Il “Che” e quella fotografia che non piaceva a suo fratello

Che Guevara nella famosissima fotografia di Alberto Korda, 1960

Parlare di Che Guevara vuol dire parlare del mito per eccellenza, immortalato per sempre in quella fotografia con i capelli ribelli che fuoriescono dal basco.

Era il 1960, il fotografo Alberto Korda catturò quegli occhi che sembravano guardare l’infinito, l’essenza del mondo, così carichi di mestizia e presentimento, senza immaginare che quella fotografia sarebbe stata riprodotta in milioni di adesivi, magliette, bandiere, tatuaggi, oggetti, tazze, posters e ogni altra sorta di gadget immaginabile.

Eppure per Juan Martìn Guevara, il fratello più piccolo di Ernesto (che in casa venne sempre chiamato “Ernestìn”), quella non è la fotografia che preferisce.

Ce n’è una che conserva gelosamente da quando aveva 15 anni. Ritrae la mamma Celia e due dei suoi cinque figli sul divano: in mezzo lui, Ernesto, e accanto il fratellino “El Tìn”, nato nel 1943, appena giunto a Cuba dall’Argentina, chiamato dal fratello per assistere alla caduta del regime di Fulgencio Batista. Era il 9 gennaio 1959 e tutti e tre ridevano come matti su quel divano.

9 gennaio 1959, la mamma Celia, Ernesto Che Guevara e il fratellino quindicenne Juan Martìn sul divano di casa

«Declamava poesie in tutte le lingue, ma subito dopo cominciava a dire barzellette e a ridanciare come un matto. Era un giocherellone fin da ragazzino, e non cambiò nemmeno quando divenne il Che.» Oggi Juan Martìn non ricorda il perché ridessero tanto, ma se chiude gli occhi risente ancora la risata di Ernesto, una risata quasi sibilante, dovuta all’asma di cui soffrì da quando aveva tre anni.

Juan Martìn Guevara è stato ospite a Bergamo, nell’ambito del Festival “Al cuore dei conflitti” e racconta il suo “Che”,  la profondità burlona e spensierata, ma anche cupa e silenziosa, dell’uomo assassinato in Bolivia nell’ottobre del 1967 a soli 39 anni.

La fotografia che lo ha reso immortale non è stata speciale, un istante catturato sulla pellicola durante i funerali a L’Avana per le circa cento vittime dell’esplosione della nave La Coubre.

«Giro il mondo per parlare di mio fratello oltre quella fotografia, per toglierlo dal piedistallo e recuperarne la dimensione umana, riempire l’immagine di contenuti, i suoi, e di vita, la sua, non solo di simboli. Mio fratello ha lasciato oltre tremila pagine scritte di suo pugno, il suo pensiero. Ho atteso quasi cinquanta anni per andare a visitare il luogo dove fu ucciso, la piccola scuola di La Huiguera, in Bolivia, e anche per rilasciare dichiarazioni pubbliche in merito.»

Juan Martìn ha dovuto resistere a otto anni di carcere sotto il Regime di Videla in Argentina a causa del legame con il fratello. «Ernesto era mio fratello, il Che era il mio comapgno di idee. A sostenermi in quei giorni bui era la convinzione che il cammino che ci ha indicato sia la sola strada percorribile.»

Oggi dell’amato fratello gli resta solo una scacchiera da viaggio: «Tutto il resto è andato perduto, ma la scacchiera me l’aveva regalata perché era un appassionato di scacchi, gli aveva trasmesso la passione nostro padre ed Ernesto era imbattible. Mio fratello amava anche leggere libri e allevare cuccioli, oltre a scattare fotografie. La sua macchina fotografica l’ho regalata anni fa ad un amico comune.»

Che Guevara è diventato leggenda, ma anche lui aveva un idolo: Garibaldi. «A casa nostra si nominava spesso Garibaldi, secondo mio fratello era un esempio di coerenza e lealtà, un uomo che scelse di lottare con  e per i debili, e mio fratello mise in pratica questo motto. Per questo ho scritto il libro “Mio fratello il Che.»

il libro di Juan Martìn Guevara “Mio fratello il Che”

Che Guevara affascina ancora oggi le nuove generazioni, anche se spesso in questi cinquanta anni la stampa ha raccontato solo la parte di “gurrillero”, mentre il Che era molto di più: un uomo di cultura, profondamente coerente con se stesso fino al punto di pagare con la vita l’estrema causa a cui si era immolato. Ancor oggi in ogni scuola di Cuba le lezioni iniziano con due canti: l’Inno Nazionale e subito dopo il canto “Saremo come il Che”.

Eppure quella fotografia con il basco ha permesso all’uomo di rinascere ogni volta, di reinventarsi e di adattarsi alla nuova società che cambia, per questo continua a essere straordinario in un mondo in cui i fatti e le parole raramente si incontrano.

Io sottoscritta (Aurora Cantini) ho avuto il mio idolo da ragazzina, io il mio Che me lo sono disegnato a carboncino: era il 3 ottobre 1979.

Che Guevara disegnato a carboncino da Aurora Cantini il 3 ottobre 1979, a 17 anni.

Non era una moda, era un giovane uomo che sembrava oltrepassare il foglio per giungere al cuore del mondo.