Kosovo dieci anni dopo

Kosovo dieci anni dopo

Bimba del Kosovo, poesia di Aurora Cantini

Bimba del Kosovo, poesia

L’Indipendenza in Kosovo non è mai veramente arrivata. Dopo dieci anni i ragazzi di oggi navigano su internet, usano i telefonini e facebook, ma pochi hanno uno stipendio fisso, in ogni caso basso, circa 350 euro al mese, non di più.

Sembra ancora inverno, il sole sorge ma non scalda il cuore, la speranza s’invola lontano nel cielo senza toccare la vita della gente. Dieci anni fa, il 17 febbraio 2008, il Kosovo ha proclamato la sua indipendenza dalla Jugoslavia, divenendo lo Stato più giovane d’Europa. Ma ancora oggi in Kosovo l’usignolo non canta, i giovani non sorridono, sembrano guardare il mondo da dietro i vetri.

Vorrebbero partire, ma il visto è difficile da ottenere. Vorrebbero creare, ma si sentono prigionieri di un mondo che sembra essere rimasto indietro, sui binari vuoti di un cammino difficile.

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Festeggiamenti, concerti, eventi, parate, bandiere. In queste settimane la gioia ha reso più dolce il giorno e più leggero il tramonto. Ma poi, per questo stato grande come l’Abruzzo, il ricordo ghermisce implacabile con le sue tenaglie. Quasi quindicimila vittime ha lasciato quella guerra difficile, crudele, terribile, che tutti noi abbiamo “sentito” poco oltre la porta di casa.

L’ordine e la regolarità sono garantiti ancora oggi dalla forza militare (KFOR) guidata dalla Nato, con militari italiani e americani a presidiare lato ovest e est. Sono inoltre presenti sul territorio soldati di 28 nazioni, per un totale di 4000 uomini. Hanno un unico e chiaro compito: garantire libertà di movimento e ambiente sicuro per i residenti. Questi dati fanno rabbrividire non solo per i significati cupi che nascondono, ma soprattutto perché del Kosovo non si parla più, dimenticato. Come in una storia, cessato il fragore delle armi e delle bombe, acquietato il boato dei missili, smorzato l’allarme delle sirene, tutti hanno dato per scontato che il lieto fine fosse a portata di mano. Stop.

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Invece in Kosovo basta poco ancora oggi per accendere una miccia spaventosa. La corruzione, la disoccupazione, la povertà attanagliano questo piccolo quadratino in mezzo ai Balcani. Il Tribunale speciale sui crimini di guerra prodotti dal conflitto che ha devastato il Kosovo dal 1998 al 1999, non ha ancora emesso il suo giudizio e molti dei governanti sono indagati. Il dialogo tra le varie etnie è quasi inesistente. Molte sono le vertenze in sospeso da parte dei serbi che vorrebbero ritornare in possesso delle loro case.

Anche la religione è frammentata: quasi un sogno conciliare la fede islamica professata dalla popolazione albanese con quella cristiano ortodossa della parte serba. Rinascere, ripartire per questi paesi dell’Est che emergono dalle guerre recenti e dalle nuove dittature, è affannoso, senza respiro. Eppure solo le bellezze del territorio, i paesaggi naturali ancora incontaminati, i monumenti e gli edifici storici secolari, (come il Monastero di Decani, detto la Cappella sistina dei Balcani) potrebbero davvero aprire i cancelli dell’indipendenza, quella vera. La sola che possa ridare dignità e scopo alla vita di un popolo giovane e speranza al futuro.

 

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