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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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La guerra nemica giurata dell’infanzia e quei bambini con la valigia

Aurora Cantini e il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

“Una Valle in lettura, gli autori incontrano i lettori” è la proposta culturale della Biblioteca di Piazza Brembana (BG) con la direzione di Sandro Seghezzi, volta a portare tra la gente la passione per la lettura.

Aurora Cantini ha parlato del suo libro “Il bambino con la valigia rossa”, accompagnata dalla Compagnia FiloDrammatica di Santa Brigida.

Mentre Aurora illustrava il suo libro, le due cantautrici Carla e Mariagrazia Busi raccontavano, cantando, le storie di quattro bambini legati a Don Bepo Vavassori, il fondatore del Patronato San Vincenzo di Bergamo. Il tema conduttore è stato il dramma subito dai più piccoli nell’infuriare della guerra, in particolare la Seconda Guerra Mondiale, le tragiche separazioni di madri e figli nei campi di sterminio e i piccoli ebrei in fuga oltre la frontiera italiana. 

Mariagrazia e Carla cantautrici della Compagnia Filodrammatica Santa Brigida

Bambini senza più casa, né nome, né storia. Bambini con la vlaigia, poche cose raccolte in fretta, senza possibilità di attese. Si legge nei documenti storici: “A Santa Brigida, un piccolo paesino nascosto nell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, durante l’ultima guerra, passava la strada della libertà. Don Giuseppe Vavassori, rettore del Patronato San Vincenzo di Bergamo, con altri preti e persone del posto, aveva organizzato un “sentiero della salvezza”, per sottrarre alle leggi razziali le famiglie di ebrei. Per non dare nell’occhio, don Bepo si faceva aiutare dalle donne: giovani, anziane e bambine. Esse portavano da mangiare a queste famiglie nascoste nelle stalle del paese e le accompagnavano oltre frontiera.” 

In questo contesto raccontato in musica, si inserisce il romanzo “Il bambino con la valigia rossa“di Aurora Cantini. La narrazione, ispirata ad una storia vera, è ambientata negli anni dal 1943 al 1952 a Bergamo, con sfondo centrale i fatti della Seconda Guerra Mondiale. Il bambino protagonista, raccolto nei primi giorni di gennaio del ’44 dai gendarmi dopo che la madre l’ha lasciato solo e consegnato al Brefotrofio dell’Ospedale Maggiore da un fantomatico zio, funge da voce narrante dei fatti tragici della guerra a Bergamo. Racconta la sua vita e quella di tanti altri bambini “esposti all’abbandono”, piccoli e innocenti testimoni della povertà, del silenzio, della fame e della solitudine. Racconta anche dei preti coraggiosi, degli arresti frequenti, delle sparizioni delle persone care.

“C’era un bambino con la valigia rossa laggiù in città,

una giovane donna lo vide e gli prese la man.

Ora stanno girando cantando insieme per la città,

storie di pace e pane, di fratellanza ed umanità…” (dal canto “Il bambino con la valigia rossa”)

La valigia rossa ispiratrice del romanzo Il bambino con la valigia rossa

Ma le storie dei bambini delle guerre continuano ancora oggi. “Da sempre la guerra è nemica giurata dell’infanzia”, scrive l’Unicef nel suo sito. “Con il suo carico di lutti e distruzioni interrompe tragicamente l’età in cui un essere umano ha un bisogno assoluto dell’affetto e della protezione da parte del mondo adulto. Ma se per secoli le guerre avevano la forma di scontri fra soldati, con i civili nel ruolo di spettatori e vittime occasionali, quelle della nostra epoca sono quasi esclusivamente stragi di persone inermi” (Fonte Unicef, bambini e guerre)

Una delle guerre più vicine a noi che hanno coinvolto i bambini è stato il conflitto in Kosovo. Nei primi anni del Duemila giunsero in Italia, fuggendo dalla guerra, molte famiglie di rifugiati con numerosi bambini. Durante la permanenza a Bergamo al Patronato San Vincenzo venne loro chiesto di esprimere le loro emozioni attraverso pensieri e disegni. Nel loro italiano stentato i bimbi  scrissero frasi di disarmante e struggente semplicità.

“Nel Kossovo l’usignolo non canta più

La siepe suo nido mia casa bruciata caduta giù

Mio padre partito per guerra non torna più

Mia madre mi porta in Italia non ride più

Eppure la speranza non abbandonava mai il cuore di quei piccini, i versi finali della canzone sono un inno alla rinascita, al ritorno dell’infanzia.

“Ma un giorno la guerra di Kossovo finirà

Mio padre partito per guerra ritornerà

Mia mamma contenta mi abbraccia poi riderà

Campana di chiesa per festa poi suonerà” (dal canto “L’usignolo del Kosovo non canta più”)

Aurora Cantini e le cantautrici Marigrazia e Carla

Lo sguardo delle madri davanti alla guerra

Ogni guerra porta lacrime e pianti. Ogni guerra ha solo sconfitti, gli innocenti. I milioni di donne, anziani, bambini che devono assistere e subire il martirio dello sfacelo. Testimoni oculari della distruzione e della devastazione.

Ogni guerra ha uno sguardo, profondo come il mare, cupo come la notte, scuro come le nuvole cariche di pioggia. Uno sguardo che inchioda. Lo sguardo delle madri. Madri che reggono tra le braccia i piccini ancora attaccati al seno, sotto una tenda, dietro un portone, a ridosso di un cumulo di macerie. Madri che danno un tozzo di pane ai figlioletti rannicchiati vicino, mentre il calore scioglie ogni respiro in rantoli stanchi e sfiniti. Madri che cullano i piccini addormentati, sussurrando ninne nanne leggere, per farli acquietare, e forse sognare, nonostante il dolore. Madri che avvolgono nelle vesti i corpicini freddi dei propri bambini assassinati.

Nella storia sono migliaia le madri ritratte in dipinti sotto l’infuriare della guerra.

Il Massacro di Scio, dipinto di Eugène Delacroix,  fonte fr.muzeo.com Louvre, Parigi

Nel 1824 Eugène Delacroix immortalò un gruppo di abitanti greci prigionieri dell’esercito ottomano durante il periodo delle guerre per l’indipendenza della Grecia nel dipinto noto come “Il massacro di Scio“. L’attesa silenziosa, lo sguardo penetrante e scuro di una delle madri, pungente come una capocchia di spillo. Emerge un totale silenzio, senza vento, ma urlano quegli occhi la condanna verso il mondo, che assiste. È una forza dirompente quello sguardo di madre, occhi volti in su, come quando da bambini si aspetta il giudizio o l’attenzione dei grandi. Un lago di lacrime trattenuto dalle ciglia, un’angoscia che fa precipitare il cuore e lo frantuma tra le pietre della condanna. La madre fissa qualcuno a lato, qualcuno che incombe e tiene nel suo potere ogni respiro dei prigionieri. Le mani abbandonate in grembo formano come un rosario che chiude il pianto in un groppo di desolata attesa. Gli abiti a tunica coprono il corpo femminile come in una coperta, tessuto di lino e lana grezza che scende fino alle caviglie. Accanto a quella madre accovacciata, quasi in preghiera, un piccolo bimbo sembra dormire addossato ad un altro corpo più grande. La morte sembra nascondersi, tutta la luce è per quegli occhi di donna, occhi sfiduciati, rassegnati eppur ancora con una flebile ingenua, timida e innocente speranza.

Quasi duecento anni dopo un’altra immagine colpisce nello stesso sguardo: una madre macedone attende  di poter andare in Serbia.

Madre macedone si riposa in attesa di andare in Serbia

Il volto alzato, proteso verso l’alto, lo stesso sguardo di bimba davanti al mondo crudele e incomprensibile dei grandi. Stessa posa, perfino stessa foggia dei vestiti, stoffa lavorata a mano, semplice come la terra che ha calpestato. Accanto alla madre accovacciata, quasi in preghiera, il fagottino di un bimbo che sembra dormire, gli scarponcini incrostati di terra a testimoniare i mille giorni trascorsi in fuga dalla guerra. Della donna greca non è rimasto più nulla, polvere tra l’infinita polvere, dimenticata. Ma il suo sguardo fa ancora traboccare il cuore di doloroso rimpianto.

La madre macedone si è fermata un istante, per rifocillarsi, poi con la sua bimba avvolta nella felpa rosa, ha ripreso il cammino. Di lei nulla si sa. Volto tra i volti di un popolo infinito mosso dalla marea. Madri che hanno scavalcato la Storia, percorso il cammino del tempo, per unirsi con lo stesso sguardo liquido e profondo a crocifiggerci nella nostra ipocrisia. Uno sguardo sull’abisso in cui i Grandi continuano a precipitare.

Sembra un gioco fotografico, eppure è realtà. La Storia insegna ma noi non vogliamo imparare.

E a pagare sono sempre loro, le nostre Madri, i nostri Figli.

Il Canto degli Italiani e il suo giovane sfortunato autore, Goffredo Mameli

Il nostro Inno di Mameli lo conosciamo quasi  a memoria, e periodicamente emerge qualche idea circa l’eventualità di sostituirlo. Le motivazioni sono parecchie, tutte di origine politica, ma qui in questa sede non voglio entrarne nel merito: il mio compito è far conoscere qualcosa in più sul suo giovanissimo e sfortunato autore.

Bisogna risalire al febbraio del 1849, quando Garibaldi e i suoi Cacciatori delle Alpi decisero di istituire la Repubblica Romana.

Durante tutto il mese di giugno difesero la città di Roma contro Napoletani e Francesi, con episodi di disperato valore, giovani eroi con la camicia rossa che cadevano sui bastioni senza un grido, ragazzi che avevano seguito il guerrigliero senza mai più voltarsi indietro. Accanto a quei giovani ribelli vi era anche lei, Anita. Vestita da uomo, con l’uniforme da ufficiale, i capelli corti, non si distingueva neanche. Gridava in spagnolo, ma anche parole in italiano. Urlava “Vigliacchi! Codardi!” ai soldati che fuggivano davanti alle truppe austriache.

Ma le entrate alla città erano troppe da presidiare per così pochi guerrieri. I primi ad assaltare Roma sono stati i Francesi, muniti di potente artiglieria. L’unico a resistere fu ancora Garibaldi e le camicie rosse. Vi fu una lotta spietata a colpi di baionetta, con frequenti assalti ai Colli, alle Ville, sotto gli occhi della popolazione atterrita e allo sbando.

Molti però i contrasti all’interno dell’esercito della libertà. Lo stesso Mazzini non riusciva a far conciliare le idee dei patrioti e molti di essi disprezzavano apertamente le Camicie Rosse, per i loro metodi selvaggi e indisciplinati.

Accanto alle storie di spavalderie verso la gente inerme, vi furono anche quelle di ragazzi per bene che scrivevano parole illuminate sui giornali, con scritti gloriosi. Un tale, Goffredo, un ragazzino che aveva studiato, aveva composto una ballata e i compagni la cantavano mentre morivano, tutti insieme: “Fratelli! Fratelli! D’Italia!”

Goffredo Mameli

Ma il 3 luglio Roma fu costretta a capitolare e, mentre i Francesi entravano in città, Garibaldi ne usciva con quattromila uomini, iniziando così la tragica ritirata verso Venezia, l’unica che ancora resisteva. I soldati di ben quattro eserciti, quelli che avevano abbattuto la Repubblica Romana, si posero all’inseguimento del Generale, con l’ordine di catturarlo, vivo o morto.

Tra i fuggitivi mancava l’aiutante in campo di Garibaldi, Goffredo. Aveva 21 anni e portava quasi con imbarazzo un nome aristocratico e nobile: Goffredo Mameli dei Mannelli. Era nato a Genova nel 1827 e si era unito al seguito di Garibaldi come poeta e scrittore. Era stato ferito da un colpo di baionetta un mese prima, la sera del 3 giugno, durante uno degli innumerevoli assalti nella zona di Porta San Pancrazio.

La ferita però si era infettata e Goffredo era stato portato presso l’Ospizio della Trinità dei Pellegrini, in un sobborgo fuori Roma. La situazione era peggiorata velocemente, la cancrena stava divorando tutta la gamba, cosicché i medici avevano deciso di amputarla. In quelle giornate disperate il giovane combattente sapeva che non avrebbe più potuto riunirsi ai compagni in battaglie eroiche. Il sudore gli imperlava la fronte e la febbre lo divorava, mentre il dolore lancinante alla gamba sinistra amputata gli bloccava il respiro in spasmi terribili. Avrebbe voluto correre con gli altri, sentire il vento tra i capelli, incitare di nuovo l’assalto. Invece era immerso nel suo sudore aspro, immobile in uno stretto lettuccio.

Goffredo non si riprese più. Morì alle sette e trenta del 6 luglio 1849 tra le braccia di pochi compagni, ragazzini come lui che nulla sapevano del mondo e della morte. Avevano deciso di stargli vicino come più potevano, stringendogli le mani mentre lui delirava di dolore.

Lapide in memoria del giovane Goffredo Mameli all’Ospizio Trinità dei Pellegrini, dove morì il 6 luglio 1849 a 22 anni. FONTE WIKIPEDIA

Poco prima che Goffredo esalasse l’ultimo respiro qualcuno cominciò a cantare a bassa voce alcuni versi della ballata che tutti i Garibaldini recitavano in battaglia. Si intitolava “Il Canto degli Italiani” e il giovane studente l’aveva composta due anni prima, nel settembre del 1847, a vent’anni. Era stata messa in musica qualche mese dopo dal maestro Michele Novaro. Anche lo stesso Garibaldi aveva l’abitudine di fischiettarla durante le pause dai combattimenti. Furono le ultime parole che Goffredo sentì, mentre se ne volava via oltre le nuvole, tra gli Eroi. Poco prima era stato promosso al grado di Capitano dello Stato Maggiore.

Cento anni dopo, nel 1946, con l’istituzione della Repubblica Italiana con il Referendum del 2 giugno, diventò l’Inno di Mameli, scelto come “Inno provvisorio dello Stato”. A tutt’oggi non si è ancora avuta l’ufficializzazione del Canto degli Italiani nella Costituzione. “Nell’agosto del 2016, è stata presentata una proposta di legge nella Commissione affari costituzionali della Camera dei Deputati per rendere il Canto degli Italiani inno ufficiale della Repubblica Italiana.” (Fonte Wikipedia)

Michele Novaro

Goffredo Mameli fu sepolto al cimitero del Verano, dove ancora oggi si può ammirare un prestigioso monumento funebre. In realtà nel 1941 i suoi resti sono stati spostati sul Gianicolo su decisione del Governo fascista, nell’ambito del progetto per la costruzione di un Mausoleo Ossario Garibaldino.

Monumento funebre dove un tempo riposava il giovane Goffredo Mameli al Cimitero del Verano. FONTE WIKIPEDIA

 

Quel piccolo vecchio libro sui tre pastorelli a Fatima

pubblicato nel 1945

Libretto pubblicato nel 1945 dal giornalista e poeta Paolo Cenci “Tre pastorelli a Fatima” di proprietà di Aurora Cantini TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Mio papà Mansueto aveva un baule, quasi magico. Non vi erano contenuti oggetti di valore, né stoffe. Solo libri. Tantissimi. Mio papà era un minatore e un muratore di montagna, era stato emigrante per anni in Svizzera, partì subito dopo essere stato messo in congedo al termine della Seconda Guerra Mondiale, il 20 agosto 1947, a 22 anni. Rimase in Svizzera fino al 1965. In questi lunghi anni, oltre a mandare i soldi ai genitori a casa, nel paesino di Amora (Aviatico, Bergamo), seppur avendo solo frequentato la Terza elementare, cominciò a comprarsi libri, di storia, di religione, di cultura generale… e li aggiungeva uno a uno nel suo baule.

Da bambina io curiosavo in quel baule affascinata, ma quei libri erano troppo difficili per me. Ve ne era uno però che mi conquistò subito. Me lo presi quasi in braccio, serrandomelo al petto, come se avessi paura che qualcuno me lo volesse strappare di mano. Lo portai nella mia cameretta e da quel giorno non me ne separai più. Non chiesi a mio padre il permesso e lui mai disse nulla sul libro che non era più tra gli altri nel Baule.

Con il tempo il libretto si sfaldò e allora io, ragazzina adolescente, ci misi del nastro adesivo lungo tutto il dorsetto. Le pagine ingiallirono, il colore della copertina si scurì, da color carta da zucchero che era diventò un miscuglio di verde grigio azzurro, ma la storia che raccontava la sapevo quasi a memoria.

Oggi, dopo la Beatificazione il 13 maggio scorso ad opera di Papa Francesco dei due fratellini pastorelli di Fatima, Francisco e Giacinta Marto, morti ancora bambini a causa dell’epidemia di Febbre Spagnola, acquista un valore ancora più emozionante, speciale e mistico.

Il libretto si intitola “Tre Pastorelli a Fatima”, un fascicoletto di sole 40 pagine con cronaca e racconto di  Paolo Cenci, giornalista e poeta, sulla base delle illustrazioni della moglie Maria Cenci Soffiantini (1905 – 1993). Era stato pubblicato nel 1945, dice la didascalia in quarta di copertina: 

“Nihil obstat quominus imprimatur” Mediolani 10 Januari 1945 – Can. J. Maino

Imprimatur, in Curia Arch. Mediolani, die 16 – 1- 1945 – Can. Bernareggi

Finito di stampare il 25 aprile 1945 presso la Libreria Fratelli Vismara Sesto San Giovanni”

Mio papà Mansueto lo acquistò  il Primo Gennaio 1959 e ci scrisse sopra, in bella calligrafia in alto sulla copertina, il proprio nome e la data, quasi a sigillo di un evento molto importante, caro, prezioso.

Cantini Mansueto e la sua firma sul libretto scritto dal giornalista e poeta  Paolo Cenci nel 1945 “Tre pastorelli a Fatima”

Non saprò mai in quale contesto è nata l’occasione per comprarlo, né se mio papà lo desiderava da tanto, e perché volle “marchiarlo” come suo, forse per impedire che qualcuno se ne accapparrasse di nascosto.

Oggi sono sicura che lui sapesse bene che il libretto non sarebbe MAI ritornato nel Baule, ma che nelle mie mani non sarebbe andato perso, però non conoscere la sua storia un poco mi rammarica, mi dispiace, sapendo oggi quale elevata spiritualità avrebbe guidato le decisioni dei Papi circa la Santità di quei piccoli pastorelli sconosciuti alla Storia, che ebbero il privilegio e il grande e immane compito di portare il Messaggio di Pace della Vergine al mondo.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini DIRITTI RISERVATI

Nel 1945 infuriava la Seconda Guerra Mondiale, l’esercito italiano era allo sbando, molti giovani erano stati catturati, deportati, altri si erano nascosti sulle montagne per sfuggire alle retate naziste, tanti erano stati aiutati dai Preti Cattolici, di migliaia si erano perse le tracce nell’inferno della steppa, la popolazione era allo stremo, sfiancata e distrutta, mentre nei campi si sterminio si compiva l’Olocausto di un intero popolo… Anche mio padre nel gennaio del 1945 (data di elaborazione del libro) era in preda all’orrore e alla paura. Dopo l’8 settembre era riuscito a gettarsi rocambolescamente dal treno che lo stava portando in Germania, riuscendo a scendere lungo la scarpata poco fuori Verona, poi, a stenti, era riuscito a ritornare a piedi ai suoi monti e si era nacosto negli anfratti del Monte Cornagera per nascondersi ai Tedeschi.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: i tre piccini sono messi in prigione dal sindaco DIRITTI RISERVATI

Eppure la storia dei Tre Pastorelli e la loro tragica prova di piccoli coraggiosi e fieri (vennero addirittura incarcerati), spinse la chiesa a decidere che era giunto il momento di infondere al mondo martoriato e angosciato un anelito di Speranza, di Vita e di Innocenza. Decise di raccontare la storia di tre bambini semplici, umili e puri che con il loro esempio, ma soprattutto con la loro sofferta morte (Francesco morì il 4 aprile 1919 a 11 anni, la sorellina Giacinta se ne andò il 20 febbraio 1920 a 10 anni, da sola nell’ospedale di Lisbona, senza aver più potuto rivedere la cuginetta Lucia né i genitori e dopo aver sofferto dolori terribili) sicuramente avrebbero riportato Luce agli occhi spenti del mondo. E così è stato.

Mio papà probabilmente da anni aveva questo recondito desiderio, magari legato proprio agli orrori di cui era stato testimone oculare. Fino a coronare il suo sogno: avere nella propria casa il segno tangibile della Forza della Purezza, della Forza della Fede.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: la morte di Francesco DIRITTI RISERVATI

Due anni dopo l’acquisto del libretto, mio papà si sposò: era il 28 gennaio 1961. Tra le poche cose che portò con sé ci fu anche il suo Baule dei Libri, con il suo caro e prezioso contenuto: tra i libroni pesanti, tra i testi scritti anche in latino, provenienti da ogni parte d’Italia, c’era anche un piccolo libretto azzurro sbiadito, una storia di Cento anni fa (la prima apparizione avvenne il 13 maggio 1917). Una storia che racconta l’immortalità. Sicuramente lui sapeva che quel libretto sarebbe stato letto da uno dei suoi bambini, la sua figlioletta. Grazie Papà!

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: la morte di Giacinta DIRITTI RISERVATI

Il “Violino della Shoah” di Eva Maria Levi Segre, morta ad Auschwitz

Eva Maria Levi Segre FONTE WEB

Eva Maria Levi Segre aveva solo 22 anni quando fu arrestata dai Tedeschi a Tradate, dove si era rifugiata con i genitori e il fratello di 21 anni  fuggendo da Torino, la città dove aveva sempre abitato.

Non le lasciarono portare nulla con sé, mentre la caricavano sul treno bestiame alla stazione di Milano, tranne la cosa più preziosa che possedesse, il suo violino. Eva era un talento innato nella musica e sognava di suonare in una grande orchestra.

Strinse quel suo amato strumento, quasi un amico a cui confidare le sue angosce, fino ad Auschwitz.

Proprio grazie al suo violino e a quel suono melodioso e struggente che solo lei sapeva far nascere dalle sue corde, Eva scampò alla camera a gas e venne reclutata per comporre l’orchestrina femminile di Birkenau.

Poi dal giugno 1944 di Eva non si seppe più nulla. Morì nell’aprile di quello stesso anno, per cause ignote.

Eppure il violino ritrovò il richiamo di casa e ritornò in Italia tra le mani di Enzo, il fratello di Eva, l’unico della famiglia scampato al massacro, che dopo la Liberazione riuscì a rientrarne in possesso. Sul cartiglio interno Enzo vi fece scrivere il suo numero di matricola al campo di Auschwitz e un motto in tedesco “Musik macht frei”, “la Musica rende liberi”, in risposta alla frase che campeggiava sulle inferriate dei cancelli di ogni campo di sterminio del Terzo Reich “Il lavoro rende liberi”.

Il Violino della Shoah di Eva Maria Levi Segre FONTE WEB

Per anni Enzo Levi Segre portò in giro per il mondo quel violino sbrecciato e fragile, piccolo cuore di vita che ancora pulsava parlando di Eva. Tentò di resistere al dolore della perdita dell’amata sorellina e della madre (uccisa all’arrivo ad Auschwitz) ma il peso era troppo grande da sopportare ed Enzo decise di porre fine alla sua vita.

Il collezionista Carlo Alberto Carutti con il Violino della Shoah, appartenuto a Eva Maria Levi Segre morta ad Auschwitz

L’artefice del ritorno ad Auschwitz del Violino della Shoah è stato un collezionista di Cremona, Carlo Alberto Carutti, il quale, a 93 anni suonati, non ha dimenticato l’Olocausto e il tributo di sangue innocente sgocciolato da quelle disgraziate baracche. Per questo ha donato tutta la sua collezione di strumenti musicali al Museo della Musica di Cremona, con l’impegno che il Violino ritornasse ad Auschwitz. E così è stato.

Racconta Il Corriere della Sera in un articolo per la Giornata della Memoria parlando dei fratelli Levi: “Nel lager la madre Egle è immediatamente eliminata, mentre Enzo viene messo al lavoro in fabbrica. Eva Maria, grazie al suo violino, entra a far parte dell’orchestra di Birkenau. Le condizioni di vita aberranti del campo la conducono tuttavia a una rapida morte, nell’aprile del 1944. «Enzo non si arrese – prosegue Carutti -, recuperò il violino e sopravvisse fino alla liberazione del campo, nel 1945. Gli ci vollero più di cinque mesi per tornare a Torino, ma appena ne fu in grado lo portò a un liutaio perché lo restaurasse, aggiungendo una stella di Davide con il filetto in madreperla, il suo numero di matricola inciso sul fondo e il prezioso cartiglio, memoria della sorella e della violenza che l’aveva inghiottita». Enzo morì suicida nel 1958, il violino venne venduto e rimase nell’oblio fino alla riscoperta di Carutti. Ora, dopo essere stato restituito al mondo, suonerà perché nessuno dimentichi più la sua storia.”(  cit. articolo di Fabio Larovere )

Nel marzo scorso davanti al Campo di Auschwitz è stato creato un altare della memoria e lì quel violino antico e sofferente ha ripreso a suonare, portando oltre la bruma le sue note dolenti fino a ricongiungersi con le ceneri nel vento di oltre un milione di ebrei uccisi nel lager durante gli anni devastanti della Seconda guerra Mondiale.

Il 23 marzo 2017 dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano è partito il Treno della Memoria, dallo stesso binario da cui partirono i treni degli ebrei deportati nei campi di concentramento. Per moltissimi di loro non ci fu ritorno. Durava 5 giorni quel viaggio straziante e tragico, cinque giorni di terrore incontro all’inferno.

Insieme alle autorità, alla cittadinanza e ai Rappresentanti Sindacali della Cgil, Cisl e Uil, che organizzano ogni anno il viaggio, c’era anche il giornalista free lance e fotografo Giorgio Fornoni, oltre alle varie classi degli Istituti Superiori provenienti da tutta la Lombrdia con i loro insegnanti, uniti a dieci studenti del Liceo Lotto di Trescore. Centinaia di studenti e professori in silenzioso omaggio al Sacrario degli Innocenti Caduti sotto la sferza del Male.

Auschwitz FONTE WEB

I ragazzi sono rimasti impietriti, sgomenti davanti ai cumuli enormi di scarpe, occhiali, spazzole, valigie appartenuti agli ebrei prigionieri.  Tremanti hanno osservato le crudeli fotografie dei giorni successivi all’apertura dei cancelli dopo il 27 gennaio 1945.

Davanti ai cancelli di Auschwizt il Violino della Shoah, tra le mani della straordinaria Alessandra Romano, prima timidamente e poi con enfasi solenne, ha suonato il “Nigun”, coè la Preghiera Ebraica del mattino. Al termine un’ultima nota dolorosa e quasi di rabbia, che nel crepuscolo si acquietava fino a trasformarsi in goccia di speranza, in un singulto di pace. Il Violino della Shoah, che accompagnava con il suo doloroso e affranto abbraccio gli ultimi passi dei condannati nelle camere a gas, ha ripreso a sorridere, quasi un trillo di gioventù, facendo da corona alle risate della nuova gioventù, la nuova generazione, la sola che può portare davvero la Pace.

I fratelli Levi Segre deportati ad Auschwitz

Il “Che” e quella fotografia che non piaceva a suo fratello

Che Guevara nella famosissima fotografia di Alberto Korda, 1960

Parlare di Che Guevara vuol dire parlare del mito per eccellenza, immortalato per sempre in quella fotografia con i capelli ribelli che fuoriescono dal basco.

Era il 1960, il fotografo Alberto Korda catturò quegli occhi che sembravano guardare l’infinito, l’essenza del mondo, così carichi di mestizia e presentimento, senza immaginare che quella fotografia sarebbe stata riprodotta in milioni di adesivi, magliette, bandiere, tatuaggi, oggetti, tazze, posters e ogni altra sorta di gadget immaginabile.

Eppure per Juan Martìn Guevara, il fratello più piccolo di Ernesto (che in casa venne sempre chiamato “Ernestìn”), quella non è la fotografia che preferisce.

Ce n’è una che conserva gelosamente da quando aveva 15 anni. Ritrae la mamma Celia e due dei suoi cinque figli sul divano: in mezzo lui, Ernesto, e accanto il fratellino “El Tìn”, nato nel 1943, appena giunto a Cuba dall’Argentina, chiamato dal fratello per assistere alla caduta del regime di Fulgencio Batista. Era il 9 gennaio 1959 e tutti e tre ridevano come matti su quel divano.

9 gennaio 1959, la mamma Celia, Ernesto Che Guevara e il fratellino quindicenne Juan Martìn sul divano di casa

«Declamava poesie in tutte le lingue, ma subito dopo cominciava a dire barzellette e a ridanciare come un matto. Era un giocherellone fin da ragazzino, e non cambiò nemmeno quando divenne il Che.» Oggi Juan Martìn non ricorda il perché ridessero tanto, ma se chiude gli occhi risente ancora la risata di Ernesto, una risata quasi sibilante, dovuta all’asma di cui soffrì da quando aveva tre anni.

Juan Martìn Guevara è stato ospite a Bergamo, nell’ambito del Festival “Al cuore dei conflitti” e racconta il suo “Che”,  la profondità burlona e spensierata, ma anche cupa e silenziosa, dell’uomo assassinato in Bolivia nell’ottobre del 1967 a soli 39 anni.

La fotografia che lo ha reso immortale non è stata speciale, un istante catturato sulla pellicola durante i funerali a L’Avana per le circa cento vittime dell’esplosione della nave La Coubre.

«Giro il mondo per parlare di mio fratello oltre quella fotografia, per toglierlo dal piedistallo e recuperarne la dimensione umana, riempire l’immagine di contenuti, i suoi, e di vita, la sua, non solo di simboli. Mio fratello ha lasciato oltre tremila pagine scritte di suo pugno, il suo pensiero. Ho atteso quasi cinquanta anni per andare a visitare il luogo dove fu ucciso, la piccola scuola di La Huiguera, in Bolivia, e anche per rilasciare dichiarazioni pubbliche in merito.»

Juan Martìn ha dovuto resistere a otto anni di carcere sotto il Regime di Videla in Argentina a causa del legame con il fratello. «Ernesto era mio fratello, il Che era il mio comapgno di idee. A sostenermi in quei giorni bui era la convinzione che il cammino che ci ha indicato sia la sola strada percorribile.»

Oggi dell’amato fratello gli resta solo una scacchiera da viaggio: «Tutto il resto è andato perduto, ma la scacchiera me l’aveva regalata perché era un appassionato di scacchi, gli aveva trasmesso la passione nostro padre ed Ernesto era imbattible. Mio fratello amava anche leggere libri e allevare cuccioli, oltre a scattare fotografie. La sua macchina fotografica l’ho regalata anni fa ad un amico comune.»

Che Guevara è diventato leggenda, ma anche lui aveva un idolo: Garibaldi. «A casa nostra si nominava spesso Garibaldi, secondo mio fratello era un esempio di coerenza e lealtà, un uomo che scelse di lottare con  e per i debili, e mio fratello mise in pratica questo motto. Per questo ho scritto il libro “Mio fratello il Che.»

il libro di Juan Martìn Guevara “Mio fratello il Che”

Che Guevara affascina ancora oggi le nuove generazioni, anche se spesso in questi cinquanta anni la stampa ha raccontato solo la parte di “gurrillero”, mentre il Che era molto di più: un uomo di cultura, profondamente coerente con se stesso fino al punto di pagare con la vita l’estrema causa a cui si era immolato. Ancor oggi in ogni scuola di Cuba le lezioni iniziano con due canti: l’Inno Nazionale e subito dopo il canto “Saremo come il Che”.

Eppure quella fotografia con il basco ha permesso all’uomo di rinascere ogni volta, di reinventarsi e di adattarsi alla nuova società che cambia, per questo continua a essere straordinario in un mondo in cui i fatti e le parole raramente si incontrano.

Io sottoscritta (Aurora Cantini) ho avuto il mio idolo da ragazzina, io il mio Che me lo sono disegnato a carboncino: era il 3 ottobre 1979.

Che Guevara disegnato a carboncino da Aurora Cantini il 3 ottobre 1979, a 17 anni.

Non era una moda, era un giovane uomo che sembrava oltrepassare il foglio per giungere al cuore del mondo.

 

Il cerbiatto Bambi ha perso il suo “papà”

Bambi

Chi di noi non ricorda la tenerezza di Bambi, la sua dolce curiosità, la malinconia che assaliva il cuore nel seguire le disavventure del piccolo cerbiatto rimasto orfano di madre?

La storia di Bambi ha fatto crescere milioni di bambini e di bambine, che si sono avventurati a piccoli passi nel bosco incantato, dove tutto parlava di magia, di gioia e tenerezza, ma anche di solitudine e spavento.

Famosa è la storia creata nel 1923 dall’autore austriaco Felix Salten dal titolo “Bambi, la vita di un capriolo“, ma ancora più famosa fu la trasposizione cinematografica ideata da Walt Disney nel 1942 e proiettata in Italia per la prima volta nel 1948. Un film d’animazione eterno, intramontabile, che ha fatto piangere genitori e figli in sessant’anni di distribuzione.

Pochi sanno però che Bambi aveva un papà, un papà in carne ed ossa, il disegnatore che lo ha inventato, il quale si è spento poco tempo fa all’età di 106 anni. Si chiamava Tyrus Wong ed era nato in Cina. “Subì il carcere, l’isolamento, interrogatori durissimi, la povertà e la discriminazione nella speranza di costruirsi una vita negli Stati Uniti.” (fonte Republbica.it)

Ma non è tanto l’età avanzata o la fortuna che gli ha portato il cerbiattino a catturare la mia attenzione, no, quanto l’emozione che mi è nata nel cuore nel leggere la drammatica storia di questo piccolo, esile uomo dal grandissimo talento.

Una delle scene principali del film, la più toccante e tragica, vede il carbiatto e la sua mamma scappare nella foresta immersa in una fitta nevicata. La mamma incita il suo piccolo: “Bambi, corri più svelto, non voltarti indietro, corri, corri…” Poi un colpo di fucile rimbomba nel silenzio del bosco e Bambi rimane solo. “Dove sei mamma? Mamma! Mamma!” grida disperato, ma la mamma non ritornerà più. Ecco, Tyrus Wong scelse ogni colore, ogni sfumatura, ogni linea del piccolo cerbiatto, lo coccolò e lo amò fino all’ultimo disegno. Lo scelse come un fratellino, perché Bambi era lui, sentiva di esserlo in ogni respiro, in ogni tenero e incerto passo del piccolo animale. Tyrus Wong era nato in Cina, in un tempo in cui i cartoni animati neanche si sapeva esistessero, un tempo in cui riuscire a mangiare era una vittoria. La mamma era talmente povera che per riuscire a salvare dai topi il poco cibo destinato ai suoi due bambini (Tyrus e la sorellina) lo doveva appendere con uno spago al soffitto. A nove anni il destino era segnato, tragico e immutato. Il padre, per dare una possibilità di sopravvivenza a quel figlioletto debole e denutrito, decise di emigrare negli Stati Uniti portanolo con sé. Era il 1919, la guerra si era da poco conclusa e il mondo era capovolto, devastato. Un’intera generazione era stata cancellata dalla faccia della terra. Il piccolo Tyrus era disperato, non voleva staccarsi dalla sua mamma. “Mamma, mamma, tienimi con te… non lasciarmi solo…” gridava incessantemente. Ma il padre fu irremovibile. A piedi si avviarono verso la costa e a Hong Kong si imbarcarono su un mercantile in procinto di attraversare l’Oceano Pacifico. Fu una traversata devastante. Mancava l’acqua a bordo e l’unico cibo era qualche chilo di riso e pesce secco che il padre aveva con sé. Il bambino deperì in maniera allarmante, non parlava con nessuno, nemmeno con suo padre, e non mangiava. Arrivarono ad Angel Island, un’isola della baia di San Francisco dove venivano visitati e controllati tutti gli emigranti orientali, quasi allo stremo. Tyrus fu subito separato anche dal padre, perché il suo corpicino era ormai troppo deperito. Venne portato in un lazzaretto, dove rimase per tre lunghe settimane. Quasi invisibile sotto le coperte di un lettuccio sudicio, in un angolo dell’enorme camerata, l’unico bambino insieme a moltisismi adulti disperati, continuava a ripetere: “Mamma, mamma dove sei?” senza requie, piangendo debolmente e inconsolabilmente.

Tyrus wong bambino, fonte web

Finalmente suo padre ebbe il permesso di andare a riprenderlo  e per Tyrus fu il ritorno alla vita.

Dopo essersi stabiliti in un quartiere di Los Angeles, Tyrus cominciò la sua nuova vita, imparando l’inglese e cercando di integrarsi nel nuovo paese. Era molto bravo  disegnare, anzi, bravissimo. Disegnava a carboncino sui fogli  unti, con le mani sporche, sempre il volto della mamma e della sorellina rimaste in Cina, nelle lunghe ore in cui attendeva il ritorno del padre dal lavoro come lavapiatti nei ristoranti. A scuola gli insegnanti si accorsero del suo enorme talento e sapendo della sua estrema povertà, gli offrirono una borsa di studio per frequentare l’Istituto d’Arte. Quando i soldi finirono, il ragazzo si offrì come bidello nella stessa scuola: di giorno era uno degli alunni, la sera puliva i gabinetti e i pavimenti.

Nel 1930, a 20 anni, Tyrus si diplomò con lode, ma una notizia tremenda giunse dalla Cina: la mamma e la sorella erano sparite. La speranza di Tyrus di riabbracciare la mamma, mai sopita in tutti quegli anni, veniva cancellata, disintegrata, frantumata. Era talmente sconvolto che si gettò con una foga incessante nel disegno. Aveva però bisogno di lavorare e cercando senza tregua bussò alle porte di Walt Disney. Iniziò dal gradino più basso, spesso denigrato e insultato, addirittura scambiato per il lavapiatti della mensa. Ma Tyrus aveva un sogno, volare oltre l’orizzonte con i suoi disegni. Quando seppe che la Disney stava pensando di  trasformare in un film il romanzo dell’autore austriaco Felix Salten “Bambi, la vita di un cucciolo”, il giovane Tyrus lesse il libro d’un fiato e capì che la storia del cucciolo rimasto solo nella foresta era simile alla sua. Inizò a disegnare foglio dopo foglio, in un crescendo di magia e di suggestiva creatività originale e rivoluzionaria. Si legge su Repubblica.it che “Ispirandosi ai panorami della Dinastia Song presentò un serie di acquarelli e pastelli carichi di atmosfera. Walt Disney in persona impazzì per la liricità del disegno che evocava “il mistero della foresta”.”

Tyrus Wong, fonte Web

L’opera durò anni, dal 1935, senza mai indietreggiare o indebolire la sua forza dirompente e unica, mentre gli altri collaboratori cedevano e se ne andavano uno dopo l’altro. Ma per Tyrus Bambi era la sua vita. Era un tributo che lui doveva a sua madre, al suo sacrificio, alla sua indimenticata presenza. Quando nel 1942 la pellicola venne competata, Tyrs venne licenziato perché aveva partecipato ad uno sciopero. In realtà era in ufficio a disegnare gli ultimi sfondi, ma siccome mancava all’appello e nessuno sapeva dove fosse,  il suo nome venne inserito nella lista delgi scioperanti. “Per anni non si è saputo che quei fondali incantati erano l’opera di un artista cinese immigrato negli Usa negli anni Venti. Il contributo di Tyrus Wong non fu riconosciuto per decenni.” (fonte Repubblica.it)

Eppure non si pentì mai della sua scelta. Ormai Bambi era pronto a spiccare il volo, a correre e saltare oltre il buio fondo del bosco cupo,  era pronto a diventare grande.  

Tyrus Wong venne assunto dalla Warner Bros dove divenne una firma leggendaria. Fu lui che disegnò le scenografie di due film immortali e strazianti al tempo stesso e che divennero leggenda e mito: “Gioventù bruciata” con il grande James Dean e “Il mucchio selvaggio

Tyrus Wong, papà di Bambi, con i suoi aquiloni

Trovò il tempo di seguire le proiezioni del suo Bambi fin dalla prima uscita e quando andò in pensione negli Anni Settanta, continuò ad andare a vedere “Bambi” con i suoi numerosi nipotini.

Smise di disegnare cartoni animati ma inizò a costruire e dipingere enormi e bellissimi aquiloni,  che portava a volare sulle spiagge di Los Angeles, insieme ai figli, ai nipoti e ai pronipoti.

Volava sulle ali degli aquiloni per raggiungere il cuore diviso a metà. Per ritrovare quel bimbo sperduto nella foresta e ridargli il sogno di un abbraccio, l’abbraccio della sua mamma, perduta agli occhi ma mai perduta al cuore. È morto nel sonno il 30 dicembre 2016.

 

“Il bambino con la valigia rossa”

 Premiato alla 7^ edizione del Concorso Letterario Sirmione Lugana

Sezione Romanzi Editi “Premio Graffiti Camuni Narrativa”

Solferino (Mn)

Il bambino con la valigia rossa e la medaglia del Premio Sirmione Lugana

Nella storica e suggestiva cornice di Solferino si erge la medievale Rocca simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana. Il 24 giugno 1859 fu teatro di una delle più sanguinose battaglie per l’Indipendenza italiana, detta “Battaglia di Solferino e San Martino” tra l’esercito austriaco e quello piemontese appoggiato dagli alleati francesi. Dopo un cruento combattimento, dei 350.000 uomini in campo, ne rimasero a terra, morti e feriti, quasi 40.000, questi ultimi scarsamente assistiti dai reparti infermieristici militari. Molti di essi, oltre 7000, riposano nel tempio dell’Ossario. La Rocca si erge su un’altura isolata che permette di spaziare lo sguardo sulla pianura dove si svolse la storica battaglia e rimane quasi dirimpetto alla Torre di San Martino distante qualche chilometro in linea d’aria.

La Torre di San Martino e la pianura viste dalla spianata della Rocca di Solferino, fotografia di Oscar Carrara

La Rocca era chiamata anche “spia d’Italia” perché era posta in uno dei punti più a nord lungo il confine con l’Austria, da cui si poteva tenere sotto occhio tutta la pianura. Ed è proprio in una delle sale dell’Hotel che ha preso il nome “La Spia d’Italia” che si è svolta la sobria ma commovente cermonia di Premiazione della settima edizione del prestigioso Premio Letterario Sirmione Lugana.

Aurora Cantini davanti all’ingresso dell’Hotel La Spia d’Italia

In questa occasione, per la sezione Romanzi, è stato premiato con Medaglia e Diploma il romanzo “Il bambino con la valigia rossa” di Aurora Cantini, classificatosi al quarto posto su oltre centocinquanta romanzi letti e analizzati dalla Giuria.

Aurora Cantini premiata dal Presidente Aurelio Armio al Premio Sirmione Lugana con il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

Il bambino con la valigia rossa

Il romanzo narra la storia del piccolo Pietro raccolto dai gendarmi nei primi giorni di gennaio del ’44 dopo che la madre l’aveva lasciato solo, e consegnato al Brefotrofio di Bergamo.

Dal Presidente dell’Associazione Culturale CircumnavigArte, che ha organizzato il concorso, le parole di apprezzamento all’opera: “Un ringraziamento personale per essere stata con noi sabato scorso. Un ringraziamento ancora più grande per aver scritto un libro emozionante. Il libro l’ho letto fortunatamente per mio interesse personale e quindi non con compiti di giudice per valutarlo (non svolgo mai compiti di giudice nei nostri concorsi). Credo di averlo potuto leggere libero da qualsiasi compito diverso da quello di “leggere un libro”….

Aurora Cantini al Premio Sirmione Lugana

Un susseguirsi di pagine che avvolgono il lettore e sollevano pensieri profondi.
Inoltre è stato per me straordinario percepire i suoi “quasi tremori” mentre parlava del libro ai presenti in sala sabato scorso: spero che sia arrivata a tutti la sua emozione nel modo in cui l’ho respirata io.
Credo che “Il bambino con la valigia rossa” si sia impadronito delle sue emozioni e sia entrato in lei con una forza intensa. Presumo che il lavoro di ricerca per arrivare a realizzare il libro sia stato per lei un percorso davvero travolgente che l’ha appassionata oltre le emozioni.
Sono felice di averla potuta apprezzare come persona anche solo per pochi minuti.
Grazie!
Raramente si incontra garbo e delicatezza: lei ha tutto insieme!
Sa che per anni (quando ancora vivevo a Sesto San Giovanni prima del mio peregrinare) ho avuto una seconda casa in affitto a Clusone, e le zone dove “vaga” nel suo vivere sono per me conosciute e care?
Mi ha innondato di informazioni: cercherò di fare un dipinto fatto bene con ciò che mi ha inviato, vorrei ne uscisse un abito che possa starle addosso alla perfezione!
Nelle prossime settimane affronteremo argomenti con alcuni comuni e enti attorno al Garda: mi piacerebbe riuscire e portarla a parlare del Bambino con la valigia rossa…
A presto
Aurelio Armio Presidente CircumnavigArte”

La classifica finale del Premio Letterario Sirmione Lugana categoria Romanzi

AURORA CANTINI SUL SITO DELLA VIA GARDIGENA

Aurora Cantini, opere

Aurora Cantini, riconoscimenti

LA FOTOGALLERY DEL VIAGGIO A SOLFERINO

Reportage fotografico di Oscar Carrara

per gentile concessione, tutti i diritti riservati

Solferino, la chiesa sulla Rocca

Solferino, la Cupola e la Rocca

 

Solferino, la Rocca tra i rami degli alberi

Solferino, il Viale del Memoriale della Croce Rossa

Solferino, la chiesa dell’Ossario

Solferino

Colline di Solferino

A Valtorta le maschere medievali del mondo contadino di montagna

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C’è un paese rannicchiato tra le montagne dell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, dove il mondo contadino rimane aggrappato tenacemente ai vissuti della storia seppur in quest’epoca tecnologica e globale, dove i personaggi del mondo rurale di montagna di tradizione secolare rivivono per un giorno all’anno, muovendosi e richiamando le storie antiche tra le contrade silenziose e mute.

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                                                        Valtorta, Bergamo

A Valtorta il Carnevale è il ritorno dell’”Homus Selvaticus” degli antichi riti montanari, un essere umano leggendario presente in molte tradizioni popolari, sugli affreschi delle case e nei libri fin dal Medio Evo, lungo le mulattiere impervie e scoscese, tra i balconi e le lobbie di legno.

Migliaia di turisti accorrono per rimanere soggiogati e avvinti dalle maschere dure e inquietanti dei druidi e degli anziani sapienti, dei demoni armati di forche, degli irsuti minatori  e boscaioli, che rievocano storie e magie di un tempo in cui le popolazioni pagane soggiogavano questi pendii con le loro quotidiane e suggestive cerimonie arcaiche.

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Valtorta Bg, mulattiere

Nel cuore dell’inverno un corteo mascherato percorre le antiche strade sepolte dalla neve, accompagnato da un gruppo di musicisti, al suono dei corni e dei campanacci e contornato dagli spari dei mortaretti. Al centro i personaggi storici  del mondo contadino, armati di forconi e “ranze” (le falci) rastrelli e gerle.

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Uno spettacolo con musiche itineranti, con soste, canti e balli in ciascuna contrada dove per tutti c’è il buffet casereccio, pane e salame e formaggio duro con buon vino. Il gran finale con una sarabanda che coinvolge tutti gli spettatori intorno al fuoco.

Dal sito ValBrembanaweb: “La sfilata mascherata del Carnevale di rito ambrosiano ha percorso frazioni e sentieri di Valtorta, accompagnata dalle musiche e dai canti degli Alegher di Dossena. Contemporaneamente in paese si fa festa in attesa del corteo, con vin brulè e dolci per tutti. Per questa giornata davvero speciale per il piccolo paese di Valtorta, che è rimasto un’enclave della Diocesi di Milano con rito ambrosiano, sono organizzate anche visite guidate al Museo storico e alla segheria.

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Valtorta, l’antico Maglio

La festa continua fino a sera con il ballo in palestra. Il Carnevale di Valtorta da secoli si ispira al mondo fantastico del bosco, di diavoli, elfi e uomini selvatici che, una volta all’anno si incarnano in misteriosi personaggi dai volti spesso inquietanti. È la mitologia medievale della montagna e del mondo contadino che, per un giorno prende forma concreta. Ecco allora che per le strade sono comparsi magicamente i furchetì, figure demoniache con una forca in mano e altri personaggi con insolite maschere a cappuccio sormontate da corna, ol diaol e l’homo selvadego. Accanto a loro le figure della famiglia patriarcale rurale di un tempo: la ègia (nonna), il vecio (nonno), la meda (zitella) e ol barba (lo zio celibe)…”

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Valtora, la chiesa

L’azzurro oltre le foglie:

racconti e poesie di vita attraverso le fatiche

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Premio letterario dell’Associazione Palma

Quando l’uomo è sopraffatto dal dolore più grande, soverchiato e schiacciato dalle prove della vita, struggente e desolato è il suo lamento, senza requie. Da millenni l’umanità eleva al cielo il suo pianto, trovando consolazione e rifugio nel raccoglimento. Da millenni la parola poesia scaturisce spontanea dal cuore trafitto, e sembra più leggero il buio, più umano il tormento.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma per la cura del dolore al fine di estendere la conoscenza dell’attività che svolge e di promuovere il valore e la funzione della scrittura e della lettura, ha lanciato per la prima volta un premio letterario rivolto ai racconti inediti e alla poesia dal titolo “L’azzurro oltre le foglie: racconti e poesie di vita attraverso le fatiche”.

Un vero e proprio concorso, a iscrizione gratuita, rivolto a chi ha il desiderio, attraverso la scrittura, di trasmettere e condividere messaggi di speranza che vanno oltre le fatiche fisiche e psicologiche che a volte la vita ci costringe ad affrontare. I racconti e le poesie sono stati valutati da una giuria di professionisti composta da Maria Castelli (Presidente e giornalista), Katia Trinca Colonel (giornalista de Il Corriere di Como), Mauro Fogliaresi (scrittore e poeta) Giovanni Magatti (responsabile libreria Feltrinelli di Como), Antonella Grignola (docente di italiano e latino, Liceo Teresa Ciceri) Angelo Palma (Presidente Associazione Palma).

-L’idea di promuovere un premio letterario- spiega il Presidente dell’Associazione Antonio e Luigi Palma, dottore Angelo Palma -deriva dall’attività quotidiana dei numerosi operatori, medici, infermieri, psicologi, e dalla loro esperienza a contatto con i pazienti e con i loro familiari, che sentono il bisogno di condividere con altre perosne vicine il proprio stato d’animo, la propria sofferenza, ma anche l’ansia della speranza e l’anelito al cambiamento.

Ora, il mezzo per trasferire questi stati d’animo, soprattutto dei familiari dei pazienti, è lo scritto, infatti lo scrivere permette di esprimere sentimenti, emozioni ed esperienze che possono sgorgare “dall’azzurro oltre le foglie”.-

Dice la Presidente di Giuria Maria Castelli: “Ben duecentoventisette opere hanno partecipato al concorso e le migliori sono state pubblicate nell’antologia “L’azzurro oltre le foglie” per Dominioni Editore. Tutte accomunate da quel filo di cuore, quel filo di affanno e quel filo di sogno che legano le parole. Tutte le parole e tutte le pagine. Scan

Il soffio dell’umanità esce dalle opere esaminate: è questo il messaggio. Soffiano esperienze umane, storie umane della vita quotidiana nascosta dietro le foglie della conoscenza pubblica. Umane come è umano il dolore e come è umana la solidarietà , come è umano il bisogno di aggrapparsi al bene, a ciò che si alza oltre la voragine della vita.

Il tema era la sfida al dolore, al male e non c’è solo la malattia, c’è anche l’ingiustizia, la povertà e poi la violenza, c’è anche l’amore deluso e disilluso e questi argomenti sono stati affrontati tutti, a volte con un scrittura sofferta e singhiozzante e inoltrati nello spiraglio finale che dice “Non tutto è perduto”, cioè, “c’è azzurro oltre le foglie”.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma per la cura del dolore onlus, senza fini di lucro, è nata a Como nel 1992 per perpetuare la memoria di due benemeriti professionisti Antonio e Luigi Palma. L’Associazione offre assistenza e cura gratuita alle persone affette da tumore maligno in fase avanzata presso il loro domicilio, mediante l’intervento di un’equipe di medici, infermieri, psicologi e volontari qualificati per il supporto al malato e alla sua famiglia. In particolare, l’Associazione garantisce interventi specifici di terapia del dolore e medicina palliativa, assistenza infermieristica specialistica e supporto al malato e alla sua famiglia, volto al sostegno psicologico e al mantenimento di un’adeguata qualità di vita.”

Tra le poesie premiate anche “Anniversario Sciesopoli” dedicata agli 800 bambini ebrei scampati ai campi di concentramento e accolti a Selvino dal 1945 al 1948.

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Anniversario Sciesopoli, poesia di Aurora Cantini

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