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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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La guerra nemica giurata dell’infanzia e quei bambini con la valigia

Aurora Cantini e il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

“Una Valle in lettura, gli autori incontrano i lettori” è la proposta culturale della Biblioteca di Piazza Brembana (BG) con la direzione di Sandro Seghezzi, volta a portare tra la gente la passione per la lettura.

Aurora Cantini ha parlato del suo libro “Il bambino con la valigia rossa”, accompagnata dalla Compagnia FiloDrammatica di Santa Brigida.

Mentre Aurora illustrava il suo libro, le due cantautrici Carla e Mariagrazia Busi raccontavano, cantando, le storie di quattro bambini legati a Don Bepo Vavassori, il fondatore del Patronato San Vincenzo di Bergamo. Il tema conduttore è stato il dramma subito dai più piccoli nell’infuriare della guerra, in particolare la Seconda Guerra Mondiale, le tragiche separazioni di madri e figli nei campi di sterminio e i piccoli ebrei in fuga oltre la frontiera italiana. 

Mariagrazia e Carla cantautrici della Compagnia Filodrammatica Santa Brigida

Bambini senza più casa, né nome, né storia. Bambini con la vlaigia, poche cose raccolte in fretta, senza possibilità di attese. Si legge nei documenti storici: “A Santa Brigida, un piccolo paesino nascosto nell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, durante l’ultima guerra, passava la strada della libertà. Don Giuseppe Vavassori, rettore del Patronato San Vincenzo di Bergamo, con altri preti e persone del posto, aveva organizzato un “sentiero della salvezza”, per sottrarre alle leggi razziali le famiglie di ebrei. Per non dare nell’occhio, don Bepo si faceva aiutare dalle donne: giovani, anziane e bambine. Esse portavano da mangiare a queste famiglie nascoste nelle stalle del paese e le accompagnavano oltre frontiera.” 

In questo contesto raccontato in musica, si inserisce il romanzo “Il bambino con la valigia rossa“di Aurora Cantini. La narrazione, ispirata ad una storia vera, è ambientata negli anni dal 1943 al 1952 a Bergamo, con sfondo centrale i fatti della Seconda Guerra Mondiale. Il bambino protagonista, raccolto nei primi giorni di gennaio del ’44 dai gendarmi dopo che la madre l’ha lasciato solo e consegnato al Brefotrofio dell’Ospedale Maggiore da un fantomatico zio, funge da voce narrante dei fatti tragici della guerra a Bergamo. Racconta la sua vita e quella di tanti altri bambini “esposti all’abbandono”, piccoli e innocenti testimoni della povertà, del silenzio, della fame e della solitudine. Racconta anche dei preti coraggiosi, degli arresti frequenti, delle sparizioni delle persone care.

“C’era un bambino con la valigia rossa laggiù in città,

una giovane donna lo vide e gli prese la man.

Ora stanno girando cantando insieme per la città,

storie di pace e pane, di fratellanza ed umanità…” (dal canto “Il bambino con la valigia rossa”)

La valigia rossa ispiratrice del romanzo Il bambino con la valigia rossa

Ma le storie dei bambini delle guerre continuano ancora oggi. “Da sempre la guerra è nemica giurata dell’infanzia”, scrive l’Unicef nel suo sito. “Con il suo carico di lutti e distruzioni interrompe tragicamente l’età in cui un essere umano ha un bisogno assoluto dell’affetto e della protezione da parte del mondo adulto. Ma se per secoli le guerre avevano la forma di scontri fra soldati, con i civili nel ruolo di spettatori e vittime occasionali, quelle della nostra epoca sono quasi esclusivamente stragi di persone inermi” (Fonte Unicef, bambini e guerre)

Una delle guerre più vicine a noi che hanno coinvolto i bambini è stato il conflitto in Kosovo. Nei primi anni del Duemila giunsero in Italia, fuggendo dalla guerra, molte famiglie di rifugiati con numerosi bambini. Durante la permanenza a Bergamo al Patronato San Vincenzo venne loro chiesto di esprimere le loro emozioni attraverso pensieri e disegni. Nel loro italiano stentato i bimbi  scrissero frasi di disarmante e struggente semplicità.

“Nel Kossovo l’usignolo non canta più

La siepe suo nido mia casa bruciata caduta giù

Mio padre partito per guerra non torna più

Mia madre mi porta in Italia non ride più

Eppure la speranza non abbandonava mai il cuore di quei piccini, i versi finali della canzone sono un inno alla rinascita, al ritorno dell’infanzia.

“Ma un giorno la guerra di Kossovo finirà

Mio padre partito per guerra ritornerà

Mia mamma contenta mi abbraccia poi riderà

Campana di chiesa per festa poi suonerà” (dal canto “L’usignolo del Kosovo non canta più”)

Aurora Cantini e le cantautrici Marigrazia e Carla

Quel piccolo vecchio libro sui tre pastorelli a Fatima

pubblicato nel 1945

Libretto pubblicato nel 1945 dal giornalista e poeta Paolo Cenci “Tre pastorelli a Fatima” di proprietà di Aurora Cantini TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Mio papà Mansueto aveva un baule, quasi magico. Non vi erano contenuti oggetti di valore, né stoffe. Solo libri. Tantissimi. Mio papà era un minatore e un muratore di montagna, era stato emigrante per anni in Svizzera, partì subito dopo essere stato messo in congedo al termine della Seconda Guerra Mondiale, il 20 agosto 1947, a 22 anni. Rimase in Svizzera fino al 1965. In questi lunghi anni, oltre a mandare i soldi ai genitori a casa, nel paesino di Amora (Aviatico, Bergamo), seppur avendo solo frequentato la Terza elementare, cominciò a comprarsi libri, di storia, di religione, di cultura generale… e li aggiungeva uno a uno nel suo baule.

Da bambina io curiosavo in quel baule affascinata, ma quei libri erano troppo difficili per me. Ve ne era uno però che mi conquistò subito. Me lo presi quasi in braccio, serrandomelo al petto, come se avessi paura che qualcuno me lo volesse strappare di mano. Lo portai nella mia cameretta e da quel giorno non me ne separai più. Non chiesi a mio padre il permesso e lui mai disse nulla sul libro che non era più tra gli altri nel Baule.

Con il tempo il libretto si sfaldò e allora io, ragazzina adolescente, ci misi del nastro adesivo lungo tutto il dorsetto. Le pagine ingiallirono, il colore della copertina si scurì, da color carta da zucchero che era diventò un miscuglio di verde grigio azzurro, ma la storia che raccontava la sapevo quasi a memoria.

Oggi, dopo la Beatificazione il 13 maggio scorso ad opera di Papa Francesco dei due fratellini pastorelli di Fatima, Francisco e Giacinta Marto, morti ancora bambini a causa dell’epidemia di Febbre Spagnola, acquista un valore ancora più emozionante, speciale e mistico.

Il libretto si intitola “Tre Pastorelli a Fatima”, un fascicoletto di sole 40 pagine con cronaca e racconto di  Paolo Cenci, giornalista e poeta, sulla base delle illustrazioni della moglie Maria Cenci Soffiantini (1905 – 1993). Era stato pubblicato nel 1945, dice la didascalia in quarta di copertina: 

“Nihil obstat quominus imprimatur” Mediolani 10 Januari 1945 – Can. J. Maino

Imprimatur, in Curia Arch. Mediolani, die 16 – 1- 1945 – Can. Bernareggi

Finito di stampare il 25 aprile 1945 presso la Libreria Fratelli Vismara Sesto San Giovanni”

Mio papà Mansueto lo acquistò  il Primo Gennaio 1959 e ci scrisse sopra, in bella calligrafia in alto sulla copertina, il proprio nome e la data, quasi a sigillo di un evento molto importante, caro, prezioso.

Cantini Mansueto e la sua firma sul libretto scritto dal giornalista e poeta  Paolo Cenci nel 1945 “Tre pastorelli a Fatima”

Non saprò mai in quale contesto è nata l’occasione per comprarlo, né se mio papà lo desiderava da tanto, e perché volle “marchiarlo” come suo, forse per impedire che qualcuno se ne accapparrasse di nascosto.

Oggi sono sicura che lui sapesse bene che il libretto non sarebbe MAI ritornato nel Baule, ma che nelle mie mani non sarebbe andato perso, però non conoscere la sua storia un poco mi rammarica, mi dispiace, sapendo oggi quale elevata spiritualità avrebbe guidato le decisioni dei Papi circa la Santità di quei piccoli pastorelli sconosciuti alla Storia, che ebbero il privilegio e il grande e immane compito di portare il Messaggio di Pace della Vergine al mondo.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini DIRITTI RISERVATI

Nel 1945 infuriava la Seconda Guerra Mondiale, l’esercito italiano era allo sbando, molti giovani erano stati catturati, deportati, altri si erano nascosti sulle montagne per sfuggire alle retate naziste, tanti erano stati aiutati dai Preti Cattolici, di migliaia si erano perse le tracce nell’inferno della steppa, la popolazione era allo stremo, sfiancata e distrutta, mentre nei campi si sterminio si compiva l’Olocausto di un intero popolo… Anche mio padre nel gennaio del 1945 (data di elaborazione del libro) era in preda all’orrore e alla paura. Dopo l’8 settembre era riuscito a gettarsi rocambolescamente dal treno che lo stava portando in Germania, riuscendo a scendere lungo la scarpata poco fuori Verona, poi, a stenti, era riuscito a ritornare a piedi ai suoi monti e si era nacosto negli anfratti del Monte Cornagera per nascondersi ai Tedeschi.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: i tre piccini sono messi in prigione dal sindaco DIRITTI RISERVATI

Eppure la storia dei Tre Pastorelli e la loro tragica prova di piccoli coraggiosi e fieri (vennero addirittura incarcerati), spinse la chiesa a decidere che era giunto il momento di infondere al mondo martoriato e angosciato un anelito di Speranza, di Vita e di Innocenza. Decise di raccontare la storia di tre bambini semplici, umili e puri che con il loro esempio, ma soprattutto con la loro sofferta morte (Francesco morì il 4 aprile 1919 a 11 anni, la sorellina Giacinta se ne andò il 20 febbraio 1920 a 10 anni, da sola nell’ospedale di Lisbona, senza aver più potuto rivedere la cuginetta Lucia né i genitori e dopo aver sofferto dolori terribili) sicuramente avrebbero riportato Luce agli occhi spenti del mondo. E così è stato.

Mio papà probabilmente da anni aveva questo recondito desiderio, magari legato proprio agli orrori di cui era stato testimone oculare. Fino a coronare il suo sogno: avere nella propria casa il segno tangibile della Forza della Purezza, della Forza della Fede.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: la morte di Francesco DIRITTI RISERVATI

Due anni dopo l’acquisto del libretto, mio papà si sposò: era il 28 gennaio 1961. Tra le poche cose che portò con sé ci fu anche il suo Baule dei Libri, con il suo caro e prezioso contenuto: tra i libroni pesanti, tra i testi scritti anche in latino, provenienti da ogni parte d’Italia, c’era anche un piccolo libretto azzurro sbiadito, una storia di Cento anni fa (la prima apparizione avvenne il 13 maggio 1917). Una storia che racconta l’immortalità. Sicuramente lui sapeva che quel libretto sarebbe stato letto da uno dei suoi bambini, la sua figlioletta. Grazie Papà!

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: la morte di Giacinta DIRITTI RISERVATI

Il “Che” e quella fotografia che non piaceva a suo fratello

Che Guevara nella famosissima fotografia di Alberto Korda, 1960

Parlare di Che Guevara vuol dire parlare del mito per eccellenza, immortalato per sempre in quella fotografia con i capelli ribelli che fuoriescono dal basco.

Era il 1960, il fotografo Alberto Korda catturò quegli occhi che sembravano guardare l’infinito, l’essenza del mondo, così carichi di mestizia e presentimento, senza immaginare che quella fotografia sarebbe stata riprodotta in milioni di adesivi, magliette, bandiere, tatuaggi, oggetti, tazze, posters e ogni altra sorta di gadget immaginabile.

Eppure per Juan Martìn Guevara, il fratello più piccolo di Ernesto (che in casa venne sempre chiamato “Ernestìn”), quella non è la fotografia che preferisce.

Ce n’è una che conserva gelosamente da quando aveva 15 anni. Ritrae la mamma Celia e due dei suoi cinque figli sul divano: in mezzo lui, Ernesto, e accanto il fratellino “El Tìn”, nato nel 1943, appena giunto a Cuba dall’Argentina, chiamato dal fratello per assistere alla caduta del regime di Fulgencio Batista. Era il 9 gennaio 1959 e tutti e tre ridevano come matti su quel divano.

9 gennaio 1959, la mamma Celia, Ernesto Che Guevara e il fratellino quindicenne Juan Martìn sul divano di casa

«Declamava poesie in tutte le lingue, ma subito dopo cominciava a dire barzellette e a ridanciare come un matto. Era un giocherellone fin da ragazzino, e non cambiò nemmeno quando divenne il Che.» Oggi Juan Martìn non ricorda il perché ridessero tanto, ma se chiude gli occhi risente ancora la risata di Ernesto, una risata quasi sibilante, dovuta all’asma di cui soffrì da quando aveva tre anni.

Juan Martìn Guevara è stato ospite a Bergamo, nell’ambito del Festival “Al cuore dei conflitti” e racconta il suo “Che”,  la profondità burlona e spensierata, ma anche cupa e silenziosa, dell’uomo assassinato in Bolivia nell’ottobre del 1967 a soli 39 anni.

La fotografia che lo ha reso immortale non è stata speciale, un istante catturato sulla pellicola durante i funerali a L’Avana per le circa cento vittime dell’esplosione della nave La Coubre.

«Giro il mondo per parlare di mio fratello oltre quella fotografia, per toglierlo dal piedistallo e recuperarne la dimensione umana, riempire l’immagine di contenuti, i suoi, e di vita, la sua, non solo di simboli. Mio fratello ha lasciato oltre tremila pagine scritte di suo pugno, il suo pensiero. Ho atteso quasi cinquanta anni per andare a visitare il luogo dove fu ucciso, la piccola scuola di La Huiguera, in Bolivia, e anche per rilasciare dichiarazioni pubbliche in merito.»

Juan Martìn ha dovuto resistere a otto anni di carcere sotto il Regime di Videla in Argentina a causa del legame con il fratello. «Ernesto era mio fratello, il Che era il mio comapgno di idee. A sostenermi in quei giorni bui era la convinzione che il cammino che ci ha indicato sia la sola strada percorribile.»

Oggi dell’amato fratello gli resta solo una scacchiera da viaggio: «Tutto il resto è andato perduto, ma la scacchiera me l’aveva regalata perché era un appassionato di scacchi, gli aveva trasmesso la passione nostro padre ed Ernesto era imbattible. Mio fratello amava anche leggere libri e allevare cuccioli, oltre a scattare fotografie. La sua macchina fotografica l’ho regalata anni fa ad un amico comune.»

Che Guevara è diventato leggenda, ma anche lui aveva un idolo: Garibaldi. «A casa nostra si nominava spesso Garibaldi, secondo mio fratello era un esempio di coerenza e lealtà, un uomo che scelse di lottare con  e per i debili, e mio fratello mise in pratica questo motto. Per questo ho scritto il libro “Mio fratello il Che.»

il libro di Juan Martìn Guevara “Mio fratello il Che”

Che Guevara affascina ancora oggi le nuove generazioni, anche se spesso in questi cinquanta anni la stampa ha raccontato solo la parte di “gurrillero”, mentre il Che era molto di più: un uomo di cultura, profondamente coerente con se stesso fino al punto di pagare con la vita l’estrema causa a cui si era immolato. Ancor oggi in ogni scuola di Cuba le lezioni iniziano con due canti: l’Inno Nazionale e subito dopo il canto “Saremo come il Che”.

Eppure quella fotografia con il basco ha permesso all’uomo di rinascere ogni volta, di reinventarsi e di adattarsi alla nuova società che cambia, per questo continua a essere straordinario in un mondo in cui i fatti e le parole raramente si incontrano.

Io sottoscritta (Aurora Cantini) ho avuto il mio idolo da ragazzina, io il mio Che me lo sono disegnato a carboncino: era il 3 ottobre 1979.

Che Guevara disegnato a carboncino da Aurora Cantini il 3 ottobre 1979, a 17 anni.

Non era una moda, era un giovane uomo che sembrava oltrepassare il foglio per giungere al cuore del mondo.

 

Il cerbiatto Bambi ha perso il suo “papà”

Bambi

Chi di noi non ricorda la tenerezza di Bambi, la sua dolce curiosità, la malinconia che assaliva il cuore nel seguire le disavventure del piccolo cerbiatto rimasto orfano di madre?

La storia di Bambi ha fatto crescere milioni di bambini e di bambine, che si sono avventurati a piccoli passi nel bosco incantato, dove tutto parlava di magia, di gioia e tenerezza, ma anche di solitudine e spavento.

Famosa è la storia creata nel 1923 dall’autore austriaco Felix Salten dal titolo “Bambi, la vita di un capriolo“, ma ancora più famosa fu la trasposizione cinematografica ideata da Walt Disney nel 1942 e proiettata in Italia per la prima volta nel 1948. Un film d’animazione eterno, intramontabile, che ha fatto piangere genitori e figli in sessant’anni di distribuzione.

Pochi sanno però che Bambi aveva un papà, un papà in carne ed ossa, il disegnatore che lo ha inventato, il quale si è spento poco tempo fa all’età di 106 anni. Si chiamava Tyrus Wong ed era nato in Cina. “Subì il carcere, l’isolamento, interrogatori durissimi, la povertà e la discriminazione nella speranza di costruirsi una vita negli Stati Uniti.” (fonte Republbica.it)

Ma non è tanto l’età avanzata o la fortuna che gli ha portato il cerbiattino a catturare la mia attenzione, no, quanto l’emozione che mi è nata nel cuore nel leggere la drammatica storia di questo piccolo, esile uomo dal grandissimo talento.

Una delle scene principali del film, la più toccante e tragica, vede il carbiatto e la sua mamma scappare nella foresta immersa in una fitta nevicata. La mamma incita il suo piccolo: “Bambi, corri più svelto, non voltarti indietro, corri, corri…” Poi un colpo di fucile rimbomba nel silenzio del bosco e Bambi rimane solo. “Dove sei mamma? Mamma! Mamma!” grida disperato, ma la mamma non ritornerà più. Ecco, Tyrus Wong scelse ogni colore, ogni sfumatura, ogni linea del piccolo cerbiatto, lo coccolò e lo amò fino all’ultimo disegno. Lo scelse come un fratellino, perché Bambi era lui, sentiva di esserlo in ogni respiro, in ogni tenero e incerto passo del piccolo animale. Tyrus Wong era nato in Cina, in un tempo in cui i cartoni animati neanche si sapeva esistessero, un tempo in cui riuscire a mangiare era una vittoria. La mamma era talmente povera che per riuscire a salvare dai topi il poco cibo destinato ai suoi due bambini (Tyrus e la sorellina) lo doveva appendere con uno spago al soffitto. A nove anni il destino era segnato, tragico e immutato. Il padre, per dare una possibilità di sopravvivenza a quel figlioletto debole e denutrito, decise di emigrare negli Stati Uniti portanolo con sé. Era il 1919, la guerra si era da poco conclusa e il mondo era capovolto, devastato. Un’intera generazione era stata cancellata dalla faccia della terra. Il piccolo Tyrus era disperato, non voleva staccarsi dalla sua mamma. “Mamma, mamma, tienimi con te… non lasciarmi solo…” gridava incessantemente. Ma il padre fu irremovibile. A piedi si avviarono verso la costa e a Hong Kong si imbarcarono su un mercantile in procinto di attraversare l’Oceano Pacifico. Fu una traversata devastante. Mancava l’acqua a bordo e l’unico cibo era qualche chilo di riso e pesce secco che il padre aveva con sé. Il bambino deperì in maniera allarmante, non parlava con nessuno, nemmeno con suo padre, e non mangiava. Arrivarono ad Angel Island, un’isola della baia di San Francisco dove venivano visitati e controllati tutti gli emigranti orientali, quasi allo stremo. Tyrus fu subito separato anche dal padre, perché il suo corpicino era ormai troppo deperito. Venne portato in un lazzaretto, dove rimase per tre lunghe settimane. Quasi invisibile sotto le coperte di un lettuccio sudicio, in un angolo dell’enorme camerata, l’unico bambino insieme a moltisismi adulti disperati, continuava a ripetere: “Mamma, mamma dove sei?” senza requie, piangendo debolmente e inconsolabilmente.

Tyrus wong bambino, fonte web

Finalmente suo padre ebbe il permesso di andare a riprenderlo  e per Tyrus fu il ritorno alla vita.

Dopo essersi stabiliti in un quartiere di Los Angeles, Tyrus cominciò la sua nuova vita, imparando l’inglese e cercando di integrarsi nel nuovo paese. Era molto bravo  disegnare, anzi, bravissimo. Disegnava a carboncino sui fogli  unti, con le mani sporche, sempre il volto della mamma e della sorellina rimaste in Cina, nelle lunghe ore in cui attendeva il ritorno del padre dal lavoro come lavapiatti nei ristoranti. A scuola gli insegnanti si accorsero del suo enorme talento e sapendo della sua estrema povertà, gli offrirono una borsa di studio per frequentare l’Istituto d’Arte. Quando i soldi finirono, il ragazzo si offrì come bidello nella stessa scuola: di giorno era uno degli alunni, la sera puliva i gabinetti e i pavimenti.

Nel 1930, a 20 anni, Tyrus si diplomò con lode, ma una notizia tremenda giunse dalla Cina: la mamma e la sorella erano sparite. La speranza di Tyrus di riabbracciare la mamma, mai sopita in tutti quegli anni, veniva cancellata, disintegrata, frantumata. Era talmente sconvolto che si gettò con una foga incessante nel disegno. Aveva però bisogno di lavorare e cercando senza tregua bussò alle porte di Walt Disney. Iniziò dal gradino più basso, spesso denigrato e insultato, addirittura scambiato per il lavapiatti della mensa. Ma Tyrus aveva un sogno, volare oltre l’orizzonte con i suoi disegni. Quando seppe che la Disney stava pensando di  trasformare in un film il romanzo dell’autore austriaco Felix Salten “Bambi, la vita di un cucciolo”, il giovane Tyrus lesse il libro d’un fiato e capì che la storia del cucciolo rimasto solo nella foresta era simile alla sua. Inizò a disegnare foglio dopo foglio, in un crescendo di magia e di suggestiva creatività originale e rivoluzionaria. Si legge su Repubblica.it che “Ispirandosi ai panorami della Dinastia Song presentò un serie di acquarelli e pastelli carichi di atmosfera. Walt Disney in persona impazzì per la liricità del disegno che evocava “il mistero della foresta”.”

Tyrus Wong, fonte Web

L’opera durò anni, dal 1935, senza mai indietreggiare o indebolire la sua forza dirompente e unica, mentre gli altri collaboratori cedevano e se ne andavano uno dopo l’altro. Ma per Tyrus Bambi era la sua vita. Era un tributo che lui doveva a sua madre, al suo sacrificio, alla sua indimenticata presenza. Quando nel 1942 la pellicola venne competata, Tyrs venne licenziato perché aveva partecipato ad uno sciopero. In realtà era in ufficio a disegnare gli ultimi sfondi, ma siccome mancava all’appello e nessuno sapeva dove fosse,  il suo nome venne inserito nella lista delgi scioperanti. “Per anni non si è saputo che quei fondali incantati erano l’opera di un artista cinese immigrato negli Usa negli anni Venti. Il contributo di Tyrus Wong non fu riconosciuto per decenni.” (fonte Repubblica.it)

Eppure non si pentì mai della sua scelta. Ormai Bambi era pronto a spiccare il volo, a correre e saltare oltre il buio fondo del bosco cupo,  era pronto a diventare grande.  

Tyrus Wong venne assunto dalla Warner Bros dove divenne una firma leggendaria. Fu lui che disegnò le scenografie di due film immortali e strazianti al tempo stesso e che divennero leggenda e mito: “Gioventù bruciata” con il grande James Dean e “Il mucchio selvaggio

Tyrus Wong, papà di Bambi, con i suoi aquiloni

Trovò il tempo di seguire le proiezioni del suo Bambi fin dalla prima uscita e quando andò in pensione negli Anni Settanta, continuò ad andare a vedere “Bambi” con i suoi numerosi nipotini.

Smise di disegnare cartoni animati ma inizò a costruire e dipingere enormi e bellissimi aquiloni,  che portava a volare sulle spiagge di Los Angeles, insieme ai figli, ai nipoti e ai pronipoti.

Volava sulle ali degli aquiloni per raggiungere il cuore diviso a metà. Per ritrovare quel bimbo sperduto nella foresta e ridargli il sogno di un abbraccio, l’abbraccio della sua mamma, perduta agli occhi ma mai perduta al cuore. È morto nel sonno il 30 dicembre 2016.

 

“Il bambino con la valigia rossa”

 Premiato alla 7^ edizione del Concorso Letterario Sirmione Lugana

Sezione Romanzi Editi “Premio Graffiti Camuni Narrativa”

Solferino (Mn)

Il bambino con la valigia rossa e la medaglia del Premio Sirmione Lugana

Nella storica e suggestiva cornice di Solferino si erge la medievale Rocca simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana. Il 24 giugno 1859 fu teatro di una delle più sanguinose battaglie per l’Indipendenza italiana, detta “Battaglia di Solferino e San Martino” tra l’esercito austriaco e quello piemontese appoggiato dagli alleati francesi. Dopo un cruento combattimento, dei 350.000 uomini in campo, ne rimasero a terra, morti e feriti, quasi 40.000, questi ultimi scarsamente assistiti dai reparti infermieristici militari. Molti di essi, oltre 7000, riposano nel tempio dell’Ossario. La Rocca si erge su un’altura isolata che permette di spaziare lo sguardo sulla pianura dove si svolse la storica battaglia e rimane quasi dirimpetto alla Torre di San Martino distante qualche chilometro in linea d’aria.

La Torre di San Martino e la pianura viste dalla spianata della Rocca di Solferino, fotografia di Oscar Carrara

La Rocca era chiamata anche “spia d’Italia” perché era posta in uno dei punti più a nord lungo il confine con l’Austria, da cui si poteva tenere sotto occhio tutta la pianura. Ed è proprio in una delle sale dell’Hotel che ha preso il nome “La Spia d’Italia” che si è svolta la sobria ma commovente cermonia di Premiazione della settima edizione del prestigioso Premio Letterario Sirmione Lugana.

Aurora Cantini davanti all’ingresso dell’Hotel La Spia d’Italia

In questa occasione, per la sezione Romanzi, è stato premiato con Medaglia e Diploma il romanzo “Il bambino con la valigia rossa” di Aurora Cantini, classificatosi al quarto posto su oltre centocinquanta romanzi letti e analizzati dalla Giuria.

Aurora Cantini premiata dal Presidente Aurelio Armio al Premio Sirmione Lugana con il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

Il bambino con la valigia rossa

Il romanzo narra la storia del piccolo Pietro raccolto dai gendarmi nei primi giorni di gennaio del ’44 dopo che la madre l’aveva lasciato solo, e consegnato al Brefotrofio di Bergamo.

Dal Presidente dell’Associazione Culturale CircumnavigArte, che ha organizzato il concorso, le parole di apprezzamento all’opera: “Un ringraziamento personale per essere stata con noi sabato scorso. Un ringraziamento ancora più grande per aver scritto un libro emozionante. Il libro l’ho letto fortunatamente per mio interesse personale e quindi non con compiti di giudice per valutarlo (non svolgo mai compiti di giudice nei nostri concorsi). Credo di averlo potuto leggere libero da qualsiasi compito diverso da quello di “leggere un libro”….

Aurora Cantini al Premio Sirmione Lugana

Un susseguirsi di pagine che avvolgono il lettore e sollevano pensieri profondi.
Inoltre è stato per me straordinario percepire i suoi “quasi tremori” mentre parlava del libro ai presenti in sala sabato scorso: spero che sia arrivata a tutti la sua emozione nel modo in cui l’ho respirata io.
Credo che “Il bambino con la valigia rossa” si sia impadronito delle sue emozioni e sia entrato in lei con una forza intensa. Presumo che il lavoro di ricerca per arrivare a realizzare il libro sia stato per lei un percorso davvero travolgente che l’ha appassionata oltre le emozioni.
Sono felice di averla potuta apprezzare come persona anche solo per pochi minuti.
Grazie!
Raramente si incontra garbo e delicatezza: lei ha tutto insieme!
Sa che per anni (quando ancora vivevo a Sesto San Giovanni prima del mio peregrinare) ho avuto una seconda casa in affitto a Clusone, e le zone dove “vaga” nel suo vivere sono per me conosciute e care?
Mi ha innondato di informazioni: cercherò di fare un dipinto fatto bene con ciò che mi ha inviato, vorrei ne uscisse un abito che possa starle addosso alla perfezione!
Nelle prossime settimane affronteremo argomenti con alcuni comuni e enti attorno al Garda: mi piacerebbe riuscire e portarla a parlare del Bambino con la valigia rossa…
A presto
Aurelio Armio Presidente CircumnavigArte”

La classifica finale del Premio Letterario Sirmione Lugana categoria Romanzi

AURORA CANTINI SUL SITO DELLA VIA GARDIGENA

Aurora Cantini, opere

Aurora Cantini, riconoscimenti

LA FOTOGALLERY DEL VIAGGIO A SOLFERINO

Reportage fotografico di Oscar Carrara

per gentile concessione, tutti i diritti riservati

Solferino, la chiesa sulla Rocca

Solferino, la Cupola e la Rocca

 

Solferino, la Rocca tra i rami degli alberi

Solferino, il Viale del Memoriale della Croce Rossa

Solferino, la chiesa dell’Ossario

Solferino

Colline di Solferino

A Valtorta le maschere medievali del mondo contadino di montagna

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C’è un paese rannicchiato tra le montagne dell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, dove il mondo contadino rimane aggrappato tenacemente ai vissuti della storia seppur in quest’epoca tecnologica e globale, dove i personaggi del mondo rurale di montagna di tradizione secolare rivivono per un giorno all’anno, muovendosi e richiamando le storie antiche tra le contrade silenziose e mute.

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                                                        Valtorta, Bergamo

A Valtorta il Carnevale è il ritorno dell’”Homus Selvaticus” degli antichi riti montanari, un essere umano leggendario presente in molte tradizioni popolari, sugli affreschi delle case e nei libri fin dal Medio Evo, lungo le mulattiere impervie e scoscese, tra i balconi e le lobbie di legno.

Migliaia di turisti accorrono per rimanere soggiogati e avvinti dalle maschere dure e inquietanti dei druidi e degli anziani sapienti, dei demoni armati di forche, degli irsuti minatori  e boscaioli, che rievocano storie e magie di un tempo in cui le popolazioni pagane soggiogavano questi pendii con le loro quotidiane e suggestive cerimonie arcaiche.

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Valtorta Bg, mulattiere

Nel cuore dell’inverno un corteo mascherato percorre le antiche strade sepolte dalla neve, accompagnato da un gruppo di musicisti, al suono dei corni e dei campanacci e contornato dagli spari dei mortaretti. Al centro i personaggi storici  del mondo contadino, armati di forconi e “ranze” (le falci) rastrelli e gerle.

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Uno spettacolo con musiche itineranti, con soste, canti e balli in ciascuna contrada dove per tutti c’è il buffet casereccio, pane e salame e formaggio duro con buon vino. Il gran finale con una sarabanda che coinvolge tutti gli spettatori intorno al fuoco.

Dal sito ValBrembanaweb: “La sfilata mascherata del Carnevale di rito ambrosiano ha percorso frazioni e sentieri di Valtorta, accompagnata dalle musiche e dai canti degli Alegher di Dossena. Contemporaneamente in paese si fa festa in attesa del corteo, con vin brulè e dolci per tutti. Per questa giornata davvero speciale per il piccolo paese di Valtorta, che è rimasto un’enclave della Diocesi di Milano con rito ambrosiano, sono organizzate anche visite guidate al Museo storico e alla segheria.

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Valtorta, l’antico Maglio

La festa continua fino a sera con il ballo in palestra. Il Carnevale di Valtorta da secoli si ispira al mondo fantastico del bosco, di diavoli, elfi e uomini selvatici che, una volta all’anno si incarnano in misteriosi personaggi dai volti spesso inquietanti. È la mitologia medievale della montagna e del mondo contadino che, per un giorno prende forma concreta. Ecco allora che per le strade sono comparsi magicamente i furchetì, figure demoniache con una forca in mano e altri personaggi con insolite maschere a cappuccio sormontate da corna, ol diaol e l’homo selvadego. Accanto a loro le figure della famiglia patriarcale rurale di un tempo: la ègia (nonna), il vecio (nonno), la meda (zitella) e ol barba (lo zio celibe)…”

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Valtora, la chiesa

“Parole davanti al fuoco”

ad Aviatico

una serata con l’autrice Aurora Cantini

0 LOCANDINA serata Parole davanti al fuoco“In compagnia della scrittrice Aurora Cantini alla scoperta di tradizioni e narrazioni poetiche del territorio di montagna nel magico periodo invernale.

Una serata di fotografie e racconti, storie, poesie e oggetti in mostra che raccontano la terra di Aviatico e le sue frazioni (Ganda, Ama, Amora), la sua gente, il suo mondo a tema invernale
Sala Civica via Chiesa Aviatico

Parole davanti al fuoco su facebook

Questi sono giorni quasi leggeri, pieni di magie, di attese, come la Notte di Santa Lucia, su  tutto predomina il rosso come il fuoco che scalda, tramonti luminosi, luce che incanta. Solo per una notte ci sembra quasi di udire un leggero sospiro nel vento, per chi sa ascoltare. E la notte si fa magica…

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Un tempo l’acqua presa a Mezzanotte era considerata benedetta perché a quell’ora fu lavato il piccolo Gesù appena nato. A Mezzanotte ci si bagnava con quest’acqua e si benediceva anche il bestiame come protezione, recitando il Credo. Anche i ceppi carbonizzati del fuoco del camino erano considerati talismani e il fuoco di quella Notte era considerato Benedetto. Con i tizzoni ardenti della Notte si accendeva il fuoco in cucina, passandoli casa per casa.

La stalla era il luogo di convegno dei contadini durante l’inverno. In quell’ambiente dove il calduccio era protettivo e odoroso, nella penombra inquietante di un lumicino a olio, donne, uomini, bambini partecipavano a veglie comunitarie. Le donne filavano o cucivano, gli uomini giocavano o discorrevano delle loro occupazioni campestri o delle novità del paese. I bambini stavano sulle ginocchia del papà o dello zio e ascoltavano gli emigranti ritornati in occasione delle feste. Uno dei divertimenti prediletti era la narrazione di storie, quelle che mettevano i “sgrisoi” e tenevano svegli la notte: parlavano di morti che ritornavano tra i vivi e anime maledette. Altri episodi narravano di cimiteri e morti nascosti dietro il cancello che chiamavano le fanciulle con appuntamenti a mezzanotte. Un fatto che sconvolgeva moltissimo i bambini era ciò che gli adulti raccontavano succedesse nel cimitero: sferragliare di catene, cigolare di cardini, fischiare tra le mura. Perciò transitarci davanti, tappa obbligatoria lungo la mulattiera, richiedeva sguardi guardinghi e passo svelto.

Tante le storie, tanti i ricordi: Il Vescovo in bidonvia

Un tempo in inverno si celebravano i matrimoni. Celebrare matrimoni in inverno, soprattutto a gennaio e febbraio, non era una novità: questa era la stagione nella quale i giovani emigranti all’estero, grazie a una minor frequenza di lavori all’aperto, potevano ritornare al paese e ne approfittavano per sposarsi o per partecipare al matrimonio di un familiare.

32a Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì, anno 1967

Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì mentre sale verso la chiesa, anno 1967

Quello che spiccava era la sposa nel suo vestito bianco al ginocchio, con le scarpette bianche che affondavano nella fanghiglia o nella neve ai lati della mulattiera. Sembrava quasi di vetro, una bambolina di ghiaccio che spiccava sul bianco, bianche le mani, il viso, il vapore dell’aria gelida, il cielo.

L’inverno sulle montagne evoca anche ricordi perduti, tragedie mai dimenticate: Lettere dal fronte della Prima Guerra Mondiale

Migliaia di ragazzi lasciarono le loro case e tante famiglie delle nostre contrade trascorsero i giorni del Natale in ansia, chissà con quale pena, con quale tristezza, con quale sgomento e paura.

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E poi il lamento struggente verso i tanti Dispersi nella gelida terra di Russia: Dal freddo inverno russo la Madonna del Don

Storie di montagna, di ieri e di oggi, storie di vita.

L’ARTICOLO

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Su L’Eco di Bergamo la notizia della serata

LA FOTOGALLERY DELL’EVENTO

Momenti…

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… e oggetti

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Il ragazzo di Predale e la sua lapide sul sentiero verso il rifugio Calvi,

ricordo di un’epoca lontana

e di quei “famèi” lontani da casa

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

Poco più in alto del paese di Carona, in Alta Valle Brembana, il sentiero numero 210 conduce, in un tempo di circa 3 ore, al Rifugio Fratelli Calvi, situato a quota 2015 metri. Il Rifugio, ristrutturato negli anni 1982- 1984 dal CAI di Bergamo, è una tappa del sentiero delle Orobie ed è situato in una conca che è dominata dal Pizzo del Diavolo di Tenda e il Diavolino, accanto al Lago Rotondo.

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Carona e il suo lago

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A sinistra il Pizzo del Diavolo di tenda e il Diavolino

La strada carrabile, percorribile solo tramite Pass ottenuto all’ufficio comunale di Carona, permette una salita agile e svelta. Ma l’approccio più suggestivo è dato dalla salita a piedi. Ci si inerpica oltrepassando le case dell’antico borgo di Pagliari, tra boschi incantevoli e cascate naturali, tra cui quella della Val Sambuzza, fanno da cornice le baite del Dosso, si culmina verso il Lago del Prato in un tratto abbastanza ripido e si approda al pianoro sotto la diga del Lago di Fregabolgia, a  1900 metri sul livello del mare.

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Il borgo di Pagliari e la sua cascata

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Baite e laghetto

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La diga di Fregabolgia e il suo sbarramento

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Il lago fi Fregabolgia e uno dei tanti laghetti verso il Rifugio Calvi

Superata una salitella si giunge al culmine della diga di Fregabolgia e aggirando l’ampio lago alla sua sponda settentrionale si sale un sentiero che in mezz’ora porta al Rifugio.

Poco prima di giungere alla diga di Fregabolgia, appena più sopra rispetto al sentiero, accanto ad una pozza circolare, una piccola lapide bianca di granito appare quasi luminosa e un giovane volto di ragazzo sembra trafiggere il cuore.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

È l’immagine di un giovanetto dal viso serio e delicato, vestito in giacca a quadretti grigi quasi troppo grande per lui e camicia bianca e cravatta, lindo e composto in posa davanti al fotografo: si chiamava Modesto Carrara, era nato il 25 dicembre del 1943 nel piccolo Borgo di Predale, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, partito un giorno di giugno del 1962 come bergamino sui monti del Rifugio Calvi e mai più ritornato a casa.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara vista dal sentiero

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Modesto Carrara nell’immagine che il cugino Guido conserva ancora oggi nel suo portafogli

Il Borgo di Predale (la cui storia narro in un separato articolo) era un nucleo di abitazioni molto antiche che negli anni Quaranta aveva contato  più di cinquanta abitanti, tanto da far ipotizzare la costruzione di una cappelletta per celebrare la messa, ed era situato poco sotto il paese di Ama, collegato alla contrada di Amora Bassa, tramite una agile via cavalcatoria parallela.

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Il borgo di Predale, sotto Ama, come era fino agli Anni Ottanta

Un tempo, all’inizio dell’estate, si portavano le mucche in alpeggio per garantire latte di buona qualità e permettere alle mandrie riposo e foraggio fresco e anche abitanti della contrada di Amora Bassa seguivano questa essenziale consuetudine.

In particolare le mandrie della famiglia di Modesto trascorrevano l’estate al Rifugio Calvi, ma, essendo numerose, unite a quelle degli zii, i proprietari dei pascoli montani di Branzi permettevano l’alpeggio a condizione che fosse garantita la sorveglianza continua.

Maria dello STefèn con i fratelli gino osvaldo bimbo Modesto cravatta davanti alla propria casa

Maria Carrara figlia dello Stefèn con il fratello Modesto in camicia e cravatta, il fratello Gino e il fratellino Osvaldo davanti alle case di Predale

Per seguire le mucche in quota ci si affidava ai bambini dai 6 ai 16 anni , che all’inizio dell’estate lasciavano le loro case  in valle per salire agli alpeggi, al servizio dei bergamini.

Erano detti “famèi”, ed avevano il compito di accudire e sorvegliare il bestiame nei pascoli. Il loro tempo era scandito dalle stelle, “da stella a stella” perché iniziavano con l’ultima stella prima dell’alba e terminavano con l’apparire delle stelle della sera. Per loro si aprivano mondi di solitudine sui pendii, lontani dai coetanei, lontani dai giochi, quasi in balia degli adulti burberi e severi, indifferenti alla loro nostalgia di casa.  Erano bambini provenienti non solo dalla bergamasca, ma anche da Brescia, Cremona, Valtellina.

Anche il giovane Modesto svolgeva queste mansioni, seppur con animo colmo di nostalgia. Quell’inizio estate del 1962 aveva diciott’anni, erano parecchie stagioni ormai che sopportava mesi e mesi di isolamento e solitudine sui monti, cominciava a sentire gravare sul cuore il peso di una vita nomade e solitaria, con la sola compagnia del suono dei campanacci ai lunghi crepuscoli estivi.

Già dalle settimane precedenti sentiva un profondo e inquieto presentimento che lo coglieva la notte lasciandolo senza sonno, faticava ad accettare l’imminente partenza e a separarsi dalla famiglia, anche se in casa svolgeva le sue mansioni con la solita laboriosità e senza lamentarsi. Il papà, “Stefèn” lo convinse ad accettare ancora una volta il pesante compito e a salire al Rifugio Calvi per 40 giorni, poi gli avrebbe dato il cambio, la sera del 26 luglio.

Le mandrie giungevano a Branzi sui camion bestiame, poi iniziava il lento, massiccio avanzare a piedi fino al paese di Carona. Da qui si inerpicavano lungo il sentiero che le avrebbe condotte sul pianoro del Rifugio, dove erano le malghe.

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L’area a Branzi dove un tempo si scaricavano le mandrie

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Uno scorcio del ripido sentiero che conduce al Rifugio Calvi

All’arrivo in baita, Modesto aveva a lungo implorato il cugino Guido, che lo aveva accompagnato, di fermarsi lassù una settimana con lui perché si sentiva solo, senza amici e soffriva per il distacco. Ma Guido non poté accontentarlo perché iniziava a lavorare in bassa valle, ad Albino, come apprendista- fabbro. Così Modesto dovette rassegnarsi agli eventi. Stette immobile sul costone osservando il cuginetto caracollare giù, quasi in un planare verso casa, poi abbassò il capo e volse la spalle alla civiltà, per immergersi nel silenzio degli spazi aperti. In alto una poiana sembrava salutarlo, unica compagnia a quel giovane cuore gonfio di lacrime trattenute e di struggente addio.

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Le malghe nella zona del Rifugio Calvi

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Mucche di razza bruna alpina tipiche delle montagne bergamasche

IL DRAMMA

Tutto era accaduto poco prima di mezzogiorno del 26 luglio: era l’ultimo giorno di permanenza in quota e Modesto fremeva d’impazienza perché di lì a poche ore il papà “Stefèn” sarebbe salito a dargli il cambio. Dopo aver spostato la mandria in un nuovo pascolo Modesto aveva deciso di tuffarsi in una pozza liquida e trasparente, uno dei bacini artificiali che alimentavano le turbine dell’Enel: voleva mostrarsi fresco e rinfrescato per il ritorno a casa. Era abituato a lanciarsi nelle pozze, era abile ed esperto, anche nel suo Borgo di Predale era solito immergersi nella pozza “dol tinèl”, del mastello, per la sua forma circolare. Non era più riemerso.

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La pozza in cui si tuffò il giovane Modesto

Sull’Altopiano di Selvino Aviatico, all’osteria del “Guèra” che fungeva da posto telefonico pubblico, giunse la tragica telefonata e in un battibaleno la notizia si sparse, mentre un compaesano intraprendeva la discesa fino alle case di Predale per dare l’annuncio alla mamma “Bèpa” e al papà in procinto di partire. Giunse al Rifugio verso sera, per accogliere tra le sue braccia il corpo senza vita di quel giovane figlio perduto. Modesto venne deposto nel cimitero di Carona in attesa del nullaosta da parte delle autorità, quindi trasportato sull’Altopiano di Aviatico fino al paese di Ama con il carro funebre, poi, sorretto a braccia dai cugini e dai fratelli, venne accompagnato giù per trenta minuti sino al gruppo di case costruite in Predale, sotto Ama, e lì venne deposto nel cucinino a pianterreno, a lato del portone d’ingresso. Venne vestito con l’unica giacca bella che avesse, acquistata con i risparmi di tanti sacrifici, quella grigia a quadretti con cui appare in fotografia. L’adorava.

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La casa dello “Stefèn” nel borgo di Predale, come era e cosa ne resta

La sua era l’ultima famiglia che ancora risiedeva nel Borgo; c’era stata quella “dol Mèrol”, del “Luigiòt”, del “Maele”, complessivamente sei o sette famiglie fisse, ma col tempo erano emigrate a valle, nei dintorni di Ranica e Torre Boldone.

Il giorno successivo dal Borgo di Predale era partito il funerale a piedi, una colonna di uomini e donne in nero, lungo il sentiero che si inerpicava in mezzo ai prati in piena fienagione estiva, un tragitto di mezz’ora o poco più fino alla chiesa di Ama, posta su un pianoro, mentre i lugubri rintocchi della campana a morto si propagavano su tutto l’Altopiano.

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La mulattiera che ancora oggi, sebbene non curata, sale da Predale alla chiesa di Ama; a alto il pendio di bosco della Valle Predale con in alto la chiesa di Ama

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Cartolina d’epoca con la chiesa di Ama e a destra l’inizio del sentiero che scendeva a Predale

Il corpo era stato avvolto nella tela cerata trasparente e poi nella bara scura, quindi seppellito nella nuda terra del piccolo cimitero sul Poggio Ama, unica costruzione solitaria  tra il verde.

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Cartolina d’epoca che raffigura il piano di Ama negli Anni Sessanta con a sinistra il cimitero solitario nel verde

L’anno seguente il cugino e amico d’infanzia Guido, di 14 anni, era risalito fino al punto in cui Modesto era annegato per porre una croce in ferro da lui stesso forgiata nella bottega del fabbro insieme ad un mazzo di fiori. Fu il suo primo lavoro di apprendista dal “frér – il fabbro” e mai avrebbe immaginato, nelle lunghe conversazioni con l’amato cugino, di realizzare qualcosa di così terribilmente tragico e sconvolgente. Ancora oggi porta con sé, ben riposta nel suo portafogli, la fotografia di quel cugino scomparso.

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Luglio 1963, il momento in cui Guido depose la croce da lui stesso fabbricata nei pressi della pozza in cui l’anno precedente era annegato il cugino Modesto e a lato la stessa croce come è oggi, che sorregge la lapide in granito bianco

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La croce come appare dal pendio del sentiero e a lato la croce su cui è appoggiata la lapide bianca

Il papà “Stefèn”, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché, non reggendo al grande dolore, lui e la moglie “Bèpa” presero la sofferta decisione di andarsene dal Borgo di Predale. Non vi era più nulla che li legasse a quella contrada, la voce del loro amato Modesto riecheggiava ancora tra le pareti spoglie dell’enorme casa a più piani, e l’entrata economica che lui garantiva con le sue forti e giovani braccia era venuta a mancare. Partirono ad inizio giugno del 1963 diretti a Ospitaletto, in provincia di Brescia, dove da tempo si erano stabiliti gli altri figli, emigrati in cerca di lavoro sicuro.

Le case deserte si animavano solo d’estate quando i fratelli, (i primi in età sono del ’29 e ’31) risalivano al monte con i figlioletti, in cerca di fresco.

L’anno successivo, nel 1964, “Stefèn”, sopraffatto dall’immane fardello, morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano dal suo mondo. Modesto rimase a riposare nel piccolo cimitero di Ama per 18 anni, fino al 1980, quando venne riesumato e anche lui raggiunse i genitori a Brescia. Racconta la sorella Maria, emigrata per lavoro nel 1961 a 15 anni, che quando venne tolto dalla terra “era ancora intatto, perché dalle nostre parti i vecchi dicevano che il corpo di chi nasce il Giorno di Natale non si decompone.”

Oggi la lapide bianca accompagna la salita degli escursionisti, ma è silenziosa e scarna, solo gli occhi di quel giovinetto paiono brillare di luce, o forse piccole gemme come di lacrime. La sua storia sconosciuta è la storia dei ragazzi di un mondo lontano, quasi seppellito dietro le rocce scure delle montagne, la storia di fatiche e distacchi, di strappi dolorosi e gioventù costretta a diventare grande in fretta, ma ricorda come questa terra aspra porta le voci degli antichi abitanti, e chiede di non perderne il ricordo. La montagna vive finché ci vive la gente e la memoria.

Di quell’epoca lontana, di quei “famèi” lontani da casa, non rimane che un leggero sospiro nel vento, uno sguardo dalla terrazza del Rifugio a guardia del lago. Non ci sono più mandrie all’aperto, né fuochi di bivacco, solo il ritorno di un giorno in una pagina di ricordi ingiallita dal tempo, prima di riprendere lo zaino e ridiscendere per ritornare alla civiltà.

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Il Rifugio Fratelli Calvi e il lago in cui si specchia

OGGI

Oggi il giovane Modesto, l’ultimo dei “Famèi” riposa nel cimitero di Ospitaletto, accanto ai genitori e ai fratelli.

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

NOTA DELL’AUTRICE

E’ stato emozionante oggi ritrovare a Branzi i ricordi legati al giovane Modesto Carrara: gli anziani ricordano ancora quel terribile giorno del 26 luglio 1962, mi hanno spiegato che la disgrazia avvenne alla presa dell’Enel detta “presa della Capra”, località situata poco prima della diga di Fregabolgia. Il giovane Modesto aveva la baita in alpeggio all’Alpe Bianca, zona dove ancora oggi le famiglie delle Aziende Agricole di Branzi e dintorni portano le mucche in alpeggio.

RINGRAZIAMENTI

Un grande grazie a Maria Carrara, sorella di Modesto, per essere riuscita a ricordare, seppur nel dolore che  ancora vive in lei, la tragica storia del giovane Modesto, della sua breve avventura, del suo indomito coraggio.

I commenti dei lettori per il romanzo

sull’infanzia abbandonata a Bergamo

Il bambino con la valigia rossa

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Il bambino con la valigia rossa, libro

“Cara Aurora,

ripensando alla presentazione del tuo nuovo libro, non posso non condividere con te le emozioni che mi hai suscitato. Come sempre hai dimostrato il raro dono di condensare il pensiero in poche frasi e in parole scelte con cura.

Chi ama la letteratura e scrive, o almeno ci prova, non può non aver provato ciò che tu hai espresso in modo così schietto e incantevole allo stesso tempo.

A volte, anzi spesso, ciò che succede nella realtà è talmente assurdo e imprevedibile che supera di gran lunga la fantasia. Uno scrittore è attento alla realtà circostante, e mentre la coglie al volo e la ferma sulla carta, allo stesso tempo la ricrea, la trasforma per darle un senso, perché nulla è accaduto invano e ogni vita lascia un segno. È quello che hai fatto tu.

Accanto al minuzioso e ammirevole lavoro di ricerca storica, ancora una volta colgo nelle tue parole l’attenzione alle persone, agli stati d’animo, ai sentimenti.

Mi ha fatto sorridere il tuo modo di presentare Gino, l’amico di Pietro, perché è proprio così che succede: quando un personaggio preme per uscire dalla tua penna e prende vita, ti accorgi che ad un certo punto non puoi più scegliere tu cosa fargli dire o fare. È lui stesso che ti suggerisce il suo ruolo nella vicenda e tu non puoi che lasciarlo libero di dire, fare, restare o andarsene da quel foglio, a quel punto della storia. Ci sono realtà in cui ti imbatti per caso, mentre cammini per strada, fai la spesa, leggi il giornale o raccogli lo sfogo di un amico.

Ci sono fatti e persone che ti restano in un angolo del tuo cuore e bussano, bussano finché tu non ti decidi ad aprire uno spiraglio e a lasciarle uscire. Questa volta hai lasciato che il tuo cuore e la tua mente fossero afferrati dalla triste realtà dei brefotrofi e di chi cerca, da sempre, di scoprire le proprie origini e mettere insieme i tasselli.

Hai saputo dare voce ai pensieri e alle emozioni di chi ha vissuto e vive storie dolorose e ingiuste come questa. Il cuore di chi soffre e aspetta non smette di soffrire, ma un po’ si riposa, riprende fiato e coraggio. Non si sente solo. Grazie, Anna C.”

“Ciao Aurora! Finalmente l’ho letto, anzi… Letteralmente divorato! Il tuo bellissimo libro “il bambino con la valigia rossa”. Semplice da leggere, scorrevole e… Commovente, decisamente commovente. Mi sono sentita una bimba del brefotrofio, ho avvertito la paura di Pietro, la sua rabbia, la solitudine, la tristezza, il freddo, ho patito la fame con lui, ho sentito la mancanza di affetto… Amo tantissimo i bambini e dopo ogni riga avrei voluto essere un’assistente, una sguattera, una balia, insomma una qualsiasi persona di quel brefotrofio per poter stringere, baciare, abbracciare e consolare tutti quei bimbi che ora avrebbero l’età dei miei genitori… Sono stata male perché, pur sapendo che è una romanzo, hai raccontato una storia VERA!!! Lo rileggerò x me stessa e lo leggerò sicuramente ai miei nipoti… Grazie per avermi aiutato a capire meglio cosa prova un bimbo senza l’amore della mamma… Grazie! Nadia Camozzi”

“Gentile Aurora, ho appena terminato di leggere il suo ultimo libro “Il bambino con la valigia rossa”. Tante informazioni storiche che ne fanno sicuramente un romanzo storico, accurato, interessante, atto a salvare dall’oblio piccoli frammenti del nostro passato. Ma questo è lo sfondo su cui si intreccia una storia di grande profondità. Come non affezionarsi a Pietro? Con lui vivi le sue sofferenze, i suoi dolori, le sue angosce. Alla fine si è emozionati quando “spicca il volo” lasciando il Brefotrofio. La Storia, il passato, il piccolo Pietro. Ma dietro a tutto questo, ad ogni singola frase, scorgo Aurora Cantini poetessa, con il cuore piantato come radici nel territorio in cui vive e che ama.  Con grande stima, Antonia”

“Eccolo finalmente l’ultimo romanzo di Aurora Cantini. E’ qui tra le mie mani. Provo un senso di timore/pudore nell’affrontarne la lettura. Come già è accaduto nella lettura dei suoi altri romanzi so che mi porterà a vivere le emozioni e i sentimenti della realtà che racconta e dei suoi personaggi. Sarà un’esperienza talmente “reale” e autentica come solo lei sa ricreare e proporre. Sarà un’esperienza profonda ma già so che anche le tragedie verranno raccontate con la delicatezza dell’ animo poetico dell’autrice. Nulla viene edulcorato della verità ma il modo in cui l’autrice ce la propone non fa perno su quanto nei fatti c’è di scabroso piuttosto su quanto di umano si può condividere con gli uomini di ieri e di oggi che lei ci fa conoscere e incontrare.”

“Un romanzo semplice ma che vuole raccontare la realtà del brefotrofio di bergamo. Una storia per dar voce ai bambini senza sorriso che tanto speravano di trovare casa. Consigliatissimo. Oscar C.”

“Ho letto con grande piacere i romanzi precedenti di Aurora Cantini: nonostante narrino di realtà talvolta dure, riescono a farlo in modo che l’animo che ne viene toccato ne esca rappacificato con alcuni aspetti “faticosi” dell’esistere. Lucia B.”

 

Bambini in fuga e infanzia negata,

il romanzo di Aurora Cantini incanta ad Albino

Albino 5 novembre 2016

Aurora Cantini e il suo romanzo ad Albino, 5 novembre 2016

Incontro con la scrittrice Aurora Cantini ad Albino

Si sono concluse ad Albino le «Giornate della storia e dell’arte 2016». Tra i tanti appuntamenti, anche incontri con gli autori nell’ambito della Rassegna “Bambini in viaggio“. Dopo Francesca Ghirardelli con «Solo la luna ci ha visti passare» e Silvia Gallico con «Una bambina in fuga», altri due scrittori hanno presentato i loro libri. Gli appuntamenti si sono svolti entrambi alla chiesa di San Bartolomeo, per due sabati di fila alle 16,30.

Sabato 5 novembre l’appuntamento è stato con Aurora Cantini. Nativa delle nostre zone, vive tra l’Altopiano di Aviatico e Nembro, dove svolge la professione d’insegnante. Ha esordito nella poesia e ora si sta dedicando ai saggi e ai romanzi. Ha presentato «Il bambino con la valigia rossa» ad un pubblico numeroso, attento e commosso.

Aurora Cantini ad Albino 5 novembre

il Romanzo di Aurora Cantini “Il bambino con la valigia rossa” ad Albino, 5 novembre 2016

«L’idea della rassegna è nata proprio dal suo romanzo, perché volevamo parlare dei bambini in fuga e dell’infanzia negata – osserva Silvia Zanoni nell’ intervista a MyValley “Marco Balzano e Aurora Cantini ad Albino” –. Il protagonista del romanzo è Pietro, un bambino che a 4 anni, durante la Seconda guerra mondiale, si ritrova improvvisamente senza la mamma, uscita di casa e non più rientrata. L’unico oggetto che conserva di lei è una valigia rossa, con la quale entrerà brefotrofio di Bergamo.Il dolore dell’abbandono, l’amicizia con il compagno Gino, che ha visto portarsi via la mamma malata di tubercolosi e con il padre fucilato, le regole della vita comunitaria, la realtà della guerra e della Resistenza, il ruolo della popolazione comune nelle vicende belliche, la quotidianità dell’emergenza e la rinascita “(…) Il mondo ricominciava a vivere, ma non era giunto al Brefotrofio, la Vita non passava da quelle sbarre”.

Il libro offre anche uno spaccato di Bergamo durante Seconda guerra mondiale, una parte interessante è dedicata ai preti che hanno fatto la Resistenza. Vicende vere e un intenso lavoro di documentazione per un romanzo raccontato con partecipazione e scoppiettante vivacità». (Silvia Zanoni, moderatrice dei gurppi di lettura biblioteca di Albino)

Il servizio su Antenna2TV:

Ad Albino Marco Balzano e Aurora Cantini

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Tutti i libri pubblicati finora da Aurora Cantini

L’ARTICOLO SUL MENSILE PAESE MIO

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Aurora Cantini sul mensile “Paese mio”, ottobre 2016

LA FOTOGALLERY DELL’INCONTRO

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Aurora Cantini e Silvia Zanoni

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Silvia Zanoni, Nives Colombi direttrice della Biblioteca di Albino e Aurora Cantini

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Aurora Cantini ad Albino

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Aurora Cantini e Silvia Zanoni ad Albino

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Il folto e attento pubblico all’incontro con Aurora Cantini ad Albino

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Il pubblico ad Albino per Aurora Cantini

 

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