più impervie del Piemonte. Bianca guidetti Serra, classe 1919, si era laureata in giurisprudenza, traguardo quasi unico per una donna. Organizzava comitati d’azione contro i fascisti nelle fabbriche. Frida Malan, classe 1917, era una staffetta. Si camuffava spesso da sposa per trasmettere i messaggi clandestini. Silvia Pons, nata nel 1919, era un medico. Si ritrovò spesso a curare i feriti e a nascondere i ricercati.

Quattro donne, quattro amiche, una sola città, Torino. Si incontravano di notte per pianificare e condividere le loro rischiose missioni. Sempre nel pericolo di essere catturate. Accanto a queste risolute combattenti, migliaia e migliaia di altre donne, sconosciute e anonime, insorsero in tutta Italia, creando una fitta rete di soccorsi, di interventi, di appoggio. Il punto di partenza era la loro stessa casa. Fagotti, coperte, cesti di viveri, vettovaglie, ricambi di abiti, medicinali, lasciapassare, documenti falsi, armi. Il filo nascosto della resistenza partiva dalla città, in un rito quotidiano fatto di contatti clandestini, tappe intermedie nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, al mercato. Di notte lo scenario era la montagna. Chilometri e chilometri al buio, con zaini e panieri da consegnare agli uomini.

A torino c’era una caserma, la famigerata Caserma La Marmora, in via Asti, dove molte di queste giovani donne furono portate dopo essere state catturate. Molte le torture inflitte per obbligarle a parlare. Ma non cedettero.

Le donne della Resistenza furono madri, mogli, sorelle… costruttrici di futuro, ricamatrici di vita. Con le unghie e con i denti andavano avanti, passo dopo passo, sapendo che solo con la tenacia avrebbero potuto davvero rivedere la luce della libertà. Hanno combattuto per i loro figli, per i loro nipoti, per i nuovi italiani.

Eppure, Quando il 6 maggio 1945 a torino ci fu la grande Sfilata dei Partigiani per la liberazione della città, poche furono le donne a cui fu permesso unirsi agli uomini. Perché alla fine le donne dovevano ritornare in cucina.

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