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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Quando il giovane Manzù soggiornava ad Aviatico

e si riposava sulla panca di pietra

Aviatico, a sx la strada dal Bar Dolci, in basso le case vecchie (oggi vicino c'è il campo di calcio)

Cartolina d’epoca di Aviatico con la mulattiera che scendeva dalla chiesa parrocchiale, a sx la strada dal Bar Dolci, in basso le case vecchie (oggi vicino c’è il campo di calcio)

Nella casetta poco lontano dalla chiesina di San Rocco di Aviatico, lungo la stretta viuzza che un tempo faceva parte della rete di vie dette “Via Mercatorum” che conducevano a Trafficanti e da qui in Valle Brembana e poi salivano fino al Passo San Marco e in Svizzera, una panchina di pietra attende silenziosa il ritorno della bella stagione.

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La panchina di pietra su cui riposava Manzù nella casa presa in affitto quando soggiornava ad Aviatico

Accanto mormora il vecchio noce e la contrada si muove docile al ritmo del vento secolare. Qui, ad Aviatico, su questa panchina, amava trascorrere ore serene di silenzioso riposo un personaggio oggi famoso in tutto il mondo, ma che in quegli anni lontani, nel 1934, era solo uno sconosciuto artista di 26 anni amante della montagna: Giacomo Manzoni, detto in dialetto bergamasco, “Manzù”, morto il 17 gennaio 1991.

La casa in Aviatico in cui soggiornava Manzù

La casa in Aviatico presa in affitto in cui soggiornava Manzù con il balcone e a sinistra la finestra  della camera da letto. A pian terreno si intravvede la pachina su cui Manzù soleva sedersi nei tersi pomeriggi estivi.

La casa in Aviatico presa in affitto in cui soggiornava Manzù

La casa in Aviatico presa in affitto in cui soggiornava Manzù e il balcone su cui si affacciava.

Vi era salito quell’estate in viaggio di nozze con la fresca sposa Tina, di origine milanese, (nome completo Antonia Oreni, morta a 94 anni il 17 agosto del 2007, oggi sepolta nel Cimitero Monumentale di Bergamo, tomba dei Manzoni) che aveva sposato il 13 gennaio di quell’anno, in cerca di una stanza in affitto per il mese di agosto, e aveva trovato calore e ospitalità a 300 lire nella casa di Teresina Carrara, che lì abitava con il marito Battista e le figlie piccole: Gemma e Rina.

La famiglia che ospitò Manzù ad Aviatico con le figlie da sinistra Nicolina, Rina, il papà Battista, la mamma Teresina, Gemma e Laurina

La famiglia Carrara che ospitò Manzù ad Aviatico; da sinistra le figlie Nicolina, Rina, il papà Battista, la mamma Teresina, Gemma e Laurinia, per gentile e personale concessione di Gemma Carrara

Manzù ne fu talmente conquistato da proseguire la permanenza estiva per altri sette o otto anni, fino a quando, cresciuta la famiglia, (due figliolette e un maschio, Pio, nato nel 1939) decise di spostarsi in Cima Aviatico, in casa di Caterina e Samuele (la casa c’è ancora).

Il corridoio di ingresso della casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

Il corridoio di ingresso della casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

Il letto matrimoniale in cui dormiva Manzù nella casa presa in affitto ad Aviatico

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Oggetti usati da Manzù nella casa presa in affitto quando soggiornava ad Aviatico

Uomo dolce e dimesso, riservato e quasi timido, trascorreva il tempo eseguendo schizzi sulla carta gialla del formaggio, oppure, nei giorni della fienagione, si mischiava ai contadini sul pendio e giocava con i bambinetti a “cip”, nascondino, tra i mucchi di fieno “i muntù dé fé”.

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Cartolina d’epoca di Aviatico, con la Via Mercatorum che conduceva alla chiesetta di San Rocco e Trafficanti. Segnata con una freccia si vede la casa presa in affitto in cui soggiornava Manzù

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Dal balcone della casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico si vede ancora la chiesetta di San Rocco

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Aviatico con il suo borgo antico e la casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava in paese

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L’arco della antica dogana del Grano sul tracciato della Via Mercatorum poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

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L’antico lavatoio sulla Via Mercatorum poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava ad Aviatico

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La Via Mercatorum nel borgo storico di Aviatico che conduce oggi alla chiesetta di San Rocco, poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava in paese

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La Via Mercatorum nel borgo storico di Aviatico che conduce oggi alla chiesetta di San Rocco, poco distante dalla casa presa in affitto da Manzù quando soggiornava in paese

Dodicesimo figlio di un calzolaio sacrestano della chiesa di Sant’Alessandro in Colonna, a Bergamo, Manzù conosceva bene la vita semplice di chi è abituato a tirare la cinghia e per questo divideva senza nessun timore la stessa cucina con la signora Teresina a turni (prima cenava una famiglia e poi l’altra). La sera era d’obbligo la recita del rosario, a cui Manzù non mancava mai, come pure alle funzioni della sera in chiesa. Tra le poche e semplici cose che la giovane sposa Tina aveva con sé vi era un lenzuolo splendidamente decorato e ricamato tutto a mano, molto ammirato dalla signora Teresina, durante le consuete operazioni di bucato. Un giorno Tina, vedendo la donna accarezzare il candido telo con un leggero e delicato tocco, e desiderando in qualche modo ripagare di tanta generosa amicizia e ospitalità, disse: «Teresa, se mi dà un lenzuolo semplice, io le dono questo come mio ricordo, mentre per me ricamerò un nuovo bordo a quello nuovo.»

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L’articolo di giornale apparso su L’Eco di Bergamo per la morte di Tina Manzù, per gentile concessione di Valeria Dentella

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Il necrologio per Tina Manzù su L’Eco di Bergamo, per gentile concessione di Valeria Dentella.

Per anni il prezioso lenzuolo abbellì il letto matrimoniale di Teresina e Battista, poi passò alla figlia Gemma, che ancora oggi, dopo oltre 80 anni, lo conserva con cura come un prezioso pegno d’affetto.

Gli intrecci di questa poetica storia annodano legami ancora più profondi: la figlia primogenita della signora Teresina, Rina, lavorava come domestica a Milano presso una famiglia che aveva una casa estiva ad Aviatico. Allo scadere del servizio per la ragazza si aprirono prontamente le porte di un’altra famiglia amata: quella dello stesso Manzù, che la prese presso di sé. Era una fanciulla laboriosa e competente, affidabile personcina di montagna solida e vigile, talmente necessaria alla sua nuova famiglia che le venne chiesto di seguire lo scultore anche a Roma, nella tenuta di Ardea, dove l’artista andò ad abitare e dove poi fu sepolto, laggiù dove iniziavano a vedere la luce le sue prime, eterne, maestose opere.

Ma un dolore improvviso e lacerante era in agguato: nel 1937 la prima figlia di Manzù, Laurinia, di appena due anni, chiuse i dolci occhi tra le braccia del papà (a causa di una polmonite). Manzù era distrutto, tutti coloro che avevano imparato ad amarlo lassù ad Aviatico lo circondarono di silenziosa e sollecita presenza. Solo lungo le mulattiere, tra l’erba appena mossa dal vento, al rintocco quieto delle campane del paesino, la sua anima lacerata trovava requie. Fu in quel periodo che ebbe la forza di esprimere alla buona amica Teresa una sofferta e dolcissima richiesta: dare il nome della propria figlioletta, Laurinia, alla neonata che stava aspettando. E così fu.

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Laurinia Manzù, per gentile e preziosa personalissima concessione di Laurinia Carrara

Mai si recisero i contatti con la famiglia di Aviatico, e prova ne furono i puntuali scambi di auguri per le festività, le lettere regolari, le notizie aggiornate dagli uni o dagli altri. E quando nel 1938 anche la seconda figlioletta, Donatella, non sopravvisse all’infanzia (per una diagnosi sbagliata), tutto il paese sotto la Cornagera pianse per l’amico Manzù, piansero i boschi nello stormir di foglia, piansero i ruscelli nello scrosciare inquieto.

I bambini crescevano, i tempi cambiavano, ma l’amicizia tra Gemma e Pio Manzù rimase salda nei ricordi: quasi coetanei (lui più giovane di soli quattro anni), erano cresciuti insieme in contrada, complici di giochi all’aperto e scorribande nei prati. Quando, il 26 maggio 1969, Gemma, ormai adulta, sentì alla radio la notizia dell’incidente mortale nei pressi di Torino in cui era stato coinvolto l’amico Pio ad appena trent’anni, un dolore profondo di rimpianto le serrò l’anima: quel bambino che correva tra l’erba verde, inseguendo la vita, tra giochi e giorni sereni, dov’era ormai?

Solo la settimana prima Pio era stato qualche giorno ad Aviatico dalla signora Brigida Carrara (presso cui soggiornava la zia Maria Manzoni) e le aveva detto che sarebbe partito per Roma, dove stava per essere inaugurata la mostra dedicata al papà. Laggiù si sarebbe fermato due o tre giorni, poi sarebbe ripartito per portarsi a Torino dove lo attendeva un importante lavoro con la Fiat: stava infatti per completare il progetto della realizzazione della Fiat 127. La signora Brigida si era preoccupata molto di questo “tour de force” e gli aveva ritpetutamente raccomanadato di stare attento sulla strada.

Nel periodo estivo in cui fu ospite in Cima Aviatico, Manzù partecipò alla Prima Comunione di un bambino vicino di casa, Edrisio, figlio della Petronilla che lo spitava in affitto, facendogli da Padrino, mentre la moglie Tina fu la Madrina della piccola Gemma. Il fratello più grande del ragazzino, Virgilio Dentella, fu poi assunto a Milano come autista personale dello scultore. Ad Aviatico, insieme all’artista, soggiornava spesso anche la sorella Maria Manzoni, sposata a Milano con il restauratore e pittore Mario Zappettini.

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Il restauratore Mario Zappettini, cognato di Manzù, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella.

Erano gli Anni Quaranta, infuriava la Seconda Guerra Mondiale e, come moltissimi altri milanesi, pure Maria con la sua famiglia fu costretta a sfollare dal capoluogo lombardo. Per lei iniziò un periodo di permanenza nel piccolo paese arroccato sotto il Monte Poieto, ad Aviatico, dove poter ritrovare pace e ricucire i dolorosi strappi di paura e di incertezza. Quei mesi furono ricchi di armonia e solidale vicinanza; il figlioletto Evenzio (nato nel 1938) fu iscritto alla prima classe della minuscola scuola elementare posta sul pianoro, circondata da prati e declivi (oggi trasformata nella Sede del Municipio)

Qui il ragazzino si inserì nell’innocente mondo dell’infanzia, lontano dai clamori della guerra e dall’odio dei grandi. Insieme a lui decine di compagni e compagne del posto (come Valeria Dentella e i fratelli, tra cui Edoardo, della la stessa età di Evenzio, mentre un altro figlio della Brigida, Egidio, era coscritto di Pio Manzù), con cui condivideva giorni sereni nelle stalle, nel fieno, a raccogliere narcisi, a giocare nella neve. Maria Manzoni mai dimenticò quel periodo doloroso ma nello stesso tempo ricco di vita e calore. Ritornò sempre ad Aviatico e rimase in contatto soprattutto con Brigida Carrara, la mamma di Valeria e dei fratelli del panificio- salumeria del paese.

Quando la stessa Valeria si sposò il 3 gennaio 1970, ricevette in dono da Maria Manzoni e dal marito Mario Zappettini una litografia di Manzù con la seguente dedica sul retro: “A Valeria e Virgilio per le loro nozze”. Essendo entrambi restauratori e pittori, Mario Zappettini e il figlio Evenzio restaurarono e pulirono  vari dipinti preziosi della chiesa parrocchiale del paese, riportandoli allo splendore originale. Fu durante uno dei lavori di restaturo nel 1970 Evenzio scoprì che sotto la tela di un dipinto della chiesa si celava una seconda opera risalente al ‘500. Anche Manzù operò nella chiesa di Aviatico, intagliando gli angioletti dei confessionali e decorando le bussole laterali con il suo tocco personale e prestigioso.

Dono di nozze a Valeria da parte di Maria Manzoni (sorella di Manzù) 3 gennaio 1970

Il dono di nozze a Valeria da parte di Maria Manzoni (sorella di Manzù) 3 gennaio 1970, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

Nel 1988 Maria venne colpita dal lutto per la morte del figlio Evenzio a Como, dove risiedeva e aveva fondato una scuola per restauratori e pittori seguendo le orme del padre, ma il legame con Aviatico era talmente forte che fece partecipe del suo dolore anche la famiglia di Valeria, inviandole il ricordo del figlio.

Il ricordo di Evenzio Zappettini, figlio di Maria Manzoni e di Mario

Il ricordo di Evenzio Zappettini, figlio di Maria Manzoni e di Mario, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

Ogni anno, in occasione della prima domenica di ottobre, festa della Madonna del Rosario di Aviatico, molto amata e sentita da tutti gli abitanti, i figli della Brigida scendevano a Bergamo e salivano in Città Alta per prendere la signora Maria per accompagnarla su, ad Aviatico. Le vecchie stanze dove un tempo trascorreva l’estate erano ormai state avviate ad altri destini, perciò la signora Maria trascorreva i giorni della festa nella casa di famiglia della Brigida. Da lì avrebbe potuto seguire la “minada” e ritrovare voci e volti degli amici mai dimenticati. Questo fece fino al 2007, l’anno prima della morte. Nel 2009 i fratelli Dentella, per ricordare Maria, invitarono i figli ancora una volta per la festa della Madonna del Rosario, ospitandoli nella loro casa.

La famiglia Manzù si spostò poi a Clusone per le vacanze estive, ma i giorni trascorsi sull’Altopiano rimasero nel cuore e nella memoria di ognuno dei protagonisti, che per riserbo e rispetto io non nomino personalmente. Nei loro volti e nelle loro parole si percepisce ancora oggi la grande stima nutrita soprattutto verso l’uomo Manzù: era uno di loro, tenace tronco legato alla terra, abituato  a sporcarsi del sudore della fatica, attaccato alle proprie radici bergamasche che mai rinnegò.

Maria fu l’unica sorella che seguì con dedizione incrollabile la carriera del famoso scultore e di frequente scendeva ad Ardea per stargli vicino. Era coscritta di un altro celebre personaggio della nostra terra bergamasca: Monsignor Loris Capovilla, il quale, spinto da profondo affetto, per il giorno dei funerali scrisse una lettera personale letta in chiesa dal genero Emanuele.

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Il ricordo di Maria Manzoni, sorella di Manzù, sposata Zappettini, con il testo scritto da Monsignor Loris Capovilla, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

 “(…) Maria, ti accolga Dio Padre che ti ha creato. Ti accolga Gesù, che è morto e risorto per te. Ti accolga lo Spirito Santo, che ha fatto della tua fragile persona un sacrario di meritorio servizio e di sconfinata bontà. (…)”

Anche dopo la scomparsa di Maria i contatti tra Valeria e la famiglia Manzù, in particolare con la signora Inge Manzù, non sono mai stati recisi e di frequente si telefonano.

Nel 2008 Valeria ricevette da Inge un dono prezioso e caro: in collaborazione con la fondazione Manzù, per celebrare il centenario della nascita del grande scultore (1908-2008), Inge con  i figli Mileto e Giulia fece emettere un francobollo di euro 0.60, che riproduce un particolare della scultura in marmo denominata “Guantanamera” realizzata da Manzù nel 1970 di cui Inge fu modella.

dono di Inge a Valeria

Guantanamera e il francobollo dedicato ai cento anni dalla nascita di Manzù, dono di Inge Manzù a Valeria, per gentile e personale concessione di Valeria Dentella

“Guantanamera” è il titolo di una famosa canzone cubana che Manzù e Inge cantavano spesso. Scrisse l’artista sulla pagina introduttiva al francobollo: “L’opera rappresenta un ritratto di Inge, l’unica modella della mia vita, così importante che ho sentito la necessità di sposarla”

Valeria conserva questo francobollo prezioso a tiratura ridotta in una custodia pregiata e unica e solo il profondo affetto che l’ha sempre unita alla famiglia Manzù, l’ha spinta ad accettare di rendere pubblica questa personale e commovente pagina della propria vita, al solo e unico scopo di contribuire a far conoscere la profonda umanità di un uomo grande e tenace, definito “Il Michelangelo del XX Secolo”.

IL COMMOVENTE INCONTRO AD ARDEA, AGOSTO 2016

Ecco qui di seguito le immagini esclusive dell’incontro ad Ardea tra Inge Manzù, il figlio Mileto e l’amica Valeria di Aviatico, accompagnata a Roma dal figlio Corrado, musicista come il papà Virgilio Dentella, e dalla nipote Nives (figlia dell’ autista di Manzù, di nome anch’esso Virgilio)

 

Corrado Dentella, Mileto Manzù, la signora Inge, Valeria Dentella e Nives Dentella ad Ardea, agosto 2016

Corrado Dentella, Mileto Manzù, la signora Inge, Valeria Dentella e Nives Dentella ad Ardea, agosto 2016, per gentile e personale concessione di Corrado, con l’approvazione di Inge Manzù

La tomba di Giacomo Manzù ad Ardea, per gentile e personale concessione di Corrado Dentella, con l'approvazione di Inge Manzù, agosto 2016

La tomba di Giacomo Manzù ad Ardea, per gentile e personale concessione di Corrado Dentella, con l’approvazione di Inge Manzù, agosto 2016

L'entrata al Museo Manzù ad Ardea, che la signora Inge fece aprire personalmente per l'amica Valeria di Aviatico, agosto 2016

L’entrata al Museo Manzù ad Ardea, che la signora Inge fece aprire personalmente per l’amica Valeria di Aviatico, agosto 2016

RINGRAZIAMENTI

Tutte le informazioni lette sono testimonianze dirette di persone che ad Aviatico hanno conosciuto e apprezzato Manzù con la semplicità e la coerenza tipiche della gente di montagna e che ancora hanno un affetto profondo verso il grande scultore. Solo su mia richiesta hanno accettato di concedere queste pagine commoventi ed estremamente personali della loro vita intima e familiare.

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia del grande Giacomo Manzù è dare conoscenza e memoria di un personaggio bergamasco oggi famosissimo e un omaggio al piccolo paesino incastonato nelle Orobie Bergamasche che lo accolse con affetto mai venuto meno, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca  ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte notizie cercate, molte ore di impegno.

Un ringraziamento caloroso a Gemma Carrara, che in un pomeriggio dolce di fine agosto, mi ha aperto le porte della sua casa paterna in Aviatico, raccontandomi dell’amicizia che legava la sua famiglia a Manzù. Ringrazio anche la sorella Laurinia, che ha preso lo stesso nome della figlioletta di Manzù, e che gentilmente, come donandomi una reliquia, mi ha permesso di fotografare il biglietto in memoria della piccina, morta a soli due anni.

Infine un carissimo ringraziamento a Valeria Dentella, del panificio-salumeria Dentella, che mi ha accolto nella sua casa facendo rivivere la commovente storia d’affetto con Maria Manzoni, sorella di Manzù. Ogni fotografia di questo articolo è per sua gentile e personale concessione.

L’ALTRO ALTOPIANO: CLUSONE E MANZÙ

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L’articolo su L’Eco di Bergamo dedicato a Manzù a Clusone, pagina 1

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L’articolo su L’Eco di Bergamo dedicato a Manzù a Clusone, pagina 2

Giornata della Memoria 2016

A Sciesopoli, Selvino,

il binario del non ritorno

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Sciesopoli, il binario del non ritorno, foto di Oscar Carrara

In occasione della Giornata della memoria 2016, l’antico e imponente palazzo chiamato “Sciesopoli” a Selvino, Orobie bergamasche, ha riaperto i suoi cancelli.
Un’emozione unica e indescrivibile poter entrare, anche solo per una volta, nel cuore della storia, là, dove 800 bambini ebrei orfani, scampati allo sterminio dei campi di concentramento, sopravvissuti al genocidio delle loro famiglie, nascosti nelle foreste, nei villaggi, nelle caverne e nelle cascine, raccolti dai comitati di liberazione, ritrovarono la libertà e il sorriso.
Rimasero a Selvino tre anni, dal 1945 al 1948, per ricostruire pezzo per pezzo, pagina per pagina, lacrima dopo lacrima, la propria anima e il proprio respiro.
Oggi Sciesopoli è silenziosa e dormiente, ma non sola, ma non assente.

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Le catene di bianchi palloncini avvolgono Sciesopoli, foto di Oscar Carrara, Padiglione centrale un tempo denominato “Tonoli Melloni”. Al primo piano vi era il refettorio.

Palpita dell’ardore mai venuto meno di chi non dimentica, di chi ancora e sempre ricorda e ha memoria. Tanti visitatori davanti alle sue finetre vuote, alle sue porte scheggiate, ai suoi muri sbrecciati. Tanti davanti al binario di quindici metri simbolo del non ritorno posizionato nel cortile dove un tempo giocavano i bambini, tanti in silenzio raccolto e rispettoso davanti alle catene di bianchi palloncini svettanti al cielo che simboleggiano le anime di chi dai campi di sterminio non tornò più.
E accanto al binario un albero secolare intagliato e abbattuto rappresenta il corpo dell’uomo morente, il nuovo Cristo immolato nell’innocenza.

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Davanti a Sciesopoli la scultura lignea “Relitti”, foto di Oscar Carrara

Come innocenti e sinceri sono gli sguardi degli oltre 300 ragazzi delle classi terze delle Scuole Secondarie di primo grado di Nembro, Albino e Selvino, che sabato 23 gennaio, insieme ai loro insegnanti, ai dirigenti scolastici, agli Assessorri e ai Sindaci, hanno percorso a piedi il tragitto dalla piazza del paese fino al Palazzo di Sciesopoli per rendere memoria ai loro coetanei di 70 anni fa, quelli sopravvissuti e quelli che morirono lontano da mamma e papà, lontano dalla prorpia casa, dalla propria infanzia.
Hanno intonato canzoni indimenticabili come “Auschwitz” di Francesco Guccini e la canzone ebraica «Gam Gam» per unire sotto lo stesso cuore e lo stesso sangue l’umanità intera.
Come dice Bernardino Pasinelli, archivista e curatore dei documenti su Sciesopoli “non esistono razze, dentro di noi abbiamo lo stesso cuore che pulsa, lo stesso sangue rosso, la stella pelle rosa, lo stesso respiro trasparente, lo stesso dolore e la stessa gioia”
All’ingresso di Sciesopoli è stata inaugurata l’installazione «Relitti», ideata dall’artista bergamasco Ivano Parolini. L’iniziativa è stata organizzata dall’assessorato Turismo e Cultura del Comune di Selvino. Ai ragazzi e agli adutli presenti è stata poi donata una brochure con riprodotta la copia della poesia “Anniversario Sciesopoli” scritta da Aurora Cantini in dedica agli ex bambini di Selvino, ritornati alla Sciesopoli dopo 70 anni nel settembre 2015, e letta anche alla platea degli studenti presso la Sala Congressi del Municipio di Selvino. Alla giornata ha preso parte anche Marco Cavallarin, promotore della petizione per salvare Sciesopoli.
Sciesopoli sarà aperta fino al 27 gennaio compreso, dalle 10.30 alle 16.30. Entrando in Sciesopoli si aprono i cancelli della Memoria…

Sciesopoli, 24 gennaio 2016

Sciesopoli, 24 gennaio 2016, foto di Oscar Carrara

NEL CUORE DI SCIESOPOLI

Reportage fotografico a cura di Oscar Carrara, visitatore a Sciesopoli domenica 24 gennaio 2016, per gentile concessione

Interno di Sciesopoli, l’atrio

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Interno di Sciesopoli

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Interno di Sciesopoli

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Interno di Sciesopoli

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La cappella usata al tempo del Pio Istituto Santa Corona Anni Sessanta Ottanta

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L’ARTICOLO SU l’ECO DI BERGAMO

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L’Eco di Bergamo per Sciesopoli Selvino, Giornata della Memoria 2016

Le Madonne Vestite,
quando il divino si avvicina all’uomo,

tra poesia e rito

Madonna vestita della chiesa di Amora di Aviatico, Bergamo

La Madonna Vestita del Rosario della chiesa di Amora di Aviatico, Bergamo, con uno dei due abiti: quello bianco oro, il più sontuoso, usato per le Processioni

“…O Vergine Maria,
Santa Madre di Dio,
a Te volgiamo il nostro lamento di pellegrini,
mentre vaghiamo esuli
tra le rovinose pietre
di queste contrade svuotate.

Di ognuno di questi tuoi figli
Tu conosci il cuore schietto e generoso,
l’animo forgiato dalla roccia di montagna,
il passo ardito di chi percorre sentieri impervi…”
(Aur Cant)

Per secoli amatissime da parroci e fedeli diffuse in tutta Italia, le statue lignee snodabili delle Madonne Vestite rappresentavano la vicinanza “umana” a Dio e aiutavano i fedeli ad avere un contatto più diretto con il divino, reso simile all’uomo. La prima Madonna vestita risale al 1562. In una chiesa di Venezia una sola Madonna aveva ben 61 abiti completi.

Introdotte in Italia dagli Spagnoli, le Madonne Vestite, con o senza il Bambinello in braccio o Neonate nella culla, mostravano una vera e diretta somiglianza con il mondo umano, offrendo una prova concreta della realtà dell’Incarnazione, dimostrando così che il Sacro non è qualcosa di “aldilà”, ma da sfiorare e accarezzare, toccare e vedere. Ed era un rito sacro, un privilegio di pochi, le “vestitrici”, poter vestire le Madonne in occasione della festa, spesso con abiti sontuosi, dono delle famiglie ricche, gioielli e addirittura trucco, acconciature armoniose, anche con capelli veri. Pure San Francesco aveva l’abitudine di abbracciare a baciare il Divin Bambino nel Presepe da lui stesso inventato.

Il delicato e dolcissimo volto della Madonna del Rosario Vestita di Amora e del suo Bambinello dopo il restauro nel 2012

Il delicato e dolcissimo volto della Madonna Vestita del Rosario di Amora (Aviatico) e del suo Bambinello dopo il restauro nel 2012

Madonne dolcissime e amorevoli, dolenti e addolorate, serene e quiete: poterle toccare, sfiorare, rendeva il legame con la Madre dell’Umanità ancor più forte, radicato, perenne, avvincendo e intrecciando le storie degli uomini con la storia Universale e con il luogo dove la Madonna è venerata. Gli abiti venivano spazzolati, rammendati, ritoccati seguendo istruzioni tramandate da generazioni, madri e figlie: mentre cucivano le donne pregavano, pronunciavano suppliche, chiedevano a Lei, Madre Misericordiosa, di vegliare sui cari, sugli uomini lontani, sulla fatica del lavoro nei campi, sui bimbi malati, sugli anziani abbattuti, sui vivi e sui morti.
Una volta completata la vestizione, nel giorno della ricorrenza l’evento centrale era la Processione, con il trono della Madonna e il baldacchino impreziosito da pietre luccicanti, circondato da una Corona retta da angeli in volo, i “Cherubini”. Era portato a spalla dai devoti e dalle Confraternite, che si accaparravano l’onore di portare la Madonna dopo essersela aggiudicata all’incanto. Le Madonne Vestite delle chiese dell’Isola di Ischia
Ma come erano le Madonne Vestite?

La madonna lignea di Amora di Aviatico durante il restauro, agosto 2012

La Madonna lignea “vestita” della chiesa di Amora di Aviatico durante il restauro, agosto 2012

Le statue erano in legno, blocchi squadrati e grezzi, che ricordavano la semplicità del mondo contadino, dell’intagliatore del legno. Solo i piccoli piedini, le delicate mani che reggevano il Bambinello o il Rosario e il viso incantevole erano rifiniti con precisione e cura.
Poi sparirono per volere di Papa Pio X (Papa dal 1903 al 1910). Troppo umane quelle statue, troppo da “fiaba”, troppo profonda questa intimità con l’immagine venerata, quasi un rito di superstizione che assomigliava molto, troppo, al paganesimo.
Subito i Vescovi misero in pratica la decisione del Papa e iniziarono puntigliosi rastrellamenti delle Madonne vestite che vennero bruciate, ma molti preti le nascosero nelle soffitte delle sagrestie o in piccole chiese poste in zone periferiche del territorio.

A Sondrio la cacciata delle Madonne Vestite

Profonda fu la ferita che colpì quel mondo contadino che stava ormai scomparendo, e fu come sradicare un ricordo, un affetto familiare, un legame della nascita.
Si dimenticò, si nascose il ricordo, scese il silenzio. Nel 2005 si contarono 40 Madonne salvate in piccole chiese e altre 90 distrutte. Oggi nei paesi di montagna delle Alpi si ritrovano ancora a volte le Madonne vestite, sopravvissute alla distruzione. Ma sono tante quelle che giacciono dimenticate e in rovina negli angoli bui delle soffitte nelle canoniche delle chiese. Si stanno però muovendo varie Associazioni che ripropongono al pubblico la magia delle Madonne vestite attraverso molteplici mostre itineranti. 

GLI ARTICOLI SULLE MOSTRE

La Mostra sulle Madonne Vestite

L'Eco di Bergamo, le Madonne vestite

L’Eco di Bergamo, le Madonne vestite

L'Osservatore Romano, le Madonne vestite

L’Osservatore Romano, le Madonne vestite

LA MADONNA VESTITA DEL ROSARIO DI AMORA

La Madonna vestita della chiesa di Amora di Aviatico con il vestito verde

La Madonna Vestita della chiesa di Amora di Aviatico con il secondo dei due abiti: quello verde acqua

La statua della Madonna Vestita del Rosario di Amora, risalente al 1700, era  in legno, con viso, torace e braccia che terminavano in un unico blocco squadrato, dal decoratissimo vestito damascato coordinato all’ampio mantello: uno verde acqua che indossava per l’esposizione in chiesa e l’altro, ricco di preziosissimi inserti dorati, da sfoggiare in occasione della festa. Il cambio dei vestiti richiedeva un consistente lavoro da parte delle donne che dovevano a lungo ”trebülà” (faticare) con ago e filo per cucire il pesante e ingombrante vestito addosso al manichino.

Processione dell'8 ottobre 1939 ad Amora, con la Madonna del Rosario vestita in abito bianco oro

Cartolina d’epoca: Processione dell’8 ottobre 1939 ad Amora, con la Madonna Vestita del Rosario in abito bianco a fili d’oro e il suo preziosissimo trono e il baldacchino  decorato di pietre preziose con la Corna retta dagli angeli in volo, i “Cherubini”.

Stessa cura andava riservata al Santo Bambino in braccio, vestito con lo stesso tessuto della Vergine. Anche i paramenti e le tovaglie richiedevano lungo impegno e precisione, infatti il filo dorato che impreziosisce le passamanerie, essendo metallico, è molto difficile da lavorare; ogni punto richiede certosina precisione, deve collocarsi alla perfezione alla prima gittata, non è concesso sbagliare, pena un danno irrimediabile al tessuto. Le ragazze imparavano dalle suore questa delicatissima arte ed erano scelte con attenta selezione. Ancora oggi le Suore del Convento di Zogno rattoppano e aggiustano il vestito della Vergine per la chiesa di Selvino.
Una volta completata la vestizione l’attenzione andava rivolta all’abito smesso, che doveva essere riposto con estrema cura e preservato da tarme, umidità, muffa e roditori. Da una cartina datata 8 ottobre 1939 si deduce che la Madonna Vestita del rosario di Amora scampò alla distruzione, grazie probabilmente alla popolazione o al parroco, o anche perché il paesino era isolato, lontano dalla Diocesi centrale e poco controllato dagli emissari  della Curia.
Proseguì la devozione alla Madonna Vestita fino ai primi anni Sessanta, quando il parroco, don Arturo Ruggeri, ebbe tardivamente una riminiscenza del decreto di Papa Pio X e decise che la statua “portava pensieri peccaminosi agli uomini” perciò andava eliminata. La Sacra Madonna Vestita venne sostituita da una più “decorosa”, che fece il suo ingresso nel 1963.  Era scolpita da Angelo Gritti, lo stesso scultore della Madonna Assunta di Ganda, che aveva la sua bottega in Città Alta.

La precedente statua venne deposta nella “Sagrestéa olta” (la Sagrestia Alta) e là sempre rimase, misteriosa figura in un angolo che improvvisamente appare ai chierichetti che si avventurano lassù, accanto ai possenti busti dei quattro antichi Papi, ombre cupe nei loro profili con le tiare, tanto da sembrare inquietanti guerrieri nascosti nella penombra pronti a sorprendere gli intrusi. Nei bauli si deteriorano i due sontuosi abiti e il Bambinello, gettato in un angolo, si spezzò in vari punti. Su tutto cadde il silenzio.

La "nuova" Madonna del Rosario scolpita da Angelo Gritti, Bergamo, nel 1963 sul trono e circondata dallo stesso baldacchino con gli angeli in volo usato da seocli per la vecchia Madonna vestita, adattato alla misura più alta della nuova statua.

La “nuova” Madonna del Rosario scolpita nel 1963 da Angelo Gritti, di Bergamo, sul trono e circondata dallo stesso baldacchino con la Corona retta da angeli in volo, i “Cherubini”, usato da seocli per la vecchia Madonna Vestita, adattato alla misura più alta della nuova statua.

processione ottobre 1973

Processione della “nuova” Madonna del Rosario di Amora (Aviatico) opera di Angelo Gritti, 1963, con il trono e lo sfarzoso baldacchino e la Corona retta dagli angeli in volo, i “Cherubini”. Da notare i lampioni  a corollario.

IL RITORNO DELLA MADONNA VESTITA

Io, Aurora, volevo vedere cosa ne era stato della Madonna Vestita di cui avevo sentito parlare fin da bambina ma che non avevo mai visto. Perciò un giorno d’estate del 2012 chiesi alla sagrestana Maddalena se esistesse ancora. alla sua risposta affermativa chiesi di poterla fotografare. Al mio arrivo in sacrestia ecco la sorpresa: la Madonna Vestita mi attendeva, avvolta in un delicato abito color verde acqua, e in braccio aveva il Bimbo Gesù.
Il volto giovane e fresco sembrava palpitare, lo sguardo timido, gli occhi socchiusi, come in ascolto.

La Madonna della chiesa di Amora durante il restauro, agosto 2012

La Madonna Vestita del Rosario e il Bambinello della chiesa di Amora durante il restauro ad opera di Giovanni Locatelli, agosto 2012

Ma tanti anni di abbandono e incuria avevano segnato la Sacra immagine. I vestiti a brandelli, la corona opacizzata, i colori del viso cancellati.

Grazie al restauratore Giovanni Locatelli, parente di una abitante del paese, Luigina Carrara, nell’estate del 2012 la Madonna ritrovò la brillantezza e la vita. Il vestito verde acqua è stato rammendato da un paziente lavoro di cucito di una donna del paese, la sarta Mirna Santini. Poi fu la volta del secondo abito, quello bianco-dorato, che fu ritrovato a pezzi in fondo ad un baule in soffitta. La stessa sarta riuscì a rimediare al danno del tempo, aggiungendo i pezzi mancanti di broccato.
Ora la Madonna vestita brilla di armoniosa luce. Il restauro ha restituito al paese la sua Regina, che oggi torna ad evocare storie di secolari di rito e devozione.

La Madonna del Rosario vestita di Amora, Aviatico, in tutta la sua lucente bellezza ritrovata.

La Madonna Vestita del Rosario  di Amora, Aviatico, in tutta la sua lucente bellezza ritrovata dopo il restauro allo sfarzoso vestito bianco dorato.

LE MADONNE VESTITE DELL’ALTOPIANO

Sono quattro le Madonne Vestite dell’Altopiano Selvino Aviatico sopravvissute alla devastazione e al rogo decretati da Papa Pio X tra il 1903 e il 1910.

La Madonna Bambina Vestita nella culla, chiesa di Ganda di Aviatico

La devozione per la Maria Bambina ha origini antiche. Si legge in vari testi religiosi: “Il culto di Santa Maria Bambina nasce in Oriente e viene introdotto nella Chiesa d’Occidente dal Papa Sergio I (VII secolo). Si diffonde in particolare nella diocesi ambrosiana (X secolo) dove testimonianza della devozione verso la natività di Maria è lo stesso Duomo di Milano consacrato da San Carlo Borromeo il 20 ottobre 1572 e dedicato a Maria Nascente. Il cardinal Federico Borromeo (1564-1631), nella sua opera “De pictura sacra” immaginava la raffigurazione della Natività di Maria rappresentata da una bambina avvolta in fasce e adagiata in mezzo ad una grande luce attorniata da angeli maggiori e minori. Ed è ad una Francescana che si deve il modello del simulacro più famoso di Maria Bambina che riprende l’immagine del cardinal Borromeo. Suor Isabella Chiara Fornari, superiora delle Francescane di Todi e dal cui convento venivano diffuse figure di Maria e di Gesù “quando erano pargoletti e di grandezza naturale” modellò il volto in cera tra il 1720 ed il 1730. La statua infatti è più diffusamente costituita da una testa di neonata in cera su un corpo appena abbozzato e completamente rivestito di fasce. Le fasce, la cuffietta e la culla che la accompagna sono di pizzo. Una di queste “bamboline”, nel  1739, venne donata alle Suore Cappuccine di Santa Maria degli Angeli a Milano. Le suore ne propagarono la devozione e ben presto tutta la Lombardia ne venne conquistata, tanto che fin da subito prese piede la tradizione di donare alle giovani spose una statuetta di Maria Bambina nella sua teca di vetro, da porre sopra il comò nella camera nuziale come augurio e benedizione futura.  

La statua della Maria Bambina nella culla della chiesa di Ganda di Aviatico

La statua della Maria Bambina nella culla della chiesa di Ganda di Aviatico

La Madonna Vestita del Rosario di Aviatico fu usata ininterrottamente fino al 1947, quando venne sostituita da una lignea. Oggi è ammirabile nella chiesetta di San Rocco.

La Madonna del Rosario vestita, usata fino al 1947 poi sostituita da quella nuova nella chiesa di San Rocco ad Aviatico

La Madonna Vestita del Rosario di Aviatico, usata fino al 1947 poi sostituita da quella nuova nella chiesa di San Rocco ad Aviatico

La Madonna Vestita del Rosario  della chiesa di Selvino onorata ancora oggi.

La Madonna del Rosario vestita della chiesa di Selvino, Bergamo

La Madonna Vestita del Rosario della chiesa di Selvino, Bergamo, per gentile concessione della signora Angiolina Bertocchi

Un momento della Processione con la Madonna del Rosario vestita di Selvino, anni Sessanta.

Un momento della Processione con la Madonna Vestita del Rosario  di Selvino, anni Sessanta, per gentile concessione della signora Angiolina Bertocchi.

La Madonna Immacolata Vestita della chiesa di Ama di Aviatico onorata ancora oggi.

La Madonna Immacolata vestita della chiesa di Ama di Aviatico, Bergamo

La Madonna Immacolata Vestita della chiesa di Ama di Aviatico, Bergamo

LA POESIA DI PADRE DAVIDE MARIA TUROLDO

“Vergine, fanciulla
giovane, madre,
se Tu non riappari anche Dio sarà triste:

e non avrà più delizie

a stare coi figli degli uomini…”
(P. David Maria Turoldo)

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IL GESÙ BAMBINO DI PRAGA

Gesù Bambino di Praga

Gesù Bambino di Praga

GESÙ BAMBINO DI PRAGA PELLEGRINO NELLE PARROCCHIE

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Gesù Bambino di Praga pellegrino esposto nella chiesa Parrocchiale di Serina, dicembre 2015

In occasione del Giubileo della Misericordia la statua del Gesù Bambino di Praga, ospitata durante l’anno nel Santuario di Arenzano, è portato in pellegrinaggio nelle parrocchie giubilari: dal dicembre 2015 al 20 gennaio 2016 è esposto nella chiesa Parrocchiale di Serina, Orobie Bergamasche.

Nei dipinti di Carla Santomauro

la scoperta del paesaggio italiano

in una ricerca poetica del senso della luce

Carla Santomauro

Carla Santomauro

Carla Santomauro, sestese di nascita, inizia a dipingere giovanissima, ritraendo con talento gli oggetti e la quotidianità del proprio mondo. E, pur impegnata in lavori d’ufficio, frequenta e si diploma all’Accademia di Brera. Successivamente, per continuare il percorso artistico, segue i corsi di pittura presso la Scuola Civica d’arte “Federico Faruffini” di Sesto San Giovanni.

Parco Nord Milano, rosa canina a dicembre, dipinto di Carla Santomauro

Parco Nord Milano, rosa canina a dicembre, dipinto di Carla Santomauro per il Calendario 2015

Il suo impegno la porta a partecipare inizialmente a collettive in mostre a livello nazionale; poi, seguendo l’attività lavorativa del marito, si trova a vivere per un certo periodo a Teheran dove, coltivando anche lì la sua passione, realizza alcune opere tra le quali “Il ritratto di giovinetta araba” che verrà esposto in una significativa galleria della capitale iraniana.

Il ritorno in patria la vede impegnata alla riscoperta del paesaggio italiano: allora sono le marine spumeggianti, le dune assolate e deserte delle spiagge adriatiche, le tonalità velate dei boschi autunnali delle montagne lombarde; infine la ricerca poetica e coloristica dei parchi innevati, dove il senso della luce, sempre presente, traspare grazie alla immensa varietà della sua tavolozza.

Laghetto del Parco Nord Milano, dipinto di Carla Santomauro

Laghetto del Parco Nord Milano, dipinto di Carla Santomauro per il Calendario 2015

Ha partecipato a molte collettive e personali a Sesto San Giovanni, Milano, Cinisello Balsamo, Parco Nord, Biassono, Suello, Legnano, Erba, Lissone, Triuggio, Cameri, Bosisio Parini, Pusiano, Agrate Brianza, Cusano Milanino, Marina di Ravenna, Magenta, Pessano con Bornago, Costa al Lambro, Bresso, Corezzana, Teheran (Iran).

Dipinto di Carla Santomauro

Dipinto di Carla Santomauro

Nello studio di Sesto San Giovanni, situato in una delle corti più antiche del vecchio paese, sono raccolti, oltre alle numerosissime opere di varie dimensioni, i “preziosi” libri d’arte e i tanti romanzi di cui è un’appassionata lettrice.

Caratteristica di Carla Santomauro è la riproduzione dei suoi dipinti in Calendari poetici, arricchiti da versi lirici di poetesse amiche della pittrice. Per il Calendario 2013 Carla Santomauro si è avvalsa del contributo poetico della scrittrice e poetessa Loredana Limone.

Calendario 2013 di Carla Santomauro, con i versi poetici della scrittrice Loredana Limone

Calendario 2013 di Carla Santomauro, con i versi poetici della scrittrice Loredana Limone

Calendario 2013, dipinto di Carla Santomauro e versi poetici di Loredana Limone

Calendario 2013, dipinto di Carla Santomauro e versi poetici di Loredana Limone

Calendario 2014 e un dipinto di Carla Santomauro

Calendario 2014, dipinto di Carla Santomauro

Calendario 2014, dipinto di Carla Santomauro

Calendario 2014, dipinto di Carla Santomauro

IL CALENDARIO 2015

In questo ultimo periodo l’attenzione della pittrice si è rivolta verso l’EXPO, a cui ha legato il suo ultimo Calendario poetico, quello realizzato per il 2015:  attraverso dodici dipinti, arricchiti dalle composizioni poetiche della poetessa Aurora Cantini,  la pittrice ha immortalato gli angoli più suggestivi ed emozionanti dell’immenso Parco Nord Milano, una vasta estensione naturalistica nel cuore dell’hinterland milanese. Carla Santomauro è legata al Parco Nord Milano anche perché presso la Sede di Cascina Centro Parco ha allestito numerose mostre personali, che hanno arricchito ancor di più il già notevole curriculum artistico.

 

 

 

 

EXPO 2015,

il Parco Nord Milano

tra Arte e Poesia

nel Calendario ideato dalla pittrice Carla Santomauro

con la partecipazione dei versi poetici di Aurora Cantini

Calendario 2015 Parco Nord, dipinti di Carla Santomauro e poesie di Aurora Cantini

Calendario 2015 Parco Nord, dipinti di Carla Santomauro e poesie di Aurora Cantini, nel dipinto è raffigurata una delle due collinette del Parco

“Il profilo dell’altura innevata

emerge come una donna velata,

austero e chiuso sui dolori dell’uomo”

La copertina del Calendario 2015 per Parco nord Milano nel dipinto di Carla Santomauro

La copertina del Calendario 2015 per Parco Nord Milano nel dipinto di Carla Santomauro

“Nel nostro peregrinare

approdiamo all’immenso

come piccole faville di neve,

sperduti nel vorticare degli eventi

come foglie d’autunno”

(Aurora Cantini)

La poetessa bergamasca Aurora Cantini e la pittrice milanese Carla Santomauro

La poetessa bergamasca Aurora Cantini e la pittrice milanese Carla Santomauro

Il 2015 vede l’allestimento dell’importantissima vetrina dell’Expo Milano 2015, l’Esposizione Universale allestita dal primo maggio al 31 ottobre e dedicata al tema dell’alimentazione e la nutrizione. Un’Esposizione che vuole svelare al mondo il ricco patrimonio culturale, artistico e gastronomico del territorio italiano, ponendo al centro il rispetto per l’ambiente, i territori e le comunità coinvolte, “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e i suoi equilibri.

Milano si presenta in ricca veste e tra i suoi fiori all’occhiello vi è  senza dubbio lo spettacolare scenario dato dal Parco Nord Milano, un’estensione metropolitana realizzata alla fine degli Anni Sessanta sulle aree dismesse della Breda, che la pittrice Carla Santomauro, nativa di Sesto San Giovanni, ha immortalato in 12 dipinti a olio (uno per ogni mese dell’anno) raccolti in un calendario, corredato dai versi poetici della poetessa bergamasca Aurora Cantini.

Parco Nord Milano attualmente può contare su oltre 640 ettari di verde, organizzati in zone boschive, con alberi alti anche fino a 20 metri (sono più di 100 le specie catalogate), radure, filari che contornano viali e viottoli, macchie arbustive, siepi, piante ornamentali, cespugli, angoli di sottobosco, piccoli specchi d’acqua, laghi e canali. Una ricca pista ciclopedonale lo attraversa creando una rete di vialetti e sentieri che raggiunge anche i punti più suggestivi e pittoreschi, resi indimenticabili da ponticelli e fontane, passerelle e poggi, canali e fossi, piccoli specchi d’acqua e laghetti, fontane e cascatelle. Distese a prato e pendii soleggiati ne fanno uno scrigno d’arcobaleno a Primavera, quando la fioritura addolcisce il cuore e gli occhi, lo rendono un velo di vaporosi colori in Autunno, mentre in Inverno il silenzio della neve lo trasforma in un gioiello candido.

By Luciana Spinelli, 1 gennaio 2009, uno dei tanti canali e ponticello pedonale

Parco Nord, by Luciana Spinelli, 1 gennaio 2009, uno dei tanti canali e ponticello pedonale

By Luciana Spinelli, 1 gennaio 2009, uno dei tanti viali contornati da filari di alberi

Parco Nord, by Luciana Spinelli, 1 gennaio 2009, uno dei tanti viali contornati da filari di alberi

Parco Nord, By Luciana Spinelli, aprile 2010

Parco Nord, by Luciana Spinelli, aprile 2010

Parco Nord, by Luciana Spinelli, 2 giugno 2012

Parco Nord, by Luciana Spinelli, 2 giugno 2012

Parco Nord, by Luciana Spinelli, ottobre

Parco Nord, by Luciana Spinelli, ottobre

Parco Nord, by Spinelli Luciana 1 gennaio 2009, bacche di rosa canina

Parco Nord, by Spinelli Luciana 1 gennaio 2009, bacche di rosa canina

All’interno del Parco si trova un Polo Scolastico di Istituti Superiori, la Villa di Alessandro Manzoni, un piccolo aeroporto e uno stadio, aree attrezzate per il gioco dei bambini e le attività degli adulti, campi da bocce, basket, pallavolo, calcio.

Il paesaggio si snoda su una zona perlopiù pianeggiante, ammorbidita da due collinette che lo rendono quasi un paesaggio da fiaba: sulla sommità della più alta c’è una struttura in cemento e legno utilizzata per varie manifestazioni, mentre sull’altra collinetta è stato collocato il Monumento al Deportato, dedicato ai cittadini dei Comuni del circondario che lavoravano nelle fabbriche dell’area industriale di Sesto San Giovanni, arrestati e deportati nei campi di concentramento nazisti, a causa degli scioperi del marzo 1944.

Parco Nord, by Luciana Spinelli, aprile 2010

Parco Nord, by Luciana Spinelli, aprile 2010

L’originalità del Parco Nord Milano è data dal fatto che non ha recinzioni, un cuore pulsante nel cuore metropolitano della città. Il parco sorge in un contesto tra i più densamente urbanizzati d’Europa, caratterizzato dalla presenza di storiche fabbriche (oggi quasi del tutto scomparse a seguito della de-industrializzazione) e grandi quartieri edilizi che, nel tempo, hanno saldato la periferia nord di Milano al suo hinterland.

I primi interventi di riqualificazione e ri-forestazione sono stati avviati nel 1983 grazie all’intervento dell’Azienda Regionale delle Foreste della Regione Lombardia. La sua gestione è affidata ad un Consorzio formato dai sei Comuni intorno al parco. 

I MESSAGGI DI APPREZZAMENTO AL CALENDARIO DI CARLA SANTOMAURO

 DSCF1880Dalla dottoressa Maria Bonfanti a Carla Santomauro pittrice

“Cara Carla, ho ricevuto il Suo bellissimo calendario e la ringrazio di cuore. I suoi dipinti suscitano sempre piacevoli ed eterne emozioni e combaciano perfettamente con le poesie di Aurora Cantini, altrettanto evocative e profonde. Tanti cari auguri di cuore e con l’augurio che il 2015 veda realizzarsi i suoi sogni.  Maria Bonfanti”

DSCF1881Da Mario Consonni a Carla Santomauro, pittrice

“Gentilissima signora Carla Santomauro, è mio piacevole dovere ringraziarla sentitamente per il suo ricordo verso la mia persona, con l’avermi fatto omaggio, anche quest’anno, del suo calendario. I quadri riprodotti sono tutti bellissimi: l’ho sempre detto e sempre lo ripeterò che lei è la Maestra del bianco.
Particolarmente mi ha colpito il quadro afferente a dicembre: è l’espressione di un fugace grappolo di neve colto in un momento della sua breve vita, pronto a sciogliersi al primo raggio di sole. Complimenti anche alle poesie che accompagnano i suoi dipinti. Mi è particolarmente vicina quella in copertina: il “vorticare degli eventi come foglie d’autunno” si addice all’autunno della mia novantenne vita, che ancora resiste come foglia ormai non più verde, ma che resiste giornalmente attaccata al ramo.
Ringrazio anche degli auguri che contraccambio sentitamente a lei e ai suoi familiari.
                                                                                                                                                                  Mario Consonni

Da Agrigento a Bergamo,

Le Muse di Camastra premiano la poesia

”Ti chiamano Eva”

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L’EVENTO

Il comunicato stampa

L’Associazione Culturale Le Muse di Camastra (Agrigento),

comunica che:
In data 16/05/2014, dopo un’attenta valutazione degli elaborati partecipanti al concorso di poesia Le Muse 2014, la giuria (Dirigente scolastico dott.ssa Franca D’Antona, prof.ssa Rita Falci, prof.ssa Rosa Di Caro, poeta Pino Bruno Giordano, Prof. Paolo Francolino) ha designato i seguenti vincitori:

Sezione A, Poesia in lingua Italiana:
1) “Ti chiamano Eva” di Aurora Cantini di Nembro (Bergamo);
2) “Sinopia” di una rosa di Davide Rocco Colacrai di Terrnuova Bracciolini (AR);
3) “Nel silenzio” di Graziella Carletti di Caltagirone (CT)

Sezione B, Poesia in dialetto:
1) “Epilessia” di Sergio D’Angelo di Chiaramonte Gulfi (RG) ;
2) “A Tortula” di Rodolfo Di Rosa di Agrigento;
3) “Lamentu d’Emigranti” di Salvatore Gaglio di Santa Elisabetta (AG).

Sezione C ,“Coppa Mordini”, Poesia in dialetto siciliano:
“Ti Vitti Cristu” di Margherita Neri di Cefalù (PA).

Menzione speciale :
“L’Euru” di Calogero Allegro di Camastra (AG) e alla partecipazione della classe IV B del Secondo circolo didattico di Orta Nova (FG)

La data di premiazione è confermata per sabato 7 giugno 2014 alle ore 18:00 presso il centro culturale polivalente di Camastra.

Il presidente
Associazione Culturale le Muse – Camastra
Vito Francolino

LA POESIA VINCITRICE

TI CHIAMANO EVA

Sei tu, donna,

languida foglia

spinta sul mosaico della Vita,

irrequieta

come vento di tempesta,

sfuggente

come nebbia d’autunno,

silenziosa e austera

come il riflesso sull’acqua.

(…)

Ti chiamano Eva,

della terra il primo frutto,

del cielo l’ultimo pianto.

(Aur.C.)

La poesia fa parte della raccolta poetica “Oltre la curva del tramonto

edita per LietoColle, 2014

Aurora Cantini Oltre la curva del tramonto copertinasito

Oltre la curva del tramonto

L’opera è un omaggio poetico alla litografia “Femme” dello scultore di Dalmine Luigi Oldani

Oldani, Eva, 1

Luigi Oldani, Eva

 

 

Angelo Roncalli e Karol Wojtyla,

una carezza sotto la luna e un cuore venuto da lontano

 11 ottobre 1962,

16 ottobre 1978,

11 aprile 2004 

Luna piena del 25 aprile, magnifica

Luna piena del 25 aprile, magnifica

IL DISCORSO DELLA LUNA E LA CAREZZA DI MIO PAPA’

Il Discorso della Luna ha per me un significato profondo e particolare soprattutto perché io faccio parte di quei bambini a cui, quella sera, Papa Giovanni XXIII destinò la sua Carezza sotto la Luna. Dicono i testi ufficiali che il Discorso della Luna prese forma la sera dell’11 ottobre 1962, in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II. Chiamato a gran voce dai fedeli in Piazza San Pietro, il Papa decise di affacciarsi al balcone per benedirli. Ma l’entusiasmo della folla era talmente vibrante che Papa Giovanni decise sul momento di pronunciare alcuni pensieri, commoventi e suggestivi, resi eterni dalla magnifica luna piena che svettava sulla piazza.

“Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera -osservatela in alto- a guardare a questo spettacolo. Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite “Questa è la carezza del Papa”. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualche… dite una parola buona: “Il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza.” E poi tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino.” (…)

Mio papà stava ascoltando in diretta le parole del Santo Padre e sentì salire le lacrime agli occhi. Si affrettò verso un lettino di legno che lui aveva costruito con le proprie mani e si chinò: dentro dormiva una bimba di 5 mesi esatti (era nata l’11 maggio), la sua primogenita, e mio papà l’accarezzò pensando alla carezza del Papa bergamasco: quella bimba ero io.

fonte web

QUEL 16 OTTOBRE 1978

Quel 16 ottobre 1978 ero tornata in pullman da Bergamo dove frequentavo la classe terza dell’Istituto Magistrale, stavo studiando molto in quei giorni ed ero stanca per gli innumerevoli “esperimenti”, i temi di italiano e filosofia, così avevo gettato lo zaino con svogliatezza, ma venni subito zittita: stavano trasmettendo in diretta le votazioni del Conclave e tutti, mia mamma e mio papà con mia sorella, erano seduti davanti al nostro televisore in bianco nero, appoggiato sul buffet in sala. Mi ero seduta anch’io e non ero più riuscita ad allontanarmi.

Quando, verso le 19.30 Karol Wojtyla si affacciò al balcone, mi piacque subito e al suo “Mi corriggerete” io e mia sorella scoppiammo in una fragorosa risata pazzerella. Lei birichina subito sentenziò: “Deve imparare bene l’italiano a scuola”. Era il nostro, il mio Papa. L’avevo deciso.

Scrissi sul mio diario: “Osservo con curiosa attenzione quell’uomo bianco, che sembra parlare proprio a me, Papa Wojtyla.” Avevo conservato tra le pagine anche la locandina di un libro che mi era piaciuto molto e che avevo ritagliato dalla mia rivista preferita, “Primavera”.

Il mio vecchio amico Karol

CRESCERE CON LE POESIE DI KAROL WOITYLA

Cominciai a leggere molte sue poesie, mi facevano commuovere, le parole poetiche che avvolgevano il mio cuore di ragazzina riempiendolo di emozioni indefinibili. La poesia “Cava di pietra” era stata scritta il giorno in cui un operaio morì per lo scoppio di una carica di dinamite nella cava di pietra dove anche Karol Wojtyla lavorava dal 1940:

“(…) Tra cuore, pietra e albero, è di nuovo il silenzio.
Ogni uomo può entrarvi. Se entra, sarà sé stesso.
Se non entra, qualunque sia l’apparenza, agli eventi
della terra egli ancora non partecipa.
(…)

Non era solo. I muscoli che alzavano la mazza,

gonfi di energia, lo innestavano

in una folla immensa.

Durò sinché i suoi piedi

calcarono la terra.

Poi una pietra

gli frantumò le tempie,

gli spezzò le fibre del cuore.

Raccolsero il suo corpo, lo portarono

via in una lunga fila silenziosa.

Da lui grondava ancora la fatica,

i torti subiti.

Loro vestiti con le tute grigie,

le scarpe grosse nel fango,

erano il simbolo di tutto ciò che deve

cambiare nella situazione dell’uomo.” (…)

Un’altra poesia che mi piaceva era quella dedicata alla mamma, che lui aveva perso a nove anni, “Sulla tua bianca tomba” scritta nel 1939:

 “Sulla tua bianca tomba
sbocciano i fiori bianchi della vita.
Oh quanti anni sono già spariti
senza di te – quanti anni?”
(…)

Ma anche la poesia “Fanciulli” conteneva lacrime mai scese:

“Crescono improvvisamente dall’amore
e poi di colpo adulti
tenendosi per mano
vagano nella grande folla
Fuori catturati come uccelli
profili sbiaditi nel crepuscolo
so, che nei loro cuori
pulsa l’intera umanità.
Tenendosi per mano
siedono zitti sulla riva
un tronco d’albero
terra al chiaro di luna
triangolo che arde
nel sussurro incompiuto.”
(…)

LA MIA POESIA PER KAROL

Grazie alla collaborazione con lo scultore Luigi Oldani, nell’ambito del Progetto “Habemus Papam“, qualche anno fa ebbi l’occasione di scrivere una poesia dedicata a Karol Wojtyla, risultata vincitrice per la Sezione Poesia Religiosa alla 3^ Edizione del Concorso Letterario “Città di Sant’Antonio Abate – Poesia arte dell’Anima, “Riscoprire i valori della Fede professata e vissuta” e inserita nella mia quarta raccolta Oltre la curva del tramonto, LietoColle Editore 2014

Qui il testo della poesia: Karol

Karol, scultura di Luigi Oldani

L’ULTIMA PASQUA PUBBLICA DI PAPA WOJTYLA

Lo considero un segno del Destino, o un filo misterioso che tutto congiunge e unisce sopra il respiro dell’uomo, il fatto che quell’11 aprile 2004, in occasione dell’ultima Messa pubblica di Pasqua di Papa Wojtyla sul Piazzale della Basilica di San Pietro, a Roma, io ero tra il pubblico.

Ero scesa a Roma in bus con uno di tanti viaggi organizzati che a primavera propongono mete nelle maggiori città italiane. Con la guida avevamo percorso Roma in lungo e in largo, ammirando i monumentali angoli di storia e le innumerevoli tappe artistiche e archeologiche.

Ma quella mattina si preannunciava … da brividi. Partenza dall’hotel sito a Frascati e tappa a Piazza del Popolo. Da lì bisognava proseguire a piedi. Ci dividemmo e io e  il mio accompagnatore proseguimmo da soli. Meta, Piazza San Pietro. All’imbocco su Viale della Conciliazione l’emozione catturava ogni fibra del mio corpo. Una fiumana di persone inondava il tracciato e si inoltrava lungo il tracciato. Là in fondo svettava il maestoso altare protetto da una balconata rossa.

Via della Conciliazione e sullo sfondo l'altare per la Messa di Pasqua del 2004

Superati mille controlli da parte delle Guardie Svizzere, che dopo gli obblighi accettarono gentilmente di farsi fotografare, ci incuneammo tra la folla dirompente, multietnica, eterogenea.

DSCF0956Dagli altoparlanti a malapena si udiva la voce del Papa, già sofferente e anziano, ma da quel momento non riuscimmo più ad allontanarci, ci sembrava un sacrilegio, una mancanza di rispetto, quasi che non potessimo lasciarlo solo. E Lui non era solo. C’erano migliaia di fedeli, ma, chissà perché, sentivo che lui chiamava anche me, pur non conoscendomi di persona, o meglio, pur se io non lo conoscessi di persona. Perché Lui conosceva ogni animo umano, anche il mio. Ne ero sicura.

La Messa di Pasqua di Papa Giovanni Paolo II dell'11 Aprile 2004

Dietro l'altare in Piazza San Pietro, al termine della Messa di Pasqua dell'11 aprile 2004

Il giorno successivo, Lunedì dell’Angelo, ero di nuovo in Piazza San Pietro, per seguire il Regina Coeli e il discorso che Papa Wojtyla tenne dalla finestra del Palazzo Apostolico.

Giovanni Paolo II alla finestra del Palazzo Apostolico il Lunedì dell'Angelo del 2004

Ma avevo ancora un obiettivo da raggiungere: pregare davanti ad un altro Papa, il Papa di noi bergamaschi: Giovanni XXIII. L’interno della Basilica era enorme, quasi un portale, un antro misterioso proiettato un altro mondo, ma ecco, verso l’altare laterale, Lui era là, adagiato nella porpora, deposto nell’urna, sereno nel suo eterno riposo. Mi commossi oltre ogni misura, perché se io avevo “adorato” Papa Wojtyla, mio papà Mansueto aveva adorato Papa Giovanni.

Papa Giovanni XXIII nella teca in Basilica San Pietro

Avevo solo un anno quando Papa Giovanni morì, il 3 giugno 1963, ma sono cresciuta attorniata dai tanti libri che mio papà acquistava su Papa Roncalli, tante volte mi ha portato in gita  a Sotto il Monte a bordo della sua Fiat 500, a visitare la casa del Papa, la cascina dove era cresciuto, la sua stanzetta di bambino di campagna.

Mi spiegava il valore delle tradizioni, l’attaccamento alla terra, alle proprie origini, mi raccontava della vita contadina e dell’orgoglio della povera gente, ma in primo luogo mi faceva capire che non è importante dove si nasce, o in quale famiglia, quello che conta è cosa si vuole fare a questo mondo, quale è la chiamata a cui tutti noi siamo destinati. In casa era naturale avere l’immagine del nostro Papa bergamasco appesa in salotto, e anche oggi, nella mia casa, l’immagine di Papa Roncalli mi fa compagnia e segue benevola l’evolversi frenetico della mia vita.

DSCF0966I BERGAMASCHI A ROMA

C’è ancora una data da inserire in questo mosaico di emozioni: nell’aprile del 1988 le varie parrocchie della Valle Seriana, su iniziativa del Vescovo Monsignor Giulio Oggioni, organizzarono un mega pellegrinaggio a Roma, per l’udienza con Papa Wojtyla. Mio papà era sceso al mercato di Albino come suo solito e aveva scoperto che c’erano ancora due posti liberi sul bus.

Ritornò a casa, così racconta sempre mia mamma, trafelato, e quasi la obbligò ad acconsentire, preparando in fretta e furia la valigia, perché si partiva il mattino successivo all’alba. Erano là, i miei genitori, nella Sala Paolo VI, mentre Giovanni Paolo II avanzava lentamente osannato e acclamato dai bergamaschi. Di quell’evento mi è rimasto un articolo di giornale, dove un cerchiolino a biro blu indica un viso tra la folla, quello di mia mamma.

L'Eco di Bergamo

E PER FINIRE…

Sono nata sulla carezza di Papa Giovanni XXIII, cresciuta con l’italiano di Papa Wojtyla: due uomini che hanno messo i loro occhi nei nostri occhi, il loro cuore vicino al nostro, per farci vedere la bellezza, la gioia, la Luce, per non lasciarci cadere nel buio. Mai.

Sala Papa Giovanni XXIII nel Palazzo dell'Arciconfraternita dei Bergamaschi a Roma

L’ULTIMA SERA DI KAROL

 Dal libro “Una vita con Karol” di Cardinale Stanislao Dziwisz

“Era l’ultima volta che vedevo il suo volto. Umanamente. L’ultima volta che vedevo il suo corpo, le sue mani, ma soprattutto che vedevo il suo volto. E il volto mi ricordava il suo sguardo, perché in lui era lo sguardo che subito ti colpiva … Ho preso quel velo bianco e gliel’ho deposto piano piano sul viso. Avevo quasi paura di fargli del male, come se quel lembo di seta dovesse pesargli, dargli fastidio …

L’ho accompagnato per quasi quarant’anni, prima dodici a Cracovia, poi ventisette a Roma. Sono stato sempre con lui, accanto a lui. Ora, nel momento della morte, lui è andato da solo. L’ho sempre accompagnato, ma da qui è andato da solo. Sì, certo, lui non ci ha lasciati. Sentiamo la sua presenza, e anche le tante grazie ottenute tramite lui. E poi, io l’ho accompagnato fino a questo punto della Chiesa. Ma, da qui, è andato da solo. E ora? Dall’altra parte, chi lo accompagna?”

(Cardinale Stanislao Dziwisz, dal libro “Una vita con Karol”, Rizzoli Editore, 2007)

 

 

 

 “Karol”,

in una poesia il racconto della gioventù e del cammino

di Karol Wojtyla, il Papa Santo.

III^ Edizione del Concorso Nazionale di Poesia “Città di Sant’Antonio Abate”

concorso_nazpoesia

Poesia arte dell’Anima,

“Riscoprire i valori della Fede professata e vissuta”

Messina

Cerimonia di Premiazione Sabato 10 agosto 2013

Nel Giardino degli Ulivi della Parrocchia

Il Concorso di poesia

Mandorlo in fiore

IL PREMIO

Per la Sezione Poesia Religiosa il PRIMO PREMIO è stato assegnato a “Karol” di Aurora Cantini

Qui di seguito il link per leggere il testo:

La poesia “Karol”

LA MOTIVAZIONE

“La poesia religiosa dal titolo “Karol” svela dei punti chiave della gioventù e del cammino di Karol Wojtyla, il Papa Santo. Addentrarsi in quest’opera non è semplice, né si vuole esprimere con una poesia il carisma del Pontefice, però avere in mente le vibrazioni e le sensazioni del poeta e dell’orante comporta un riscoprire i valori umani e spirituali che il Santo Padre ci ha lasciato.

“L’immacolato manto steso sul mondo” come un campo di grano, l’immagine dell’oro riflesso nei capelli come Luce Divina, il richiamo alla croce che ci salva, la voce dei deboli, poveri e dei sofferenti e la Pace al pianto delle genti, sono elementi che ci fanno considerare la poesia fonte di luce e non solo di Speranza.” (Vito Natali) 

L’EVENTO

Il PRIMO PREMIO nella sezione poesia religiosa per la poesia “Karol” di Aurora Cantini è stato ritirato dal delegato professor Salvatore Mezzopane, poeta di Sant’Agata Militello

Il poeta Salvatore Mezzopane e il Presidente di Giuria professor Antonino Foti

Il poeta Salvatore Mezzopane e il Presidente di Giuria professor Antonino Foti

Il poeta Salvatore Mezzopane riceve il premio per conto di Aurora Cantini

Il poeta Salvatore Mezzopane riceve il premio per conto di Aurora Cantini

L’OPERA

La poesia vincitrice è stata realizzata per la scultura in  bronzo “KAROL” opera dello scultore di Dalmine Bergamo LUIGI OLDANI, e fa parte della Mostra “HABEMUS PAPAM”, che ha riscosso ampi consensi alla sua inaugurazione, tenuta ad aprile in occasione del Convegno Internazionale di Bergamo dal titolo: “Giovanni XXIII e Paolo VI i Papi del Vaticano II” a cura della Fondazione Papa Giovanni XXIII di Bergamo e dell’Istituto Paolo VI di Brescia. La collezione dell’artista Luigi Oldani comprende sei formelle in bronzo, quadrate, con il profilo dei sei Papi che hanno guidato la Chiesa nell’ultimo mezzo secolo, dal Concilio Vaticano II in poi.

Di Luigi Oldani va rilevato anche il tenace impegno umanitario a favore dell’Uomo. Segnalo  AVSI e Luigi Oldani per l’Africa,  progetto per il quale sono state realizzate 10 litografie in favore delle popolazioni colpite dalla carestia in Corno d’Africa, a cui ho unito una mia poesia, o il Progetto Haiti, sostenuto dall’Associazione “Francesca Rava” Onlus, per la costruzione di un ospedale a Port au Prince.

§ KAROL SCULTURA OLDANI- PRIMO PIANO

KAROL SCULTURA OLDANI- PRIMO PIANO

LA CANONIZZAZIONE

 Papa Roncalli e Papa Wojtyla tra ricordi e parole di poesia

Luigi Oldani e Papa Wojtyla

Luigi Oldani e Papa Wojtyla

“La Maddalena”,

poesia di un cuore di donna

ferito ma non indurito dalla vita

al 10° Concorso Nazionale di poesia

“Enrico Brianza” Ottobre 2013

Auditorium Cassa Rurale di Treviglio

Organizzato da ANTEAS 

logo_anteas

Associazione Nazionale Terza Età Attiva  e per la Solidarietà

Zona di Treviglio Bergamo

http://anteastreviglio.xoom.it/

LA GIURIA

Luigi Cervi Presidente

Professor Battista Regonesi

Professoressa Ettornia Gorreri

Ingegner Giuseppe Scaravaggi

Dottor Marcello Santagiuliana

Professoressa Chiara Finardi

Professoressa Rosella Parmeggiani

                                          LE POESIE VINCITRICI

POESIA PRIMA CLASSIFICATA “Pröföm de viöle” (Profumo di viole)  di Carmen Fumagalli Guariglia

SECONDA CLASSIFICATA “La Maddalena” di Aurora Cantini

TERZA CLASSIFICATA “Öl saur del pà” (Il sapore del pane) di don Alessandro Barcella

FOTOGALLERY DELL’EVENTO

Aurora Cantini con Luigi Cervi al X Concorso di poesia "Enrico Brianza"

Aurora Cantini con Luigi Cervi al X Concorso di poesia “Enrico Brianza”

I premiati e gli organizzatori del X Concorso di poesia "Enrico Brianza"

I premiati e gli organizzatori del X Concorso di poesia “Enrico Brianza”

Il tavolo della Giuria del X Concorso di poesia "Enrico Brianza"

Il tavolo della Giuria del X Concorso di poesia “Enrico Brianza”

Cantini Aurora e i premiati alla 10^ Edizione del Concorso di Poesia "Enrico Brianza

I premiati alla 10^ Edizione del Concorso di Poesia “Enrico Brianza” Anteas Treviglio, tra cui Aurora Cantini e Carmen Fumagalli Guariglia

Aurora Cantini

Aurora Cantini

Aurora Cantini

Aurora Cantini

LA MIA POESIA

LA MADDALENA

Ho attraversato la notte

fragile sirena

persa dietro l’angolo della vita. 

Ho afferrato il vuoto

delle giornate senza vento,

solitaria figura

tra i rami spogli dei giorni

Ho graffiato il silenzio

racchiuso nei gelidi sguardi

di ombre severe. 

Sono stata gabbiano senza riposo

libellula senza pace

angelo senza ali

Sono stata donna,

solo una donna

a guardia sull’assolata pianura.

Ma Tu

 hai reso di cielo

la mia veste tessuta col fango,

e hai sfiorato la mia anima

purificandola

di giudizio immacolato.

A Te, Signore,

consegno questo mio cuore

di Maddalena, 

figlia dell’uomo,

e dell’uomo pietà.

(Aur Cant)

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LA MOTIVAZIONE

“Ottimo testo poetico, arricchito dal sapiente uso delle metafore che vi sono state introdotte. Il tono è dolente, ma non esprime tanto la sofferenza quanto la dolcezza e la luce della redenzione. È espresso molto bene e con parole semplici ma toccanti, l’abbandono di questo cuore di donna, ferito ma non indurito dalla vita, all’amore di Colui che solo ha saputo comprenderla.”

TRA POESIA E SCULTURA

“La Maddalena” è nata dal mio sguardo rapito ad una donna, solitaria figura a guardia della pianura: era la scultura realizzata da Luigi Oldani, artista di Dalmine, esposta in vetrina durante la manifestazione ExpoDalmine. Sembrava fondersi nel vento, librarsi verso il visitatore, raggiungere il punto più nascosto del cuore. Io l’osservai rapita, in silenzio, mentre Lei, “La Maddalena” mi sussurrava la sua storia all’orecchio. E quella sera stessa scrissi questa poesia. Ha scritto in un commento Patrizia Davanzo, già curatrice della rivista radiofonica “Altamente” di RadioAlta (Bergamo): “Complimenti, Aurora! La Tua poesia è sempre profonda e quando si ispira alle opere del grande Luigi, diventa unica, in quanto scultura e testo si “incontrano” rendendo il loro significato straordinariamente vivo. Anche se non sono più in programmazione con “AltaMente”, Vi sono grata per le emozioni che sapete darmi e che porto nel cuore e nella mente, con parole che vanno oltre il pensiero.

La Maddalena, pera di Luigi Oldani

La Maddalena, opera di Luigi Oldani

LE OPERE DI LUIGI OLDANI

Di Luigi Oldani, oltre lo straodinario talento umano, e il profondo afflato spirituale, va rilevata la grande umanità e il tenace impegno umanitaorio, a favore dell’Uomo, gravato dal peso della fame, delle malattie e della sofferenza. L’attenzione di Oldani è soprattutto verso i bambini, che più di tutti risentono e sono schiacciati dagli eventi catastrofici della vita. Segnalo  AVSI e Luigi Oldani per l’Africa,  progetto per il quale sono state realizzate 10 litografie in favore delle popolazioni colpite dalla carestia in Corno d’Africa, a cui ho unito una mia poesia, o il Progetto Haiti, sostenuto dall’Associazione “Francesca Rava” Onlus, per la costruzione di un ospedale a Port au Prince. Ma rilevanti sono anche le opere come Genesi come anche L’Annunciazione e soprattutto Karol.

La Maddalena, opera dello scultore Luigi Oldani, Dalmine

La Maddalena, opera dello scultore Luigi Oldani, Dalmine

IL NUOVO RICONOSCIMENTO ALLA POESIA

La poesia ha ricevuto il Premio Speciale assegnato dalla Giuria della I^ Edizione del Concorso Nazionale di Poesia e fotografia “Espressioni d’autunno”, ideato dall’Associazione Culturale Habeas Corpus, “per l’originalità con cui è stata trattata la tematica del concorso, riguardante il perdono in tutte le sue accezioni, dal punto di vista di chi perdona o di chi riceve il perdono.”

La premiazione ha avuto luogo a Napoli il giorno 30 Novembre 2013 alle ore 17 presso l’Antisala dei Baroni del Maschio Angioino.

http://asshabeascorpus.altervista.org/concorso-.html

La Maddalena, opera dello scultore Luigi Oldani, Dalmine

 

IL CREPUSCOLO ESTIVO DI UNA SERA DI GIUGNO

preludio alle passioni, all’incanto, ai sogni

- Notturno a Selvino

C’è un momento del crepuscolo (da sempre soggetto per lamenti poetici di ogni tempo) in cui la gioia esplode incontenibile e salta al cuore come un fiotto di felicità pura, abbagliante, accecante, come una lama che si conficca repentina senza alcun rumore, e irradia mille schegge di benessere a tutto il corpo, a ogni singola cellula dell’epidermide: è il Crepuscolo estivo di metà giugno.

Dopo mesi  e mesi cupi, bianchi di neve o grigi di nebbia, dopo mesi e mesi di pioggia umida e buia, di luci al neon, di lampioni accesi, di pozzanghere illuminate dalle insegne, dopo mesi e mesi di cappotti e sciarpe, guanti e berretti, scarponi e piumini, di riscaldamento acceso, di freddo nelle ossa, di sere dormienti sul divano, quando nulla sembrava risvegliare dal torpore gelido e si bramava solo il caldo del piumone invernale, o il pigiama di flanella e le babbucce, dopo mesi  e mesi di plaid sulle ginocchia, di noia pura, di notti lunghe, e sere fosche…

Ecco improvviso e baluginante, dolce come un gelato alla fragola, tiepido come una carezza furtiva, morbido come lo zucchero a velo, frizzante come una aranciata fresca… il Crepuscolo di una sera di metà giugno. Prima che giunga il Solstizio d’estate, prima che il cammino del Sole riprenda la via del ritorno, prima…

Improvvisamente ci si affaccia al balcone, si esce in terrazza, si scende in cortile, si percorre il vialetto del giardino, si supera il portone del condominio, e appare il rosa del Crepuscolo. Ci si ferma attoniti ad osservare, rimirare, assorbire la gioia pura, primordiale dell’essere vivi, ancora qui, all’inizio di una nuova Estate, qui, pronti ad un giorno nuovo, qui, sospesi nell’attesa del nostro sabato, della nostra festa. Le sere di giugno sono le più belle, non ancora afose, o bagnate dal peso della calura, o appesantite dalla polvere delle tante giornate senza pioggia, o secche di ventosi tornadi, ma giovani, allegre e birichine, come delle adolescenti con i vestiti leggeri, fiorati, svolazzanti, gambe al vento e capelli profumati di sciampo, ecco come sono le sere di giugno.

E come dicevo all’inizio, questo Crepuscolo non è triste, non ispira malinconia, non rimanda l’idea della fine, non accompagna come presagio maligno verso la notte scura, la morte, ma propone l’attesa benevola di un nuovo domani, è preludio di passioni, di sogni, di illusioni, che ognuno di noi spera avverare. Il Crepuscolo estivo è il Crepuscolo dell’incanto, mera utopia o solida realtà, questo lo possiamo decidere solo noi, e la nostra Vita. Cosa ne pensate?

Si può leggere anche qui Il Crepuscolo estivo  su Aphorism.it

Il paese di Ama di Aviatico nel crepuscolo rosa di una sera di giugno

Il paese di Ama di Aviatico nel crepuscolo rosa di una sera di giugno

LA MIA POESIA

CREPUSCOLO

Sera calda , fremiti dolci

mani leggere e trasparenti.

 

Nelle valli la stanchezza assopita

il languore di corpi innamorati.

 

Alito di vento

sussurri lievi

quasi preghiere.

 

Nel buio aleggia

un sapore di vita

di giovinezza

 

E i fiori chiusi

tra l’erbe

sembrano coppe di vento

boccali carichi d’amore.

 

Il crepuscolo all’orizzonte

getta le sue reti

nelle profondità

del cielo.

(Da Uno scrigno è l’amore 2007)

Tramonto rosa sull'Altopiano Selvino Aviatico

Tramonto rosa sull’Altopiano Selvino Aviatico

Si può leggere anche la poesia Crepuscolo  come omaggio a Michelangelo.

Il Crepuscolo di Michelangelo, Cappelle Medicee Firenze

Il Crepuscolo di Michelangelo, Cappelle Medicee Firenze

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