L’11 Settembre vent’anni dopo, testimonianze bergamasche

L’11 Settembre vent’anni dopo, testimonianze bergamasche

Quel terrificante pomeriggio dell’11 settembre 2001 io ero a casa con i miei bambini. In tv trasmettevano i Simpson, quando i cartoni vennero sostituti dalle immagini della prima torre in fiamme. Da quel momento la tv rimase accesa in diretta. Ho visto tantissimi puntini neri volare giù, ho capito che erano persone che avevano deciso di non aspettare di morire. Più di 200. È la cosa che mi è rimasta impressa più di tutte. Come schegge nel profondo del cuore. Mai più sono riuscita a togliermi le immagini di quei corpi in volo. Come prima cosa, dirompente, è uscita la poesia “Ora che i giorni cadono” che ha vinto il concorso letterario a Buscate nel 2008.

La seconda cosa, dopo esattamente 10 anni, nel 2011, è stata la pubblicazione del romanzo “Come briciole sparse sul mondo”. Attraverso documenti e testimonianze ho voluto ricostruire quella giornata, scandita come un orologio, quasi in un bollettino orario. La cronaca della giornata che ha cambiato il corso della storia, ma anche i sentimenti e il terrore di coloro che sapevano che non sarebbero mai riusciti ad uscirne vivi da quell’Apocalisse.

COME BRICIOLE SPARSE SUL MONDO, nel romanzo di Aurora Cantini la tragedia delle Torri Gemelle

Tra le tante persone che hanno contribuito alla realizzazione del libro con le loro testimonianze che io ho riportato nella struttura del romanzo, non posso non citare due fratelli di Nembro, Mario Olivo e Cesare Marcassoli, che facevano parte della squadra italiana ingaggiata tra il 1966 e il 1969 per costruite le mastodontiche fondamenta delle Torri, profonde oltre 20 metri. Era infatti fondamentale gettare possenti fondamenta affinché le acque del fiume Hudson non allagassero i sotterranei dei due colossi di acciaio, pregiudicandone la stabilità. Tale compito fu affidato ad una ditta di Milano, la Icos, che scelse le eccellenze nel campo dell’edilizia, muratori bergamaschi e bresciani. Mario Olivo, capo carpentiere, e Cesare lavorarono senza sosta, con precisione millimetrica e fatica immane nel gettare le basi del Sogno Americano. Al termine dell’incarico entrambi erano rimasti a vivere a New York.

Anche un bergamasco nella costruzione delle Torri Gemelle

Quel tragico 11 settembre Mario Olivo, sposato con due figli, vide la terrificante scena mentre stava uscendo da un supermercato poco lontano. Le sue Torri, così le chiamava con orgoglio, quel giorno si stavano dissolvendo nel vento. Un dolore profondo e silenzioso, lontano dai clamori e dalla pubblicità. Un dolore mai più risanato. L’ emigrante bergamasco partito trentenne verso il Sogno Americano, che aveva contribuito al Sogno Americano e che l’aveva visto crollare, morì nel 2003 nel New Jersey, qualche mese dopo la nascita del suo secondo nipotino, che venne chiamato con il suo nome. L’altro fratello, Cesare, faceva parte del Protezione Civile e fu tra i primi a giungere sotto le Torri ormai distrutte per portare soccorso e rimuovere le macerie.

Le macerie dopo il crollo delle Torri Gemelle, fotografia di esclusiva proprietà di Cesare Marcassoli

Un lavoro dietro le quinte, lui e la sua squadra, testimoniato da centinaia di fotografie esclusive, che raccontano lacrime e sgomento, ma nessun cedimento, nessun indugio. Si arrampicarono su montagne di acciaio, spostarono colossi di armatura e, quando ormai era buio fondo, alla luce delle lampade, arrivarono nei sotterranei, nel cuore delle Torri Gemelle. Centinaia di auto accatastate, grovigli di lamiere, sempre con la segreta speranza di trovare un flebile soffio di vita. All’improvviso si trovarono di fronte due architravi incastrate a formare una croce. Un segno a cui aggrapparsi. Cesare, avendo saputo del mio romanzo grazie al fratello Giorgio, mi spedì un cd con più di 150 fotografie di sua proprietà scattate in diretta durante i soccorsi.

L’articolo su l’Eco di Bergamo nel Ventennale dell’attentato alle Torri Gemelle
La prima pagina del quotidiano L’Eco di Bergamo

Ma un’altra persona ha dato una importante impronta al libro con la sua testimonianza, l’ingegner Cristiano Gardani, di Sant’Omobono Terme. Era a New York dal 1999 con la moglie Mariangela e abitava nella zona nord di Manhattan. Il suo ufficio era a 300 metri dalle torri. Il secondo aereo passò quasi sopra il suo ufficio, prima di schiantarsi. Fu lui a raccontarmi l’esodo. La moltitudine silenziosa di profughi. Silenziose colonne di persone che, a piedi, cercavano in qualche modo di tornare a casa. Chiusi tutti i Tunnel e i ponti che collegavano l’isola, fermati tutti i trasporti pubblici, metropolitane, treni, pullman, l’isola era completamente isolata. Poi scattò il piano di evacuazione: i ponti e i Tunnel a nord della città vennero riaperti solo in uscita, per consentire l’esodo. Gli unici veicoli che riuscivano a dirigersi a sud erano i pick- up dei volontari che accorrevano sul luogo del disastro. Sfilavano in code ordinate, acclamati dalla gente per strada. Dalla Grand Central Station partivano solo treni gratuiti diretti verso i sobborghi. Il porto venne impedito al traffico commerciale, con traghetti impegnati a portare la gente fuori da Manhattan. Molti battellini, di quelli che solitamente portavano i turisti alla Statua della Libertà, caricavano i superstiti e li depositavano dall’altra parte, in New Jersey, sulle rive dell’Hudson, dove alcune grandi palestre erano già state attrezzate come rifugi d’emergenza, in cui trovare coperte, acqua, cibo. Le linee telefoniche funzionano a scatti, si faticava ad avvisare i parenti, i caccia sorvolavano a bassa quota. Manhattan bruciava. L’ingegner Gardani riuscì a ritornare a casa, un po’ in treno e un po’ a piedi, solo a notte.

Pagina 83 del libro “Come briciole sparse sul mondo”
Pagina 131 del libro "Come briciole sparse sul mondo"
Pagina 131 del libro “Come briciole sparse sul mondo”

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