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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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La guerra nemica giurata dell’infanzia e quei bambini con la valigia

Aurora Cantini e il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

“Una Valle in lettura, gli autori incontrano i lettori” è la proposta culturale della Biblioteca di Piazza Brembana (BG) con la direzione di Sandro Seghezzi, volta a portare tra la gente la passione per la lettura.

Aurora Cantini ha parlato del suo libro “Il bambino con la valigia rossa”, accompagnata dalla Compagnia FiloDrammatica di Santa Brigida.

Mentre Aurora illustrava il suo libro, le due cantautrici Carla e Mariagrazia Busi raccontavano, cantando, le storie di quattro bambini legati a Don Bepo Vavassori, il fondatore del Patronato San Vincenzo di Bergamo. Il tema conduttore è stato il dramma subito dai più piccoli nell’infuriare della guerra, in particolare la Seconda Guerra Mondiale, le tragiche separazioni di madri e figli nei campi di sterminio e i piccoli ebrei in fuga oltre la frontiera italiana. 

Mariagrazia e Carla cantautrici della Compagnia Filodrammatica Santa Brigida

Bambini senza più casa, né nome, né storia. Bambini con la valigia, poche cose raccolte in fretta, senza possibilità di attese. Si legge nei documenti storici: “A Santa Brigida, un piccolo paesino nascosto nell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, durante l’ultima guerra, passava la strada della libertà. Don Giuseppe Vavassori, rettore del Patronato San Vincenzo di Bergamo, con altri preti e persone del posto, aveva organizzato un “sentiero della salvezza”, per sottrarre alle leggi razziali le famiglie di ebrei. Per non dare nell’occhio, don Bepo si faceva aiutare dalle donne: giovani, anziane e bambine. Esse portavano da mangiare a queste famiglie nascoste nelle stalle del paese e le accompagnavano oltre frontiera.” 

In questo contesto raccontato in musica, si inserisce il romanzo “Il bambino con la valigia rossa“di Aurora Cantini. La narrazione, ispirata ad una storia vera, è ambientata negli anni dal 1943 al 1952 a Bergamo, con sfondo centrale i fatti della Seconda Guerra Mondiale. Il bambino protagonista, raccolto nei primi giorni di gennaio del ’44 dai gendarmi dopo che la madre l’ha lasciato solo e consegnato al Brefotrofio dell’Ospedale Maggiore da un fantomatico zio, funge da voce narrante dei fatti tragici della guerra a Bergamo. Racconta la sua vita e quella di tanti altri bambini “esposti all’abbandono”, piccoli e innocenti testimoni della povertà, del silenzio, della fame e della solitudine. Racconta anche dei preti coraggiosi, degli arresti frequenti, delle sparizioni delle persone care.

“C’era un bambino con la valigia rossa laggiù in città,

una giovane donna lo vide e gli prese la man.

Ora stanno girando cantando insieme per la città,

storie di pace e pane, di fratellanza ed umanità…” (dal canto “Il bambino con la valigia rossa”)

La valigia rossa ispiratrice del romanzo Il bambino con la valigia rossa

Ma le storie dei bambini delle guerre continuano ancora oggi. “Da sempre la guerra è nemica giurata dell’infanzia”, scrive l’Unicef nel suo sito. “Con il suo carico di lutti e distruzioni interrompe tragicamente l’età in cui un essere umano ha un bisogno assoluto dell’affetto e della protezione da parte del mondo adulto. Ma se per secoli le guerre avevano la forma di scontri fra soldati, con i civili nel ruolo di spettatori e vittime occasionali, quelle della nostra epoca sono quasi esclusivamente stragi di persone inermi” (Fonte Unicef, bambini e guerre)

Una delle guerre più vicine a noi che hanno coinvolto i bambini è stato il conflitto in Kosovo. Nei primi anni del Duemila giunsero in Italia, fuggendo dalla guerra, molte famiglie di rifugiati con numerosi bambini. Durante la permanenza a Bergamo al Patronato San Vincenzo venne loro chiesto di esprimere le loro emozioni attraverso pensieri e disegni. Nel loro italiano stentato i bimbi  scrissero frasi di disarmante e struggente semplicità.

“Nel Kossovo l’usignolo non canta più

La siepe suo nido mia casa bruciata caduta giù

Mio padre partito per guerra non torna più

Mia madre mi porta in Italia non ride più

Eppure la speranza non abbandonava mai il cuore di quei piccini, i versi finali della canzone sono un inno alla rinascita, al ritorno dell’infanzia.

“Ma un giorno la guerra di Kossovo finirà

Mio padre partito per guerra ritornerà

Mia mamma contenta mi abbraccia poi riderà

Campana di chiesa per festa poi suonerà” (dal canto “L’usignolo del Kosovo non canta più”)

Aurora Cantini e le cantautrici Marigrazia e Carla

Il Canto degli Italiani e il suo giovane sfortunato autore, Goffredo Mameli

Il nostro Inno di Mameli lo conosciamo quasi  a memoria, e periodicamente emerge qualche idea circa l’eventualità di sostituirlo. Le motivazioni sono parecchie, tutte di origine politica, ma qui in questa sede non voglio entrarne nel merito: il mio compito è far conoscere qualcosa in più sul suo giovanissimo e sfortunato autore.

Bisogna risalire al febbraio del 1849, quando Garibaldi e i suoi Cacciatori delle Alpi decisero di istituire la Repubblica Romana.

Durante tutto il mese di giugno difesero la città di Roma contro Napoletani e Francesi, con episodi di disperato valore, giovani eroi con la camicia rossa che cadevano sui bastioni senza un grido, ragazzi che avevano seguito il guerrigliero senza mai più voltarsi indietro. Accanto a quei giovani ribelli vi era anche lei, Anita. Vestita da uomo, con l’uniforme da ufficiale, i capelli corti, non si distingueva neanche. Gridava in spagnolo, ma anche parole in italiano. Urlava “Vigliacchi! Codardi!” ai soldati che fuggivano davanti alle truppe austriache.

Ma le entrate alla città erano troppe da presidiare per così pochi guerrieri. I primi ad assaltare Roma sono stati i Francesi, muniti di potente artiglieria. L’unico a resistere fu ancora Garibaldi e le camicie rosse. Vi fu una lotta spietata a colpi di baionetta, con frequenti assalti ai Colli, alle Ville, sotto gli occhi della popolazione atterrita e allo sbando.

Molti però i contrasti all’interno dell’esercito della libertà. Lo stesso Mazzini non riusciva a far conciliare le idee dei patrioti e molti di essi disprezzavano apertamente le Camicie Rosse, per i loro metodi selvaggi e indisciplinati.

Accanto alle storie di spavalderie verso la gente inerme, vi furono anche quelle di ragazzi per bene che scrivevano parole illuminate sui giornali, con scritti gloriosi. Un tale, Goffredo, un ragazzino che aveva studiato, aveva composto una ballata e i compagni la cantavano mentre morivano, tutti insieme: “Fratelli! Fratelli! D’Italia!”

Goffredo Mameli

Ma il 3 luglio Roma fu costretta a capitolare e, mentre i Francesi entravano in città, Garibaldi ne usciva con quattromila uomini, iniziando così la tragica ritirata verso Venezia, l’unica che ancora resisteva. I soldati di ben quattro eserciti, quelli che avevano abbattuto la Repubblica Romana, si posero all’inseguimento del Generale, con l’ordine di catturarlo, vivo o morto.

Tra i fuggitivi mancava l’aiutante in campo di Garibaldi, Goffredo. Aveva 21 anni e portava quasi con imbarazzo un nome aristocratico e nobile: Goffredo Mameli dei Mannelli. Era nato a Genova nel 1827 e si era unito al seguito di Garibaldi come poeta e scrittore. Era stato ferito da un colpo di baionetta un mese prima, la sera del 3 giugno, durante uno degli innumerevoli assalti nella zona di Porta San Pancrazio.

La ferita però si era infettata e Goffredo era stato portato presso l’Ospizio della Trinità dei Pellegrini, in un sobborgo fuori Roma. La situazione era peggiorata velocemente, la cancrena stava divorando tutta la gamba, cosicché i medici avevano deciso di amputarla. In quelle giornate disperate il giovane combattente sapeva che non avrebbe più potuto riunirsi ai compagni in battaglie eroiche. Il sudore gli imperlava la fronte e la febbre lo divorava, mentre il dolore lancinante alla gamba sinistra amputata gli bloccava il respiro in spasmi terribili. Avrebbe voluto correre con gli altri, sentire il vento tra i capelli, incitare di nuovo l’assalto. Invece era immerso nel suo sudore aspro, immobile in uno stretto lettuccio.

Goffredo non si riprese più. Morì alle sette e trenta del 6 luglio 1849 tra le braccia di pochi compagni, ragazzini come lui che nulla sapevano del mondo e della morte. Avevano deciso di stargli vicino come più potevano, stringendogli le mani mentre lui delirava di dolore.

Lapide in memoria del giovane Goffredo Mameli all’Ospizio Trinità dei Pellegrini, dove morì il 6 luglio 1849 a 22 anni. FONTE WIKIPEDIA

Poco prima che Goffredo esalasse l’ultimo respiro qualcuno cominciò a cantare a bassa voce alcuni versi della ballata che tutti i Garibaldini recitavano in battaglia. Si intitolava “Il Canto degli Italiani” e il giovane studente l’aveva composta due anni prima, nel settembre del 1847, a vent’anni. Era stata messa in musica qualche mese dopo dal maestro Michele Novaro. Anche lo stesso Garibaldi aveva l’abitudine di fischiettarla durante le pause dai combattimenti. Furono le ultime parole che Goffredo sentì, mentre se ne volava via oltre le nuvole, tra gli Eroi. Poco prima era stato promosso al grado di Capitano dello Stato Maggiore.

Cento anni dopo, nel 1946, con l’istituzione della Repubblica Italiana con il Referendum del 2 giugno, diventò l’Inno di Mameli, scelto come “Inno provvisorio dello Stato”. A tutt’oggi non si è ancora avuta l’ufficializzazione del Canto degli Italiani nella Costituzione. “Nell’agosto del 2016, è stata presentata una proposta di legge nella Commissione affari costituzionali della Camera dei Deputati per rendere il Canto degli Italiani inno ufficiale della Repubblica Italiana.” (Fonte Wikipedia)

Michele Novaro

Goffredo Mameli fu sepolto al cimitero del Verano, dove ancora oggi si può ammirare un prestigioso monumento funebre. In realtà nel 1941 i suoi resti sono stati spostati sul Gianicolo su decisione del Governo fascista, nell’ambito del progetto per la costruzione di un Mausoleo Ossario Garibaldino.

Monumento funebre dove un tempo riposava il giovane Goffredo Mameli al Cimitero del Verano. FONTE WIKIPEDIA

 

Il “Violino della Shoah” di Eva Maria Levi Segre, morta ad Auschwitz

Eva Maria Levi Segre FONTE WEB

Eva Maria Levi Segre aveva solo 22 anni quando fu arrestata dai Tedeschi a Tradate, dove si era rifugiata con i genitori e il fratello di 21 anni  fuggendo da Torino, la città dove aveva sempre abitato.

Non le lasciarono portare nulla con sé, mentre la caricavano sul treno bestiame alla stazione di Milano, tranne la cosa più preziosa che possedesse, il suo violino. Eva era un talento innato nella musica e sognava di suonare in una grande orchestra.

Strinse quel suo amato strumento, quasi un amico a cui confidare le sue angosce, fino ad Auschwitz.

Proprio grazie al suo violino e a quel suono melodioso e struggente che solo lei sapeva far nascere dalle sue corde, Eva scampò alla camera a gas e venne reclutata per comporre l’orchestrina femminile di Birkenau.

Poi dal giugno 1944 di Eva non si seppe più nulla. Morì nell’aprile di quello stesso anno, per cause ignote.

Eppure il violino ritrovò il richiamo di casa e ritornò in Italia tra le mani di Enzo, il fratello di Eva, l’unico della famiglia scampato al massacro, che dopo la Liberazione riuscì a rientrarne in possesso. Sul cartiglio interno Enzo vi fece scrivere il suo numero di matricola al campo di Auschwitz e un motto in tedesco “Musik macht frei”, “la Musica rende liberi”, in risposta alla frase che campeggiava sulle inferriate dei cancelli di ogni campo di sterminio del Terzo Reich “Il lavoro rende liberi”.

Il Violino della Shoah di Eva Maria Levi Segre FONTE WEB

Per anni Enzo Levi Segre portò in giro per il mondo quel violino sbrecciato e fragile, piccolo cuore di vita che ancora pulsava parlando di Eva. Tentò di resistere al dolore della perdita dell’amata sorellina e della madre (uccisa all’arrivo ad Auschwitz) ma il peso era troppo grande da sopportare ed Enzo decise di porre fine alla sua vita.

Il collezionista Carlo Alberto Carutti con il Violino della Shoah, appartenuto a Eva Maria Levi Segre morta ad Auschwitz

L’artefice del ritorno ad Auschwitz del Violino della Shoah è stato un collezionista di Cremona, Carlo Alberto Carutti, il quale, a 93 anni suonati, non ha dimenticato l’Olocausto e il tributo di sangue innocente sgocciolato da quelle disgraziate baracche. Per questo ha donato tutta la sua collezione di strumenti musicali al Museo della Musica di Cremona, con l’impegno che il Violino ritornasse ad Auschwitz. E così è stato.

Racconta Il Corriere della Sera in un articolo per la Giornata della Memoria parlando dei fratelli Levi: “Nel lager la madre Egle è immediatamente eliminata, mentre Enzo viene messo al lavoro in fabbrica. Eva Maria, grazie al suo violino, entra a far parte dell’orchestra di Birkenau. Le condizioni di vita aberranti del campo la conducono tuttavia a una rapida morte, nell’aprile del 1944. «Enzo non si arrese – prosegue Carutti -, recuperò il violino e sopravvisse fino alla liberazione del campo, nel 1945. Gli ci vollero più di cinque mesi per tornare a Torino, ma appena ne fu in grado lo portò a un liutaio perché lo restaurasse, aggiungendo una stella di Davide con il filetto in madreperla, il suo numero di matricola inciso sul fondo e il prezioso cartiglio, memoria della sorella e della violenza che l’aveva inghiottita». Enzo morì suicida nel 1958, il violino venne venduto e rimase nell’oblio fino alla riscoperta di Carutti. Ora, dopo essere stato restituito al mondo, suonerà perché nessuno dimentichi più la sua storia.”(  cit. articolo di Fabio Larovere )

Nel marzo scorso davanti al Campo di Auschwitz è stato creato un altare della memoria e lì quel violino antico e sofferente ha ripreso a suonare, portando oltre la bruma le sue note dolenti fino a ricongiungersi con le ceneri nel vento di oltre un milione di ebrei uccisi nel lager durante gli anni devastanti della Seconda guerra Mondiale.

Il 23 marzo 2017 dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano è partito il Treno della Memoria, dallo stesso binario da cui partirono i treni degli ebrei deportati nei campi di concentramento. Per moltissimi di loro non ci fu ritorno. Durava 5 giorni quel viaggio straziante e tragico, cinque giorni di terrore incontro all’inferno.

Insieme alle autorità, alla cittadinanza e ai Rappresentanti Sindacali della Cgil, Cisl e Uil, che organizzano ogni anno il viaggio, c’era anche il giornalista free lance e fotografo Giorgio Fornoni, oltre alle varie classi degli Istituti Superiori provenienti da tutta la Lombrdia con i loro insegnanti, uniti a dieci studenti del Liceo Lotto di Trescore. Centinaia di studenti e professori in silenzioso omaggio al Sacrario degli Innocenti Caduti sotto la sferza del Male.

Auschwitz FONTE WEB

I ragazzi sono rimasti impietriti, sgomenti davanti ai cumuli enormi di scarpe, occhiali, spazzole, valigie appartenuti agli ebrei prigionieri.  Tremanti hanno osservato le crudeli fotografie dei giorni successivi all’apertura dei cancelli dopo il 27 gennaio 1945.

Davanti ai cancelli di Auschwizt il Violino della Shoah, tra le mani della straordinaria Alessandra Romano, prima timidamente e poi con enfasi solenne, ha suonato il “Nigun”, coè la Preghiera Ebraica del mattino. Al termine un’ultima nota dolorosa e quasi di rabbia, che nel crepuscolo si acquietava fino a trasformarsi in goccia di speranza, in un singulto di pace. Il Violino della Shoah, che accompagnava con il suo doloroso e affranto abbraccio gli ultimi passi dei condannati nelle camere a gas, ha ripreso a sorridere, quasi un trillo di gioventù, facendo da corona alle risate della nuova gioventù, la nuova generazione, la sola che può portare davvero la Pace.

I fratelli Levi Segre deportati ad Auschwitz

 

La voce della montagna per ricordare la Grande guerra

“The voice of the mountain” al Rifugio Poieto di Aviatico

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Un canto echeggia lungo le vallate, lungo i costoni, dal pianoro fino alle vette. Il Comune di Aviatico vuole ricordare il Centenario della Grande guerra con un tributo alla montagna, ai canti di soldati e alpini che evocano quei 41 mesi di cento anni fa dove milioni di ragazzi montanari, contadini e mezzadri, muratori e carpentieri, vennero mandati al massacro, attraverso prove durissime e patimenti indescrivibili per la conquista di una vetta, di una postazione, di un caposaldo.

Gran parte di quei ragazzi delle valli non rividero più il loro paese, la loro contrada, il loro giaciglio.

Per loro sabato 16 luglio dalle ore 10.30 è in programma una giornata dedicata all’esibizione di cori alpini sulla vetta del Monte Poieto, accanto ai pilastri dolomitici del Monte Cornagera, a 1400 metri di altezza, raggiungibili con la salita in cabinovia.

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Il Rifugio del Monte Poieto visto dalla Cornagera

Ben tre cori alpini si alterneranno durante l’evocazione, in un grande, unico raduno di cori in vetta: il Coro Orobico Alpini Boccaleone, il Coro Ana Penne Nere Villa d’Almé e il Coro Alpini ValCavallina.

Si esibiranno in Canti nati dalla Grande guerra, tra le trincee, nei pochi momenti di tregua all’assalto e all’urlo della battaglia, nati come struggente richiamo per la propria terra, per la propria casa, canti che si fanno preghiera e disperata nostalgia per la morosa, la mamma e il papà che attendono forse invano nel chiuso della loro povera cucina.

Raccontano storie di sofferenza e di solitudine, lacrime e paura, lassù su quelle vette imprigionate dalle nevi perenni, dai nomi ancora oggi evocatori di struggente memoria: Adamello, Ortles, Dolomiti, Rombon, Alpi…

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Sul pianoro davanti al Rifugio Monte Poieto, là dove ogni estate si rilassano le famiglie e giocano i bambini, le voci possenti e robuste degli Alpini lanceranno il loro tributo al Cielo, per chiedere di non dimenticare, di ricordare e di operare affinché mai più la guerra possa rubare generazioni intere, cancellate, scomparse al mondo, come quelle innocenti e perdute di quei ragazzi degli Anni Novanta di Cento anni fa.

E quando riuscirono a tornare, molti di quei giovani soldati trovarono i loro paesi distrutti, i campi abbandonati e incolti, macerie di un vita che non fu più la stessa. Senza lavoro, senza futuro, furono costretti a ripartire, senza più una patria né una famiglia. Nacquero i canti degli emigranti, del ricordo e della fatica, perché la montagna è sudore e silenzio, giorni che si adombrano in fretta e notti lunghe d’inverno.

Tra i tanti che non tornarono anche i  fratelli Carrara di Amora Bassa, che diedero la vita per la Patria raccontati nel memoriale “Come una fiamma accesa” a cui la sottoscritta (Aurora Cantini) ha dedicato i versi poetici della poesia che ne dà il titolo, scritta per il giovane alpino Fermo Antonio disperso sul Rombon il 2 agosto 1916 a 20 anni.

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I 4 fratelli Carrara di Amora Bassa (Aviatico) Combattenti e Caduti nella Grande guerra

Al termine delle esibizioni l’orizzonte della montagna si riempirà del suono potente del maestoso Corno delle Alpi, utilizzato un tempo sulle Alpi Svizzere come strumento dei pastori. Lungo tre metri e mezzo, scavato nel legno, serviva a richiamare le mucche dal pascolo verso la stalla quando giungeva il momento della mungitura. Anche il suono del Corno delle Alpi verso sera è un tema tradizionale nella storia dell’arte. Il suono aveva infatti valenza di preghiera della sera e si sentiva risuonare lungo i dirupi come un legame indissolubile di comunicazione, armonia e quiete.

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MA OGGI QUALE E’ IL DESTINO DELLA MONTAGNA?

Oggi fatta eccezione per alcuni centri turistici di moda, la montagna “vera”, quella dei paesini arroccati sulle alture, si sta spopolando: contrade deserte, cascine abbandonate tra i rovi, ci vivono tenacemente solo i vecchi e alcune famiglie con le donne casalinghe, i bambini si contano sulle dita di una mano. Nei prati inselvatichiti non pascolano più le mandrie, né la fontana della piazza fa sentire il suo gorgoglio, si intravedono qua e là le ultime fienagioni, che gli uomini rastrellano la sera dopo essere risaliti al monte al termine di una giornata di lavoro.

In molti paesini sono stati chiusi la scuola, l’osteria, l’ufficio postale, il negozietto del paese, perfino il parroco giunge da fuori a dire messa. L’analisi non mira a un tentativo inutile di ritornare al passato, ma indubbimanete  ci si chiede perché la montagna stia morendo in questo modo brutale e inarrestabile, anche se ricopre il 64 % del territorio italiano. Non è possibile abbandonare in questo modo i suoi abitanti, considerati di serie B, costretti a far fronte alle emergenze, ai disagi invernali, alle spese per i neonati, alle cure mediche in bassa valle. I trasporti pubblici si riducono, si tagliano le corse e gli orari, aumentano i prezzi dei biglietti, e per i pochi studenti scendere in città ogni mattina all’alba è un pesante prezzo da pagare in nome della cultura e del progresso.

Perciò molte famiglie emigrano, si spostano nei centri abitati a ridosso della città e lassù rimangono ancora una volta le mamme e i papà invecchiati, che piangono nel chiuso delle loro cucine la fine di un mondo.

Ma la voce della montagna deve giungere al cuore di ognuno, per tenere vive le comunità, caparbiamente e instancabilmente, con la fantasia e l’unione, con la collaborazione e la fiducia.

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Il Gruppo Alpini di Amora al Rifugio Poieto il 16 luglio con Aurora Cantini e il memoriale “Come una fiamma accesa” dedicato ai Combattenti fratelli Carrara di Amora Bassa; accanto all’autrice il coordinatore della Zona 13 signor Vincenzo Carrara.

La medaglia del Leoncavallo d’argento al concorso di poesia

di Montalto Uffugo,

 l’omaggio alla poesia del giovane alpino bergamasco

Disperso nella Grande Guerra

            attraverso l’opera lirica “Pagliacci”

portata sulle scene dal grande tenore bergamasco Federico Gambarelli

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La medaglia del Leoncavallo d’argentto messa in palio alla 6^ Edizione del concorso nazionale di poesia “Amalia Vilotta” a Montalto Uffugo, Cosenza

La sesta edizione del concorso nazionale di poesia “Amalia Vilotta”, organizzata dal Comune di Montalto Uffugo (Cosenza), in collaborazione con la Fondazione Amalia Vilotta, ha avuto come tema – IL CENTENARIO DELLA GRANDE GUERRA – I confini della Patria: conquista, difesa, apertura, accoglienza in una Grande Patria-

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Si è registrata la partecipazione di poeti da ogni parte d’Italia e la poesia vincitrice è stata annunciata nell’ambito della serata di gala del Festival Leoncavallo con pubblico riconoscimento e la consegna della Medaglia del Leoncavallo d’argento, ispirata alla famosissima e intramontabile opera lirica “Pagliacci” su libretto e musica del compositore Ruggero Leoncavallo.

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La locazione della cerimonia di premiazione a Montalto Uffugo nel chiostro domenicano

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Aurora Cantini con la moneta Leoncavallo d'argento al concorso di poesia di Montalto Uffugo

Aurora Cantini con la moneta Leoncavallo d’argento al concorso di poesia di Montalto Uffugo

La particolarità del concorso è il doppio filo che lega Montalto Uffugo a Bergamo, non solo perché la  vincitrice del premio è risultata la poetessa bergamasca Aurora Cantini con la poesia “Come una fiamma accesa” dedicata al giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara disperso a vent’anni durante la presa del Monte Cukla-Rombon il 2 agosto 1916,  quota 2105 (a causa della Grande Guerra persero la vita anche altri tre suoi fratelli) ma anche perché quasi nessuno sa che uno fra i primi cantori dell’opera scritta da Ruggero Leoncavallo, di cui la medaglia d’argento è il premio più ambito del concorso, fu il grande tenore bergamasco Federico Gambarelli, che fece delirare le folle con il suo primo Canio nei “Pagliacci”

Il grande tenore bergamasco Federico Gambarelli al Teatro Regio di Malta nell'interpretazione de "Pagliacci" di Ruggero Leoncavallo

Il grande tenore bergamasco Federico Gambarelli al Teatro Regio di Malta nell’interpretazione di Canio nei “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo

L’opera lirica, ispirata, sia come personaggi che come ambientazione, a un delitto realmente accaduto a Montalto Uffugo in Calabria, quando il compositore era bambino, del quale il padre, magistrato, istruì il processo che portò alla condanna dell’uxoricida, fu messa in scena alla fine 1892 ma già pochi mesi dopo era osannata al teatro Regio di Malta, proprio grazie al grande tenore Federico Gambarelli.

Nella biografia scritta da Don Giuseppe Rizzi nel lontano 1976 sono registrati documenti che raccontano l’acclamato esordio

“Dal Giornale di Malta, marzo 1893
“Il successo dell’opera “Pagliacci” –messa in scena martedì 27 marzo e ripetuta per 3 giorni di seguito con sempre crescente entusiasmo- è stato veramente grandioso, immenso, eccezionale. E non poteva essere altrimenti. Il nostro pubblico, impressionato dalla soave e toccante melodia e dal soggetto indovinato, applaudì freneticamente tutti i pezzi principali, che sono il Prologo, Il coro delle campane, La ballata di Nedda (bissata), L’arioso di Canio (bissato), L’intermezzo (bissato), La serata di Arlecchino (bissata) e il Finale Secondo.
Il grande e splendidissimo successo ottenuto dal signor De Gambarell nella parte difficilissima di Canio è al presente il tema delle conversazioni di tutti i frequentatori dell’Opera.
E veramente in questo spartito il valente tenore superò il successo brillante riportato nelle altre quattro opere da lui eseguite nelle nostre scene, perché nei Pagliacci non solo egli dimostrò di essere il cantante delizioso, corretto e dalla frase calda e appassionata, ma bensì l’attore potente ed efficace. Il De Gambarell diede alla scabrosa interpretazione una forza di tinte talmente veritiere da trascinare il pubblico a piangere con lui.
Il colmo è stato però all’aria “Vesti la giubba” detta anche “Ridi pagliaccio” eseguita in modo sublime.
“Ridi pagliaccio sul tuo amore infranto,
ridi del duol che t’avvelena il cor” 

Ridi Pagliaccio

In essa il De Gambarell affascina e commuove, trascinando lo spettatore alla verità della situazione del povero Pagliaccio, tradito crudelmente dalla sposa amata e costretto in quello stato a recitare erompendo in singhiozzi ed in pianto; nell’animo vi getta un gelo e le fibre dell’ascoltatore le scuote talmente che un urlo generale scoppia quando scompare.
Il De Gambarell viene chiamato al proscenio tra grida di “bravo, bis” innumerevoli, e costretto a ripetere tutto il pezzo.
Nella tragica scena con Nedda il tenore emula i più famosi attori e l’ultima frase “La Commedia è finita” la esprime in modo ammirevole trovando il vero tuono per questa tragica esclamazione.” (Dal Giornale di Malta, 1893)

Federico Gambarelli, nato ad Albino nel 1858 e morto nel 1922, ebbe verso questa opera lirica una particolare predilezione. Era quasi coetaneo di Ruggero Leoncavallo (nato nel 1857 e morto nel 1919) che conobbe di persona e verso il quale nutrì una forte affinità musicale e caratteriale. Entrambi ebbero una vita avventurosa e rocambolesca, vissuta a cavallo dei due secoli, entrambi furono poi “dimenticati”, perduti nell’oblio e nel silenzio.

L’ARTICOLO DEDICATO ALLA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

L'articolo dedicato al concorso nazionale di poesia "Amalia Vilotta" a Cosenza

L’articolo dedicato al concorso nazionale di poesia “Amalia Vilotta” a Cosenza

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LA NOTIZIA SUL CORRIERE DELLA CALABRIA

I vincitori del premio nazionale di poesia “Amalia Vilotta” a Montalto Uffugo

 LA POESIA VINCITRICE DSCF2798

TA-PUM,

quell’accorato e disperato canto tra i lugubri duelli delle artiglierie

nella Grande Guerra

b3404be4ce8e34f9427382fa15263dea_LIn occasione del centenario dall’entrata in guerra dell’Italia, dichiarata all’Austria-Ungheria il 24 maggio 2015

Sabato 9 maggio 2015 ore 20.45
Presso l’Auditorium Città di Albino
il Coro Terza Università SPI CGIL Bergamo
il Coro La Polifonica Centro Anziani Albino
gli Studenti ITCTS Vittorio Emanuele II Bergamo
presentano lo spettacolo

“TA-PUM, racconto in canto della Grande Guerra”

ingresso libero

L’iniziativa è promossa in occasione del centenario dall’entrata in guerra dell’Italia, dichiarata all’Austria-Ungheria il 24 maggio 2015

http://cultura.albino.it/

PERCHÈ TA-PUM

Sentivano solo suoni sordi e lontani, le migliaia di ragazzi al fronte, suoni penetranti e profondi come evocati dall’abisso, echi di terrore e caverne senza uscita, come un anticipo di temporali e bufere sulle cime.
Era il TA-PUM, TA-PUM dei fucili che non smettevano di evocare morte, notti senza fine, e massacri.
TA-PUM, echeggiava lungo i canaloni i dirupi scoscesi…
TA-PUM, tuonava oltre i precipizi e le alture…
Ogni giorno, ogni notte, ogni minuto, l’unica musica che faceva da sottofondo al gelo e alla paura di quei ragazzi senza domani, appesi al filo della vita solo dalla propria forza di gioventù.

Si legge sul sito “Ta-pum, sui sentieri della Grande Guerra”: “Ta-pum era il caratteristico rumore che i soldati italiani sentivano stando in trincea quando i tiratori austriaci sparavano con il loro fucile Mannlicher M95. Infatti gli spari partivano da lontano e prima veniva sentito il rumore dell’arrivo del proiettile, “TA” e successivamente il suono della detonazione, “PUM”.
Da qui il nome della famosa canzone scritta dall’Ardito Nino Piccinelli (compositore clarense) il quale raccontò di avere scritto «Ta pum» la notte prima di un assalto a quota 2105: «La nostra trincea distava poche decine di metri da quella austriaca. Diedi una nota ad ogni sospiro della mia anima, nacque così l’accorato e disperato canto, tra i lugubri duelli delle artiglierie, il balenio spettrale dei razzi, il gemito dei feriti, il tiro infallibile dei cecchini»”.

LA CANZONE

La canzone Ta-pum

La canzone Ta-pum

“…Dietro il ponte c’è un cimitero,
cimitero di noi soldà.
Tapum, tapum, ta pum!
Tapum, tapum, ta pum!

Cimitero di noi soldà,
presto un giorno ti vengo a trovar.
Tapum, tapum, ta pum!
Tapum, tapum, ta pum! …”

Ad Albino il tenore

Monsignor Federico Gambarelli,

l’avventurosa vita del celebre cantante lirico,

24 ottobre 2014

Articolo su L'Eco di Bergamo per il Tenore Mons. Federico Gambarelli

Articolo su L’Eco di Bergamo per il Tenore Mons. Federico Gambarelli

LA SERATA AD ALBINO

Federico Gambarelli, la voce dimenticata

Albino Locandina Tenore Gambarellli

Albino Locandina Tenore Gambarellli

Giornate della Storia e dell'Arte 2014, Albino e il Tenore Mons Federico Gambarelli

Giornate della Storia e dell’Arte 2014, Albino e il Tenore Mons Federico Gambarelli

DOCUMENTO DAGLI ARCHIVI

LA PAGINA A CURA DI MARIO PEZZOTTA

La pagina dedicata dal Tenore Mons Federico Gambarelli a cura di Mario Pezzotta, 1971

Trascrizione delle parti più salienti della pagina a cura di Mario Pezzotta

“Il tenore Federico Gambarelli, nato da Albino nell’anno 1858, e Monsignor Federico Gambarelli che ad Albino piamente morì nel 1922 sono la stessa persona. Il cantante e il sacerdote, l’artista e il Monsignore non convissero mai pacificamente: ma alla fine fu il prete a prevalere, fu il sentimento religioso ad avere ragione di un carattere ribelle e scontroso.

La vita di Federico Gambarelli fu, a dir poco, romanzesca. È un personaggio interessantissimo, forse troppo presto dimenticato.

Solo i più anziani oggi (nota: nel 1971) ne ricordano la figura caratteristica e le incredibili avventure, assieme agli strepitosi successi della sua carriera di cantante lirico, conteso, ai suoi tempi, dai maggiori teatri di tutto il mondo. Albino gli ha dedicato un tratto di strada “Vicolo Gambarelli” dove è ancora oggi aperta al pubblico la chiesa dedicata alla Madonna di Guadalupe, fatta costruire dal celebre tenore, ad adempimento di un voto.

Purtroppo di lui non è rimasto, a documentarne il valore, nulla di probante che consenta indicativi raffronti: il disco fonografico inventato nel 1870 non era ancora diffuso in Italia quando Federico mandava in delirio le folle.

Il suo concittadino avv. Davide Cugini ha tracciato di Federico Gambarelli –che egli conobbe personalmente- una efficace sintesi biografica frutto in parte di ricordi personali e di esperienza diretta, e in parte di attento studio su documenti di prima mano. È un saggio che riteniamo degno di essere ampliato e pubblicato, anche perché, nel rispetto scrupoloso della verità obiettiva, l’avv. Cugini ci presenta la figura di Gambarelli nei suoi aspetti umani, nella sua personalità complessa, diremmo contorta, ricca di esplosioni e di ribellioni, talora chiusa in permalosa grettezza, tal’altra capace di magnanimi gesti, fuori dalla leggenda, ma anche sfrondata dalle malevoli calunnie dei suoi contemporanei.

Era nato da una famiglia povera e numerosa. Suo padre faceva il macellaio. Ancora bambino fu avviato ad un mestiere e affidato ad un calzolaio di Albino. Federico rivelò ben presto quello spirito religioso, che si manifestava in una forma di misticismo sui generis, che non l’abbandonò mai e che gli farà riprendere, dopo quindici anni di fulgida carriera artistica, la strada del sacerdozio.

Pare che negli studi al Seminario dove il padre accettò di mandarlo, si facesse valere; ma è certo che fu la sua voce a ottenere maggiori successi. La sua voce si staccava, squillante, dai cori. Il “chierichetto dall’ugola d’oro” fu mandato a Roma nella Schola Cantorum della Cappella Sistina.

Si seppe che il seminarista Gambarelli aveva accettato di cantare fuori dall’Istituto. Fu uno scandalo enorme! Si può ben immaginare, in tempi come quelli…. Fu chiamato dal Rettore indignato e “licenziato” su due piedi. Forse sarebbe bastato che lo sconsiderato “pretino” avesse chiesto scusa, che avesse spiegato la sua buona fede. Ma non era proprio il tipo. Per lui era un sopruso e basta. Gettò, come si suol dire, la tonaca alle ortiche, ma non tornò, come gli era stato imposto, a Bergamo. No. Rimase a Roma dove già era corsa la fama delle sue doti vocali. Il celebre maestro Palmieri lo prese sotto la sua protezione e gli fu facile educare e valorizzare la bellissima voce del giovane bergamasco, che debuttò nel 1882.

Fu l’inizio di una strepitosa carriera. Va ricordato che in quegli anni fiorivano artisti lirica di alto valore. Non era facile emergere. Invece il Gambarelli sfondò con forza e in breve divenne celeberrimo. Ancora nel pieno della carriera, famoso ormai e richiestissimo, quando tutte le porte gli si aprivano, quando gli venivano elogi da ogni parte e onori regali, Federico Gambarelli decise improvvisamente: “Mi faccio prete!”

Fu una decisione che, specie nel Bergamasco, fece scalpore. Nel mondo teatrale sollevò una ridda di congetture, se ne dissero di tutti i colori, si raccontarono incredibili panzane, nel tentativo di trovare una causa, una spiegazione accettabile alla rinuncia del famoso Tenore. Ma Gambarelli fu irremovibile.

Cantava però nelle chiese, alle funzioni liturgiche: era il suo modo più naturale di rendere gloria al Signore. Ma cantava così bene e così forte, che molti accorrevano in chiesa più per sentire le sue esibizioni che non per pregare. Facile prevedere che le cosa non sarebbe garbata a lungo alle Autorità Ecclesiastiche, giunsero reclami e Papa PioX gli proibì gli “a solo” nei canti in chiesa. Don Gambarelli, protestò,  imprecò ma ubbidì.

La fama di originale fu dal Gambarelli ampiamente meritata. Originale anche da Monsignore.

 Nella chiesa-santuario di Albino egli collocava i cimeli di quella che era stata la sua avventurosa vita di cantante, costumi dei suoi personaggi, armature, collane, gioielli, pupazzi rivestiti degli abiti sontuosi, l’elmo di Radames, il giustacuore di Otello, la corazza di Manrico, l’armatura completa del prode Tancredi. E le maschere! Di ogni gusto e bizzarria. Lo sfoggio più clamoroso di questi personaggi avveniva nella Settimana Santa. Come è facile immaginare gli episodi curiosi, umoristici o drammatici nella vita del Gambarelli non potevano mancare, ma forse riprenderli ora potrebbe alterare, anziché mettere a fuoco, la figura di quest’uomo che fu ammiratissimo come artista, e come Sacerdote sostanzialmente onesto, probo e pio”.

(Pagina a cura di Mario Pezzotta)

FOTOGALLERY DELL’EVENTO

Amadio Bertocchi, Franca Mismetti e Aurora Cantini

Serata Tenore Gambarelli ad Albino: Amadio Bertocchi, Franca Mismetti e Aurora Cantini

Luigi Gandossi ne "Ol gran Tenur"

Serata Tenore Federico Gambarelli ad Albino: Luigi Gandossi ne “Ol gran Tenur”

Gianfranco Gambarelli, Laura Pesenti, Maurizio Stefanìa, Aurora Cantini, Luigi Gandossi, Franca Mismetti

Serata Tenore Federico Gambarelli ad Albino: Gianfranco Gambarelli, Laura Pesenti, Maurizio Stefanìa, Aurora Cantini, Luigi Gandossi, Franca Mismetti

Gianfranco Gambarelli, Laura Pesenti, Maurizio Stefanìa, Aurora Cantini, Luigi Gandossi, Franca Mismetti

Serata Tenore Federico Gambarelli ad Albino: Gianfranco Gambarelli, Laura Pesenti, Maurizio Stefanìa, Aurora Cantini, Luigi Gandossi, Franca Mismetti

I COMMENTI DI CHI C’ERA

Angela Rota, Pradalunga:

“Io e mio marito ringraziamo di cuore per la splendida e indimenticabile serata !!!! E’ stato veramente un piacere scoprire nel Gambarelli una personalità così affascinante e poliedrica e risulta difficile credere nelle sue origini così semplici e umili. Complimenti per l’ottima e avvincente narrazione che ci ha accompagnato lungo tutta la serata, ricca , ben costruita e documentatissima. Incontri come quello di ieri sera sono motivo d’orgoglio per le nostre comunità e la tua grande professionalità e preparazione un infinito regalo per tutti noi.”

ARCHIVIO

 L’EVENTO A NEMBRO

5 giugno 2014

Una serata per il Tenore bergamasco Monsignor Federico Gambarelli

 

 

A Nembro una serata per il Tenore Monsignor Federico Gambarelli,

 voce dimenticata della terra bergamasca

Tenore Federico Gambarelli, locandina 1

Gambarelli

In occasione dell’anniversario di morte

IL TENORE MONSIGNOR FEDERICO GAMBARELLI

(6-5-1858    5-6-1922)

LA VOCE DIMENTICATA TRA NEMBRO, ALBINO, SELVINO 

giovedì 5 giugno 2014 ore 20.30
presso la Sala Rovere del centro Cultura Biblioteca di Nembro
Piazza Italia

In collaborazione con il Comune di Nembro e il Centro Cultura

Con il patrocinio dei Comuni di Albino e Selvino

L’Evento

Tenore Federico Gambarelli locandina 2, interno

Tenore Federico Gambarelli locandina 2, interno

Una serata per conoscere, scoprire, tramandare la straordinaria vita del GRANDE TENORE FEDERICO GAMBARELLI DI ALBINO, voce dimenticata della terra bergamasca,

un personaggio istrionico e appassionato di fama internazionale, nativo di Albino, che visse a Nembro Piazzo e Selvino e calcò le scene teatrali di tutto il mondo, la cui vicenda si snoda, non senza colpi di scena, fra le due vocazioni che scandiranno la sua breve ma intensa vita: il richiamo del sacerdozio e il fortissimo desiderio di cantare, unite dalla profonda devozione verso il culto della “Madonna di Guadalupe” che il tenore portò direttamente dal Messico e che  introdusse per la prima volta in Valle Seriana.

Albino e la Media Valle Seriana visti da Amora Bassa

Albino e la Media Valle Seriana visti da Amora Bassa

Interverranno: 

Giovanni Bergamelli, già insegnante, esperto di storia locale e di Piazzo
Gianni Comotti esperto di Piazzo,  per illustrare brevemente la formazione geologica della dolina carsica di Piazzo dove venne originariamente deposta la tela della Madonna di Guadalupe,

Emanuela Cortinovis, vedova di Gino Rondi, depositario della Madonnina un tempo nella “dolina” a Piazzo
Frà Giorgio Stancheris che informerà sulla parte spirituale del Tenore

Miriam Campiotti, Laureata in Lingue, Culture e Cooperazione Internazionale all’Università Statale di Milano, che parlerà della sua tesi: “La Vergine di Guadalupe: simbolo dell’identità messicana, Storia prodigi“.

professor Emilio Spedicato, Docente all’Università di Bergamo, esperto di storia della lirica
Franca Mismetti e Luigi Gandossi, della Compagnia Teatrale Dialettale “Città di Albino” che all’epoca misero in scena la commedia “Ol gran Tenur” di Don Giuseppe Rizzi

Amadio Bertocchi, poeta dialettale, con una poesia dedicata al Tenore
professor Gianfranco Gambarelli pro-pro nipote del Tenore che narrerà i ricordi di famiglia

Gli interventi verranno impreziositi dalla visione di fotografie d’epoca, immagini dei luoghi, ritagli di giornali, stampe e riproduzioni gentilmente concessi dai familiari 

Voce narrante della serata Aurora Cantini, poetessa e narratrice

GLI ARTICOLI DI PRESENTAZIONE

Articolo su Il Nembro

Articolo su Il Nembro

Articolo Federico Gambarelli su L'Eco di Bergamo

Articolo Federico Gambarelli su L’Eco di Bergamo

LA FOTOGALLERY DELL’EVENTO

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: il pubblico

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: il pubblico

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Giovanni Bergamelli, Emanuela Cortinovis Rondi, Gianni Comotti

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Giovanni Bergamelli, Emanuela Cortinovis Rondi, Gianni Comotti

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Emilio Spedicato, Miriam Campiotti

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Emilio Spedicato, Miriam Campiotti

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Aurora Cantini

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Aurora Cantini

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Amadio Bertocchi, Luigi Gandossi, Franca Mismetti

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Amadio Bertocchi, Luigi Gandossi, Franca Mismetti

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: il pubblico

Serata Tenore Serata Tenore Gambarelli a Nembro: il pubblico

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Fra Giorgio Stancheris

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Fra Giorgio Stancheris

Serata Tenore Gambarelli a Nembro

Serata Tenore Gambarelli a Nembro

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Aurora Cantini

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: Aurora Cantini e la statua lignea della Madonnina venerata un tempo nella “grotta” di Piazzo a Nembro

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: il momento musicale

Serata Tenore Gambarelli a Nembro: il momento musicale

IL RESOCONTO DELLA SERATA SUL MENSILE “IL NEMBRO”

Articolo Il Nembro per come è andata Serata Tenore Gambarelli

Articolo de “Il Nembro” sulla serata dedicata al Tenore Gambarelli

PER CONOSCERE QUALCOSA DI PIÙ SUL TENORE GAMBARELLI

Mille e una Bergamo

Il Tenore Federico Gambarelli e la sua epopea

Il Tenore Federico Gambarelli e la Madonna di Guadalupe di Albino

Federico Gambarelli Tenore

Federico Gambarelli Tenore

 

VOLTO D’AFRICA,

omaggio poetico

a Nelson Mandela

Vorrei ricordare Nelson Mandela, il “Madiba” cioè il Patriarca, con questa poesia, scritta nel 1990, in occasione della sua liberazione ad opera del Presidente Botha, avvenuta l’11 febbraio, dopo 27 anni di  reclusione nel carcere di Robben Island, di fronte a Città del Capo. La sua voce, il suo cuore, il suo essere sempre e solo africano, figlio di un capotribù Xhosa, dal villaggio al mondo, negli occhi l’orizzonte, nelle mani il vento di sabbia, sui piedi il fango delle piste, nella vita il marchio della libertà. L’uomo che ha sconfitto l’apartheid.

Spiagge africane, libertà sull'orizzonte

Spiagge africane, libertà sull’orizzonte

LA  MIA POESIA

VOLTO D’AFRICA

Questa

è la mia terra

racchiusa

nei palpiti

maestosi e lacerati

delle selve.

E il silenzio

schiude i pensieri

a tremori mai sopiti

lungo la scia

i lacrime

rubate

 agli accecanti barbagli

di collari e catene.

(Da “Fiori di campo” 1993, rieditato 2011)

Nei villaggi ancora oggi i ragazzi più grandi si occupano dei fratellini

Nei villaggi africani ancora oggi i ragazzi più grandi si occupano dei fratellini

IL COMMENTO

MARIA ANCONA PAVIA per l’antologia di poeti contemporanei “Ghibli” 1991: “Dignitosa nei toni e nelle scelte delle selezioni liriche, la poesia dimostra un’efficace descrittività ed una profonda riflessione finale che impreziosisce il tutto, attraverso testimonianza di laceranti costrizioni esistenziali. 1990, per Nelson Mandela”.

L'antologia del 1991, illustrazione di Elena Migliorisi

L’antologia del 1991, illustrazione di Elena Migliorisi

LA CANZONE

“MANDELA DAY” IL GIORNO DI MANDELA

dei  SIMPLE MINDS

http://www.youtube.com/watch?v=C8py3MaTT4Q

 

V PREMIO BIENNALE NAZIONALE DI NARRATIVA

“Lucia Iannucci Mazzoleni”,

le parole di acqua e di terra

nei racconti vincitori

legati alla memoria

Bergamo – Trento 11 Ottobre 2013

Sala Traini Credito Bergamasco

Ideato dal poeta e critico letterario bergamasco Ermellino Mazzoleni in memoria della moglie Lucia, donna di elevata sensibilità culturale, appassionata alla Poesia e alle Arti

organizzato da “Il Cenacolo Trentino di cultura dialettale”, in collaborazione con la rivista “Ciàcere en trentin” di Elio Fox e con il Centro Studi Valle Imagna

Lettura dei testi vincitori affidata all’attore Virginio Zambelli, del Teatro R.A.S.E. di Bergamo, con accompagnamento musicale di Piergiorgio Lunelli, musicista trentino

Presentazione e coordinamento della cerimonia a cura di Antonio Carminati, Direttore del Centro Studi Valle Imagna

Premio-Narrativa-Mazzoleni1

LE GIURIE

Sezione A:
Elio Fox , presidente (Trento)
Andrea Rognoni (Monza)
Ermellino Mazzoleni (Bergamo)
Claudio Quarenghi (Porto Mantovano, Mantova)
Bepi Sartori (Volargne, Verona)
Eusebio Vivian (Bassano del Grappa, Vicenza)

Sezione B:
Lilia Slomp Ferrari, presidente (Trento)
Carmelo Consoli (Catania)
Roberta Degl’Innocenti (Firenze)
Mario Mastrangelo (Salerno)
Ermellino Mazzoleni (Bergamo)

LA POESIA DEDICATA

A LUCIA MAZZOLENI (1936 – 10 APRILE 2004)

L’ultima volta mi parlavi di poesia

con voce che cantava la speranza,

fioriti i ciliegi alla gelata,

nuvola bianca e promessa

di petali all’impazzata

su questa primavera.

La sera ti ha colto nel suo grembo

di stelle senza nome.

È l’universo ora il tuo fardello

che imbriglia la luce dell’eternità.

Trento, aprile 2004 (Lilia Slomp Ferrari)

Dall’antologia Il Tempo e la memoria- scritti per Lucia Iannucci Mazzoleni, Editrice La Grafica

LE SEZIONI

         Racconto in uno dei dialetti triveneti e bergamasco, mantovano, milanese e brianzolo

         Racconto in lingua italiana

SEZIONE DIALETTALE: IL RACCONTO VINCITORE

Primo classificato il racconto scritto nel dialetto dell’Altopiano di Piné, Trento, “Mi son el Tita Mòchen” di Livio Andreatta, che ha narrato con emotività e riflessione il massacro dei soldati italiani a Cefalonia.

SEZIONE LINGUA: IL MIO RACCONTO VINCITORE

Primo classificato il racconto “Di acqua e di terra” di Aurora Cantini, scelto tra più di 120 elaborati pervenuti da tutta Italia.

LA MOTIVAZIONE

Il racconto si snoda con maestria e stile perfetto nell’evocazione di un tempo lontano, nell’analisi suggestiva di usi e costumi delle Valli Bergamasche e nella rassegnazione al destino della gente di montagna, segnata dal duro lavoro, dalla fame e dalla malattia. La protagonista fin da bambina (siamo agli inizi del 1800), provvede in parte al sostentamento della propria famiglia numerosa andando a lavorare in filanda come “scoparina”. Ammalatasi di tisi, per non gravare ulteriormente sulla famiglia già costretta  a convivere con la morte della sorellina maggiore, è costretta a seguire a servizio una famiglia in partenza verso l’Adriatico. Ormai vecchia è il ricordo dell’incontro con Anita Garibaldi, incinta e malata, in fuga verso Venezia, che la fa riflettere sulle guerre, sulle vittorie e sulle sconfitte, sul messaggio racchiuso nel suo nome “Anima Italia.”

ALCUNI STRALCI DEL RACCONTO

“Sono nata il giorno di Natale del 1796, proprio quando le truppe rivoluzionarie francesi entravano in Bergamo, ponendo fine al lungo dominio di Venezia, ormai odiata per i continui aumenti di prezzi e tasse. (…)

Ormai sono vecchia. (…) Ma oggi il mio cuore è spezzato come un albero secolare sotto l’infuriare della tempesta. Oggi… 6 agosto 1849, ho saputo che Anita non è mai arrivata a Venezia. (…)

Me la rivedo come mi é apparsa quella notte del 31 luglio, mentre attendeva il suo uomo, il Generale, uscito in ricognizione con gli altri rivoltosi, deciso a recarsi a Venezia e sfuggire ai soldati austriaci. (…)

Cerco l’immagine del suo bambino mai nato, mai chiamato al mondo, morto con lei e fuso nel suo cuore. Solo io ho toccato l’addome che lo conteneva, l’ho sentito scalciare da sotto la pelle, ho seguito la curva dei suoi piedini. Chissà se sarebbe stato maschio biondo e forte come il padre, oppure femmina scura e compatta come la madre. Chissà come sarebbe cresciuto, che tipo di Italiano sarebbe diventato. (…)”

Per la lettura completa del racconto ecco il link:

Di acqua e di terra

L’EVENTO

Aurora Cantini con la Presidente di Giuria V Premio Iannucci Mazzoleni, Lilia Slomp Ferrari

Aurora Cantini con la Presidente di Giuria V Premio Iannucci Mazzoleni, Lilia Slomp Ferrari

Aurora Cantini con il Segretario del V Premio Iannucci Mazzoleni, Aloisio Mazzoleni

Aurora Cantini con il Segretario del V Premio Iannucci Mazzoleni, Aloisio Mazzoleni

 Aurora Cantini con il Presidente del Centro Studi Valle Imagna, professor Giorgio Locatelli

Aurora Cantini con il Presidente del Centro Studi Valle Imagna, professor Giorgio Locatelli

Foto di gruppo dei premiati e segnalati V Premio Iannucci Mazzoleni, il terzo da sinistra è Albino Zanella di Bergamo, accovacciati Ermellino Mazzoleni e il fratello Aloisio

Foto di gruppo dei premiati e segnalati V Premio Iannucci Mazzoleni: da sinistra Bepi Sartori, Albino Zanella, il vincitore della Sezione dialettale Livio Andreatta ed Elio Fox; accovaccati Ermellino Mazzoleni e il fratello Aoisio

L’ARTICOLO

L'Eco di Bergamo e Aurora Cantini

L’Eco di Bergamo e Aurora Cantini

LA MIA RIFLESSIONE

Come tutti i poeti e narratori, anch’io ho costruito la mia storia poetica muovendo i primi passi nel mio borgo nativo, la Valle Seriana, che ha fatto da sfondo, da ispiratore, da spunto riflessivo per ogni composizione o narrazione. È dai luoghi cari della mia infanzia, in cui si è forgiata la mia veste letteraria, che ho tratto il filo per dare vita ai personaggi delle mie storie, alle ambientazioni anche fantasy, alle mie liriche e alle mie opere.

In tutti questi anni durante i quali la mia poetica ha riscosso successi nazionali, ho sempre reso omaggio doveroso alla mia terra di montagna, che benevola mi sostiene e mi appoggia nel mio vorticare nel mondo.

Essere premiata nella mia città, Bergamo, là dove ho gustato indimenticabili gite da bambina con mio papà in Città Alta, o percorso innumerevoli giorni da studentessa alle Superiori, bazzicando alla Stazione dei pullman o ai centri commerciali Standa e Upim con le amiche, partecipando alle feste e agli eventi cittadini, là, dove spesso mi reco per incombenze o appuntamenti, mi ha commosso fin nel profondo. Un po’ come a dire “Nessuno è profeta in patria”, ed invece la scelta di questo racconto, centrato sulla vita contadina di un tempo, sulla mia terra di montagna, la memoria delle sue genti e la passione dei Garibaldini bergamaschi (non a caso Bergamo è denominata “Città dei Mille”) testimonia il desiderio di tenere viva la memoria del passato quotidiano, per dare dignità al presente.

Un’ultima gioia: il racconto fa parte di un lavoro più ampio, il mio romanzo inedito sugli ultimi giorni di Anita Garibaldi e la sua amicizia con la vecchia serva bergamasca. 

 

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