Sul Meublé Camoscio di Mario Merelli è sceso il silenzio

Sul Meublé Camoscio di Mario Merelli è sceso il silenzio

L'albergo Meublé Camoscio di Mario Merelli oggi chiuso
L’albergo Meublé Camoscio di Mario Merelli a Lizzola oggi chiuso

Mario Merelli se ne è andato in una notte d’inverno del 2012, nell’anno dei suoi 50 anni. Tutti conoscono la sua storia mirabolante e la sua tragedia quasi impossibile ancora da credere: morire sul Pizzo Scais, a due passi da casa. Lui che aveva scalato Orobie e Ottomila, lui che era soprannominato “Camoscio” per la sua agilità e la sua padronanza del territorio. Lui che pianificava ogni percorso, ogni tratta, che mai andava alla cieca. Ma il destino traccia i suoi disegni con mano invisibile all’uomo. La scomparsa di Mario Merelli non solo ha lacerato profondamente il cuore bergamasco della sua gente e dell’intero mondo alpinistico. La sua scomparsa ha dato anche inizio alla lenta morte del suo rifugio, della sua casa, delle sue radici. Perché il Meublé Camoscio, la casa – albergo di Mario Merelli oggi è silenziosa e vuota. Desolatamente e per sempre vuota.

Aurora Cantini davanti al Meublé Camoscio a Lizzola
Aurora Cantini davanti al Meublé Camoscio a Lizzola

Sono salita a Lizzola percorrendo l’aspra ma anche verdeggiante valle fino a Valbondione. Ho proseguito sui tornanti salendo dolcemente ma in modo deciso e netto, con i pali segnaneve ai lati della carreggiata, e sono giunta al paesino dove Mario ha vissuto fin dall’età di due anni. Il papà Patrizio faceva il falegname a Vertova, ma era innamorato della montagna e a poco a poco, nel tempo libero, riuscì a costruire Il Camoscio, un albergo proprio accanto alle vette. Era il 1961 e tre anni dopo l’intera famiglia lo seguì lassù, i due fratellini più grandicelli (Dino e Raffaella) e il piccolino di due anni, Mario.

Lizzola con la chiesa
Lizzola con la chiesa

Da quel momento Il Camoscio divenne il centro della cultura di montagna. Turisti, appassionati, villeggianti, escursionisti, sciatori, comitive, alpinisti, scuole di sci, gente che andava e veniva tutto l’anno. Lizzola vide fiorire alberghi storici, creati dal legno grezzo ma anche dalla lucida scorza del vero amante della montagna. Papà Patrizio era spesso in giro per il mondo con le sue imprese come guida alpinistica, ma Il Camoscio era in mani sicure.

Quando Mario scomparve la mamma continuò per un po’ a reggere le redini dell’imponente albergo, aiutata dalla figlia, dai nipoti. Ma il possente cuore del grande Camoscio piano piano, giorno dopo giorno, ha smesso di battere. Sembra una storia d’altri tempi, quasi evanescente, eppure tutto è lì, ancora davanti agli occhi. Un tronco d’albero a chiudere il vialetto di accesso, come un corpo caduto, la spianata con i ceppi degli ombrelloni e l’erba che sta crescendo tra le fessure, il colore rosa tramonto della facciata, il balcone con un vaso dei gerani ormai avvizzito. Ma sono le finestre quelle che mi colpiscono al cuore. Le tendine sembrano muoversi nel soffio leggero della brezza di luglio, giorni assolati come raramente ne troviamo qui da noi, sembrano attendere qualcuno che salga lungo la stradina in salita. Occhieggiano stanche come sguardi dolenti, il bianco assomiglia a lacrime rimaste incastonate tra le ciglia.

Il legno delle staccionate tiene ancora, ma tutto è come sospeso, quasi incredulo. Voci, suoni, passi, risate, musica… tra quelle finestre decorate con infissi di legno Mario Merelli organizzava serate, concerti, conferenze, cene e notti di amicizia pura, camino acceso e storie narrate mentre la neve ammantava il declivo.

Tra quelle stanze Mario il piccolo Camoscio, cresceva zampettando inebriandosi di rocce e sognava di raggiungere il cielo. In quell’atrio Mario ha riposato per l’ultima volta, vegliato dal cuore affettuoso di tutta Lizzola. Nel cortile un grosso masso mostra una picozza attorcigliata alla corda mentre sotto il porticato un’aquila di legno veglia sul silenzio. Chissà se è stato Mario a posizionarli lì. Chissà quale sarà stata la loro storia.

La roccia che ancora si erge nel cortile del Meublé Camoscio
Un'aquila intagliata nel legno davanti alla rimessa del Meublé Camoscio
Un’aquila intagliata nel legno davanti alla al porticato del Meublé Camoscio, Lizzola

Dall’altro lato della stradina si apre un ampio prato degradante, dove papà Patrizio costruì lo skilift. Prati dove Mario ha giocato e riso gettandosi a capofitto nella neve.

Il prato davanti al Meublé Camoscio
Il prato davanti al Meublé Camoscio a Lizzola

Non riesco ad allontanarmi dal Camoscio, un groppo in gola, un senso di rispetto mi impedisce di abbandonare il Meublé, è come se mi dicesse “Rimani ancora un poco con me, non lasciarmi solo, fammi compagnia.” So che da quel portoncino in legno Mario è uscito per l’ultima volta in una giornata di gelo e neve, nubi basse che avvolgevano come un sudario il suo sguardo per sempre chiuso sul mondo. Mi sembra quasi di voltargli le spalle.

Un passo dopo l’altro ho ripreso la stradina verso il centro storico. La stessa lungo la quale la bara di Mario è stata portata a spalla dai suoi amici, tra due ali di folla silenziosa e stranita. Un ultimo sguardo indietro e il Camoscio è scomparso dietro la curva.

La stradina che dal Meublé Camoscio conduce alla chiesa di Lizzola
La stradina che dal Meublé Camoscio conduce alla chiesa di Lizzola

Lizzola è ben tenuta, le case antiche raccontano di inverni lunghi e spopolamento. Ma oggi il sole alleggerisce ogni pensiero. Dal sagrato della chiesa dove Mario è cresciuto e dove l’hanno salutato quel giorno di gennaio del 2012, vedo il cimitero. Là, appena oltre il cancello, lui riposa.

Dal sagrato della chiesa di Lizzola si vede il cimiterino dove riposa Mario Merelli
Dal sagrato della chiesa di Lizzola si vede il cimiterino dove riposa Mario Merelli

Apro il cancello e subito, eccolo. È là. Appena superata l’entrata, qualche gradino e sulla destra l’erba del prato si mescola alla roccia che fa da culla al suo sonno. Mario abbraccia con il suo volto scavato dal vento ogni angolo della sua Lizzola, di fronte ai giganti delle Orobie – il Redorta, lo Scais e il Coca. Ha visto in questi anni i negozi chiudere uno a uno,  gli alberghi piegarsi al declino. Lui sorride, tra i fiori e la roccia. Noi andiamo avanti lasciando indietro pezzi di noi.

A destra del vialetto la tomba di Mario Merelli
A destra del vialetto la tomba di Mario Merelli

Ma il Meublé Camoscio ha trovato casa nel mio cuore. Ciao Mario, noi del Sessantadue siamo tenaci e le storie le vogliamo raccontare a modo nostro. Da oggi questa storia sarà anche la mia.

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