9 Ottobre 1963, il Vajont tra ricordi ed emozioni

9 Ottobre 1963,

il Vajont

tra ricordi ed emozioni

L’anno prossimo, il 9 ottobre 2013, saranno passati 50 Anni dall’immensa, colpevole, indimenticabile tragedia della Diga del Vajont, che ha visto 1910 morti, tra cui anche alcune famiglie bergamasche che lassù avevano trovato lavoro.

La diga Vajont da Longarone
Diga del Vajont da Longarone
La diga Vajont dal ponte a Dogna, salendo da Longarone
Dal ponte a Dogna la diga Vajont, salendo da Longarone
Casso
Casso

So già fin d’ora che per quell’Anniversario ci saranno innumerevoli e interminabili commemorazioni, trasmissioni, iniziative, documentari e rappresentazioni. So già fin d’ora che scorreranno fiumi d’inchiostro, si rispolvereranno testimonianze, ricordi, fatti, emozioni e rivelazioni. Come è successo a 10 anni di distanza dall’11 settembre 2001. Ma il Grande Vajont esiste ogni giorno, per la gente che lassù ha sepolto amori, familiari, sogni, desideri, speranze, vita, cuore e dignità. Ogni giorno è un Anniversario. Non c’è bisogno di ricordarlo SOLO  nelle occasioni da prima pagina o allo scoccare di date importanti.

Io, Aurora, il 50° Anniversario lo ricordo ora, lontano dai clamori. Lo ricordo perché avevo un anno, perché è l’anno in cui è morto Papa Giovanni XXIII, o l’anno di J.F. Kennedy.

Lo ricordo perché, non so come, me lo sono sentito addosso sulla mia diafana e fragile pelle di bambina. Forse perché mia mamma quella notte mi ha abbracciato stretta, ringraziando il Signore per il fatto che la sua bambina era con lei, pensando alle tante mamme scomparse nell’urlo dell’acqua. Ma anche piangendo, perché pensava ai tanti piccini annegati nel fango, come copertina solo fredda terra, come cielo solo buio e notte.

Oltre a ciò, il 9 ottobre, mi ha sempre legato alla Festa dell’Apparizione del Miracolo della Madonna della Gamba, al Santuario di Desenzano di Albino, il paese in provincia di Bergamo dove sono cresciuta.

Mio papà mi portava ogni anno davanti alla bellissima statua della Madonna che guarisce la gamba piagata della piccola contadinella di nome Venturina, ed io, bambina già assetata di storie e poesie, pregavo dentro di me per tutti i bambini malati. Ma anche ricordavo i bambini del Vajont, “i Bambini della diga”, ed ero sicura che la Madonna li avrebbe guariti, lassù in Paradiso. Perché, anche se ero piccola e gli adulti tacevano molte cose a noi bambini, sapevo che ogni anno, il 9 ottobre, era anche l’Anniversario della Diga.

Sono cresciuta leggendo tutto quello che potevo sulla maestosa muraglia che non è venuta giù e la sua Storia, sempre addolorandomi e commuovendomi totalmente.

Volevo andarci un giorno, era un desiderio fortissimo, per onorare le voci delle 2000 persone morte quella sera di ottobre.

Erto
Erto
La diga Vajont da vicino
La diga Vajont da vicino, vista dalla parte interna
La diga Vajont dalle gallerie
Diga del Vajont vista dalla strada a tornanti dopo le  gallerie
La diga Vajont dalla frana
La diga Vajont imbrigliata dalla frana
La diga Vajont dalla chiesa
La diga Vajont ripresa dalla mulattiera verso la chiesa di Casso
Da Casso la diga Vajont

IL MIO REPORTAGE

30 aprile 2007, quel giorno sono salita alla diga, con la mia famiglia, e sono entrata in un santuario sotto il cielo. Per il mio cuore un infinito pianto, urlato con gli occhi e con il pensiero, nel silenzio quieto della giornata di primavera, il silenzio della valle aperta verso Longarone, laggiù, con il suo indaffarato movimento, ma anche con il suo Sacrario bianco tra le righe nere dei nomi simili a lacrime, e le piaghe ancora marchiate sui bastioni della roccia. Tante lapidi allineate, uomini, donne, bambini divisi dalla vita, ma uniti dalla terra.

Le innumerevoli tracce sono ancora là, accanto alle lapidi, alle scritte, alla linea della frana, al lago ridotto a stagno, ai cancelli arrugginiti chiusi sulle passerelle, ai gabbiotti desolati dei custodi.

La diga Vajont
La diga Vajont e a destra l’imbocco della strada con le gallerie scavate nella roccia per scendere a Longarone

Lo scroscio del torrente, le casette di Casso come ancora pericolanti, quasi indecise se andare giù, seguire il passato, o  invece rimanere aggrappate al presente, al futuro.

La diga Vajont oggi
Diga del Vajont oggi come appare a chi sale da Longarone

Erto è dall’altra parte, più dietro, tra gli alberi che hanno ripreso a stendere le loro radici, pietosi verso coloro che per sempre rimarranno quassù, mescolati alla terra. La faglia di cicatrice balza agli occhi come un serpente scuro, immobile, mentre tutto intorno il vento tace sospeso.

lago Vajont quel che resta
Il lago Vajont, a monte della diga, quel che resta
La linea della frana al Vajont da notare l'imponente forma a M
La linea della frana al Vajont: da notare l’imponente forma a M
La continua mangiata dell'acqua al Vajont
Il ciglio della diga di cemento mangiato dall’acqua al momento del salto quella terribile notte, una terribile frangia scrostata e ferita

BEPI ZANFRON

A monte della diga ecco un uomo anziano con il suo birrocino e la macchina fotografica, il fotografo Bepi Zanfron, fotoreporter autore del libro testimonianza  Vajont 9 ottobre 1963, cronaca di una catastrofe.

Libro Vajont di Bepi Zanfron con dedica
Il libro sul Vajont di Bepi Zanfron con la dedica

Bepi Zanfron collaborò anche al film di Renzo Martinelli “Vajont”

Bepi Zanfron, 9 Ottobre 1963, cronaca di una catastrofe
l’autografo di Bepi Zanfron, autore de “9 Ottobre 1963, cronaca di una catastrofe”

Fu il primo ad accorrere per portare soccorso, per avere notizie, per aiutare e consolare. Sempre distinto, elegante, sommesso nei modi  e nel portamento, parla alla gente che lo vuole ascoltare, racconta il suo Vajont, instancabile testimone, “perché”, dice, “loro ce lo chiedono, non dobbiamo lasciarli soli. Vengo qui tutti i giorni, tutto l’anno, faccio loro compagnia, tanti li ho tolti dal fango, li ho ripuliti, di molti invece ho trovato solo una scarpa, un giocattolo, una babbuccia. Da quel giorno sono cambiato, e ringrazio Dio per avermi donato la vita. Diversi giorni ho trascorso quassù, con incontri e incontri, lacrime e lacrime, silenzio e silenzio.”

Nessuna parola di troppo, nessun additare, niente voce rabbiosa, contro nessuno, solo il compito di tenere viva la Memoria. Il regista Renzo Martinelli l’ha voluto accanto durante le fasi di realizzazione del suo film “Vajont”.

Chissà se è ancora là, lo spero con tutto il cuore. Conservo il libro che mi ha donato e la sua dedica autografata. Rivedo i suoi occhi azzurri, un poco acquosi e lucidi nel volto pallido ed affilato, l’accento particolare e cadenzato, e mi piace pensare che ci sarà sempre qualcuno che si prenderà cura di noi, parlando con la nostra voce anche quando non saremo più visibili al mondo.

Quando ho iniziato a scrivere il mio romanzoCome briciole sparse sul mondo, per raccontare le storie di coloro che erano dentro la Torre Nord, ho pensato a lui, Bepi Zanfron, quando mi ha detto: “Io continuerò a fotografare, lei continui a scrivere. L’importante è far parlare la Vita.”

Intorno, nel silenzio della bruma, 1910 anime, 1910 voci che ancora si alzano nel vento, trasportati nel cuore del mondo dagli uomini di buona volontà. Un ricordo alle famiglie bergamasche mai più ritornate alle loro Valli, saldati alla montagna di un’altra Valle, catturati al Cielo, lassù, dove c’è solo Azzurro.

L' Eco di Bergamo 10 ottobre 2003 per l'Anniversario del Vajont
L’ Eco di Bergamo 10 ottobre 2003 per l’Anniversario del Vajont, una dedica alle famiglie  bergamasche scomparse nel disastro
L' Eco di Bergamo 10 ottobre 2003 articolo 2 per l'Anniversario del Vajont
Anniversario del Vajont, L’ Eco di Bergamo 10 ottobre 2003 articolo

Qui le immagini degli articoli completi in occasione del Quarantesimo Anniversario

L'Eco di Bergamo e il Vajont
Il Vajont e L’Eco di Bergamo
L'Eco di Bergamo e il Vajont
L’Eco di Bergamo e il Vajont

IL DISASTRO DELLA DIGA DEL GLENO

Infine come non ricordare il “nostro” Vajont bergamasco: la Diga del Gleno spezzata in due tronconi, il 1 dicembre 1923, con 500 morti.

Ecco il link diretto:

Il disastro della Diga del Gleno

 

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