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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Il cerbiatto Bambi ha perso il suo “papà”

Bambi

Chi di noi non ricorda la tenerezza di Bambi, la sua dolce curiosità, la malinconia che assaliva il cuore nel seguire le disavventure del piccolo cerbiatto rimasto orfano di madre?

La storia di Bambi ha fatto crescere milioni di bambini e di bambine, che si sono avventurati a piccoli passi nel bosco incantato, dove tutto parlava di magia, di gioia e tenerezza, ma anche di solitudine e spavento.

Famosa è la storia creata nel 1923 dall’autore austriaco Felix Salten dal titolo “Bambi, la vita di un capriolo“, ma ancora più famosa fu la trasposizione cinematografica ideata da Walt Disney nel 1942 e proiettata in Italia per la prima volta nel 1948. Un film d’animazione eterno, intramontabile, che ha fatto piangere genitori e figli in sessant’anni di distribuzione.

Pochi sanno però che Bambi aveva un papà, un papà in carne ed ossa, il disegnatore che lo ha inventato, il quale si è spento poco tempo fa all’età di 106 anni. Si chiamava Tyrus Wong ed era nato in Cina. “Subì il carcere, l’isolamento, interrogatori durissimi, la povertà e la discriminazione nella speranza di costruirsi una vita negli Stati Uniti.” (fonte Republbica.it)

Ma non è tanto l’età avanzata o la fortuna che gli ha portato il cerbiattino a catturare la mia attenzione, no, quanto l’emozione che mi è nata nel cuore nel leggere la drammatica storia di questo piccolo, esile uomo dal grandissimo talento.

Una delle scene principali del film, la più toccante e tragica, vede il carbiatto e la sua mamma scappare nella foresta immersa in una fitta nevicata. La mamma incita il suo piccolo: “Bambi, corri più svelto, non voltarti indietro, corri, corri…” Poi un colpo di fucile rimbomba nel silenzio del bosco e Bambi rimane solo. “Dove sei mamma? Mamma! Mamma!” grida disperato, ma la mamma non ritornerà più. Ecco, Tyrus Wong scelse ogni colore, ogni sfumatura, ogni linea del piccolo cerbiatto, lo coccolò e lo amò fino all’ultimo disegno. Lo scelse come un fratellino, perché Bambi era lui, sentiva di esserlo in ogni respiro, in ogni tenero e incerto passo del piccolo animale. Tyrus Wong era nato in Cina, in un tempo in cui i cartoni animati neanche si sapeva esistessero, un tempo in cui riuscire a mangiare era una vittoria. La mamma era talmente povera che per riuscire a salvare dai topi il poco cibo destinato ai suoi due bambini (Tyrus e la sorellina) lo doveva appendere con uno spago al soffitto. A nove anni il destino era segnato, tragico e immutato. Il padre, per dare una possibilità di sopravvivenza a quel figlioletto debole e denutrito, decise di emigrare negli Stati Uniti portanolo con sé. Era il 1919, la guerra si era da poco conclusa e il mondo era capovolto, devastato. Un’intera generazione era stata cancellata dalla faccia della terra. Il piccolo Tyrus era disperato, non voleva staccarsi dalla sua mamma. “Mamma, mamma, tienimi con te… non lasciarmi solo…” gridava incessantemente. Ma il padre fu irremovibile. A piedi si avviarono verso la costa e a Hong Kong si imbarcarono su un mercantile in procinto di attraversare l’Oceano Pacifico. Fu una traversata devastante. Mancava l’acqua a bordo e l’unico cibo era qualche chilo di riso e pesce secco che il padre aveva con sé. Il bambino deperì in maniera allarmante, non parlava con nessuno, nemmeno con suo padre, e non mangiava. Arrivarono ad Angel Island, un’isola della baia di San Francisco dove venivano visitati e controllati tutti gli emigranti orientali, quasi allo stremo. Tyrus fu subito separato anche dal padre, perché il suo corpicino era ormai troppo deperito. Venne portato in un lazzaretto, dove rimase per tre lunghe settimane. Quasi invisibile sotto le coperte di un lettuccio sudicio, in un angolo dell’enorme camerata, l’unico bambino insieme a moltisismi adulti disperati, continuava a ripetere: “Mamma, mamma dove sei?” senza requie, piangendo debolmente e inconsolabilmente.

Tyrus wong bambino, fonte web

Finalmente suo padre ebbe il permesso di andare a riprenderlo  e per Tyrus fu il ritorno alla vita.

Dopo essersi stabiliti in un quartiere di Los Angeles, Tyrus cominciò la sua nuova vita, imparando l’inglese e cercando di integrarsi nel nuovo paese. Era molto bravo  disegnare, anzi, bravissimo. Disegnava a carboncino sui fogli  unti, con le mani sporche, sempre il volto della mamma e della sorellina rimaste in Cina, nelle lunghe ore in cui attendeva il ritorno del padre dal lavoro come lavapiatti nei ristoranti. A scuola gli insegnanti si accorsero del suo enorme talento e sapendo della sua estrema povertà, gli offrirono una borsa di studio per frequentare l’Istituto d’Arte. Quando i soldi finirono, il ragazzo si offrì come bidello nella stessa scuola: di giorno era uno degli alunni, la sera puliva i gabinetti e i pavimenti.

Nel 1930, a 20 anni, Tyrus si diplomò con lode, ma una notizia tremenda giunse dalla Cina: la mamma e la sorella erano sparite. La speranza di Tyrus di riabbracciare la mamma, mai sopita in tutti quegli anni, veniva cancellata, disintegrata, frantumata. Era talmente sconvolto che si gettò con una foga incessante nel disegno. Aveva però bisogno di lavorare e cercando senza tregua bussò alle porte di Walt Disney. Iniziò dal gradino più basso, spesso denigrato e insultato, addirittura scambiato per il lavapiatti della mensa. Ma Tyrus aveva un sogno, volare oltre l’orizzonte con i suoi disegni. Quando seppe che la Disney stava pensando di  trasformare in un film il romanzo dell’autore austriaco Felix Salten “Bambi, la vita di un cucciolo”, il giovane Tyrus lesse il libro d’un fiato e capì che la storia del cucciolo rimasto solo nella foresta era simile alla sua. Inizò a disegnare foglio dopo foglio, in un crescendo di magia e di suggestiva creatività originale e rivoluzionaria. Si legge su Repubblica.it che “Ispirandosi ai panorami della Dinastia Song presentò un serie di acquarelli e pastelli carichi di atmosfera. Walt Disney in persona impazzì per la liricità del disegno che evocava “il mistero della foresta”.”

Tyrus Wong, fonte Web

L’opera durò anni, dal 1935, senza mai indietreggiare o indebolire la sua forza dirompente e unica, mentre gli altri collaboratori cedevano e se ne andavano uno dopo l’altro. Ma per Tyrus Bambi era la sua vita. Era un tributo che lui doveva a sua madre, al suo sacrificio, alla sua indimenticata presenza. Quando nel 1942 la pellicola venne competata, Tyrs venne licenziato perché aveva partecipato ad uno sciopero. In realtà era in ufficio a disegnare gli ultimi sfondi, ma siccome mancava all’appello e nessuno sapeva dove fosse,  il suo nome venne inserito nella lista delgi scioperanti. “Per anni non si è saputo che quei fondali incantati erano l’opera di un artista cinese immigrato negli Usa negli anni Venti. Il contributo di Tyrus Wong non fu riconosciuto per decenni.” (fonte Repubblica.it)

Eppure non si pentì mai della sua scelta. Ormai Bambi era pronto a spiccare il volo, a correre e saltare oltre il buio fondo del bosco cupo,  era pronto a diventare grande.  

Tyrus Wong venne assunto dalla Warner Bros dove divenne una firma leggendaria. Fu lui che disegnò le scenografie di due film immortali e strazianti al tempo stesso e che divennero leggenda e mito: “Gioventù bruciata” con il grande James Dean e “Il mucchio selvaggio

Tyrus Wong, papà di Bambi, con i suoi aquiloni

Trovò il tempo di seguire le proiezioni del suo Bambi fin dalla prima uscita e quando andò in pensione negli Anni Settanta, continuò ad andare a vedere “Bambi” con i suoi numerosi nipotini.

Smise di disegnare cartoni animati ma inizò a costruire e dipingere enormi e bellissimi aquiloni,  che portava a volare sulle spiagge di Los Angeles, insieme ai figli, ai nipoti e ai pronipoti.

Volava sulle ali degli aquiloni per raggiungere il cuore diviso a metà. Per ritrovare quel bimbo sperduto nella foresta e ridargli il sogno di un abbraccio, l’abbraccio della sua mamma, perduta agli occhi ma mai perduta al cuore. È morto nel sonno il 30 dicembre 2016.

 

“Il bambino con la valigia rossa”

 Premiato alla 7^ edizione del Concorso Letterario Sirmione Lugana

Sezione Romanzi Editi “Premio Graffiti Camuni Narrativa”

Solferino (Mn)

Il bambino con la valigia rossa e la medaglia del Premio Sirmione Lugana

Nella storica e suggestiva cornice di Solferino si erge la medievale Rocca simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana. Il 24 giugno 1859 fu teatro di una delle più sanguinose battaglie per l’Indipendenza italiana, detta “Battaglia di Solferino e San Martino” tra l’esercito austriaco e quello piemontese appoggiato dagli alleati francesi. Dopo un cruento combattimento, dei 350.000 uomini in campo, ne rimasero a terra, morti e feriti, quasi 40.000, questi ultimi scarsamente assistiti dai reparti infermieristici militari. Molti di essi, oltre 7000, riposano nel tempio dell’Ossario. La Rocca si erge su un’altura isolata che permette di spaziare lo sguardo sulla pianura dove si svolse la storica battaglia e rimane quasi dirimpetto alla Torre di San Martino distante qualche chilometro in linea d’aria.

La Torre di San Martino e la pianura viste dalla spianata della Rocca di Solferino, fotografia di Oscar Carrara

La Rocca era chiamata anche “spia d’Italia” perché era posta in uno dei punti più a nord lungo il confine con l’Austria, da cui si poteva tenere sotto occhio tutta la pianura. Ed è proprio in una delle sale dell’Hotel che ha preso il nome “La Spia d’Italia” che si è svolta la sobria ma commovente cermonia di Premiazione della settima edizione del prestigioso Premio Letterario Sirmione Lugana.

Aurora Cantini davanti all’ingresso dell’Hotel La Spia d’Italia

In questa occasione, per la sezione Romanzi, è stato premiato con Medaglia e Diploma il romanzo “Il bambino con la valigia rossa” di Aurora Cantini, classificatosi al quarto posto su oltre centocinquanta romanzi letti e analizzati dalla Giuria.

Aurora Cantini premiata dal Presidente Aurelio Armio al Premio Sirmione Lugana con il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

Il bambino con la valigia rossa

Il romanzo narra la storia del piccolo Pietro raccolto dai gendarmi nei primi giorni di gennaio del ’44 dopo che la madre l’aveva lasciato solo, e consegnato al Brefotrofio di Bergamo.

Dal Presidente dell’Associazione Culturale CircumnavigArte, che ha organizzato il concorso, le parole di apprezzamento all’opera: “Un ringraziamento personale per essere stata con noi sabato scorso. Un ringraziamento ancora più grande per aver scritto un libro emozionante. Il libro l’ho letto fortunatamente per mio interesse personale e quindi non con compiti di giudice per valutarlo (non svolgo mai compiti di giudice nei nostri concorsi). Credo di averlo potuto leggere libero da qualsiasi compito diverso da quello di “leggere un libro”….

Aurora Cantini al Premio Sirmione Lugana

Un susseguirsi di pagine che avvolgono il lettore e sollevano pensieri profondi.
Inoltre è stato per me straordinario percepire i suoi “quasi tremori” mentre parlava del libro ai presenti in sala sabato scorso: spero che sia arrivata a tutti la sua emozione nel modo in cui l’ho respirata io.
Credo che “Il bambino con la valigia rossa” si sia impadronito delle sue emozioni e sia entrato in lei con una forza intensa. Presumo che il lavoro di ricerca per arrivare a realizzare il libro sia stato per lei un percorso davvero travolgente che l’ha appassionata oltre le emozioni.
Sono felice di averla potuta apprezzare come persona anche solo per pochi minuti.
Grazie!
Raramente si incontra garbo e delicatezza: lei ha tutto insieme!
Sa che per anni (quando ancora vivevo a Sesto San Giovanni prima del mio peregrinare) ho avuto una seconda casa in affitto a Clusone, e le zone dove “vaga” nel suo vivere sono per me conosciute e care?
Mi ha innondato di informazioni: cercherò di fare un dipinto fatto bene con ciò che mi ha inviato, vorrei ne uscisse un abito che possa starle addosso alla perfezione!
Nelle prossime settimane affronteremo argomenti con alcuni comuni e enti attorno al Garda: mi piacerebbe riuscire e portarla a parlare del Bambino con la valigia rossa…
A presto
Aurelio Armio Presidente CircumnavigArte”

La classifica finale del Premio Letterario Sirmione Lugana categoria Romanzi

AURORA CANTINI SUL SITO DELLA VIA GARDIGENA

Aurora Cantini, opere

Aurora Cantini, riconoscimenti

LA FOTOGALLERY DEL VIAGGIO A SOLFERINO

Reportage fotografico di Oscar Carrara

per gentile concessione, tutti i diritti riservati

Solferino, la chiesa sulla Rocca

Solferino, la Cupola e la Rocca

 

Solferino, la Rocca tra i rami degli alberi

Solferino, il Viale del Memoriale della Croce Rossa

Solferino, la chiesa dell’Ossario

Solferino

Colline di Solferino

A Valtorta le maschere medievali del mondo contadino di montagna

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C’è un paese rannicchiato tra le montagne dell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, dove il mondo contadino rimane aggrappato tenacemente ai vissuti della storia seppur in quest’epoca tecnologica e globale, dove i personaggi del mondo rurale di montagna di tradizione secolare rivivono per un giorno all’anno, muovendosi e richiamando le storie antiche tra le contrade silenziose e mute.

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                                                        Valtorta, Bergamo

A Valtorta il Carnevale è il ritorno dell’”Homus Selvaticus” degli antichi riti montanari, un essere umano leggendario presente in molte tradizioni popolari, sugli affreschi delle case e nei libri fin dal Medio Evo, lungo le mulattiere impervie e scoscese, tra i balconi e le lobbie di legno.

Migliaia di turisti accorrono per rimanere soggiogati e avvinti dalle maschere dure e inquietanti dei druidi e degli anziani sapienti, dei demoni armati di forche, degli irsuti minatori  e boscaioli, che rievocano storie e magie di un tempo in cui le popolazioni pagane soggiogavano questi pendii con le loro quotidiane e suggestive cerimonie arcaiche.

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Valtorta Bg, mulattiere

Nel cuore dell’inverno un corteo mascherato percorre le antiche strade sepolte dalla neve, accompagnato da un gruppo di musicisti, al suono dei corni e dei campanacci e contornato dagli spari dei mortaretti. Al centro i personaggi storici  del mondo contadino, armati di forconi e “ranze” (le falci) rastrelli e gerle.

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Uno spettacolo con musiche itineranti, con soste, canti e balli in ciascuna contrada dove per tutti c’è il buffet casereccio, pane e salame e formaggio duro con buon vino. Il gran finale con una sarabanda che coinvolge tutti gli spettatori intorno al fuoco.

Dal sito ValBrembanaweb: “La sfilata mascherata del Carnevale di rito ambrosiano ha percorso frazioni e sentieri di Valtorta, accompagnata dalle musiche e dai canti degli Alegher di Dossena. Contemporaneamente in paese si fa festa in attesa del corteo, con vin brulè e dolci per tutti. Per questa giornata davvero speciale per il piccolo paese di Valtorta, che è rimasto un’enclave della Diocesi di Milano con rito ambrosiano, sono organizzate anche visite guidate al Museo storico e alla segheria.

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Valtorta, l’antico Maglio

La festa continua fino a sera con il ballo in palestra. Il Carnevale di Valtorta da secoli si ispira al mondo fantastico del bosco, di diavoli, elfi e uomini selvatici che, una volta all’anno si incarnano in misteriosi personaggi dai volti spesso inquietanti. È la mitologia medievale della montagna e del mondo contadino che, per un giorno prende forma concreta. Ecco allora che per le strade sono comparsi magicamente i furchetì, figure demoniache con una forca in mano e altri personaggi con insolite maschere a cappuccio sormontate da corna, ol diaol e l’homo selvadego. Accanto a loro le figure della famiglia patriarcale rurale di un tempo: la ègia (nonna), il vecio (nonno), la meda (zitella) e ol barba (lo zio celibe)…”

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Valtora, la chiesa

L’azzurro oltre le foglie:

racconti e poesie di vita attraverso le fatiche

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Premio letterario dell’Associazione Palma

Quando l’uomo è sopraffatto dal dolore più grande, soverchiato e schiacciato dalle prove della vita, struggente e desolato è il suo lamento, senza requie. Da millenni l’umanità eleva al cielo il suo pianto, trovando consolazione e rifugio nel raccoglimento. Da millenni la parola poesia scaturisce spontanea dal cuore trafitto, e sembra più leggero il buio, più umano il tormento.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma per la cura del dolore al fine di estendere la conoscenza dell’attività che svolge e di promuovere il valore e la funzione della scrittura e della lettura, ha lanciato per la prima volta un premio letterario rivolto ai racconti inediti e alla poesia dal titolo “L’azzurro oltre le foglie: racconti e poesie di vita attraverso le fatiche”.

Un vero e proprio concorso, a iscrizione gratuita, rivolto a chi ha il desiderio, attraverso la scrittura, di trasmettere e condividere messaggi di speranza che vanno oltre le fatiche fisiche e psicologiche che a volte la vita ci costringe ad affrontare. I racconti e le poesie sono stati valutati da una giuria di professionisti composta da Maria Castelli (Presidente e giornalista), Katia Trinca Colonel (giornalista de Il Corriere di Como), Mauro Fogliaresi (scrittore e poeta) Giovanni Magatti (responsabile libreria Feltrinelli di Como), Antonella Grignola (docente di italiano e latino, Liceo Teresa Ciceri) Angelo Palma (Presidente Associazione Palma).

-L’idea di promuovere un premio letterario- spiega il Presidente dell’Associazione Antonio e Luigi Palma, dottore Angelo Palma -deriva dall’attività quotidiana dei numerosi operatori, medici, infermieri, psicologi, e dalla loro esperienza a contatto con i pazienti e con i loro familiari, che sentono il bisogno di condividere con altre perosne vicine il proprio stato d’animo, la propria sofferenza, ma anche l’ansia della speranza e l’anelito al cambiamento.

Ora, il mezzo per trasferire questi stati d’animo, soprattutto dei familiari dei pazienti, è lo scritto, infatti lo scrivere permette di esprimere sentimenti, emozioni ed esperienze che possono sgorgare “dall’azzurro oltre le foglie”.-

Dice la Presidente di Giuria Maria Castelli: “Ben duecentoventisette opere hanno partecipato al concorso e le migliori sono state pubblicate nell’antologia “L’azzurro oltre le foglie” per Dominioni Editore. Tutte accomunate da quel filo di cuore, quel filo di affanno e quel filo di sogno che legano le parole. Tutte le parole e tutte le pagine. Scan

Il soffio dell’umanità esce dalle opere esaminate: è questo il messaggio. Soffiano esperienze umane, storie umane della vita quotidiana nascosta dietro le foglie della conoscenza pubblica. Umane come è umano il dolore e come è umana la solidarietà , come è umano il bisogno di aggrapparsi al bene, a ciò che si alza oltre la voragine della vita.

Il tema era la sfida al dolore, al male e non c’è solo la malattia, c’è anche l’ingiustizia, la povertà e poi la violenza, c’è anche l’amore deluso e disilluso e questi argomenti sono stati affrontati tutti, a volte con un scrittura sofferta e singhiozzante e inoltrati nello spiraglio finale che dice “Non tutto è perduto”, cioè, “c’è azzurro oltre le foglie”.

L’Associazione Antonio e Luigi Palma per la cura del dolore onlus, senza fini di lucro, è nata a Como nel 1992 per perpetuare la memoria di due benemeriti professionisti Antonio e Luigi Palma. L’Associazione offre assistenza e cura gratuita alle persone affette da tumore maligno in fase avanzata presso il loro domicilio, mediante l’intervento di un’equipe di medici, infermieri, psicologi e volontari qualificati per il supporto al malato e alla sua famiglia. In particolare, l’Associazione garantisce interventi specifici di terapia del dolore e medicina palliativa, assistenza infermieristica specialistica e supporto al malato e alla sua famiglia, volto al sostegno psicologico e al mantenimento di un’adeguata qualità di vita.”

Tra le poesie premiate anche “Anniversario Sciesopoli” dedicata agli 800 bambini ebrei scampati ai campi di concentramento e accolti a Selvino dal 1945 al 1948.

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Anniversario Sciesopoli, poesia di Aurora Cantini

Tra gli alti boschi del Monte Perello

il Santuario che veglia sulla valle

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-FILEminimizer–veduta-aerea-santuario FONTE http://www.santuarioperello.it/dal-ns.-archivio.html

Per il villeggiante che soggiorna sull’Altopiano Selvino Aviatico molti sono i sentieri facilmente percorribili, che permettono di passeggiare a contatto con la natura, respirando aria tersa e pulita e lasciando vagare liberi i pensieri.

Tra le tante mete di grande suggestione e con panorami mozzafiato ve n’è una che non può mancare nei ricordi da custodire al rientro in città: è la passeggiata al Santuario della Beata Vergine del Monte Perello, nella parte orientale del gruppo del Monte Podona.

Si lascia l’auto al parcheggio del Palazzetto dello Sport, zona sud di Selvino, e subito un chiaro cartello indica la via. Il primo tratto in discesa si incunea in un fitto bosco di latifoglie, poi si comincia la leggera arrampicata.

FOTO 1 Scaletta nel bosco di Perello

Scaletta nel bosco di Perello

Una deliziosa staccionata lignea evoca storie di folletti e casette nel bosco, come una fiaba a cielo aperto, mentre il profumo di ciclamini e menta selvatica riempie il cuore di attese e sogni.

Percorrendo il sentiero che si snoda lungo i fianchi del Monte Podona, lo sguardo volge al cielo il suo saluto. Fanno compagnia i solitari stridi della poiana e la brezza leggera nello stormire tra gli alberi.

FOTO 2 Percorso nel bosco di Perello

Percorso nel bosco del Monte Perello

A destra la vista mozzafiato dei paesini arroccati sui pendii come pietruzze colorate gettate per ripicca al tempo degli Dei, mentre si supera lo scrosciare del torrente e i punti di belvedere.

FOTO 3 Sottobosco del Monte Perello

Il sottobosco del Perello

Più sotto si scorge il bianco paesino di Rigosa, una macchia candida quasi incastonata in uno scrigno di verde.

FOTO 4 Rigosa vista dal sentiero del Perello

Il paesino di Rigosa visto dal sentiero che porta al Santuario del Monte Perello

Poi, in una gola che separa le tante vallette, ecco aprirsi  la radura: in uno spiazzo aperto su un pianoro che invita al riposo, scavato nella montagna, appare la facciata linda e splendente del Santuario dedicata alla Vergine del Monte Perello.

FOTO 5 La chiesa del Monte Perello nel dipinto di Annalisa Carminati

La chiesa del Monte Perello nel dipinto di Annalisa Carminati

Si erge quasi intrappolato dal verde del monte omonimo che fa da spartiacque a 900 metri di altezza tra la Valle Seriana, con gli abitati di Salmeggia, Nembro, Alzano, e la Valle Brembana e paesi intorno, attraverso le forre del torrente Ambriola. Lungo il costone passava uno dei sentieri della Via Mercatorum, che conduceva sul lato ovest verso Nembro e Alzano, e dall’altro verso il Passo San Marco e la Svizzera.

FOTO 6 Il Santuario della Madonna del Perello nascosto nel verde estivo

Il Santuario della Madonna del Perello nascosto nel verde estivo

Non è un santuario appariscente e gagliardo, ma timido come fanciulla, tenacemente attaccato al costone che precipita verso il basso, verso il torrente Algua, quasi inaccessibile alla massa, alla gente.

Non mano d’uomo a confondere materia e diletto, non voci di piazza di contrada, non sfrecciare d’auto. Solo raccoglimento, riflessione, riposo, calma e frescura. Abbarbicato al santuario sta la foresteria che il Vescovo Gregorio Barbarico volle per ospitare i preti nei loro esercizi spirituali.

Anticamente denominato “Oratorio della Beata Vergine Maria ad Elisabetta nel Bosco del Perello”, è uno dei più antichi della bergamasca, si legge infatti sul sito del Comune di Selvino “cronologicamente è la seconda apparizione, dopo quella avvenuta alla Basella di Urgnano (Bg) nel 1356, canonicamente accertata  ed approvata in diocesi di Bergamo” e forse uno dei pochi incastonati in un totale verdeggiante scrigno di natura nella bergamasca, solitaria luce nel peregrinare dell’uomo.

FOTO 7 La chiesa del Monte Perello arroccata sullo sperone roccioso; in alto è ben visibile la strada e in basso il paese di Rigosa

La chiesa del Monte Perello arroccata sullo sperone roccioso; in alto è ben visibile la strada e in basso il paese di Rigosa

Un tempo era raggiungibile solo a piedi, attraverso mulattiere che si inoltravano nel bosco partendo da Selvino, da Sambusita/Rigosa o da Miragolo. Solo verso la fine del XX secolo esso fu collegato da una comoda strada che ancora oggi arriva sul piazzale antistante il Santuario stesso: è la strada provinciale n°28 Algua-Selvino, che si può percorrere sia dalla frazione Sambusita di Algua in direzione località Passata, oppure da Miragolo San Salvatore, o infine direttamente da Selvino, salendo al borgo di Salmeggia, sempre passando dalla località Passata.

FOTO 8 Il piccolo borgo di Salmeggia e la località Passata

Il piccolo borgo di Salmeggia e la località Passata, da dove si può raggiungere il Santuario del Perello

Dal tempo dell’Apparizione al povero contadino Ruggero intento a falciare fieno nelle radure tra la boscaglia fitta, il santuario ha accolto pellegrini, viandanti, uomini devoti, bisognosi, in un abbraccio silenzioso ed eterno. Non giunge qui il rumore del traffico, non giunge il cicaleccio della vita.

Ha l’aspetto di un antico eremo, reso ancor più massiccio e possente anche dal campanile longilineo, con i locali per abitazione del custode (un tempo chiamato “romito”, eremita, figura fondamentale nel passato, perché aveva il compito di custodire il Santuario ma soprattutto di accogliere ogni pellegrino, in ogni ora del giorno o della notte, ancora oggi presente anche se non più residente fisso), la foresteria alloggio e ristoro dei pellegrini e le tre chiese costruite una sopra l’altra.

FOTO 9 L'abitazione del Romito

L’abitazione del Romito

La più antica delle tre chiese è oggi la Cripta dove sono avvenute le Apparizioni, chiusa a botte come sigillata nel suo scrigno.

Della seconda, costruita nel 1468 insieme al campanile per contenere il sempre maggior afflusso di pellegrini, è rimasto poco, mentre la terza, realizzata a ridosso, venne edificata tra il 1560 e il 1575.

Nel tempo opere pittoriche, sculture e affreschi hanno impreziosito le pareti della chiesa: nomi famosi come Carlo Ceresa, Gian Paolo Pace detto L’Olmo, Marinoni di Desenzano di albino, vigilano accanto ad altri più sconosciuti, ma eternamente vivi nel loro amore verso la Vergine.

Commovente il legame che da sempre lega il Santuario ai suoi emigranti: dai luoghi dove giungevano non mancavano di far pervenire al Santuario oggetti e ricordi a testimonianza di devozione, un suggello di buon augurio e di fede convinta e mai vinta. 

FOTO 10 I dipinti nel Santuario del Perello

I dipinti nel Santuario del Perello

Due dipinti che raffigurano l’Apparizione sono opera di Pietro Baschenis, un esponente della famiglia di pittori nota in tutta la Valle Brembana. Numerosi sono gli affreschi della “Madonna del latte”, tra cui quello proveniente dal borgo ormai scomparso di Predale sotto Ama, molto invocata dalle puerpere del tempo affinché, in un periodo in cui non esistevano ancora pappe ed omogeneizzati, garantisse latte a sufficienza per permettere ai neonati di superare il primo anno di vita. Nel 2009, grazie all’interessamento di Don Valerio Ghilardi, originario di Selvino, e con l’aiuto di Guido Carrara, si è riusciti a ritrovare l’affresco a Cenate, in casa di una delle nipoti del parroco che l’aveva tolto dalla parete negli anni Sessanta, don Francesco Berbenni. Attraverso vari contatti con gli eredi, finalmente questo antico affresco, espressione della pittura popolare, è ritornato sull’Altopiano ed ha trovato degna collocazione nel Santuario della Beata Vergine Madonna del Perello, di cui don Valerio è guida spirituale.

FOTO 11 L'affresco che abbelliva una delle case dell'antico borgo di Predale, sotto Ama

L’affresco che abbelliva una delle case dell’antico borgo di Predale, sotto Ama

Nella terza chiesa si può ammirare un secondo gruppo statuario dell’Apparizione, opera dello scultore Alessandro Cappuccini di Milano.

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La statua della Madonna e del contadino Ruggero, FONTE http://www.santuarioperello.it/dal-ns.-archivio.html

Per secoli l’amministrazione del Santuario fu tenuta dai sindaci e parrocchiani di Rigosa e Sambusita, comproprietarie del Santuario, sotto la giurisdizione del Vescovo di Bergamo. Oggi le due parrocchie sono fuse e quindi il sacro luogo, aperto dal Lunedì dell’Angelo fino al Primo Novembre, Solennità di tutti i Santi, è gestito dal Rettore del Santuario, che è anche il “parroco pro tempore della Parrocchia di Rigosa di Algua, in qualità di Presidente di una commissione di nomina popolare confermata dal Vescovo, coadiuvato da un sacerdote diocesano nelle vesti di cappellano”.

FOTO 13 L'Annullo filatelico

L’Annullo filatelico per il Giubileo del 2013

IL 2 LUGLIO 1413

Quella lontana giornata del 2 luglio 1413 era stata calda e soleggiata. Un tempo i valligiani vivevano dei lavori nei campi e anche il contadino Ruggero Gianforte de Grigis, del paese di Rigosa, si era portato sul far del mattino verso il crinale che scende lungo i fianchi del Monte Perello, sopra Rigosa, in territorio di Algua, per falciare i piccoli appezzamenti di prato tra i boschi di faggi- carpini e frassini.

La falce si muoveva veloce e con un tocco di gomito si creavano le “andane”, lunghe strisce di fieno simili a boccoli dorati di fanciulla, che si creavano andando avanti nel percorso di taglio.

FOTO 14 Le tipiche andane di fieno lungo i pendii di montagna

Le tipiche andane di fieno lungo i pendii di montagna

Ad un tratto ecco apparire, mirabile e stupefacente, una figura di donna. Riporta il testo della guida al Santuario: “In un primo momento, incerto dell’improvvisa visione, si dice che il buon uomo non fece nessun cenno di riverenza e “manco si tolse il cappello”.  La Visione, una donna dal manto lungo fino ai piedi, ricomparve e Ruggero si inginocchiò, sopraffatto dall’emozione.

La Madonna lo rincuorò, pronunciando parole leggere come la brezza tiepida, e chiedendo che in quel luogo impervio, lontano dal mondo, nascosto agli occhi del benessere, celato ai desideri terreni, venisse eretta una chiesa, costruita dalle mani operose e instancabili degli abitanti di Rigosa e Sambusita, a cui i paesani facevano capo come Parrocchia.

Per quattro volte apparve, e nell’ultima presenza, come prova del luogo esatto e attestato di veridicità nei confronti dei popolani, fece nascere da un ceppo di faggio marcio lì nei pressi, un ramoscello di ulivo verdeggiante e frondoso.

FOTO 15 L'Apparizione al contadino Ruggero

L’Apparizione al contadino Ruggero

Dopo una iniziale incredulità, dettata giustamente dall’evento mirabolante e sorprendente per gente abituata solo a chinare il capo sotto il sole e lavorare nei campi, gli abitanti di Rigosa uniti a quelli dell’altra frazione di Algua, Sambusita, si recarono a frotte sul luogo e davanti al prodigio del ramoscello d’ulivo, pianta impossibile da coltivare a quell’altitudine, si misero all’opera.

Scavarono il cuore del monte Perello e con pale e picconi, punta e mazza, appianarono il tratto di pendio al fine di costruire una chiesa. Il sentiero venne allargato ed era un continuo viavai instancabile di uomini e lavoranti, ragazzi con la “schisèta” (gavetta) del pranzo, donne con i “pignetì” di latte fresco o acqua, o minestrone, o zuppa.

Il ceppo di faggio secco con il virgulto semprevivo di ulivo venne rinchiuso nell’alcova e rimase visibile fino all’epoca della Visita Pastorale del Vescovo Ruzzini, nel 1705. Fu poi “murato per ordine del Vescovo per evitare manifestazioni di superstizione” come si legge nei documenti ufficiali.

Da allora molti prodigi, ex voto, devozioni e suffragi, hanno riempito gli antichi e sacri muri, a testimonianza del grande e forte legame con la terra di montagna e i suoi abitanti.

Gli studiosi si sono a lungo interrogati sul significato profondo del virgulto d’ulivo: a quel tempo, a causa dell’imperversare della guerra tra Guelfi e Ghibellini che aveva stravolto ed era dilagata anche in Valle Brembana, in Valle Serina e sull’Altopiano Selvino Aviatico, numerose erano le faide tra famiglie, tra borgate, all’interno di uno stesso gruppo familiare, e il miracolo dell’ulivo si può considerare una richiesta divina alla Pace.

In realtà per circa tre secoli l’evento dell’Apparizione è stato tramandato solo oralmente dagli abitanti della zona. Di questa mancanza di  documenti scritti e delle ricerche fatte a partire dal 1613, ne fa fede una annotazione nel libro dei conti conservato nell’Archivio del Santuario.

Eppure furono molte le personalità illustri che trovarono ristoro e meditazione tra le mura del Santuario: primo fra tutti San Carlo Borromeo a fine settembre del 1575, il quale aveva fatto tappa al Perello durante la sua visita sull’Altopiano di Selvino Aviatico, come testimonia la Cappelletta a lui dedicata situata all’inizio del paesino di Amora. Quasi cento anni dopo, nel settembre 1658, fu il Vescovo di Bergamo  San Gregorio Barbarico a inginocchiarsi dinanzi alla Vergine.

 Un ricordo significativo e commovente viene narrato: “Un certo Vincenzo Carminati, di Nese, dall’età di 3 anni, portato nella gerla dai genitori, e fino all’anno della morte a 101 anni di età, non mancò mai l’appuntamento annuale con la Madonna del Perello.”

L’Incoronazione della statua della Madonna del Perello avvenne l’11 agosto 1963, in occasione del 550° anniversario dell’Apparizione, e fu benedetta dal Vescovo di Norcia Monsignor Alberto Scola, essendo venuto a mancare 8 giorni prima il Vescovo di Bergamo Monsignor Giuseppe Piazzi.

Nell’archivio del Santuario sono inoltre conservate due pergamene papali, una di Alessandro VI datata 1498, l’altra di Urbano VIII del 1626 (che si possono osservare in riproduzione nella chiesa di mezzo): entrambe danno disposizioni in merito al Santuario e certificano l’esistenza in quel luogo del culto della Vergine Santissima. “Oh, pellegrino, questo luogo che ti accinge così tanto, è stato eretto nel segno della Fede e dell’Amore: tutto in esso vuol parlare al tuo cuore, per condurti ad esprimere devozione e santità. Guarda ed ammira ogni cosa, ma non tralasciare il raccoglimento del luogo e non resistere al suo richiamo.”

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Cartolina d’epoca con il Santuario del Perello e sullo sfondo, in alto a sinistra, la maestosa facciata della Sciesopoli di Selvino (per gentile concessione di Giuseppe Pino Bertocchi)

 Sciesopoli Selvino

 

 

“Parole davanti al fuoco”

ad Aviatico

una serata con l’autrice Aurora Cantini

0 LOCANDINA serata Parole davanti al fuoco“In compagnia della scrittrice Aurora Cantini alla scoperta di tradizioni e narrazioni poetiche del territorio di montagna nel magico periodo invernale.

Una serata di fotografie e racconti, storie, poesie e oggetti in mostra che raccontano la terra di Aviatico e le sue frazioni (Ganda, Ama, Amora), la sua gente, il suo mondo a tema invernale
Sala Civica via Chiesa Aviatico

Parole davanti al fuoco su facebook

Questi sono giorni quasi leggeri, pieni di magie, di attese, come la Notte di Santa Lucia, su  tutto predomina il rosso come il fuoco che scalda, tramonti luminosi, luce che incanta. Solo per una notte ci sembra quasi di udire un leggero sospiro nel vento, per chi sa ascoltare. E la notte si fa magica…

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Un tempo l’acqua presa a Mezzanotte era considerata benedetta perché a quell’ora fu lavato il piccolo Gesù appena nato. A Mezzanotte ci si bagnava con quest’acqua e si benediceva anche il bestiame come protezione, recitando il Credo. Anche i ceppi carbonizzati del fuoco del camino erano considerati talismani e il fuoco di quella Notte era considerato Benedetto. Con i tizzoni ardenti della Notte si accendeva il fuoco in cucina, passandoli casa per casa.

La stalla era il luogo di convegno dei contadini durante l’inverno. In quell’ambiente dove il calduccio era protettivo e odoroso, nella penombra inquietante di un lumicino a olio, donne, uomini, bambini partecipavano a veglie comunitarie. Le donne filavano o cucivano, gli uomini giocavano o discorrevano delle loro occupazioni campestri o delle novità del paese. I bambini stavano sulle ginocchia del papà o dello zio e ascoltavano gli emigranti ritornati in occasione delle feste. Uno dei divertimenti prediletti era la narrazione di storie, quelle che mettevano i “sgrisoi” e tenevano svegli la notte: parlavano di morti che ritornavano tra i vivi e anime maledette. Altri episodi narravano di cimiteri e morti nascosti dietro il cancello che chiamavano le fanciulle con appuntamenti a mezzanotte. Un fatto che sconvolgeva moltissimo i bambini era ciò che gli adulti raccontavano succedesse nel cimitero: sferragliare di catene, cigolare di cardini, fischiare tra le mura. Perciò transitarci davanti, tappa obbligatoria lungo la mulattiera, richiedeva sguardi guardinghi e passo svelto.

Tante le storie, tanti i ricordi: Il Vescovo in bidonvia

Un tempo in inverno si celebravano i matrimoni. Celebrare matrimoni in inverno, soprattutto a gennaio e febbraio, non era una novità: questa era la stagione nella quale i giovani emigranti all’estero, grazie a una minor frequenza di lavori all’aperto, potevano ritornare al paese e ne approfittavano per sposarsi o per partecipare al matrimonio di un familiare.

32a Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì, anno 1967

Le arnèle della mulattiera di Amora Bassa e la sposa Giusi del Ceserì mentre sale verso la chiesa, anno 1967

Quello che spiccava era la sposa nel suo vestito bianco al ginocchio, con le scarpette bianche che affondavano nella fanghiglia o nella neve ai lati della mulattiera. Sembrava quasi di vetro, una bambolina di ghiaccio che spiccava sul bianco, bianche le mani, il viso, il vapore dell’aria gelida, il cielo.

L’inverno sulle montagne evoca anche ricordi perduti, tragedie mai dimenticate: Lettere dal fronte della Prima Guerra Mondiale

Migliaia di ragazzi lasciarono le loro case e tante famiglie delle nostre contrade trascorsero i giorni del Natale in ansia, chissà con quale pena, con quale tristezza, con quale sgomento e paura.

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E poi il lamento struggente verso i tanti Dispersi nella gelida terra di Russia: Dal freddo inverno russo la Madonna del Don

Storie di montagna, di ieri e di oggi, storie di vita.

L’ARTICOLO

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Su L’Eco di Bergamo la notizia della serata

LA FOTOGALLERY DELL’EVENTO

Momenti…

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… e oggetti

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Il ragazzo di Predale e la sua lapide sul sentiero verso il rifugio Calvi,

ricordo di un’epoca lontana

e di quei “famèi” lontani da casa

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

Poco più in alto del paese di Carona, in Alta Valle Brembana, il sentiero numero 210 conduce, in un tempo di circa 3 ore, al Rifugio Fratelli Calvi, situato a quota 2015 metri. Il Rifugio, ristrutturato negli anni 1982- 1984 dal CAI di Bergamo, è una tappa del sentiero delle Orobie ed è situato in una conca che è dominata dal Pizzo del Diavolo di Tenda e il Diavolino, accanto al Lago Rotondo.

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Carona e il suo lago

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A sinistra il Pizzo del Diavolo di tenda e il Diavolino

La strada carrabile, percorribile solo tramite Pass ottenuto all’ufficio comunale di Carona, permette una salita agile e svelta. Ma l’approccio più suggestivo è dato dalla salita a piedi. Ci si inerpica oltrepassando le case dell’antico borgo di Pagliari, tra boschi incantevoli e cascate naturali, tra cui quella della Val Sambuzza, fanno da cornice le baite del Dosso, si culmina verso il Lago del Prato in un tratto abbastanza ripido e si approda al pianoro sotto la diga del Lago di Fregabolgia, a  1900 metri sul livello del mare.

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Il borgo di Pagliari e la sua cascata

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Baite e laghetto

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La diga di Fregabolgia e il suo sbarramento

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Il lago fi Fregabolgia e uno dei tanti laghetti verso il Rifugio Calvi

Superata una salitella si giunge al culmine della diga di Fregabolgia e aggirando l’ampio lago alla sua sponda settentrionale si sale un sentiero che in mezz’ora porta al Rifugio.

Poco prima di giungere alla diga di Fregabolgia, appena più sopra rispetto al sentiero, accanto ad una pozza circolare, una piccola lapide bianca di granito appare quasi luminosa e un giovane volto di ragazzo sembra trafiggere il cuore.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

È l’immagine di un giovanetto dal viso serio e delicato, vestito in giacca a quadretti grigi quasi troppo grande per lui e camicia bianca e cravatta, lindo e composto in posa davanti al fotografo: si chiamava Modesto Carrara, era nato il 25 dicembre del 1943 nel piccolo Borgo di Predale, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, partito un giorno di giugno del 1962 come bergamino sui monti del Rifugio Calvi e mai più ritornato a casa.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara vista dal sentiero

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Modesto Carrara nell’immagine che il cugino Guido conserva ancora oggi nel suo portafogli

Il Borgo di Predale (la cui storia narro in un separato articolo) era un nucleo di abitazioni molto antiche che negli anni Quaranta aveva contato  più di cinquanta abitanti, tanto da far ipotizzare la costruzione di una cappelletta per celebrare la messa, ed era situato poco sotto il paese di Ama, collegato alla contrada di Amora Bassa, tramite una agile via cavalcatoria parallela.

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Il borgo di Predale, sotto Ama, come era fino agli Anni Ottanta

Un tempo, all’inizio dell’estate, si portavano le mucche in alpeggio per garantire latte di buona qualità e permettere alle mandrie riposo e foraggio fresco e anche abitanti della contrada di Amora Bassa seguivano questa essenziale consuetudine.

In particolare le mandrie della famiglia di Modesto trascorrevano l’estate al Rifugio Calvi, ma, essendo numerose, unite a quelle degli zii, i proprietari dei pascoli montani di Branzi permettevano l’alpeggio a condizione che fosse garantita la sorveglianza continua.

Maria dello STefèn con i fratelli gino osvaldo bimbo Modesto cravatta davanti alla propria casa

Maria Carrara figlia dello Stefèn con il fratello Modesto in camicia e cravatta, il fratello Gino e il fratellino Osvaldo davanti alle case di Predale

Per seguire le mucche in quota ci si affidava ai bambini dai 6 ai 16 anni , che all’inizio dell’estate lasciavano le loro case  in valle per salire agli alpeggi, al servizio dei bergamini.

Erano detti “famèi”, ed avevano il compito di accudire e sorvegliare il bestiame nei pascoli. Il loro tempo era scandito dalle stelle, “da stella a stella” perché iniziavano con l’ultima stella prima dell’alba e terminavano con l’apparire delle stelle della sera. Per loro si aprivano mondi di solitudine sui pendii, lontani dai coetanei, lontani dai giochi, quasi in balia degli adulti burberi e severi, indifferenti alla loro nostalgia di casa.  Erano bambini provenienti non solo dalla bergamasca, ma anche da Brescia, Cremona, Valtellina.

Anche il giovane Modesto svolgeva queste mansioni, seppur con animo colmo di nostalgia. Quell’inizio estate del 1962 aveva diciott’anni, erano parecchie stagioni ormai che sopportava mesi e mesi di isolamento e solitudine sui monti, cominciava a sentire gravare sul cuore il peso di una vita nomade e solitaria, con la sola compagnia del suono dei campanacci ai lunghi crepuscoli estivi.

Già dalle settimane precedenti sentiva un profondo e inquieto presentimento che lo coglieva la notte lasciandolo senza sonno, faticava ad accettare l’imminente partenza e a separarsi dalla famiglia, anche se in casa svolgeva le sue mansioni con la solita laboriosità e senza lamentarsi. Il papà, “Stefèn” lo convinse ad accettare ancora una volta il pesante compito e a salire al Rifugio Calvi per 40 giorni, poi gli avrebbe dato il cambio, la sera del 26 luglio.

Le mandrie giungevano a Branzi sui camion bestiame, poi iniziava il lento, massiccio avanzare a piedi fino al paese di Carona. Da qui si inerpicavano lungo il sentiero che le avrebbe condotte sul pianoro del Rifugio, dove erano le malghe.

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L’area a Branzi dove un tempo si scaricavano le mandrie

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Uno scorcio del ripido sentiero che conduce al Rifugio Calvi

All’arrivo in baita, Modesto aveva a lungo implorato il cugino Guido, che lo aveva accompagnato, di fermarsi lassù una settimana con lui perché si sentiva solo, senza amici e soffriva per il distacco. Ma Guido non poté accontentarlo perché iniziava a lavorare in bassa valle, ad Albino, come apprendista- fabbro. Così Modesto dovette rassegnarsi agli eventi. Stette immobile sul costone osservando il cuginetto caracollare giù, quasi in un planare verso casa, poi abbassò il capo e volse la spalle alla civiltà, per immergersi nel silenzio degli spazi aperti. In alto una poiana sembrava salutarlo, unica compagnia a quel giovane cuore gonfio di lacrime trattenute e di struggente addio.

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Le malghe nella zona del Rifugio Calvi

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Mucche di razza bruna alpina tipiche delle montagne bergamasche

IL DRAMMA

Tutto era accaduto poco prima di mezzogiorno del 26 luglio: era l’ultimo giorno di permanenza in quota e Modesto fremeva d’impazienza perché di lì a poche ore il papà “Stefèn” sarebbe salito a dargli il cambio. Dopo aver spostato la mandria in un nuovo pascolo Modesto aveva deciso di tuffarsi in una pozza liquida e trasparente, uno dei bacini artificiali che alimentavano le turbine dell’Enel: voleva mostrarsi fresco e rinfrescato per il ritorno a casa. Era abituato a lanciarsi nelle pozze, era abile ed esperto, anche nel suo Borgo di Predale era solito immergersi nella pozza “dol tinèl”, del mastello, per la sua forma circolare. Non era più riemerso.

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La pozza in cui si tuffò il giovane Modesto

Sull’Altopiano di Selvino Aviatico, all’osteria del “Guèra” che fungeva da posto telefonico pubblico, giunse la tragica telefonata e in un battibaleno la notizia si sparse, mentre un compaesano intraprendeva la discesa fino alle case di Predale per dare l’annuncio alla mamma “Bèpa” e al papà in procinto di partire. Giunse al Rifugio verso sera, per accogliere tra le sue braccia il corpo senza vita di quel giovane figlio perduto. Modesto venne deposto nel cimitero di Carona in attesa del nullaosta da parte delle autorità, quindi trasportato sull’Altopiano di Aviatico fino al paese di Ama con il carro funebre, poi, sorretto a braccia dai cugini e dai fratelli, venne accompagnato giù per trenta minuti sino al gruppo di case costruite in Predale, sotto Ama, e lì venne deposto nel cucinino a pianterreno, a lato del portone d’ingresso.

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La casa dello “Stefèn” nel borgo di Predale, come era e cosa ne resta

La sua era l’ultima famiglia che ancora risiedeva nel Borgo; c’era stata quella “dol Mèrol”, del “Luigiòt”, del “Maele”, complessivamente sei o sette famiglie fisse, ma col tempo erano emigrate a valle, nei dintorni di Ranica e Torre Boldone.

Il giorno successivo dal Borgo di Predale era partito il funerale a piedi, una colonna di uomini e donne in nero, lungo il sentiero che si inerpicava in mezzo ai prati in piena fienagione estiva, un tragitto di mezz’ora o poco più fino alla chiesa di Ama, posta su un pianoro, mentre i lugubri rintocchi della campana a morto si propagavano su tutto l’Altopiano.

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La mulattiera che ancora oggi, sebbene non curata, sale da Predale alla chiesa di Ama; a alto il pendio di bosco della Valle Predale con in alto la chiesa di Ama

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Cartolina d’epoca con la chiesa di Ama e a destra l’inizio del sentiero che scendeva a Predale

Il corpo era stato avvolto nella tela cerata trasparente e poi nella bara scura, quindi seppellito nella nuda terra del piccolo cimitero sul Poggio Ama, unica costruzione solitaria  tra il verde.

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Cartolina d’epoca che raffigura il piano di Ama negli Anni Sessanta con a sinistra il cimitero solitario nel verde

L’anno seguente il cugino e amico d’infanzia Guido, di 14 anni, era risalito fino al punto in cui Modesto era annegato per porre una croce in ferro da lui stesso forgiata nella bottega del fabbro insieme ad un mazzo di fiori. Fu il suo primo lavoro di apprendista dal “frér – il fabbro” e mai avrebbe immaginato, nelle lunghe conversazioni con l’amato cugino, di realizzare qualcosa di così terribilmente tragico e sconvolgente. Ancora oggi porta con sé, ben riposta nel suo portafogli, la fotografia di quel cugino scomparso.

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Luglio 1963, il momento in cui Guido depose la croce da lui stesso fabbricata nei pressi della pozza in cui l’anno precedente era annegato il cugino Modesto e a lato la stessa croce come è oggi, che sorregge la lapide in granito bianco

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La croce come appare dal pendio del sentiero e a lato la croce su cui è appoggiata la lapide bianca

Il papà “Stefèn”, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché, non reggendo al grande dolore, lui e la moglie “Bèpa” presero la sofferta decisione di andarsene dal Borgo di Predale. Non vi era più nulla che li legasse a quella contrada, la voce del loro amato Modesto riecheggiava ancora tra le pareti spoglie dell’enorme casa a più piani, e l’entrata economica che lui garantiva con le sue forti e giovani braccia era venuta a mancare. Partirono ad inizio giugno del 1963 diretti a Ospitaletto, in provincia di Brescia, dove da tempo si erano stabiliti gli altri figli, emigrati in cerca di lavoro sicuro.

Le case deserte si animavano solo d’estate quando i fratelli, (i primi in età sono del ’29 e ’31) risalivano al monte con i figlioletti, in cerca di fresco.

L’anno successivo, nel 1964, “Stefèn”, sopraffatto dall’immane fardello, morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano dal suo mondo. Modesto rimase a riposare nel piccolo cimitero di Ama per 18 anni, fino al 1980, quando venne riesumato e anche lui raggiunse i genitori a Brescia. Racconta la sorella Maria, emigrata per lavoro nel 1961 a 15 anni, che quando venne tolto dalla terra “era ancora intatto, perché dalle nostre parti i vecchi dicevano che il corpo di chi nasce il Giorno di Natale non si decompone.”

Oggi la lapide bianca accompagna la salita degli escursionisti, ma è silenziosa e scarna, solo gli occhi di quel giovinetto paiono brillare di luce, o forse piccole gemme come di lacrime. La sua storia sconosciuta è la storia dei ragazzi di un mondo lontano, quasi seppellito dietro le rocce scure delle montagne, la storia di fatiche e distacchi, di strappi dolorosi e gioventù costretta a diventare grande in fretta, ma ricorda come questa terra aspra porta le voci degli antichi abitanti, e chiede di non perderne il ricordo. La montagna vive finché ci vive la gente e la memoria.

Di quell’epoca lontana, di quei “famèi” lontani da casa, non rimane che un leggero sospiro nel vento, uno sguardo dalla terrazza del Rifugio a guardia del lago. Non ci sono più mandrie all’aperto, né fuochi di bivacco, solo il ritorno di un giorno in una pagina di ricordi ingiallita dal tempo, prima di riprendere lo zaino e ridiscendere per ritornare alla civiltà.

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Il Rifugio Fratelli Calvi e il lago in cui si specchia

OGGI

Oggi il giovane Modesto, l’ultimo dei “Famèi” riposa nel cimitero di Ospitaletto, accanto ai genitori e ai fratelli.

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

NOTA DELL’AUTRICE

E’ stato emozionante oggi ritrovare a Branzi i ricordi legati al giovane Modesto Carrara: gli anziani ricordano ancora quel terribile giorno del 26 luglio 1962, mi hanno spiegato che la disgrazia avvenne alla presa dell’Enel detta “presa della Capra”, località situata poco prima della diga di Fregabolgia. Il giovane Modesto aveva la baita in alpeggio all’Alpe Bianca, zona dove ancora oggi le famiglie delle Aziende Agricole di Branzi e dintorni portano le mucche in alpeggio.

RINGRAZIAMENTI

Un grande grazie a Maria Carrara, sorella di Modesto, per essere riuscita a ricordare, seppur nel dolore che  ancora vive in lei, la tragica storia del giovane Modesto, della sua breve avventura, del suo indomito coraggio.

Il Vescovo in bidonvia

Altopiano di Aviatico – Monte Poieto

(sulla base della testimonianza della signora “Ciòci” Grigis di Aviatico)

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Il Rifugio del Monte Poieto con a lato la Cappelletta della Madonna della Neve

Oggi siamo abituati a vedere il Papa o i Vescovi muoversi al passo dei tempi, con imprese “social” memorabili e impensabili un tempo. I confini del mondo sono valicati in tempo da record e soventi sono le visite ai territori e alle genti che vivono agli antipodi delle nostre latitudini.

Ma un tempo… Vescovi e Prelati non si vedevano spesso in giro, ed erano rivestiti di un’aurea sacra, personaggi fuori dalla vita quotidiana, inaccessibili.

Perciò una vecchia fotografia, ritrovata in una scatola riposta in un armadio di una delle tante cascine della borgata di Amora (frazione di Aviatico) racconta un’impresa quasi da leggenda.

Questa fotografia ritrae il Vescovo di Bergamo Monsignor Clemente Gaddi mentre sta per salire sulla Bidonvia che collega il paese di Aviatico (Orobie Bergamasche) al Monte Poieto, con accanto il Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima Bidonvia Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima di salire in Bidonvia al Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

http://www.storylab.it/n/foto/6211/il-vescovo-in-bidonvia/

La data precisa non è certa, ma, dato che il Vescovo ha iniziato il suo mandato nel 1963, sicuramente era l’inizio dell’inverno del 1963 o 1964 e non prima.

La testimonianza che riporto è data in prima mano dalla signora “Ciòci” Grigis, di Selvino ma sposata ad Aviatico, una dinamica e ancora arzilla signora, che era presente quel giorno. Il fratello Mario, persona molto conosciuta a Selvino e nelle valli, di forte carisma e personalità, da qualche anno aveva dato avvio al “Progetto Poieto”, (montagna che sovrasta il paese di Aviatico, con una altezza di circa 1400 metri) prima con la costruzione della Bidonvia, poi piano piano con la realizzazione di un “baracchino” per turisti dove lui e la sorella “Ciòci” offrivano pane e salame, e successivamente con la messa in opera dell’edificio vero e proprio, ampliato nel corso degli anni.

Il primo palo per la Bidonvia venne impiantato nel 1959 proprio ad opera di Mario Grigis (fratello della Ciòci).

La possente ruota intorno alla quale giravano le cabine per ridiscendere a valle era stata portata fin lassù a spalle dal Passo della Muruna (Passo di Ganda) con l’aiuto degli abitanti dei paesi, che in questo modo avevano avuto una piccola entrata economica, sotto la supervisione del Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

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Foto della stazione della bidonvia ad Aviatico quando ancora non c’era il rifugio sul Poieto

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Anni Sessanta Foto dell’impianto della bidonvia con il Rifugio del Monte Poieto

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Anni Sessanta Foto del rifugio del Monte Poieto in primo piano con le cabine della bidonvia

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L’inaugurazione della Bidonvia era avvenuta nel 1960, alla presenza del Senatore Folchi, durante il mandato del Sindaco di Selvino ingegner Rossi.

Perciò per quale motivo il Vescovo di Bergamo stava salendo in Bidonvia, in inverno, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, per raggiungere un’altezza di circa 1.400 metri dove non c’era nulla, se non distese bianche sferzate dal vento, su cui si poteva solo sciare?

Bisognava ritornare alla mente instancabile di Mario Grigis, il quale, infaticabile amante della sua terra, non si fermava un momento e poco tempo dopo l’inaugurazione della Bidonvia aveva iniziato a realizzare le piste da sci.

Partivano da dietro il rifugio, verso le dorsali che scendevano verso il Passo di Ganda.

La prima pista da sci aveva un impianto di risalita a Skilift, cioè con la fune che terminava con un piattello adibita al traino degli sciatori .

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Anni Sessanta Rifugio Monte Poieto, lo sklift

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Anni Sessanta L’impianto dello Skilift con le piste da sci del Monte Poieto

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I terrazzamenti

Anni Sessanta Foto panoramica di una delle piste da sci del Poieto con vista sui terrazzamenti di Plaz

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1960 con Ganda e il cimitero

Anni Sessanta Foto panoramica con in basso sullo sfondo il piccolo paesino di Ganda , annidato sul cucuzzolo e il suo cimiterino isolato a mezza costa. A sinistra su un cucuzzolo si nota il puntolino nero della cappelletta del “Tribulì” di Ganda, dove si celebrava messa in estate e dove ci si recava durante le passeggiate quotidiane. Oggi trasformata in abitazione privata e completamente sommersa dal bosco.

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La continua presenza di sciatori richiedeva però nuove idee.

A lato nord dell’impianto già attivo, inoltrandosi oltre il Rifugio, si stendeva un pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” e che ben si prestava ad una nuova possibilità per gli sciatori, una pista quasi in picchiata, che avrebbe garantito neve fino a primavera, essendo quasi sempre in ombra.

Per quei tempi erano progetti futuristici, quasi inimmaginabili.

a dx la pista dei Ruc, detta Radici non ancora costruita

Anni Sessanta Nella foto, a destra dello sklift, si vede bene il pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” dove poi si sarebbe ricavata la pista “Radici” e la sua Seggiovia.

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Ma per la nuova pista, impervia e maestosa, era necessario qualcosa di più robusto e sicuro di uno Skilift. Con l’aiuto di amici che contribuirono e sostennero l’idea di Mario Grigis, venne realizzata una Seggiovia con i seggiolini e solidi piloni portanti.  Si cominciò a dare un nome alle piste e la “Radici” divenne ben presto famosa  rinomata per la sua spericolatezza e difficoltà, ma anche per il suo pericoloso e intrigante fascino che richiamava turisti da ogni dove.

Ed ecco il ruolo di Monsignor Gaddi: attraverso i numerosi contatti di Mario Grigis era stato proposto al Vescovo di inaugurare il nuovo, brillante e massiccio impianto, perciò era stato accompagnato in auto fin sull’Altopiano di Selvino per la memorabile occasione, all’inizio della stagione invernale.

La signora “Ciòci” era emozionatissima quel giorno, e con lei la folla che era salita fin lassù per vedere, ammirare, seguire. Vedere un Vescovo, tutto “tirato” e compito, inaugurare una seggiovia, era una cosa strabiliante, quasi da non credere.

Dopo la cerimonia di benedizione venne offerta la cena al Rifugio, nella sala “vecchia”, costruita dal Mario nel 1962 e oggi trasformata in bar.

Alla giovane “Ciòci” era stato dato l’incarico di cucinare e di servire ai tavoli; fu durante uno di questi momenti che ascoltò il Vescovo commentare la particolare e vivace giornata con questo aneddoto, rivolto ai numerosi commensali presenti:

«Devo dire che non mi era mai capitato in tutta la mia carriera di Vescovo di inaugurare una seggiovia. E devo anche ammettere che ho riflettuto a lungo su quale preghiera optare per la benedizione. Ma, con sincerità, la mia mente non trovava soluzioni. Avevo pensato alla Preghiera dell’Alpino, ma questo biancore, questo elevarsi al cielo come volando, chiedeva qualcosa di più leggero. Alla fine ho trovato quello che faceva al caso mio. La mia scelta è caduta sulla preghiera dell’Aviatore e ora capisco che ho fatto bene perché qui su questa vetta sembra davvero di essere vicino al cielo.»

La sua affermazione era stata così sincera e spontanea che aveva scaturito un lungo e festante applauso.

L’inaugurazione della Seggiovia fu l’occasione anche per parlare ancora del futuro del nascente Poieto, e fu in quell’occasione che gli amici e i presenti, quasi come una battuta, lanciarono la proposta a Mario Grigis: «Ora che è arrivato il Vescovo, dovresti costruire qualche stanza per permettere il pernottamento, così il Monsignore ritornerà ancora, magari per qualche giorno di riposo in estate…»

Detto e fatto, le camere al piano rialzato, poi fu la volta della piscina, quindi l’ampliamento del piano terra, e via via.

La seggiovia della Valle dei “Ruc” marciò a pieno regime per anni e anni, si alternarono personaggi famosi dello spettacolo e dello sport, si sciava anche il 25 aprile e la sua fama era indiscussa. La neve a due passi da Milano, senza le code, senza stress, senza viaggi faticosi.

Poi il declino.

Oggi della seggiovia inaugurata dal Vescovo Clemente Gaddi restano solo alcuni pali, lo spettacolare dirupo aperto, quasi una lastra argentata, che sembrava proiettare verso il basso, si è rimboscato, tutto si è inselvatichito, come una fiaba senza il lieto fine. Non c’è più niente, solo i ricordi degli anziani.

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto i pali della seggiovia per la pista Radici in basso Coldré

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto gli ultimi pali della seggiovia per la pista Radici, in basso si vede il borgo di Coldré

Grazie alla signora “Ciòci” ho potuto dare finalmente una storia a questo momento particolare dell’Altopiano di Selvino Aviatico.

Ma se non si fermano sulla carta i ricordi, rischiano davvero di scomparire nel nulla. Fatti e genti sommersi dall’oblio.

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Aprile 2015 Panoramica sulla Valle Seriana dal pianoro dietro il rifugio Poieto

 RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia della fotografia “Il Vescovo in bidonvia” è dare conoscenza e memoria, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

Ringrazio di cuore Storylab.it per l’archivio di fotografie d’epoca che ho potuto utilizzare. Ringrazio la signora “Ciòci” per il dattagliato ricordo del “Vescovo in Bidonvia”.

I commenti dei lettori per il romanzo

sull’infanzia abbandonata a Bergamo

Il bambino con la valigia rossa

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Il bambino con la valigia rossa, libro

“Cara Aurora,

ripensando alla presentazione del tuo nuovo libro, non posso non condividere con te le emozioni che mi hai suscitato. Come sempre hai dimostrato il raro dono di condensare il pensiero in poche frasi e in parole scelte con cura.

Chi ama la letteratura e scrive, o almeno ci prova, non può non aver provato ciò che tu hai espresso in modo così schietto e incantevole allo stesso tempo.

A volte, anzi spesso, ciò che succede nella realtà è talmente assurdo e imprevedibile che supera di gran lunga la fantasia. Uno scrittore è attento alla realtà circostante, e mentre la coglie al volo e la ferma sulla carta, allo stesso tempo la ricrea, la trasforma per darle un senso, perché nulla è accaduto invano e ogni vita lascia un segno. È quello che hai fatto tu.

Accanto al minuzioso e ammirevole lavoro di ricerca storica, ancora una volta colgo nelle tue parole l’attenzione alle persone, agli stati d’animo, ai sentimenti.

Mi ha fatto sorridere il tuo modo di presentare Gino, l’amico di Pietro, perché è proprio così che succede: quando un personaggio preme per uscire dalla tua penna e prende vita, ti accorgi che ad un certo punto non puoi più scegliere tu cosa fargli dire o fare. È lui stesso che ti suggerisce il suo ruolo nella vicenda e tu non puoi che lasciarlo libero di dire, fare, restare o andarsene da quel foglio, a quel punto della storia. Ci sono realtà in cui ti imbatti per caso, mentre cammini per strada, fai la spesa, leggi il giornale o raccogli lo sfogo di un amico.

Ci sono fatti e persone che ti restano in un angolo del tuo cuore e bussano, bussano finché tu non ti decidi ad aprire uno spiraglio e a lasciarle uscire. Questa volta hai lasciato che il tuo cuore e la tua mente fossero afferrati dalla triste realtà dei brefotrofi e di chi cerca, da sempre, di scoprire le proprie origini e mettere insieme i tasselli.

Hai saputo dare voce ai pensieri e alle emozioni di chi ha vissuto e vive storie dolorose e ingiuste come questa. Il cuore di chi soffre e aspetta non smette di soffrire, ma un po’ si riposa, riprende fiato e coraggio. Non si sente solo. Grazie, Anna C.”

“Ciao Aurora! Finalmente l’ho letto, anzi… Letteralmente divorato! Il tuo bellissimo libro “il bambino con la valigia rossa”. Semplice da leggere, scorrevole e… Commovente, decisamente commovente. Mi sono sentita una bimba del brefotrofio, ho avvertito la paura di Pietro, la sua rabbia, la solitudine, la tristezza, il freddo, ho patito la fame con lui, ho sentito la mancanza di affetto… Amo tantissimo i bambini e dopo ogni riga avrei voluto essere un’assistente, una sguattera, una balia, insomma una qualsiasi persona di quel brefotrofio per poter stringere, baciare, abbracciare e consolare tutti quei bimbi che ora avrebbero l’età dei miei genitori… Sono stata male perché, pur sapendo che è una romanzo, hai raccontato una storia VERA!!! Lo rileggerò x me stessa e lo leggerò sicuramente ai miei nipoti… Grazie per avermi aiutato a capire meglio cosa prova un bimbo senza l’amore della mamma… Grazie! Nadia Camozzi”

“Gentile Aurora, ho appena terminato di leggere il suo ultimo libro “Il bambino con la valigia rossa”. Tante informazioni storiche che ne fanno sicuramente un romanzo storico, accurato, interessante, atto a salvare dall’oblio piccoli frammenti del nostro passato. Ma questo è lo sfondo su cui si intreccia una storia di grande profondità. Come non affezionarsi a Pietro? Con lui vivi le sue sofferenze, i suoi dolori, le sue angosce. Alla fine si è emozionati quando “spicca il volo” lasciando il Brefotrofio. La Storia, il passato, il piccolo Pietro. Ma dietro a tutto questo, ad ogni singola frase, scorgo Aurora Cantini poetessa, con il cuore piantato come radici nel territorio in cui vive e che ama.  Con grande stima, Antonia”

“Eccolo finalmente l’ultimo romanzo di Aurora Cantini. E’ qui tra le mie mani. Provo un senso di timore/pudore nell’affrontarne la lettura. Come già è accaduto nella lettura dei suoi altri romanzi so che mi porterà a vivere le emozioni e i sentimenti della realtà che racconta e dei suoi personaggi. Sarà un’esperienza talmente “reale” e autentica come solo lei sa ricreare e proporre. Sarà un’esperienza profonda ma già so che anche le tragedie verranno raccontate con la delicatezza dell’ animo poetico dell’autrice. Nulla viene edulcorato della verità ma il modo in cui l’autrice ce la propone non fa perno su quanto nei fatti c’è di scabroso piuttosto su quanto di umano si può condividere con gli uomini di ieri e di oggi che lei ci fa conoscere e incontrare.”

“Un romanzo semplice ma che vuole raccontare la realtà del brefotrofio di bergamo. Una storia per dar voce ai bambini senza sorriso che tanto speravano di trovare casa. Consigliatissimo. Oscar C.”

“Ho letto con grande piacere i romanzi precedenti di Aurora Cantini: nonostante narrino di realtà talvolta dure, riescono a farlo in modo che l’animo che ne viene toccato ne esca rappacificato con alcuni aspetti “faticosi” dell’esistere. Lucia B.”

 

Le donne senza più patria raccontate in poesia

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A Treviglio, nell’ambito nella Tredicesima Edizione del concorso nazionale di Poesia “Enrico Brianza” organizzato da ANTEAS (Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà) è stata premiata la poesia dedicata a tutte le donne senza più patria tratte in salvo dal mare, assistite dai soccorritori, dal titolo “Sono una foglia su una zattera” di Aurora Cantini, che si è classificata seconda.

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Motivazione della Giuria per la poesia di Aurora Cantini

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

“L’attualità del contenuto e il linguaggio poetico, intriso di immagini forti, incalzanti e di riferimenti all’intimità del quotidiano, offrono al lettore lo spunto per riflettere sul valore della vita, fragile ma preziosa, e sul significato della fratellanza”

Tantissime donne, molte con i figlioletti in braccio o attaccati alle giacche, intraprendono la via del mare per fuggire alle guerre, alle carestie, alle persecuzioni, alla miseria.
Tanti, troppi bambini sono morti in questi ultimi mesi, tante, troppe donne sono scomparse sui barconi della morte, gettate fuori bordo, lasciate annegate nelle gelide acque, avvolte dai loro veli, come un sudario che le ha imprigionate. Le infinite stragi del mare

LA POESIA PREMIATA

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LA TESTIMONIANZA DI UN SOCCORRITORE

“Se non li vedi non puoi capire. Quegli enormi laghi neri e profondi che sono gli occhi dei bambini, la dignità di una donna che nonostante tutto tenta di lavarsi con una salviettina profumata, un ragazzo che tiene per mano l’amico con la gamba fratturata, il sapore del sale acre sulle labbra, il sudore, l’odore del ferro e l’odore della morte di quel momento di tragica stasi e di silenzio al passaggio dei sacchi neri pieni di corpi, di persone, di sogni, di speranze, di popoli. Siamo ospiti, ospiti di questo mondo, non proprietari.” (Fonte: E Liberali Dal Mare)

LA PREMIAZIONE

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Aurora Cantini premiata a Treviglio

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I Premiati della 13^ edizione del concorso nazionale di poesia “Enrico Brianza” ANTEAS Treviglio

DONNE SENZA PIÙ PATRIA

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Il 60% dei rifugiati e migranti sono donne e bambini

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