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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Irma Kurti e Aurora Cantini,

voci di donne in poesia a Selvino

Poesia al femminile, ricordi ed emozioni raccontate da voci di donna: a Selvino le poetesse Irma Kurti, albanese residente da 11 anni a Bergamo, e Aurora Cantini, bergamasca doc, hanno aperto il proprio cuore coinvolgendo il numeroso pubblico attraverso la declamazione e l’analisi delle prorpie poesie, da quelle scritte agli inizi della loro carriera, fino alle ultime composizioni, quelle della maturità.

Nel mezzo le storie di due donne, nate entrambe negli Anni Sessanta, estremamaente diverse, con origini quasi agli antipodi, sia come estrazione familiare che come esordio letterario, ma accomunate da un comune progetto di vita, da una comune esigenza dell’anima, un’affinità di intenti e di riflessioni quasi in simbiosi. È stata proprio questa sinergia di cuori, di menti e di talento creativo che le ha portate ad incontrarsi in una delle numerose iniziative letterarie ad Albino nel 2015. Si ritrovarono fin da subito l’una nei versi dell’altra, decidendo di percorrere insieme un tratto di quel cammino in cui credono, per cui lottano quasi quotidianamente, un cammino dove la parola “Poesia” è la sola porta che può aprire il cuore dell’umanità. Ed eccole ora a Selvino, dopo la bella performance a Bergamo nel gennaio 2016.

Le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti a Selvino, con il consigliere Mario Vitali, la vicesindaco Virginia Magoni, Luigi Gandossi e Franca Mismetti della Compagnia Dialettale Città di Albino, che hanno fatto da moderatori all’incontro

Nata a Tirana, all’epoca sotto il regimne dittatoriale, Irma Kurti ha iniziato a scrivere poesie su stimolazione del padre, che la spinse, ancora bambina,  a frequentare il Circolo Letterario di poesia presso la “Casa dei Pionieri”. Il Regime operava un’ attenta e certosina opera di censura sui lavori letterari dei giovani poeti, ma nonostante ciò il talento della Kurti emerse ben presto in tutto il suo valore.

Per la Cantini, nata in Valle Seriana, la poesia fu una scoperta autodidatta. A sei anni già componeva a voce piccoli abbozzi di poesia osservando  i fiocchi di neve volteggiare come diafane ballerine. La natura, i prati su cui correva o su cui si distendeva, le fronde amorevoli degli alberi del bosco, hanno fatto da motivo ispiratore alle prime poesie, pubblicate fin dall’adolescenza.

Insieme la scoperta di modelli letterari univoci, come Emily Dickinson, Puskin, Pablo Neruda, le sorelle Bronte… Modelli che hanno ispirato e influenzato entrambe durante il periodo dell’adolescenza.

Il pubblico a Selvino per le poetesse Aurora Cantini e Irma Kurti

Nel corso del tempo sono cambiati i motivi ispiratori, i temi e i contenuti della loro poetica, considerata da entrambe un “Bisogno dell’anima a cui non ci si può sottrarre”, ma nonostante  i disegni della vita abbiamo condotto la Cantini e la Kurti lungo strade diverse, è rimasta indissolubile l’affinità verso temi particolarmente cari ad entrambe: la figura del padre, la nostalgia, il dolore, le problematiche sociali, la poesia civile, i rapporti con le persone, l’amore.

“È avvenuto un ampliamento dei temi ed entrambe siamo liete che ciò si avvenuto in modo naturale, grazie alla maturità e alle esperienze di vita.”

Di tutto ciò le due poetesse hanno raccontato a Selvino, in una sala ricolma all’inverosimile. Su tutto l’amore verso la propria terra, culla e radice a cui sempre tornare.

Aurora Cantini e Irma Kurti con Franca Mismetti che le ha presentate e Luigi Gandossi che ha raccontato la loro storia

 

Dalla Cornagera alle Dolomiti con il Cristo Pensante

Locandina serata ad Aviatico Pino Dellasega e Aurora Cantini

Per una sera il piccolo paese di Aviatico, sotto il Monte Cornagera, è diventato scenario per un cammino virtuale di fede, devozioni popolari, ricordi e racconti che uniscono idealmente il piccolo triangolo dolomitico bergamasco alle sorelle più famose, le Dolomiti.

Comune denominatore il Cristo Pensante, una scultura alta circa due metri, che l’alpinista, scrittore e camminatore Pino Dellasega ha voluto posizionare sulla vetta del Monte Castellazzo, teatro di alcune delle più atroci e sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale, luogo quasi sacro e mistico dove caddero migliaia di giovani ragazzi, che mai più ritornarono a casa, immolati sull’altare dell’Eternità.

“Il Cristo è rappresentato seduto su di un masso che sta pensando, con la mano sinistra appoggiata sul ginocchio e con il palmo della mano  sostiene il viso. Il suo viso è sofferente e preoccupato e tiene gli occhi chiusi. Sulla testa è posata la corona di spine della sofferenza ed è stata confenzionata con del filo spinato della Grande Guerra raccolto in parte sullo stesso monte e in parte a Malga Valazza al Passo del Valles.

Il Cristo Pensante

Una corona di spine che ha un grande significato umano e un ricordo indelebile per tutti i giovani che tra il 1915 e il 1918 si sono sacrificati per la difesa della Patria, sia di parte Italiana che Austriaca. Un Cristo e una corona di spine che finalmente li riafratella.

Il peso del Cristo pensante è di 20 quintali e la sua altezza di circa 180 cm. Sotto il Cristo pensante, in un’apposita teca sono racchiusi i simboli dei luoghi più sacri del Mondo, dall’acqua della sorgente di Lourdes, alla terra e alle pietre di Gerusalemme, del Lago di Getsemani, del Colosseo luogo di martirio di molti cristiano, di Chestochova, di San Giovanni Rotondo e Pietrelcina, e l’elce della Cova da Iria a Fatima.

Sulla base del Cristo Pensante è stata posta una lastra di ferro corten con la scritta ottonata: “TROVA IL TEMPO DI PENSARE, TROVA IL TEMPO DI PREGARE, TROVA IL TEMPO DI SORRIDERE“, parole di Madre Teresa di Calcutta.” (fonte Trekking del Cristo Pensante)

Pino Dellasega è stato ospite ad Aviatico per raccontare la storia legata a questa statua e in particolare il Trekking del Cristo Pensante, un itinerario escursionistico ideato e curato proprio dall’alpinista, ex Fiamme Gialle. Migliaia di pellegrini ogni anno salgono al Cristo come devozione e tenace spiritualità.

Aurora Cantini e Pino Dellasega ad Aviatico

Insieme al Campione italiano di Orientering e fondatore della Scuola Nordic Walking, anche Aurora Cantini, che ha accompagnato il pubbblico numerosissimo in un viaggio del cuore legato alla montagna. Attraverso numerose immagini la Cantini ha narrato il Cuore della Cornagera e l’antica devozione di San Rocco e la peste manzoniana, che per prodigio miracoloso, con invocazione alla Madonna del Rosario, non ha colpito gli abitanti di Aviatico, nascosti nella Cornagera.

Pino Dellasega e Aurora Cantini ad Aviatico

Il tributo alle Dolomiti e al Centenario dalla Grande guerra è stato dato dalla Cantini attraverso l’omaggio profondo ai Caduti di Aviatico. Nessuno dei venti Caduti riposa oggi nei cimiterini dei 4 paesi (Ganda, Amora, Ama, Aviatico) che compongono il territorio. Anche i due che morirono a casa non hanno più una tomba, scomparsi dal cimitero.

Il Bòcia e il Vecio tra i Caduti di Aviatico, frazione Ganda

La maggior parte è rimasta lassù, tra le rocce, o in piccoli camposanti di montagna, oppure nei Sacrari costruiti negli Anni Trenta. Tanti morirono lontano, uno addirittura in Libia il 19 giugno 1915, uno dei primi soldati bergamaschi a cadere. La maggior parte erano giovanissimi, ben 14 erano di un’età compresa tra i 19 e i 30 anni. Accanto ad essi anche tre veterani, delle classi più vecchie, nati nel 1874 e 1877.

Eppure la Cornagera culla ancora e sempre quei giovani cuori indomiti di giovinezza, le voci degli antichi abitanti di questa terra riempiono il cuore di chi ascolta ancor ala montagna. ed e lì che si capisce di non essere più soli, né inquieti. La sua parola dà voce ai sentimenti legati ad un mondo in cui la vita è ogni giorno una lotta, da condurre fino in fondo, senza autocommiserazioni. Solo con la forza di andare avanti, senza fermarsi, in un perenne cammino verso la Luce.

La Cornagera e i suoi fiori tenaci, foto di Oscar Carrara

 

Lo scrittore Isidoro Perin commenta

Il bambino con la valigia rossa

romanzo di Aurora Cantini

Il bambino con la valigia rossa all’edizione 2017 della Fiera dei Librai Bergamo

Quella valigia così grande, così rossa, ai piedi di Pietro ormai cresciuto, avremo voluto conoscerla meglio, ma Aurora l’ha nascosta fino al finale, dove si svela l’arcano.

Pietro vive i suoi giorni dentro il Brefotrofio, un luogo terribile quanto indispensabile per quei tempi di miseria e di guerra, dove però anche sorridere, può essere già una colpa.

La penna di Aurora lo segue con trepidazione, gli anticipa i pensieri, lo protegge finché un giorno lo lascia arrampicarsi sul ciliegio carico di marinelle mature. Pietro ne fa una scorpacciata e le raccoglie anche per gli altri “Esposti” suoi compagni di sventura. Sale sui rami più alti e assapora per la prima volta il sapore della libertà.

Lo scenario della 2^ Guerra Mondiale è vissuto da Pietro e dagli altri trovatelli con le storture imposte dalla Direzione. Tuttavia i più grandicelli riescono a percepire un minimo di realtà.

La malattia dall’amico Gino sarà vissuta da Pietro in modo traumatico.

Per fortuna Aurora attinge alla sua vena poetica per mitigare la durezza degli avvenimenti. Così descrive l’amicizia dei due orfanelli alla fine della guerra:

  • Aveva solo bisogno di volare, il mio amico Gino, ma il suo piccolo cuore era troppo debole per strappare i sogni alla notte che ancora attanagliava la nostra vita.

Ne eravamo tutti consapevoli. Il mondo ricominciava a vivere, ma  non era giunto al Brefotrofio.

A dodici anni Pietro uscirà dal Brefotrofio con la sua valigia rossa e scoprirà, al suo interno, il grande amore della mamma.

Abbiamo bisogno ancora di storie raccontate da Aurora Cantini, e siamo sicuri che anche lei ha bisogno di scriverne! Grazie Aurora,   Isidoro Perin 

https://www.facebook.com/Isidoro-Perin-250963635037722/

Ed ecco che l’Italia riscopre il profeta don Milani

Sembra strano oggi risentire parlare di don Lorenzo Milani. Scrisse e pubblicò nel 1967, cinquant’anni fa, “Lettera a una professoressa” che tutti abbiamo letto. Sbandierato ai quattro venti come un libro sabotatore”, fu considerato quasi rivoluzionario, ribelle, un cartaceo Sessantotto.  Lo abbiamo letto a scuola, commentando quelle pagine con una certa accondiscendenza, perché scritte da un  prete. In ogni caso c’era il rispetto e la guardinga attenzione di noi studenti verso quell’adulto che, strano ma vero, teneva la parte ai giovani. E ci ritrovavamo un po’ in quei ragazzi, per noi degli Anni Settanta già considerati “vecchiotti” ma veri.

Poi è calato l’oblio. Dimenticato letteralmente quel pretino strambo, sorridente nelle fotografie, che doveva aver combinato chissà quali misfatti per essere cacciato in esilio, così lontano, così solitario.

Ma oggi arriva Papa Francesco che decide di andare a pregare sulla tomba del Profeta, di don Milani.

https://www.cislbrescia.it/tag/don-milani/

https://www.cislbrescia.it/tag/don-milani/

E allora quel vecchio libro ritorna alla ribalta.

In realtà rileggendolo in questi Anni Duemila non si trova più traccia di quel terremoto che all’epoca aveva suscitato nell’Italia del boom economico, ancora avvinta però alle catene dell’arretratezza e della miseria.

Parlava di obbligo scolastico, una parola che neanche si pronuncia più, se non per parlare dei bimbi del Terzo Mondo. Ma l’obbligo scolastico di cui intendeva don Milani era diverso. Diceva: “I figli dei ricchi hanno già tutte le parole a casa, prima ancora di andare a scuola. E se arrancano sui banchi possono permettersi le lezioni private per rimettere in sesto la pagella. I figli dei poveri invece partono indietro, condannati al ritardo e lasciati soli dai professori fino alla bocciatura, che li trasforma in carne da fabbrica.” Lapidaria questa sentenza, che se letta oggi, vale ancora e soprattutto in questo mondo globale, interconnesso e social.

Ed ecco che l’Italia si accorge del Profeta.

Don Lorenzo Milani non aveva nessuna intenzione di rivoluzionare il mondo, la sua parola d’ordine era antica come il respiro: Amore. L’amore verso le persone, non verso le idee. Quelle cambiano e si modificano, girarono e prendono il volo. Le persone no, quelle muiono là dove sono cadute e magari dove sono nate, nel fango. Persone che non hanno visto nient’altro che botte e schiaffi, che non hann sentito altro odore se non quello della nafta, del metallo, dell’olio surriscaldato.

Già a Firenze don Milani non aveva guardato i colori, né le idee: al funerale di un operaio aveva accettato in chiesa le bandiere del Pc.

Per questo il  23 novembre 1954 viene nominato Priore della chiesa di Sant’Andrea a Barbiana, negli Appennini. Niente telefono, né elettricità, niente Ufficio Postale. Niente strada carrozzabile.

Anche il numero dei fedeli era ridotto, una trentina o poco più. Don Milani giunge a piedi alla canonica, arrancando lungo la mulattiera, nel freddo di una sera d’inverno, il 7 dicembre del 1954, sotto una pioggia  battente. Lui e la fedele perpetua. Dopo una notte gelida, la mattina subito decide di comprarsi una tomba nel minuscolo cimitero e al pomeriggio pensa già a creare una scuola. I ragazzi, pochi in realtà, giungono sulla porta a curiosare, noncuranti.

http://www.corriere.it/foto-gallery/cultura/16_febbraio_04/don-lorenzo-milani-biografia-c4ddd3e4-cb47-11e5-9200-b61ee59246a7.shtml

http://www.corriere.it/foto-gallery/cultura/16_febbraio_04/don-lorenzo-milani-biografia-c4ddd3e4-cb47-11e5-9200-b61ee59246a7.shtml

Ma a poco a poco quel giovane prete strano li conquistò. Scrisse nel suo testamento: “Cari ragazzi,  ho voluto più bene a voi che a Dio, ma sono sicuro che non baderà a queste piccolezze.”

Morì a soli 44 anni, il 6 giugno 1967, dopo una lunga e terribile malattia.

Era consapevole di lascire un’Italia smarrita, una generazione che aveva perso il proprio equilibrio, un rinnovamento che mai era arrivato davvero. Lasciava la consapevolezza che “le Beatitudini”  ancora non erano davvero entrate nel cuore dell’uomo.

Mentre sul letto in casa di sua madre vedeva scoccare le ultime ore, pensava a quella moltitudine di poveri già esclusi in partenza dalla vita sociale: a scuola, nelle fabbriche, fantasmi che nessuno vedeva e osservava davvero.

Un Profeta. Il suo libro “Lettera a una professoressa” oggi quasi fa sorridere nella sua ingenuità, in tempi in cui in diretta assistiamo alla barbarie quotidiana dell’uomo verso i suoi simili. Eppure lo mandò perfino a processo. Le autorità ecclesiastiche e civili lo braccarono, lo accusarono, lo denigrarono. Gli negarono Amore.

E oggi questo Papa ha revocato il divieto di pubblicazione di un altro libro di don Milani “Esperienze Pastorali” ed è andato a pregare sulla sua tomba. In privato. Come un genitore che, dopo tanti anni, ritrova quel figlio da lui considerato “scapestrato”, senza esserlo davvero. Perché anche un genitore può aver torto. E se si accorge di aver torto quando ormai il proprio figlio è morto, nulla può più riannodare i fili. Nulla. Si può solo piangere.

 

“Forse sarei più sola

Senza la mia solitudine”

(Emily Dickinson)

http://www.artspecialday.com/9art/2017/05/15/emily-dickinson-solitudine/

È una delle poesie più brevi di Emily Dickinson, la grande poetessa americana, nata ad Amherst, Massachussets, il 10 dicembre 1830, e morta, sempre ad Amherst, il 15 maggio 1886. Nel leggere i pochi versi la prima cosa che ci avvolge è la sensazione di un prato mosso dal vento, saranno le tante S, allitterazioni morbide e rotonde che evocano il leggero fruscio del vento, saranno le parole sola – solitudine che fanno pensare al sole, ad una giornata luminosa, tersa, azzurra… e quindi un prato, con l’erba mossa dal vento, accarezzata come una persona cara. E già qui è sentirsi parte di un tutt’uno, di un’immensità. Non c’è tristezza in quei versi, né malinconia, semmai la gioia di amarsi, di vivere con sé come se fosse uno specchio in cui l’altro si può tuffare.

Sarà che io fin da bambina ho provato, senza saperlo, quella stessa solitudine, quando abbandonavo i giochi rumorosi dei cugini in piazza o in cortile e me ne andavo nei boschi a camminare lungo i sentieri, solo io e la mia ombra, l’altra me, la mia gemella dentro di me. Avevo otto o nove anni,  ma chissà cosa meditavo, cosa pensavo quando mi staccavo dagli altri, dal gruppo, per starmene un  po’ da sola, quando mi intrufolavo nel sottobosco parlando da sola, sussurrandomi storie e canzoncine inventate, quando parlavo ad immaginari personaggi e creavo storie e avventure. Stavo via delle ore, fino al crepuscolo, salendo la montagna lungo la ripa del torrente, seguendo i sentieri dei cacciatori e dei boscaioli, in alto, in alto, fino alle cascate. Cantavo e gridavo, ripetevo l’eco, saltellavo e piroettavo, poi mi sdraiavo sul prato di una radura.

https://acolazionenonsiparla.com/2016/02/22/io-viaggio-da-sola-libro/

Ero sola, ma non in solitudine. Ero una bambina, ero felice. La brezza sussurrava il mio nome, tanti nomi, quelli che conoscevo e quelli che sognavo, le foglie e i rami disegnavano volti che mi sorridevano, che vegliavano su di me, volti che conoscevo e volti che sognavo. I fiori assomigliavano a piccoli cuori di vita, un battito dopo l’altro, disposti così sparsi, lontani eppur vicini, come una famiglia, come tanti piccoli cuori umani, insieme, anche se ognuno solo con i suoi petali e i suoi colori. In quella solitudine io mi sentivo accolta, afferrata, completata e rinata.

Altopiano di Ganda, fotografia di Oscar Carrara

Altopiano di Ganda, fotografia di Oscar Carrara

Oggi invece il mondo è solo, soffre la solitudine. Ne è piegato, schiacciato, spezzato. Ne ha paura.

Emily Dickinson in un’altra poesia, scritta nel 1865, numerata F1091,  scrisse:

“Possedere nell’Anima l’Arte
D’intrattenere l’Anima
Col Silenzio come Compagnia
E in continua Festa”

Io ho avuto quel grande, unico e stupendo privilegio: crescere cullata dalla solitudine, coccolata dal silenzio, amata da quelle lunghe ore tutte mie, da riempire con me stessa, con il mio io, con la mia compagnia.

Ringrazio mio padre e mia madre, che non mi hanno mai impedito di vivere quella mia solitudine. Semplicemente mi attendevano, sapevano che ne avevo bisogno, che era essere  me stessa quel mio strano fuggire via.

Non sono mai venuti a cercarmi, nemmeno quando pioveva, o quando  mi attardavo tra le rocce e le ombre della sera scendevano dalla montagna, nemmeno quando c’era la neve, o faceva freddo. Si fidavano e basta.

Oggi c’è la paura che attanaglia i pensieri di un genitore, l’ansia di riempire il silenzio ad ogni costo, l’angoscia di allontanare la solitudine dai propri figli, vista come qualcosa di maligno, scuro, cattivo. E allora tutti a chattare, a digitare sullo smartphone, a partecipare a piazze virtuali. Tutti a fare rumore, ognuno chino sulla sua finestra, ognuno isolato da chi è vicino. Ognuno con gli occhi bassi, pe rnon incrociare quelli del vicino, sconosciuto.

Eppure solo stando con noi stessi, nel nostro cantuccio caldo e calmo, nel nostro prato accarezzato da una leggera brezza riusciamo ad assaporare e a gustare la vita. Per vivere una solitudine che rallegra l’anima. Con il silenzio come compagnia, dobbiamo ritrovare nell’intimo dell’anima l’arte di rallegrare l’anima. Solo così riscopriremo il valore di una parola amica, di un sorriso, di una mano che ci sostiene, che ci toglie dalle spalle i pesi della giornata quotidina, che ci accompagna, che ci scalda. E impareremo di nuovo a volare, come una libellula che tende le ali azzurre verso il cielo, sfiorando i petali di un fiore, facendolo dondolare lievemente, come un accordo di musica che solo noi, nel nostro intimo, riusciamo ad ascoltare. E sarà “una continua festa”.

La guerra nemica giurata dell’infanzia e quei bambini con la valigia

Aurora Cantini e il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

“Una Valle in lettura, gli autori incontrano i lettori” è la proposta culturale della Biblioteca di Piazza Brembana (BG) con la direzione di Sandro Seghezzi, volta a portare tra la gente la passione per la lettura.

Aurora Cantini ha parlato del suo libro “Il bambino con la valigia rossa”, accompagnata dalla Compagnia FiloDrammatica di Santa Brigida.

Mentre Aurora illustrava il suo libro, le due cantautrici Carla e Mariagrazia Busi raccontavano, cantando, le storie di quattro bambini legati a Don Bepo Vavassori, il fondatore del Patronato San Vincenzo di Bergamo. Il tema conduttore è stato il dramma subito dai più piccoli nell’infuriare della guerra, in particolare la Seconda Guerra Mondiale, le tragiche separazioni di madri e figli nei campi di sterminio e i piccoli ebrei in fuga oltre la frontiera italiana. 

Mariagrazia e Carla cantautrici della Compagnia Filodrammatica Santa Brigida

Bambini senza più casa, né nome, né storia. Bambini con la valigia, poche cose raccolte in fretta, senza possibilità di attese. Si legge nei documenti storici: “A Santa Brigida, un piccolo paesino nascosto nell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, durante l’ultima guerra, passava la strada della libertà. Don Giuseppe Vavassori, rettore del Patronato San Vincenzo di Bergamo, con altri preti e persone del posto, aveva organizzato un “sentiero della salvezza”, per sottrarre alle leggi razziali le famiglie di ebrei. Per non dare nell’occhio, don Bepo si faceva aiutare dalle donne: giovani, anziane e bambine. Esse portavano da mangiare a queste famiglie nascoste nelle stalle del paese e le accompagnavano oltre frontiera.” 

In questo contesto raccontato in musica, si inserisce il romanzo “Il bambino con la valigia rossa“di Aurora Cantini. La narrazione, ispirata ad una storia vera, è ambientata negli anni dal 1943 al 1952 a Bergamo, con sfondo centrale i fatti della Seconda Guerra Mondiale. Il bambino protagonista, raccolto nei primi giorni di gennaio del ’44 dai gendarmi dopo che la madre l’ha lasciato solo e consegnato al Brefotrofio dell’Ospedale Maggiore da un fantomatico zio, funge da voce narrante dei fatti tragici della guerra a Bergamo. Racconta la sua vita e quella di tanti altri bambini “esposti all’abbandono”, piccoli e innocenti testimoni della povertà, del silenzio, della fame e della solitudine. Racconta anche dei preti coraggiosi, degli arresti frequenti, delle sparizioni delle persone care.

“C’era un bambino con la valigia rossa laggiù in città,

una giovane donna lo vide e gli prese la man.

Ora stanno girando cantando insieme per la città,

storie di pace e pane, di fratellanza ed umanità…” (dal canto “Il bambino con la valigia rossa”)

La valigia rossa ispiratrice del romanzo Il bambino con la valigia rossa

Ma le storie dei bambini delle guerre continuano ancora oggi. “Da sempre la guerra è nemica giurata dell’infanzia”, scrive l’Unicef nel suo sito. “Con il suo carico di lutti e distruzioni interrompe tragicamente l’età in cui un essere umano ha un bisogno assoluto dell’affetto e della protezione da parte del mondo adulto. Ma se per secoli le guerre avevano la forma di scontri fra soldati, con i civili nel ruolo di spettatori e vittime occasionali, quelle della nostra epoca sono quasi esclusivamente stragi di persone inermi” (Fonte Unicef, bambini e guerre)

Una delle guerre più vicine a noi che hanno coinvolto i bambini è stato il conflitto in Kosovo. Nei primi anni del Duemila giunsero in Italia, fuggendo dalla guerra, molte famiglie di rifugiati con numerosi bambini. Durante la permanenza a Bergamo al Patronato San Vincenzo venne loro chiesto di esprimere le loro emozioni attraverso pensieri e disegni. Nel loro italiano stentato i bimbi  scrissero frasi di disarmante e struggente semplicità.

“Nel Kossovo l’usignolo non canta più

La siepe suo nido mia casa bruciata caduta giù

Mio padre partito per guerra non torna più

Mia madre mi porta in Italia non ride più

Eppure la speranza non abbandonava mai il cuore di quei piccini, i versi finali della canzone sono un inno alla rinascita, al ritorno dell’infanzia.

“Ma un giorno la guerra di Kossovo finirà

Mio padre partito per guerra ritornerà

Mia mamma contenta mi abbraccia poi riderà

Campana di chiesa per festa poi suonerà” (dal canto “L’usignolo del Kosovo non canta più”)

Aurora Cantini e le cantautrici Marigrazia e Carla

Lo sguardo delle madri davanti alla guerra

Ogni guerra porta lacrime e pianti. Ogni guerra ha solo sconfitti, gli innocenti. I milioni di donne, anziani, bambini che devono assistere e subire il martirio dello sfacelo. Testimoni oculari della distruzione e della devastazione.

Ogni guerra ha uno sguardo, profondo come il mare, cupo come la notte, scuro come le nuvole cariche di pioggia. Uno sguardo che inchioda. Lo sguardo delle madri. Madri che reggono tra le braccia i piccini ancora attaccati al seno, sotto una tenda, dietro un portone, a ridosso di un cumulo di macerie. Madri che danno un tozzo di pane ai figlioletti rannicchiati vicino, mentre il calore scioglie ogni respiro in rantoli stanchi e sfiniti. Madri che cullano i piccini addormentati, sussurrando ninne nanne leggere, per farli acquietare, e forse sognare, nonostante il dolore. Madri che avvolgono nelle vesti i corpicini freddi dei propri bambini assassinati.

Nella storia sono migliaia le madri ritratte in dipinti sotto l’infuriare della guerra.

Il Massacro di Scio, dipinto di Eugène Delacroix,  fonte fr.muzeo.com Louvre, Parigi

Nel 1824 Eugène Delacroix immortalò un gruppo di abitanti greci prigionieri dell’esercito ottomano durante il periodo delle guerre per l’indipendenza della Grecia nel dipinto noto come “Il massacro di Scio“. L’attesa silenziosa, lo sguardo penetrante e scuro di una delle madri, pungente come una capocchia di spillo. Emerge un totale silenzio, senza vento, ma urlano quegli occhi la condanna verso il mondo, che assiste. È una forza dirompente quello sguardo di madre, occhi volti in su, come quando da bambini si aspetta il giudizio o l’attenzione dei grandi. Un lago di lacrime trattenuto dalle ciglia, un’angoscia che fa precipitare il cuore e lo frantuma tra le pietre della condanna. La madre fissa qualcuno a lato, qualcuno che incombe e tiene nel suo potere ogni respiro dei prigionieri. Le mani abbandonate in grembo formano come un rosario che chiude il pianto in un groppo di desolata attesa. Gli abiti a tunica coprono il corpo femminile come in una coperta, tessuto di lino e lana grezza che scende fino alle caviglie. Accanto a quella madre accovacciata, quasi in preghiera, un piccolo bimbo sembra dormire addossato ad un altro corpo più grande. La morte sembra nascondersi, tutta la luce è per quegli occhi di donna, occhi sfiduciati, rassegnati eppur ancora con una flebile ingenua, timida e innocente speranza.

Quasi duecento anni dopo un’altra immagine colpisce nello stesso sguardo: una madre macedone attende  di poter andare in Serbia.

Madre macedone si riposa in attesa di andare in Serbia

Il volto alzato, proteso verso l’alto, lo stesso sguardo di bimba davanti al mondo crudele e incomprensibile dei grandi. Stessa posa, perfino stessa foggia dei vestiti, stoffa lavorata a mano, semplice come la terra che ha calpestato. Accanto alla madre accovacciata, quasi in preghiera, il fagottino di un bimbo che sembra dormire, gli scarponcini incrostati di terra a testimoniare i mille giorni trascorsi in fuga dalla guerra. Della donna greca non è rimasto più nulla, polvere tra l’infinita polvere, dimenticata. Ma il suo sguardo fa ancora traboccare il cuore di doloroso rimpianto.

La madre macedone si è fermata un istante, per rifocillarsi, poi con la sua bimba avvolta nella felpa rosa, ha ripreso il cammino. Di lei nulla si sa. Volto tra i volti di un popolo infinito mosso dalla marea. Madri che hanno scavalcato la Storia, percorso il cammino del tempo, per unirsi con lo stesso sguardo liquido e profondo a crocifiggerci nella nostra ipocrisia. Uno sguardo sull’abisso in cui i Grandi continuano a precipitare.

Sembra un gioco fotografico, eppure è realtà. La Storia insegna ma noi non vogliamo imparare.

E a pagare sono sempre loro, le nostre Madri, i nostri Figli.

Il Canto degli Italiani e il suo giovane sfortunato autore, Goffredo Mameli

Il nostro Inno di Mameli lo conosciamo quasi  a memoria, e periodicamente emerge qualche idea circa l’eventualità di sostituirlo. Le motivazioni sono parecchie, tutte di origine politica, ma qui in questa sede non voglio entrarne nel merito: il mio compito è far conoscere qualcosa in più sul suo giovanissimo e sfortunato autore.

Bisogna risalire al febbraio del 1849, quando Garibaldi e i suoi Cacciatori delle Alpi decisero di istituire la Repubblica Romana.

Durante tutto il mese di giugno difesero la città di Roma contro Napoletani e Francesi, con episodi di disperato valore, giovani eroi con la camicia rossa che cadevano sui bastioni senza un grido, ragazzi che avevano seguito il guerrigliero senza mai più voltarsi indietro. Accanto a quei giovani ribelli vi era anche lei, Anita. Vestita da uomo, con l’uniforme da ufficiale, i capelli corti, non si distingueva neanche. Gridava in spagnolo, ma anche parole in italiano. Urlava “Vigliacchi! Codardi!” ai soldati che fuggivano davanti alle truppe austriache.

Ma le entrate alla città erano troppe da presidiare per così pochi guerrieri. I primi ad assaltare Roma sono stati i Francesi, muniti di potente artiglieria. L’unico a resistere fu ancora Garibaldi e le camicie rosse. Vi fu una lotta spietata a colpi di baionetta, con frequenti assalti ai Colli, alle Ville, sotto gli occhi della popolazione atterrita e allo sbando.

Molti però i contrasti all’interno dell’esercito della libertà. Lo stesso Mazzini non riusciva a far conciliare le idee dei patrioti e molti di essi disprezzavano apertamente le Camicie Rosse, per i loro metodi selvaggi e indisciplinati.

Accanto alle storie di spavalderie verso la gente inerme, vi furono anche quelle di ragazzi per bene che scrivevano parole illuminate sui giornali, con scritti gloriosi. Un tale, Goffredo, un ragazzino che aveva studiato, aveva composto una ballata e i compagni la cantavano mentre morivano, tutti insieme: “Fratelli! Fratelli! D’Italia!”

Goffredo Mameli

Ma il 3 luglio Roma fu costretta a capitolare e, mentre i Francesi entravano in città, Garibaldi ne usciva con quattromila uomini, iniziando così la tragica ritirata verso Venezia, l’unica che ancora resisteva. I soldati di ben quattro eserciti, quelli che avevano abbattuto la Repubblica Romana, si posero all’inseguimento del Generale, con l’ordine di catturarlo, vivo o morto.

Tra i fuggitivi mancava l’aiutante in campo di Garibaldi, Goffredo. Aveva 21 anni e portava quasi con imbarazzo un nome aristocratico e nobile: Goffredo Mameli dei Mannelli. Era nato a Genova nel 1827 e si era unito al seguito di Garibaldi come poeta e scrittore. Era stato ferito da un colpo di baionetta un mese prima, la sera del 3 giugno, durante uno degli innumerevoli assalti nella zona di Porta San Pancrazio.

La ferita però si era infettata e Goffredo era stato portato presso l’Ospizio della Trinità dei Pellegrini, in un sobborgo fuori Roma. La situazione era peggiorata velocemente, la cancrena stava divorando tutta la gamba, cosicché i medici avevano deciso di amputarla. In quelle giornate disperate il giovane combattente sapeva che non avrebbe più potuto riunirsi ai compagni in battaglie eroiche. Il sudore gli imperlava la fronte e la febbre lo divorava, mentre il dolore lancinante alla gamba sinistra amputata gli bloccava il respiro in spasmi terribili. Avrebbe voluto correre con gli altri, sentire il vento tra i capelli, incitare di nuovo l’assalto. Invece era immerso nel suo sudore aspro, immobile in uno stretto lettuccio.

Goffredo non si riprese più. Morì alle sette e trenta del 6 luglio 1849 tra le braccia di pochi compagni, ragazzini come lui che nulla sapevano del mondo e della morte. Avevano deciso di stargli vicino come più potevano, stringendogli le mani mentre lui delirava di dolore.

Lapide in memoria del giovane Goffredo Mameli all’Ospizio Trinità dei Pellegrini, dove morì il 6 luglio 1849 a 22 anni. FONTE WIKIPEDIA

Poco prima che Goffredo esalasse l’ultimo respiro qualcuno cominciò a cantare a bassa voce alcuni versi della ballata che tutti i Garibaldini recitavano in battaglia. Si intitolava “Il Canto degli Italiani” e il giovane studente l’aveva composta due anni prima, nel settembre del 1847, a vent’anni. Era stata messa in musica qualche mese dopo dal maestro Michele Novaro. Anche lo stesso Garibaldi aveva l’abitudine di fischiettarla durante le pause dai combattimenti. Furono le ultime parole che Goffredo sentì, mentre se ne volava via oltre le nuvole, tra gli Eroi. Poco prima era stato promosso al grado di Capitano dello Stato Maggiore.

Cento anni dopo, nel 1946, con l’istituzione della Repubblica Italiana con il Referendum del 2 giugno, diventò l’Inno di Mameli, scelto come “Inno provvisorio dello Stato”. A tutt’oggi non si è ancora avuta l’ufficializzazione del Canto degli Italiani nella Costituzione. “Nell’agosto del 2016, è stata presentata una proposta di legge nella Commissione affari costituzionali della Camera dei Deputati per rendere il Canto degli Italiani inno ufficiale della Repubblica Italiana.” (Fonte Wikipedia)

Michele Novaro

Goffredo Mameli fu sepolto al cimitero del Verano, dove ancora oggi si può ammirare un prestigioso monumento funebre. In realtà nel 1941 i suoi resti sono stati spostati sul Gianicolo su decisione del Governo fascista, nell’ambito del progetto per la costruzione di un Mausoleo Ossario Garibaldino.

Monumento funebre dove un tempo riposava il giovane Goffredo Mameli al Cimitero del Verano. FONTE WIKIPEDIA

 

Quel piccolo vecchio libro sui tre pastorelli a Fatima

pubblicato nel 1945

Libretto pubblicato nel 1945 dal giornalista e poeta Paolo Cenci “Tre pastorelli a Fatima” di proprietà di Aurora Cantini TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Mio papà Mansueto aveva un baule, quasi magico. Non vi erano contenuti oggetti di valore, né stoffe. Solo libri. Tantissimi. Mio papà era un minatore e un muratore di montagna, era stato emigrante per anni in Svizzera, partì subito dopo essere stato messo in congedo al termine della Seconda Guerra Mondiale, il 20 agosto 1947, a 22 anni. Rimase in Svizzera fino al 1965. In questi lunghi anni, oltre a mandare i soldi ai genitori a casa, nel paesino di Amora (Aviatico, Bergamo), seppur avendo solo frequentato la Terza elementare, cominciò a comprarsi libri, di storia, di religione, di cultura generale… e li aggiungeva uno a uno nel suo baule.

Da bambina io curiosavo in quel baule affascinata, ma quei libri erano troppo difficili per me. Ve ne era uno però che mi conquistò subito. Me lo presi quasi in braccio, serrandomelo al petto, come se avessi paura che qualcuno me lo volesse strappare di mano. Lo portai nella mia cameretta e da quel giorno non me ne separai più. Non chiesi a mio padre il permesso e lui mai disse nulla sul libro che non era più tra gli altri nel Baule.

Con il tempo il libretto si sfaldò e allora io, ragazzina adolescente, ci misi del nastro adesivo lungo tutto il dorsetto. Le pagine ingiallirono, il colore della copertina si scurì, da color carta da zucchero che era diventò un miscuglio di verde grigio azzurro, ma la storia che raccontava la sapevo quasi a memoria.

Oggi, dopo la Beatificazione il 13 maggio scorso ad opera di Papa Francesco dei due fratellini pastorelli di Fatima, Francisco e Giacinta Marto, morti ancora bambini a causa dell’epidemia di Febbre Spagnola, acquista un valore ancora più emozionante, speciale e mistico.

Il libretto si intitola “Tre Pastorelli a Fatima”, un fascicoletto di sole 40 pagine con cronaca e racconto di  Paolo Cenci, giornalista e poeta, sulla base delle illustrazioni della moglie Maria Cenci Soffiantini (1905 – 1993). Era stato pubblicato nel 1945, dice la didascalia in quarta di copertina: 

“Nihil obstat quominus imprimatur” Mediolani 10 Januari 1945 – Can. J. Maino

Imprimatur, in Curia Arch. Mediolani, die 16 – 1- 1945 – Can. Bernareggi

Finito di stampare il 25 aprile 1945 presso la Libreria Fratelli Vismara Sesto San Giovanni”

Mio papà Mansueto lo acquistò  il Primo Gennaio 1959 e ci scrisse sopra, in bella calligrafia in alto sulla copertina, il proprio nome e la data, quasi a sigillo di un evento molto importante, caro, prezioso.

Cantini Mansueto e la sua firma sul libretto scritto dal giornalista e poeta  Paolo Cenci nel 1945 “Tre pastorelli a Fatima”

Non saprò mai in quale contesto è nata l’occasione per comprarlo, né se mio papà lo desiderava da tanto, e perché volle “marchiarlo” come suo, forse per impedire che qualcuno se ne accapparrasse di nascosto.

Oggi sono sicura che lui sapesse bene che il libretto non sarebbe MAI ritornato nel Baule, ma che nelle mie mani non sarebbe andato perso, però non conoscere la sua storia un poco mi rammarica, mi dispiace, sapendo oggi quale elevata spiritualità avrebbe guidato le decisioni dei Papi circa la Santità di quei piccoli pastorelli sconosciuti alla Storia, che ebbero il privilegio e il grande e immane compito di portare il Messaggio di Pace della Vergine al mondo.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini DIRITTI RISERVATI

Nel 1945 infuriava la Seconda Guerra Mondiale, l’esercito italiano era allo sbando, molti giovani erano stati catturati, deportati, altri si erano nascosti sulle montagne per sfuggire alle retate naziste, tanti erano stati aiutati dai Preti Cattolici, di migliaia si erano perse le tracce nell’inferno della steppa, la popolazione era allo stremo, sfiancata e distrutta, mentre nei campi si sterminio si compiva l’Olocausto di un intero popolo… Anche mio padre nel gennaio del 1945 (data di elaborazione del libro) era in preda all’orrore e alla paura. Dopo l’8 settembre era riuscito a gettarsi rocambolescamente dal treno che lo stava portando in Germania, riuscendo a scendere lungo la scarpata poco fuori Verona, poi, a stenti, era riuscito a ritornare a piedi ai suoi monti e si era nacosto negli anfratti del Monte Cornagera per nascondersi ai Tedeschi.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: i tre piccini sono messi in prigione dal sindaco DIRITTI RISERVATI

Eppure la storia dei Tre Pastorelli e la loro tragica prova di piccoli coraggiosi e fieri (vennero addirittura incarcerati), spinse la chiesa a decidere che era giunto il momento di infondere al mondo martoriato e angosciato un anelito di Speranza, di Vita e di Innocenza. Decise di raccontare la storia di tre bambini semplici, umili e puri che con il loro esempio, ma soprattutto con la loro sofferta morte (Francesco morì il 4 aprile 1919 a 11 anni, la sorellina Giacinta se ne andò il 20 febbraio 1920 a 10 anni, da sola nell’ospedale di Lisbona, senza aver più potuto rivedere la cuginetta Lucia né i genitori e dopo aver sofferto dolori terribili) sicuramente avrebbero riportato Luce agli occhi spenti del mondo. E così è stato.

Mio papà probabilmente da anni aveva questo recondito desiderio, magari legato proprio agli orrori di cui era stato testimone oculare. Fino a coronare il suo sogno: avere nella propria casa il segno tangibile della Forza della Purezza, della Forza della Fede.

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: la morte di Francesco DIRITTI RISERVATI

Due anni dopo l’acquisto del libretto, mio papà si sposò: era il 28 gennaio 1961. Tra le poche cose che portò con sé ci fu anche il suo Baule dei Libri, con il suo caro e prezioso contenuto: tra i libroni pesanti, tra i testi scritti anche in latino, provenienti da ogni parte d’Italia, c’era anche un piccolo libretto azzurro sbiadito, una storia di Cento anni fa (la prima apparizione avvenne il 13 maggio 1917). Una storia che racconta l’immortalità. Sicuramente lui sapeva che quel libretto sarebbe stato letto da uno dei suoi bambini, la sua figlioletta. Grazie Papà!

“Tre pastorelli a Fatima” libro del 1945, illustrazioni di Maria Cenci Soffiantini: la morte di Giacinta DIRITTI RISERVATI

Il “Violino della Shoah” di Eva Maria Levi Segre, morta ad Auschwitz

Eva Maria Levi Segre FONTE WEB

Eva Maria Levi Segre aveva solo 22 anni quando fu arrestata dai Tedeschi a Tradate, dove si era rifugiata con i genitori e il fratello di 21 anni  fuggendo da Torino, la città dove aveva sempre abitato.

Non le lasciarono portare nulla con sé, mentre la caricavano sul treno bestiame alla stazione di Milano, tranne la cosa più preziosa che possedesse, il suo violino. Eva era un talento innato nella musica e sognava di suonare in una grande orchestra.

Strinse quel suo amato strumento, quasi un amico a cui confidare le sue angosce, fino ad Auschwitz.

Proprio grazie al suo violino e a quel suono melodioso e struggente che solo lei sapeva far nascere dalle sue corde, Eva scampò alla camera a gas e venne reclutata per comporre l’orchestrina femminile di Birkenau.

Poi dal giugno 1944 di Eva non si seppe più nulla. Morì nell’aprile di quello stesso anno, per cause ignote.

Eppure il violino ritrovò il richiamo di casa e ritornò in Italia tra le mani di Enzo, il fratello di Eva, l’unico della famiglia scampato al massacro, che dopo la Liberazione riuscì a rientrarne in possesso. Sul cartiglio interno Enzo vi fece scrivere il suo numero di matricola al campo di Auschwitz e un motto in tedesco “Musik macht frei”, “la Musica rende liberi”, in risposta alla frase che campeggiava sulle inferriate dei cancelli di ogni campo di sterminio del Terzo Reich “Il lavoro rende liberi”.

Il Violino della Shoah di Eva Maria Levi Segre FONTE WEB

Per anni Enzo Levi Segre portò in giro per il mondo quel violino sbrecciato e fragile, piccolo cuore di vita che ancora pulsava parlando di Eva. Tentò di resistere al dolore della perdita dell’amata sorellina e della madre (uccisa all’arrivo ad Auschwitz) ma il peso era troppo grande da sopportare ed Enzo decise di porre fine alla sua vita.

Il collezionista Carlo Alberto Carutti con il Violino della Shoah, appartenuto a Eva Maria Levi Segre morta ad Auschwitz

L’artefice del ritorno ad Auschwitz del Violino della Shoah è stato un collezionista di Cremona, Carlo Alberto Carutti, il quale, a 93 anni suonati, non ha dimenticato l’Olocausto e il tributo di sangue innocente sgocciolato da quelle disgraziate baracche. Per questo ha donato tutta la sua collezione di strumenti musicali al Museo della Musica di Cremona, con l’impegno che il Violino ritornasse ad Auschwitz. E così è stato.

Racconta Il Corriere della Sera in un articolo per la Giornata della Memoria parlando dei fratelli Levi: “Nel lager la madre Egle è immediatamente eliminata, mentre Enzo viene messo al lavoro in fabbrica. Eva Maria, grazie al suo violino, entra a far parte dell’orchestra di Birkenau. Le condizioni di vita aberranti del campo la conducono tuttavia a una rapida morte, nell’aprile del 1944. «Enzo non si arrese – prosegue Carutti -, recuperò il violino e sopravvisse fino alla liberazione del campo, nel 1945. Gli ci vollero più di cinque mesi per tornare a Torino, ma appena ne fu in grado lo portò a un liutaio perché lo restaurasse, aggiungendo una stella di Davide con il filetto in madreperla, il suo numero di matricola inciso sul fondo e il prezioso cartiglio, memoria della sorella e della violenza che l’aveva inghiottita». Enzo morì suicida nel 1958, il violino venne venduto e rimase nell’oblio fino alla riscoperta di Carutti. Ora, dopo essere stato restituito al mondo, suonerà perché nessuno dimentichi più la sua storia.”(  cit. articolo di Fabio Larovere )

Nel marzo scorso davanti al Campo di Auschwitz è stato creato un altare della memoria e lì quel violino antico e sofferente ha ripreso a suonare, portando oltre la bruma le sue note dolenti fino a ricongiungersi con le ceneri nel vento di oltre un milione di ebrei uccisi nel lager durante gli anni devastanti della Seconda guerra Mondiale.

Il 23 marzo 2017 dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano è partito il Treno della Memoria, dallo stesso binario da cui partirono i treni degli ebrei deportati nei campi di concentramento. Per moltissimi di loro non ci fu ritorno. Durava 5 giorni quel viaggio straziante e tragico, cinque giorni di terrore incontro all’inferno.

Insieme alle autorità, alla cittadinanza e ai Rappresentanti Sindacali della Cgil, Cisl e Uil, che organizzano ogni anno il viaggio, c’era anche il giornalista free lance e fotografo Giorgio Fornoni, oltre alle varie classi degli Istituti Superiori provenienti da tutta la Lombrdia con i loro insegnanti, uniti a dieci studenti del Liceo Lotto di Trescore. Centinaia di studenti e professori in silenzioso omaggio al Sacrario degli Innocenti Caduti sotto la sferza del Male.

Auschwitz FONTE WEB

I ragazzi sono rimasti impietriti, sgomenti davanti ai cumuli enormi di scarpe, occhiali, spazzole, valigie appartenuti agli ebrei prigionieri.  Tremanti hanno osservato le crudeli fotografie dei giorni successivi all’apertura dei cancelli dopo il 27 gennaio 1945.

Davanti ai cancelli di Auschwizt il Violino della Shoah, tra le mani della straordinaria Alessandra Romano, prima timidamente e poi con enfasi solenne, ha suonato il “Nigun”, coè la Preghiera Ebraica del mattino. Al termine un’ultima nota dolorosa e quasi di rabbia, che nel crepuscolo si acquietava fino a trasformarsi in goccia di speranza, in un singulto di pace. Il Violino della Shoah, che accompagnava con il suo doloroso e affranto abbraccio gli ultimi passi dei condannati nelle camere a gas, ha ripreso a sorridere, quasi un trillo di gioventù, facendo da corona alle risate della nuova gioventù, la nuova generazione, la sola che può portare davvero la Pace.

I fratelli Levi Segre deportati ad Auschwitz

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