A Nembro la memoria dell’infanzia abbandonata

dell’ex Brefotrofio di Bergamo

narrata nel romanzo “Il bambino con la valigia rossa”

Il bambino con la valigia rossa il 25 maggio a Nembro

Il romanzo “Il bambino con la valigia rossa” il 25 maggio a Nembro

SCHEDA DEL ROMANZO

Il bambino con la valigia rossa

Il 25 maggio il romanzo di Aurora Cantini, “Il bambino con la valigia rossa” (Silele Edizioni 2016), ha fatto tappa al Centro Cultura di Nembro, dove l’autrice ha presentato la sua opera, introdotta da Michele Villarboito Sindaco di Aviatico. Presente anche Simona Murero, consigliere del Comune di Selvino e Delegata alle relazioni esterne.

Ospite d’eccezione la signora Angela Maria Favaro, una delle piccole accolte al Brefotrofio di Bergamo negli Anni Sessanta, che ha portato la sua toccante e personale testimonianza.

25 maggio a Nembro

Da sinistra Michele Villarboito, Aurora Cantini, Silvia Zanoni, Simona Murero, Angela Maria Favaro il 25 maggio a Nembro

Coordinatrice della serata la signora Silvia Zanoni, bibliotecaria e moderatrice di gruppi di lettura che ha analizzato il romanzo.

“La valigia rossa che compare sulla copertina del nuovo libro di Aurora Cantini non è una valigia qualunque. Tema centrale è l’Infanzia abbandonata, quella dei tanti bambini con la valigia, spunto per parlare di Selvino dove ha sede Sciesopoli attraverso le parole di Simona Murero. Sciesopoli nasce anni ‘30 come colonia delle Figlie della Lupa  e dei piccoli Balilla, con l’interessamento di Arnaldo Mussolini, divenendo poi Colonia Ebraica per 800 bambini sopravvissuti all’Olocausto dal 1945 al 1948. Negli anni ‘60 e ’70 ricoprì un doppio ruolo: in estate era classica colonia estiva per i dipendenti delle aziende dell’hinterland milanese, mentre durante l’anno scolastico fu rifugio per  migliaia di bambini provenienti  da situazioni di gravi difficoltà dell’interland  Milanese. Erano perlopiù fanciulli senza famiglia, disagiati, figli di carcerati, di prostitute, di ragazze madri, di tossicodipendenti, di alcolizzati, di famiglie in difficoltà economica, che il Comune di Milano si era preso in carico attraverso l’ONMI (Opera Nazinale Maternità Infanzia). Da ottobre a maggio venivano portati in montagna nella colonia gestita dalle suore (PIO ISTITUTO SANTA CORONA), con la possibilità anche di seguire la scuola durante tutto l’anno.

Fu il tempo delle “Maestrine” di Selvino e degli arrivi davanti all’enorme cancellata di pullman colmi di fanciulli sperduti e senza storia, spesso con piccole valigie contenenti pochi indumenti. E fu la stessa ONMI che  permise l’attivazione dei Brefotrofi posti negli Ospedali di tutta Italia, detti IPAMI (Istituto Assistenza Maternità Infanzia).

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Veduta generale dell’ex Ospedale Maggiore di Bergamo. Il padiglione a destra ospitava il Brefotrofio, la cui vera definizione era Istituto Assistenza Maternità Infanzia (FONTE WEB)

Ho già avuto modo di sottolineare che per Aurora Cantini il poeta ha un profondo legame con la realtà che lo circonda e le testimonianze dei nostri ospiti l’hanno confermato. Come per la poesia di Aurora, anche per la narrativa l’ispirazione può venire da una fotografia, un oggetto, una manifestazione della natura, un articolo di giornale. E poi, immediatamente o con il tempo, giunge a maturazione. Tutta l’opera sia poetica che narrativa di Aurora Cantini è contraddistinta da una particolare sensibilità. Grazie a un intenso e instancabile lavoro di cesellatura su se stessa, ha trovato una lingua in grado di darle voce e dare voce anche a fatti e persone che altrimenti svanirebbero nel vento senza lasciare traccia. I bambini senza nome fanno parte di questa ampia schiera di testimoni silenziosi e taciuti.

Articolo su L'Eco di Bergam o24 maggio 2016

Nel libro il protagonista si confronta continuamente con la figura della propria madre. Tra coloro che erano ospitati presso i Brefotrofi c’erano bambini che avevano conosciuto i propri  genitori, ma che erano stati affidati al Brefotrofio perché le condizioni di miseria o di lavoro non ne consentivano la sopravvivenza. La loro nostalgia e il loro dolore per la mancanza della madre era enorme, ma perlomeno avevano una figura da ricordare.

Poi c’erano coloro che i loro genitori non li avevano mai conosciuti. Tra il neonato e la madre biologica esiste un profondo legame che ha origine nel periodo prenatale e che è fondamentale per la propria identità. La separazione provoca la cosiddetta “ferita primaria”. Conoscere il proprio passato diventa un’esigenza irrinunciabile per trovare il proprio posto nel mondo.

Diversi scrittori si sono confrontati con questo dolore e questa esigenza.  Tra gli altri, lo scrittore Tiziano Scarpa che con il suo Stabat Mater ha vinto il Premio Strega nel 2009.

Il Nembro

“Il bambino con la valigia rossa” presentato a Nembro

L’evento, o meglio, la storia che ha innescato questo romanzo, è basata sulla toccante esperienza di vita di Angela Maria Favaro. Venne accolta al Brefotrofio di Bergamo piccolissima e poi qualche anno dopo adottata da una famiglia bergamasca. Oggi i Brefotrofi non esistono più, sostituiti dalle Case Famiglia, ma il loro retaggio (vennero chiusi a partire dal 1975) è ancora molto vivo. Dalla Ruota degli Esposti ai Registri che riempiono gli scantinati di tantissimi palazzi provinciali sparsi lungo tutta la nostra penisola. Per la stragrande maggioranza dei bambini accolti al Brefotrofio rimane l’incertezza di non avere una identità, di essere come “sospesi”, figli di N.N. (“Nescio nomen”) e permane l’esigenza di conoscere genitori naturali.

Anche per Angela Maria Favaro è stato così. Nel 2011 venne pubblicato su L’Eco di Bergamo un articolo che parlava della sua vicenda e per Aurora Cantini fu l’input per dare inizio al romanzo.

articolo su Angela Maria Favaro L'Eco Bg 2011

Articolo de L’Eco di Bergamo aprile 2011

Purtroppo però le disposizioni legislative che regolano l’accesso a queste informazioni sono molto rigide, quasi invalicabili. La dicitura “Documenti riservati” preclude spesso il desiderio di questi ex bambini di risalire al nome del genitore. In questi ultimi anni si sono però create varie Associazioni per i Diritti degli ex Esposti all’abbandono. Si sono aperti anche numerosi Forum sul web, che aiutano e /o danno indicazioni per trovare anche solo parzialmente le proprie radici.

IL ROMANZO

1 copertina Bambino con la valigia rossa

Il piccolo Pietro, protagonista del romanzo di Aurora Cantini “Il bambino con la valigia rossa”, illustrazione di Davide Laugelli

Il romanzo è la storia della crescita di Pietro, quasi un romanzo di formazione. Il punto di vista del narratore è all’altezza di Pietro. Pian piano si alza. Negli ultimi capitoli appare come un tipico preadolescente, taciturno. Di mezzo c’è la sopravvivenza. Quando l’amico Gino scompare, ciò lascia devastato Pietro ma anche la scrittrice! La scrittrice cerca di recuperarlo, ma è tutto inutile. Gino non torna. Forse dipende dal fatto che Pietro per crescere e per crearsi una nuova identità da adulto doveva staccarsi. E’ come se Gino avesse traghettato Pietro sull’altra sponda, aldilà della corrente e che il suo compito fosse terminato.

Il racconto si snoda con una lingua curata, mai leziosa. Aurora ha raggiunto una maturità sia linguistica che di contenuto molto significativa. Nonostante le condizioni di solitudine e dolore che provano i bambini, la narrazione lascia spazio anche a descrizioni di vita quotidiana che strappano un sorriso. Si tratta di passi in cui l’autrice riesce a mostrarci in tutta la sua vivezza situazioni ed emozioni. Aurora dà dignità all’infanzia e alla povertà. I bambini come esseri pensanti, che sono immersi nella realtà e nella storia. Il  libro si basa un un’approfondita ricerca storica. E infatti la Cantini ben dipinge la realtà storica della seconda guerra mondiale vista con gli occhi degli ultimi.

Le descrizioni della città sono profondamente realistiche e commoventi, evocano immagini vivide. Basandosi su fotografie dell’epoca che ritraevano persone che camminavano per strada, l’autrice si è messa nei loro panni, si è chiesta che cosa pensavano, come si muovevano. Li ha seguiti mentre si muovevano per strada. Ha sentito i passi di coloro che camminavano.

Quando parla del nonno di Pietro, la Cantini trova occasione di accennare alla triste condizione dei reduci della prima guerra mondiale. Rimane fedele alla sua vocazione di dare voce agli ultimi, ai senza voce. In questo romanzo si parla anche di episodi storici. In particolare gli eccidi subiti dalla popolazione durante la fuga dei nazisti e dei fascisti dopo il 25 aprile, di efferata e immotivata crudeltà, che sono sconosciuti ai più. Inoltre in altri capitoli si parla dell’intervento diretto di alcuni preti nella Resistenza. Anche questo fa parte dell’esigenza sentita da Aurora di usare il proprio dono della parola. Ridare voce e forma a persone che nella loro vita hanno fatto qualcosa di eroico che ha segnato inconsapevolmente per noi la nostra vita e che altrimenti andrebbe perduto.”

(testo a cura di Silvia Zanoni, per gentile concessione)