Le voci dei lettori per il libro

 Lassù dove si toccava il cielo,

la civiltà contadina della montagna bergamasca

negli Anni Cinquanta-Settanta

Copertina libro "Lassù dove si toccava il cielo"

Copertina libro “Lassù dove si toccava il cielo”

Commento critico di Rosanna Velori, insegnante ed operatrice nel  campo dell’educazione:

“Il titolo stesso, prima ancora di avere letto il libro, trasmette un senso di nostalgia, quel senso di distacco dal tempo presente che dà il ricordare vissuti lontani, che, anche se difficili, anche se faticosi, ti sono rimasti nel cuore. Mano a mano che la storia della vita semplice della Comunità di Amora si snoda nei vari capitoli, si percepisce un tessuto sociale di intensi affetti nelle relazioni familiari, di parentela e di vicinato; vissuti di difficoltà affrontati con l’accettazione degli eventi, che ha in sé non la rassegnazione ma la forza della Speranza. Un ringraziamento all’autrice Aurora Cantini per il grande tributo che, attraverso i ricordi del marito Oliviero, vero protagonista di questo libro, ha dato, non solo alla Comunità di Amora, ma anche, e soprattutto, alla MEMORIA di un tempo “tragico nella sua povertà, crudele nei suoi affanni”, come il protagonista stesso lo definisce.”

La specéra, la specchiera usata dagli uomini per radersi la barba

La specéra, la specchiera usata dagli uomini per radersi la barba negli Anni Cinquanta – Settanta in cucina

Commento critico di Lucia Bravo, insegnante e lettrice

“Aurora carissima, in queste settimane ho preso come lettura prima di addormentarmi “Lassù dove si toccava il cielo”. L’avevo già letto a suo tempo ma ora avevo bisogno di qualcosa che mi tranquillizzasse l’anima, che mi facesse toccare l’autenticità della semplicità e del coraggio silenzioso, e senza dubbio ho cercato il tuo libro. Non sai quanta serenità vi ho trovato e questo tuo messaggio mi dà l’occasione di ringraziarti. Quelle vite mi trasmettono una dolce nostalgia. La loro durezza  non viene mitigata, quello di non giusto che le vincolava resta non giusto, ma quanta umanità.”

UN BAMBINO DI MONTAGNA

(da “Lassù dove si toccava il cielo” Edizioni Villadiseriane, 2009)

“Verso la prima metà degli anni sessanta, alcune famiglie cominciarono a scendere a Valle. Anche la contrada di Amora Bassa iniziò a spopolarsi. Solo in estate mi facevano compagnia nel pascolo tre amici, le cui famiglie erano emigrate in città. Giungevano in Predale, dove io ero stanziato, nelle prime ore del pomeriggio, seguendo il sentiero alto dopo aver dedicato la mattinata ai compiti estivi.

Ma ecco il cielo improvvisamente mutava: un vento bizzarro giungeva a rabbrividire la pelle e nuvolaglie scure si affacciavano da dietro il costone, segnalando l’imminente arrivo di un temporale. All’istante gli altri correvano via verso la contrada e io rimanevo solo. Soffocando il panico cercavo di rinchiudere le mucche e di sigillare le aperture, ma durante un temporale particolarmente violento, esse riuscirono a sfuggire al mio controllo; tentai di inseguirle aiutato dal mio cane, ma scivolai sull’erba a causa dei miei soliti stivaletti rossi e caddi pesantemente sulla schiena, provocandomi delle lesioni ai tendini.

Alla fine di settembre i tre soci ripartivano per la Bassa Valle; erano giorni nei quali sentivo acuta e pungente la malinconia, unita alle prime nebbie che salivano a lambire i pendii. Li osservavo andarsene leggeri e sbarazzini come rondini, mentre io rimanevo lì, a guardia del sentiero fino a che sparivano oltre la curva. Soffermando lo sguardo lucido verso Amora Alta, notavo le tante testoline sparse sui pendii, impegnate come me nei lavori di fine estate e mi rincuoravo di questa comune fatica: in una vita così poco generosa era anche un orgoglio personale se si riusciva a terminare il periodo della fienagione prima degli altri.

Poi riprendevo la via della stalla: c’era da dar da mangiare agli animali, il letame da spargere, l’ultimo fieno da riporre. Nel mio piccolo mondo di bambino di montagna non c’era spazio per i rimpianti, ma non ero triste: di lì a qualche giorno sarebbero ritornate le mie amate mucche, in tutto sei o sette, dall’alpeggio al Rifugio Calvi ed ero ansioso di ritrovarle, lucide e pasciute per la buona erba pascolata. Si consolava il mio cuore al pensiero di riprendere la via di casa. (…)

(AurCant, dal libro “Lassù dove si toccava il cielo”)