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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Quello sguardo bambino dalla funivia Albino Selvino

Fonte Archivio Wells http://www.storylab.it/n/foto/3407/guardando-dalla-funivia/

C’è un punto della Funiva Albino Selvino (Orobie Bergamasche) molto amato dai bambini, era il posto che anche io preferivo quando salivo con mio papà. Mi sembrava di volare come sopra l’acqua, sopra il vento, a bordo di una mongolfiera. E il brivido era vedere incombere sempre più grande, quasi a schiacciarmi, l’enorme massicciata della stazione di arrivo di Selvino.

La Funivia Albino Selvino collega il paese di Albino posto a fondovalle nella Media Valle Seriana, con Selvino, situato sull’Altopiano Selvino Aviatico, un dislivello di circa 600 metri che viene superato in 7 minuti esatti.  È una delle poche funivie che svolgono il servizio nel cuore di due centri abitati, al pari di un comune sistema di trasporto quotidiano.

Archivio Wells FONTE http://www.storylab.it/n/foto/272/stazione-della-funivia-albino-selvino/

Archivio Wells FONTE http://www.storylab.it/n/foto/3405/stazione-funivia-albino-selvino/

La sua realizzazione, inziata nel 1954 con l’impiego dei muratori, carpentieri e manovali di tutto l’Altopiano (tra cui anche mio papà Mansueto) ha rotto il secolare isolamento dei piccoli paesi dell’Altopiano, Aviatico e Selvino, raggiungibili fino a quel momento solo percorrendo impervie mulattiere lungo la Via Mercatorum e di fatto ha dato inizio all’epoca del turismo, della costruzione edilizia, del lavoro in bassa valle per tanti giovani e ragazze,  non più rinchiusi nella prospettiva antica di una vita di fatica nei campi.

La funivia è stata inaugurata nel maggio 1958 e, come scritto sul giornalino ProAlbino del maggio 1958, veniva considerata “la più importante delle funivie europee colleganti due centri sempre abitati”.

Articolo sulla rivista Proalbino per l’inaugurazione della Funivia Albino Selvino 8 maggio1958

Cartolina d’epoca: la vecchia funivia svettante sopra uno degli imponenti piloni. In alto la mole della Cornagera

Che emozioni ancora provo nello sbirciare oltre i vetri sospesi! Mi sembra ieri, è passato un mondo! Il primo modello era grigio, poi la funivia divenne rossa, e infine, dal luglio 2010, la funivia si è ripresentata al pubblico completamente rinnovata e con una linea estremamente innovativa.

 

Funiva Albino Selvino, primo modello

Funivia Albino Selvino, la funivia rossa in funzione fino al 1987, foto di Mino Piazzini FONTE Facebook “Sei di Selvino se…”

Funivia Albino Selvino, modello rosso seconda versione, attivo fino al 2010

Funivia Albino Selvino, modello innovativo del luglio 2010

LA VECCHIA FUNIVIA

Guardando giù dal pianoro sopra Salmeggia in un pomeriggio di camminate, i miei occhi scorgono un puntino rosso tra il grigio del campo del Perello: la vecchia funivia giace come un relitto di un tempo lontano, solitaria e spersa nel suo silenzioso sonno.
Non so perché, ma mi sono sentita assalire da un groppo di nostalgia commossa, come a vedere una persona cara. O forse semplicemente perché su quella funivia sono salite e scese tante persone amate e conosciute, con tante storie, tanti pensieri, tante vite sospese nel vento.

Dal pianoro di Salmezza, sopra Selvino, lo sguardo sulla vecchia funiva dismessa Albino Selvino

Come tutto nella vita, le cose cambiano e la nuova funivia è tecnologica, ma lì sopra i ricordi ancora non ci sono. Sono tutti accartocciati tra le lamiere della vecchia funivia. E così sarà per molto. Sulla nuova funivia saliranno i ricordi dei ragazzini di oggi. Cara vecchia funivia, ti abbraccio da lontano, vecchia guardiana della mia infanzia.

Il cerbiatto Bambi ha perso il suo “papà”

Bambi

Chi di noi non ricorda la tenerezza di Bambi, la sua dolce curiosità, la malinconia che assaliva il cuore nel seguire le disavventure del piccolo cerbiatto rimasto orfano di madre?

La storia di Bambi ha fatto crescere milioni di bambini e di bambine, che si sono avventurati a piccoli passi nel bosco incantato, dove tutto parlava di magia, di gioia e tenerezza, ma anche di solitudine e spavento.

Famosa è la storia creata nel 1923 dall’autore austriaco Felix Salten dal titolo “Bambi, la vita di un capriolo“, ma ancora più famosa fu la trasposizione cinematografica ideata da Walt Disney nel 1942 e proiettata in Italia per la prima volta nel 1948. Un film d’animazione eterno, intramontabile, che ha fatto piangere genitori e figli in sessant’anni di distribuzione.

Pochi sanno però che Bambi aveva un papà, un papà in carne ed ossa, il disegnatore che lo ha inventato, il quale si è spento poco tempo fa all’età di 106 anni. Si chiamava Tyrus Wong ed era nato in Cina. “Subì il carcere, l’isolamento, interrogatori durissimi, la povertà e la discriminazione nella speranza di costruirsi una vita negli Stati Uniti.” (fonte Republbica.it)

Ma non è tanto l’età avanzata o la fortuna che gli ha portato il cerbiattino a catturare la mia attenzione, no, quanto l’emozione che mi è nata nel cuore nel leggere la drammatica storia di questo piccolo, esile uomo dal grandissimo talento.

Una delle scene principali del film, la più toccante e tragica, vede il carbiatto e la sua mamma scappare nella foresta immersa in una fitta nevicata. La mamma incita il suo piccolo: “Bambi, corri più svelto, non voltarti indietro, corri, corri…” Poi un colpo di fucile rimbomba nel silenzio del bosco e Bambi rimane solo. “Dove sei mamma? Mamma! Mamma!” grida disperato, ma la mamma non ritornerà più. Ecco, Tyrus Wong scelse ogni colore, ogni sfumatura, ogni linea del piccolo cerbiatto, lo coccolò e lo amò fino all’ultimo disegno. Lo scelse come un fratellino, perché Bambi era lui, sentiva di esserlo in ogni respiro, in ogni tenero e incerto passo del piccolo animale. Tyrus Wong era nato in Cina, in un tempo in cui i cartoni animati neanche si sapeva esistessero, un tempo in cui riuscire a mangiare era una vittoria. La mamma era talmente povera che per riuscire a salvare dai topi il poco cibo destinato ai suoi due bambini (Tyrus e la sorellina) lo doveva appendere con uno spago al soffitto. A nove anni il destino era segnato, tragico e immutato. Il padre, per dare una possibilità di sopravvivenza a quel figlioletto debole e denutrito, decise di emigrare negli Stati Uniti portanolo con sé. Era il 1919, la guerra si era da poco conclusa e il mondo era capovolto, devastato. Un’intera generazione era stata cancellata dalla faccia della terra. Il piccolo Tyrus era disperato, non voleva staccarsi dalla sua mamma. “Mamma, mamma, tienimi con te… non lasciarmi solo…” gridava incessantemente. Ma il padre fu irremovibile. A piedi si avviarono verso la costa e a Hong Kong si imbarcarono su un mercantile in procinto di attraversare l’Oceano Pacifico. Fu una traversata devastante. Mancava l’acqua a bordo e l’unico cibo era qualche chilo di riso e pesce secco che il padre aveva con sé. Il bambino deperì in maniera allarmante, non parlava con nessuno, nemmeno con suo padre, e non mangiava. Arrivarono ad Angel Island, un’isola della baia di San Francisco dove venivano visitati e controllati tutti gli emigranti orientali, quasi allo stremo. Tyrus fu subito separato anche dal padre, perché il suo corpicino era ormai troppo deperito. Venne portato in un lazzaretto, dove rimase per tre lunghe settimane. Quasi invisibile sotto le coperte di un lettuccio sudicio, in un angolo dell’enorme camerata, l’unico bambino insieme a moltisismi adulti disperati, continuava a ripetere: “Mamma, mamma dove sei?” senza requie, piangendo debolmente e inconsolabilmente.

Tyrus wong bambino, fonte web

Finalmente suo padre ebbe il permesso di andare a riprenderlo  e per Tyrus fu il ritorno alla vita.

Dopo essersi stabiliti in un quartiere di Los Angeles, Tyrus cominciò la sua nuova vita, imparando l’inglese e cercando di integrarsi nel nuovo paese. Era molto bravo  disegnare, anzi, bravissimo. Disegnava a carboncino sui fogli  unti, con le mani sporche, sempre il volto della mamma e della sorellina rimaste in Cina, nelle lunghe ore in cui attendeva il ritorno del padre dal lavoro come lavapiatti nei ristoranti. A scuola gli insegnanti si accorsero del suo enorme talento e sapendo della sua estrema povertà, gli offrirono una borsa di studio per frequentare l’Istituto d’Arte. Quando i soldi finirono, il ragazzo si offrì come bidello nella stessa scuola: di giorno era uno degli alunni, la sera puliva i gabinetti e i pavimenti.

Nel 1930, a 20 anni, Tyrus si diplomò con lode, ma una notizia tremenda giunse dalla Cina: la mamma e la sorella erano sparite. La speranza di Tyrus di riabbracciare la mamma, mai sopita in tutti quegli anni, veniva cancellata, disintegrata, frantumata. Era talmente sconvolto che si gettò con una foga incessante nel disegno. Aveva però bisogno di lavorare e cercando senza tregua bussò alle porte di Walt Disney. Iniziò dal gradino più basso, spesso denigrato e insultato, addirittura scambiato per il lavapiatti della mensa. Ma Tyrus aveva un sogno, volare oltre l’orizzonte con i suoi disegni. Quando seppe che la Disney stava pensando di  trasformare in un film il romanzo dell’autore austriaco Felix Salten “Bambi, la vita di un cucciolo”, il giovane Tyrus lesse il libro d’un fiato e capì che la storia del cucciolo rimasto solo nella foresta era simile alla sua. Inizò a disegnare foglio dopo foglio, in un crescendo di magia e di suggestiva creatività originale e rivoluzionaria. Si legge su Repubblica.it che “Ispirandosi ai panorami della Dinastia Song presentò un serie di acquarelli e pastelli carichi di atmosfera. Walt Disney in persona impazzì per la liricità del disegno che evocava “il mistero della foresta”.”

Tyrus Wong, fonte Web

L’opera durò anni, dal 1935, senza mai indietreggiare o indebolire la sua forza dirompente e unica, mentre gli altri collaboratori cedevano e se ne andavano uno dopo l’altro. Ma per Tyrus Bambi era la sua vita. Era un tributo che lui doveva a sua madre, al suo sacrificio, alla sua indimenticata presenza. Quando nel 1942 la pellicola venne competata, Tyrs venne licenziato perché aveva partecipato ad uno sciopero. In realtà era in ufficio a disegnare gli ultimi sfondi, ma siccome mancava all’appello e nessuno sapeva dove fosse,  il suo nome venne inserito nella lista delgi scioperanti. “Per anni non si è saputo che quei fondali incantati erano l’opera di un artista cinese immigrato negli Usa negli anni Venti. Il contributo di Tyrus Wong non fu riconosciuto per decenni.” (fonte Repubblica.it)

Eppure non si pentì mai della sua scelta. Ormai Bambi era pronto a spiccare il volo, a correre e saltare oltre il buio fondo del bosco cupo,  era pronto a diventare grande.  

Tyrus Wong venne assunto dalla Warner Bros dove divenne una firma leggendaria. Fu lui che disegnò le scenografie di due film immortali e strazianti al tempo stesso e che divennero leggenda e mito: “Gioventù bruciata” con il grande James Dean e “Il mucchio selvaggio

Tyrus Wong, papà di Bambi, con i suoi aquiloni

Trovò il tempo di seguire le proiezioni del suo Bambi fin dalla prima uscita e quando andò in pensione negli Anni Settanta, continuò ad andare a vedere “Bambi” con i suoi numerosi nipotini.

Smise di disegnare cartoni animati ma inizò a costruire e dipingere enormi e bellissimi aquiloni,  che portava a volare sulle spiagge di Los Angeles, insieme ai figli, ai nipoti e ai pronipoti.

Volava sulle ali degli aquiloni per raggiungere il cuore diviso a metà. Per ritrovare quel bimbo sperduto nella foresta e ridargli il sogno di un abbraccio, l’abbraccio della sua mamma, perduta agli occhi ma mai perduta al cuore. È morto nel sonno il 30 dicembre 2016.

 

“Il bambino con la valigia rossa”

 Premiato alla 7^ edizione del Concorso Letterario Sirmione Lugana

Sezione Romanzi Editi “Premio Graffiti Camuni Narrativa”

Solferino (Mn)

Il bambino con la valigia rossa e la medaglia del Premio Sirmione Lugana

Nella storica e suggestiva cornice di Solferino si erge la medievale Rocca simbolo del Comune e punto nevralgico di parte della storia italiana. Il 24 giugno 1859 fu teatro di una delle più sanguinose battaglie per l’Indipendenza italiana, detta “Battaglia di Solferino e San Martino” tra l’esercito austriaco e quello piemontese appoggiato dagli alleati francesi. Dopo un cruento combattimento, dei 350.000 uomini in campo, ne rimasero a terra, morti e feriti, quasi 40.000, questi ultimi scarsamente assistiti dai reparti infermieristici militari. Molti di essi, oltre 7000, riposano nel tempio dell’Ossario. La Rocca si erge su un’altura isolata che permette di spaziare lo sguardo sulla pianura dove si svolse la storica battaglia e rimane quasi dirimpetto alla Torre di San Martino distante qualche chilometro in linea d’aria.

La Torre di San Martino e la pianura viste dalla spianata della Rocca di Solferino, fotografia di Oscar Carrara

La Rocca era chiamata anche “spia d’Italia” perché era posta in uno dei punti più a nord lungo il confine con l’Austria, da cui si poteva tenere sotto occhio tutta la pianura. Ed è proprio in una delle sale dell’Hotel che ha preso il nome “La Spia d’Italia” che si è svolta la sobria ma commovente cermonia di Premiazione della settima edizione del prestigioso Premio Letterario Sirmione Lugana.

Aurora Cantini davanti all’ingresso dell’Hotel La Spia d’Italia

In questa occasione, per la sezione Romanzi, è stato premiato con Medaglia e Diploma il romanzo “Il bambino con la valigia rossa” di Aurora Cantini, classificatosi al quarto posto su oltre centocinquanta romanzi letti e analizzati dalla Giuria.

Aurora Cantini premiata dal Presidente Aurelio Armio al Premio Sirmione Lugana con il suo romanzo Il bambino con la valigia rossa

Il bambino con la valigia rossa

Il romanzo narra la storia del piccolo Pietro raccolto dai gendarmi nei primi giorni di gennaio del ’44 dopo che la madre l’aveva lasciato solo, e consegnato al Brefotrofio di Bergamo.

Dal Presidente dell’Associazione Culturale CircumnavigArte, che ha organizzato il concorso, le parole di apprezzamento all’opera: “Un ringraziamento personale per essere stata con noi sabato scorso. Un ringraziamento ancora più grande per aver scritto un libro emozionante. Il libro l’ho letto fortunatamente per mio interesse personale e quindi non con compiti di giudice per valutarlo (non svolgo mai compiti di giudice nei nostri concorsi). Credo di averlo potuto leggere libero da qualsiasi compito diverso da quello di “leggere un libro”….

Aurora Cantini al Premio Sirmione Lugana

Un susseguirsi di pagine che avvolgono il lettore e sollevano pensieri profondi.
Inoltre è stato per me straordinario percepire i suoi “quasi tremori” mentre parlava del libro ai presenti in sala sabato scorso: spero che sia arrivata a tutti la sua emozione nel modo in cui l’ho respirata io.
Credo che “Il bambino con la valigia rossa” si sia impadronito delle sue emozioni e sia entrato in lei con una forza intensa. Presumo che il lavoro di ricerca per arrivare a realizzare il libro sia stato per lei un percorso davvero travolgente che l’ha appassionata oltre le emozioni.
Sono felice di averla potuta apprezzare come persona anche solo per pochi minuti.
Grazie!
Raramente si incontra garbo e delicatezza: lei ha tutto insieme!
Sa che per anni (quando ancora vivevo a Sesto San Giovanni prima del mio peregrinare) ho avuto una seconda casa in affitto a Clusone, e le zone dove “vaga” nel suo vivere sono per me conosciute e care?
Mi ha innondato di informazioni: cercherò di fare un dipinto fatto bene con ciò che mi ha inviato, vorrei ne uscisse un abito che possa starle addosso alla perfezione!
Nelle prossime settimane affronteremo argomenti con alcuni comuni e enti attorno al Garda: mi piacerebbe riuscire e portarla a parlare del Bambino con la valigia rossa…
A presto
Aurelio Armio Presidente CircumnavigArte”

La classifica finale del Premio Letterario Sirmione Lugana categoria Romanzi

AURORA CANTINI SUL SITO DELLA VIA GARDIGENA

Aurora Cantini, opere

Aurora Cantini, riconoscimenti

LA FOTOGALLERY DEL VIAGGIO A SOLFERINO

Reportage fotografico di Oscar Carrara

per gentile concessione, tutti i diritti riservati

Solferino, la chiesa sulla Rocca

Solferino, la Cupola e la Rocca

 

Solferino, la Rocca tra i rami degli alberi

Solferino, il Viale del Memoriale della Croce Rossa

Solferino, la chiesa dell’Ossario

Solferino

Colline di Solferino

Artemisia Gentileschi,

un cuore a colori in mostra a Roma

A Roma fino al 7 maggio prossimo è visitabile una mostra tutta femminile e quasi rivoluzionaria, perché dedicata ad una delle poche pittrici affermate in un mondo secolare predominato da maschi, dal titolo Artemisia Gentileschi e il suo tempo.

Questa indomita e fiera fanciulla mi ha affascinata fin da ragazzina per la sua sfrenata irruenza e per la sua possente capacità realistica di ribellarsi alla vita in cui il mondo maschilista del tempo l’aveva costretta a muoversi.

Ho catturato la sua forza e la sua dolcezza ammirando le sue opere in un libro che avevo scovato in biblioteca, mentre cercavo notizie di un altro pittore che amo alla follia: Caravaggio. Ed ero incappata in “Giuditta che decapita Oloferne“.

Giuditta che decapita Oloferne, di Artemisia Gentileschi

L’ispirazione a Caravaggio era evidente, in una somiglianza tragica, inquietante, bellissima. Cercai notizie su  questa sconosciuta pittrice e scoprii che anche lei adorava Caravaggio, trasportava sulla tela la realtà drammatica e cupa del dolore dell’uomo. Era unica.

Caravaggio, Giuditta e Oloferne

Quando qualche giorno dopo un amico di famiglia, conversando sull’arte e sulla musica, aveva fatto notare che non si sono mai registrate opere di rilievo di pittrici donne nei secoli, pur nella mia giovane età (15 anni) mi ero inalberata tantissimo ed avevo risposto tagliente che forse si dimenticava di Artemisia. Al che il distinto signore mi guardò e disse sprezzante: “Ma quella era pazza.”

Artemisia Gentileschi ebbe una vita estremamamente travagliata, dolorosissima: nata nel 1593, perse la mamma ancora bambina, dovette accudire i quattro fratelli e piangere la morte di due di loro in tenera età; ogni giornata era scandita dalla presenza autoritaria del padre Orazio, pittore famoso in città. Ma poi la tragedia avvolse di buio il suo giovane cuore, quando a soli 15 anni subì una violenza che la segnò tutta la vita.

La pittura, l’odore dei colori, il liquido fluire del pennello, la tela bianca che come per magia diventava vita, fecero parte della sua personalià fin dai primi anni. Il padre la portava con sè in bottega e la lasciava pasticciare liberamente, scoprendo presto quel talento prodigioso che a lui era mancato: Artemisia era brava, bravissima a dipingere. Cercò di farla iscrivere all’Accademia ma a quel tempo le femmine non potevano accedervi. Furibondo per il rifiuto, decise che l’avrebbe seguita lui, sua figlia, “più brava di tutti voi maschi”, e infatti la piccola creava già abbozzi di splendore pittoreo. A quindici anni il padre l’affidò ad un suo caro amico pittore, che teneva in gran conto, affinché la ragazzina potesse completare lo studio delle prospettive.

Artemisia Gentileschi

Artemisia era bellissima, sfolgorante. L’uomo impazzì per lei, ma non avendo alcuna possibilità di conquistarla, un giorno la chiuse in una stanzetta e la violentò. Dopo alcuni mesi la ragazza prese coraggio  e decise di denunciarlo. Ma a questo punto l’orrore del mondo maschilista emerse in tutta la sua crudeltà. I giudici, per scoraggiarla, la sottoposero a torture, schiacciandole perfino i pollici, per verificare se diceva la verità, ma lei non cedette. Continuò a sostenere la sua accusa, mentre tutta Roma non parlava d’altro. Fu umiliata in pubblico, emarginata pubblicamente, allontanata da tutti.

Il pittore Tassi venne condannato a cinque anni di carcere, ma dopo otto mesi fu liberato, mentre Artemisia fu costretta ad andarsene da Roma, dove da tutti ormai era considerata solo una cattiva ragazza.

Prima era la pittrice prodigio, ora nessuno più voleva i suoi quadri.

Si sposò con un uomo dolce e tranquillo e a Firenze riuscì a ricomporre i pezzi della sua vita distrutta. Il cuore affranto e disperato a poco a poco smise di sanguinare e con il tempo riuscì a ritrovare un dolce equilibrio. Il signore della città, Cosimo de’ Medici, acquistò molti dei suoi quadri, conquistato dalla loro potenza, i figlioletti amavano incondizionatamente quella mamma speciale e bella, forte come la roccia, ardente come il fuoco.

Putroppo dei quattro bambini che ebbe dal marito, sopravvisse solo la primogenita, gli altri morirono ancora piccini.

Ma l’amore per l’arte era come una bandiera, un scudo che la proteggeva e consolava nelle lunghe notti. Viveva con poco, la povertà era sempre in agguato, ma nonostante questo Artemisia non rinnegò mai la forza dirompente della pittura. Il suo matrimonio non ebbe un lieto fine, e lei stessa ebbe alcuni amanti, eppure sapeva di avere qualcosa di profondo e unico che la faceva vibrare e volare sopra le nubi scure della sua esistenza.

                                LA PRIMA FEMMINISTA

Opera di Artemisia Gentileschi

Quando accettò l’invito del Principe Ruffo di Calabria e si trasferì a Napoli, era una donna orgogliosa e ormai indipendente, libera e agguerrita in un mondo di uomini. Ritrovò la sua ebbrezza di pittrice prodigio e finalmente ebbe riposo quel suo cuore stanco. Si riconciliò anche con il padre Orazio, ormai anziano, che le morì tra le braccia. Rimase sola e fu allora che Artemisia sentì tutto il peso della sua disperata solitudine: non aveva più forze per lottare, voleva solo abandonarsi alla risacca e lasciarsi avvolgere dal cullare delle onde. Il 14 giugno del 1653, all’inizio dell’estate, mentre il sole inondava Napoli di luce e colori, gli occhi della pittrice guerriera si chiusero per sempre, a sessant’anni.

 

A Valtorta le maschere medievali del mondo contadino di montagna

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C’è un paese rannicchiato tra le montagne dell’Alta Valle Brembana, Orobie Bergamasche, dove il mondo contadino rimane aggrappato tenacemente ai vissuti della storia seppur in quest’epoca tecnologica e globale, dove i personaggi del mondo rurale di montagna di tradizione secolare rivivono per un giorno all’anno, muovendosi e richiamando le storie antiche tra le contrade silenziose e mute.

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                                                        Valtorta, Bergamo

A Valtorta il Carnevale è il ritorno dell’”Homus Selvaticus” degli antichi riti montanari, un essere umano leggendario presente in molte tradizioni popolari, sugli affreschi delle case e nei libri fin dal Medio Evo, lungo le mulattiere impervie e scoscese, tra i balconi e le lobbie di legno.

Migliaia di turisti accorrono per rimanere soggiogati e avvinti dalle maschere dure e inquietanti dei druidi e degli anziani sapienti, dei demoni armati di forche, degli irsuti minatori  e boscaioli, che rievocano storie e magie di un tempo in cui le popolazioni pagane soggiogavano questi pendii con le loro quotidiane e suggestive cerimonie arcaiche.

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Valtorta Bg, mulattiere

Nel cuore dell’inverno un corteo mascherato percorre le antiche strade sepolte dalla neve, accompagnato da un gruppo di musicisti, al suono dei corni e dei campanacci e contornato dagli spari dei mortaretti. Al centro i personaggi storici  del mondo contadino, armati di forconi e “ranze” (le falci) rastrelli e gerle.

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Uno spettacolo con musiche itineranti, con soste, canti e balli in ciascuna contrada dove per tutti c’è il buffet casereccio, pane e salame e formaggio duro con buon vino. Il gran finale con una sarabanda che coinvolge tutti gli spettatori intorno al fuoco.

Dal sito ValBrembanaweb: “La sfilata mascherata del Carnevale di rito ambrosiano ha percorso frazioni e sentieri di Valtorta, accompagnata dalle musiche e dai canti degli Alegher di Dossena. Contemporaneamente in paese si fa festa in attesa del corteo, con vin brulè e dolci per tutti. Per questa giornata davvero speciale per il piccolo paese di Valtorta, che è rimasto un’enclave della Diocesi di Milano con rito ambrosiano, sono organizzate anche visite guidate al Museo storico e alla segheria.

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Valtorta, l’antico Maglio

La festa continua fino a sera con il ballo in palestra. Il Carnevale di Valtorta da secoli si ispira al mondo fantastico del bosco, di diavoli, elfi e uomini selvatici che, una volta all’anno si incarnano in misteriosi personaggi dai volti spesso inquietanti. È la mitologia medievale della montagna e del mondo contadino che, per un giorno prende forma concreta. Ecco allora che per le strade sono comparsi magicamente i furchetì, figure demoniache con una forca in mano e altri personaggi con insolite maschere a cappuccio sormontate da corna, ol diaol e l’homo selvadego. Accanto a loro le figure della famiglia patriarcale rurale di un tempo: la ègia (nonna), il vecio (nonno), la meda (zitella) e ol barba (lo zio celibe)…”

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Valtora, la chiesa

A Gonars le Medaglie Commemorative della Grande Guerra ai 5 fratelli Carrara

00 18 febbraio 2017 CERIMONIA A GONARS

Locandina dell’Evento Cerimonia Medaglie Grande Guerra ai fratelli Carrara

La famiglia Carrara di Amora Bassa, Aviatico, Bergamo, ebbe 12 figli, di cui 5 figli mandati al fronte della Grande Guerra sui 6 maschi di casa.
Dei 5 ragazzi in guerra tre morirono in battaglia (uno per ogni anno di conflitto): Fermo Antonio Carrara precipitò a 20 anni dal Rombon durante una missione esplorativa e mai più ritrovato, Enrico Vittorio Emanuele Fante, esplose a 20 anni per granata durante la presa del Monte Santo, Giovanni Agostino Alpino venne ucciso a 32 anni sulla Cima Presena, sepolto a Ponte di Legno in tomba provvisoria e poi messo nel 1936 nel Sacraio del Tonale tra gli Ignoti essendo scomparsa l’identificazione della tomba.
Il quarto, Alpino Sergente Elia Celestino, morì a casa tra atroci dolori e dopo aver trascorso 41 mesi al fronte, prima sul Rombon (dove dovette assistere alle inutili ricerche del fratellino Fermo mandato in una missione esplorativa e dove venne ferito ad un ginocchio durante una battaglia),  e poi sull’Adamello dove gli morì tra le braccia un altro fratello, Giovanni Agostino, nel giugno del ’18.
La giovane moglie impazzì di dolore e venne internata in manicomio per tutta la vita.
Il quinto fratello, Bernardino, uno dei Ragazzi del ’99, venne mandato al fronte nonostante ci fossero già 4 fratelli,  di cui 2 già caduti, e venne posto in congedo solo il 7 aprile 1920, quando era già morto anche il papà Angelo di crepacuore nell’ottobre del 1919.
Fu l’unico che riuscì a morire di vecchiaia nel 1986.
Tutto rimase sulle spalle della mamma Maddalena.
Degli altri Soldati nessuna tomba, nessun corpo, di loro più nulla è rimasto, né lettere, né le medaglie (compresa quella destinata alla mamma per la Gratitudine della Nazione), né cappelli, né oggetti, né divise. Nessun funerale.
Qualche scarso e frammentario documento, che dopo 100 anni, Aurora Cantini è riuscita a scovare e faticosamente radunare in un memoriale intitolato “Come una fiamma accesa” realizzato con l’appoggio del Comune di Aviatico.
Ma immagino sempre che loro – i cinque fratelli Carrara– possano ora riposare lassù, insieme agli altri eroi di questo Paese” 

LA COMMEMORAZIONE DEL CENTENARIO

In occasione del Centenario dalla Grande Guerra, allo scopo di Commemorare tutti i Caduti, il Military Historical Center, in collaborazione con il Governo Italiano e il Ministero della Difesa, con contributo attivo delle Associazioni d’Arma e la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, teatro delle battaglie più sanguinose e importanti del Primo Conflitto Mondiale, hanno istituito la “Medaglia Ricordo e luoghi della loro memoria” da svolgersi dal 2014 al 2018.

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La Medaglia Commemorativa Grande Guerra con la riproduzione della statua “Mater Dolorosa” del Cimitero degli Eroi di Aquileia

Come spiegato dal Coordinamento Albo d’Oro che ne cura l’organizzazione: “L’Evento di ricordare ogni Caduto della Grande Guerra nella Regione Friuli Venezia Giulia nasce dalla consapevolezza che il nostro territorio è legato alla memoria nazionale dell’Unità d’Italia. Nel Centenario della Grande Guerra 2014-2018 nelle Cerimonie delle Associazioni d’Arma verranno citando tutti gli iscritti nell’Albo d’Oro, 529.025 Caduti, dando una prova di riconoscenza verso le Forze Armate ed verso di contributo di sangue dato da tutte le famiglie italiane sulla nostra terra per l’unificazione della Patria.

La Commemorazione del luogo della Memoria di ogni singolo Soldato Caduto è la testimonianza storica della loro vita che appartiene ad ogni Famiglia come percezione tangibile che la loro storia è nella storia dell’Unità d’Italia.

La Commemorazione nominativa dei Caduti verrà eseguita  con gli Onori Militari dal 24 maggio 2014 al 04 novembre 2018, con la consegna  ai Familiari della Medaglia Ricordo.
Medaglia in ferro raffigurante da un lato il Logo del Governo per il Centenario della Grande Guerra e dall’altra la statua presente nel Cimitero degli Eroi di Aquileia. Nella Medaglia verrà inciso il grado, cognome e nome del Caduto. Un memoriale per tutte le Famiglie Italiane.”

LA CONSEGNA DELLE MEDAGLIE AI DISCENDENTI DEI 5 FRATELLI CARRARA

Le 5 Medaglie Commemorative in Memoria dei 5 fratelli Carrara Combattenti e Caduti nella Grande Guerra

Le 5 Medaglie Commemorative in Memoria dei 5 fratelli Carrara di Amora Bassa Combattenti e Caduti nella Grande Guerra

Sabato 18 febbraio 2017 una delegazione di 45 persone, nipoti, pronipoti dei fratelli Carrara, insieme al Sindaco del paese di Aviatico Dottor Michele Villarboito e ad una delle figlie ancora viventi di uno dei 5 fratelli, il giovane alpino Bernardino Carrara, Uno dei Ragazzi del ’99, si è recata a Gonars in provincia di Udine.

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La deposizione della Corona a Gonars in Memoria del Capitano pilota Oreste Salomone e della sua eroia impresa del 18 febbraio 1916

Nell’ambito delle Celebrazioni  per ricordare l’epica impresa coraggiosamente portata a termine dal pilota Capitano Oreste Salomone il 18 febbraio 1916, durante una cruenta battaglia nei cieli contro i caccia bombardieri austriaci, e che gli valse la prima Medaglia d’oro al Valor Militare assegnata ad un pilota, sono state consegnate con tutti gli onori  ai discendenti dei 5 fratelli Carrara di Amora Bassa, Combattenti e Caduti nella Grande Guerra, le 5 Medaglie Commemorative.

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La cerimonia a Gonras assegnazione delle Medaglie Commemorative Grande Guerra

Toccante è stata anche la scelta da parte del Direttivo del Coordinamento Albo d’Oro di ritenere Meritevole della Medaglia anche il giovane Bernardino,  seppur morto di vecchiaia, perché “sacrificò la sua giovinezza e innocenza per amore della Patria, pur avendo già perso tre fratelli in battaglia. La classe 1899 fu l’ultima leva di 265 mila italiani chiamati a “resistere, resistere, resistere!” sul fiume Piave. Giovani di diciott’anni, a volte non compiuti, che hanno contribuito in modo decisivo “alla Vittoria”, come si diceva, e all’indipendenza dell’Italia il 4 novembre 1918. Spesso a costo della vita, perché decine di migliaia di loro non sono più tornati dal fronte del Nord-est. Un dato certo non esiste, in un conflitto che per l’Italia ha significato seicentomila morti e quasi un milione di feriti, di cui la metà mutilati.” (fonte web: La leggenda dei  Ragazzi del ’99)

La figlia Gabriella Carrara riceve al Medaglia Commemorative Grande Guerra assegnata al papà Bernardino, insieme alla nipote Cinzia Carrara che tiene in mano la foto del nonno. Con loro il Sindaco di Aviatico dottor Michele Villarboito

La figlia Gabriella Carrara riceve la Medaglia Commemorativa Grande Guerra assegnata al papà Bernardino, insieme alla nipote Cinzia Carrara che tiene in mano la foto del nonno. Con loro il Sindaco di Aviatico dottor Michele Villarboito

Come riporta il Messaggero del Veneto nell’articolo La Cerimonia a Gonars “Particolarmente toccante la consegna dei riconoscimenti ai congiunti di cinque fratelli della famiglia Carrara di Aviatico (in provincia di Bergamo), tutti deceduti o feriti durante quel conflitto. (m.del m.)

LA CERIMONIA 

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Il nipote Rinaldo Cantini riceve al Medaglia Commemorativa Grande Guerra assegnata allo zio Alpino Sergente Elia Celestino Carrara, insieme al pronipote Giorgio Carrara. Con loro il Sindaco di Aviatico dottor Michele Villarboito

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I pronipoti Roberto Cantini e Luigi Bombardieri ricevono la Medaglia Commemorativa Grande Guerra assegnata al giovane prozio fante Enrico e tengono in mano la foto del soldato. Con loro il Sindaco di Aviatico dottor Michele Villarboito

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La pronipote Aurora Cantini riceve la Medaglia Commemorativa Grande Guerra assegnata al prozio Fermo Antonio Carrara, insieme alla cugina Giovanna Carrara che tiene in mano la foto del giovane prozio. Con loro il Sindaco di Aviatico dottor Michele Villarboito

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I pronipoti Gino e Roberto Carrara ricevono la Medaglia Commemorativa Grande Guerra assegnata al prozio Giovanni Agostino e tengono in mano la foto del bisnonni. Con loro il Sindaco di Aviatico dottor Michele Villarboito

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Le 5 medaglie assegnate in Memoria dei Fratelli Carrara di Amora Bassa Combattenti e Caduti nella Grande Guerra e i 10 discendenti che le hanno ritirate a Gonars

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Aurora Cantini legge la poesia “Come una fiamma accesa” dedicata ai fratelli Carrara Combattenti e Caduti nella Grande Guerra

 GLI ARTICOLI SU L’ECO DI BERGAMO

articolo fratelli Carrara Grande Guerra

L’articolo su L’eco di Bergamo sulla visita a Gonars il 18 febbraio per le Medaglie Grande Guerra assegnate ai 5 fratelli Carrara di Amora Bassa

articolo cerimonia medaglia in Friuli

L’articolo su l’Eco di Bergamo del 20 febbraio sulla visita in Friuli per Medaglie Commemorative Grande Guerra assegnate ai 5 fratelli Carrara di Amora Bassa

                                            DA VEDERE

GONARS

Il Sacrario Memoriale

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PALMANOVA

La città stellata

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Valcanale, il paese del sole interrotto per tre mesi

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Il paesino di Valcanale, in Valle Seriana, con sullo sfondo la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

C’è un paese nelle valli bergamasche dove il sole dal 2 novembre se ne va letteralmente  a dormire. Sto parlando di Valcanale, un paesino incuneato nel ramo laterale della Media Valle Seriana, a monte dell’abitato del comune di Ardesio di cui è frazione. “Il paese è attraversato dal torrente Acqualina, che sfocia poi nel fiume Serio, e proprio la stretta valle a forma di canale, che questo torrente ha scavato nei secoli nella roccia, ne dà il nome.” (da Wikipedia)

La sua collocazione, pittoresca e gaia in estate, ha però la particolarità di avere a ridosso dell’abitato i monti Fop e Valmora, facenti parte del massiccio dolomitico del Pizzo Arera, che delimitano a Sud–Est la dolcissima vallata e incombono quasi a precipizio sul pianoro.

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Il Massiccio dolomitico dell’Arera da Valcanale

Ed è oltre la forcella che separa le sue creste, detta Forcella del Re, che il 2 novembre di ogni anno il sole sembra andare a rannicchiarsi, come cercando un comodo anfratto dove riposare i suoi stanchi raggi. Da quel pertugio se ne uscirà solo dopo 3 mesi, il 9 febbraio, verso le tredici e trenta,  quando dalla cima del Pizzo Fop il primo raggio scende liquido e leggero a illuminare per qualche istante la punta del campanile della chiesa parrocchiale, in particolare la Statua della Madonna Assunta, patrona del borgo posto ai piedi del Monte Arera. Nei giorni successvi ogni raggio si attarderà un po’ più a lungo, quasi sbirciando nelle vite degli uomini, dando chiarore a tutto il campanile, poi via via alla scuola materna e infine, nell’arco di qualche settimana, dipingerà di vivida luce tutto l’abitato della contrada.

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Da secoli, il 9 febbraio, un’usanza antica coinvolge tutti gli abitanti di Valcanale: per festeggiare il ritorno del sole si imbandisce una lunga tavolata comunitaria e tutti insieme si mangiano gli gnocchi, da sempre considerati piccoli soli in miniatura, portatori di felicità e allegria. Il tutto accompagnato da danze a fuochi all’aperto.

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Casa antica a Valcanale di Ardesio

Il sole come vita e rinascita, il sole che porta buonumore e speranza: ogni anno, da quando esiste il mondo, il sole ritorna ad abitare a Valcanale, ritrovando vecchi amici e nuovi nati, accarezzando le lapidi di chi se ne è andato durante il lungo inverno, bussando alle porte di case chiuse, giocando con i balconi a picco sulla valle, accarezzando orti spogli e giardini, sciogliendo i cumuli di neve e accompagnando il canto del torrente.

La gente conosce così bene l’anima del sole che ogni casa ha qualcosa che lo ricorda: i balconi posti verso i raggi, le decorazioni solari e pittoresche, gli oggetti colorati e tintinnanti.

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La chiesa parrocchiale di Valcanale, con la statua della Madonna Assunta sulla punta del campanile: ogni anno, il 9 febbraio, viene illuminata dal primo raggio del sole che ritorna dopo 3 mesi

Non è facile convivere per tre mesi con perenni zone d’ombra, dove la brina e la galaverna accecano con il loro bianco e dove il gelo non abbandona nemmeno gli angoli più riparati. Il sole per tre mesi non c’è, è come interrotto, lo si intuisce appena, che brilla oltre la parte di monti davanti agli occhi…

Ma poi, quando furtivo e birichino riappare, per ogni abitante è il sorriso che rinasce: tutti fuori, tutti all’aperto, tutti a passeggiare inseguendo l’oro dei raggi, il prezioso tesoro rubato all’eterno fluire delle stagioni.

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L’articolo su l’Eco di Bergamo dedicato al ritorno del sole a Valcanale

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Il laghetto artificiale poco oltre la contrada di Valcanale con la sua pittoresca passeggiata

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Il laghetto artificiale situato poco oltre la contrada di Valcanale, facilmente raggiungibile in auto

Le parole di Brunella Giovara, giornalista di “La Repubblica”

per Sciesopoli Selvino, luogo della Memoria

Prima pagina su La Repubblica per Sciesopoli 26 gennaio 2017

Prima pagina su La Repubblica per Sciesopoli 26 gennaio 2017 con l’articolo civetta su Sciesopoli Ebraica a pagina 20

Scrive la giornalista Brunella Giovara su Repubblica: «”C’era la neve, come oggi. E “c’era un grande candelabro con le braccia, che illuminava la notte. E i bambini che ballavano in girotondo. Non lo dimenticherò mai”. Era una notte dell’inverno del 1946, e quella grande luce sulla montagna era il ritorno alla vita, alla pura gioia, alla voglia di giocare a pallone. I bambini e le bambine che danzavano e scherzavano nella notte erano reduci. Tutti ebrei, raccolti tra le macerie dei ghetti, tra le rovine dei lager abbandonati dai nazisti, nelle foreste dove erano sopravvissuti mangiando le radici. Tutti orfani. Ottocento ne sono passati da qui, dalla ex colonia fascista Sciesopoli oggi in rovina, sulle montagne della Val Seriana. Una storia quasi dimenticata.

Articolo su La Repubblica.it per Sciesopoli Selvino 26 gennaio 2017

Articolo su La Repubblica.it per Sciesopoli Selvino 26 gennaio 2017

“Erano magri, smunti. Poi hanno cominciato a stare meglio, sono rifioriti a forza di pane e latte buono”. Walter Mazzoleni aveva sei anni, all’epoca. Era il figlio del custode Angelo, e cominciò a giocare con quei bambini che “o non parlavano proprio”, traumatizzati da quello che avevano visto e subito. “O parlavano tedesco, polacco, arabo. Tutte le lingue del mondo abitavano qui. Io parlavo bergamasco, quindi ci si capiva”. Oggi Sciesopoli è un luogo della memoria abbandonata. Il Comune di Selvino, duemila abitanti, sta facendo una battaglia per salvarlo assieme a uno storico milanese, Marco Cavallarin, e ad alcuni di quei bambini. Tutti rimpatriati nel ’48 nell’unica patria che poteva accoglierli: la Palestina. Nei kibbutz si sono sposati, hanno avuto figli e poi nipoti e ogni tanto – l’ultima volta nel 2015 – alcuni di loro sono risaliti per questa strada a tornanti, sono arrivati al cancello, l’hanno aperto e si sono messi a ridere e ad abbracciarsi, ricordando che qui è cominciata una vita nuova.”»

L’ARTICOLO COMPLETO CON LE SLIDESHOW E IL VIDEO

Testo di Brunella Giovara

Fotografie di Luca Matarazzo

Repubblica.it per Sciesopoli Ebraica Selvino

Spose d’inverno lungo le mulattiere di montagna

Sposa lungo la mulattiera, Amora frazione di Aviatico: 26 dicembre 1964

Sposa lungo la mulattiera transitando davanti al solitario cimitero a mezza costa, Amora frazione di Aviatico: 26 dicembre 1964, per gentile concessione di Rosetta Carrara

Negli Anni Cinquanta del secolo scorso in inverno sulle montagne bergamasche si celebravano i matrimoni.

Celebrare matrimoni in inverno, soprattutto gennaio e febbraio, non era una novità: questa era la stagione nella quale i giovani emigranti all’estero, grazie a una minor frequenza di lavori all’aperto, potevano ritornare al paese e ne approfittavano per sposarsi o per partecipare al matrimonio di un familiare.

Erano tempi in cui la manodopera bergamasca era molto richiesta e spesso il viaggio di nozze si trasformava direttamente in un viaggio destinazione Svizzera o Francia. Spesso dopo una breve luna di miele, gli emigranti ripartivano portando con sè la giovane moglie, magari anche i fratelli di lei; oppure la lasciavano sola, in casa della suocera, fino al nuovo ritorno o al ricongiungimento là da lui o qua da lei, in attesa di mettere da parte i soldi per una casa propria.

Le fotografie qui di seguito raccontano le spose della contrada di Amora Bassa, frazione di Aviatico, sull’Altopiano di Selvino. Dalla contrada asserragliata sul pendio le spose partivano a piedi dirette alla chiesa: l’unica strada possibile era l’impervia mulattiera, un graffio lungo il costone che si incuneava tra i prati bianchi come un solco nella roccia.

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La giovane sposa sale alla chiesa lungo l’impervia mulattiera al braccio del padre, è Aldina Carrara di Amora Bassa, frazione di Aviatico, gennaio 1969, per gentile concessione

In inverno cadeva la neve e la sposa, immacolata nelle sue scarpette bianche, si inerpicava a passo lento e solenne, avvinghiata al braccio del papà, mentre le sue scarpette affondavano nel fango o nella neve ammucchiata ai lati dello stretto passaggio, liberato dai compaesani a forza di braccia solo qualche ora prima della cerimonia.

Sposa lungo la mulattiera, da Amora Bassa alla chiesa, frazione di Aviatico, 1967

Sposa lungo la mulattiera, da Amora Bassa alla chiesa, frazione di Aviatico, 1967. Per gentile concessione di Giusi Carrara

La processione a piedi in salita fino al sagrato, nel freddo livido di dicembre o di gennaio, pareva quasi un’evanescenza, un miraggio; la sposa, diafana nel vestito bianco al ginocchio, con le scarpette che affondavano nella fanghiglia, stava per abbandonare per sempre il paese andando ad abitare in un altro borgo. Come lei tante ragazze se ne andavano lontano, un addio quasi definitivo alla famiglia, perché difficilmente sarebbero potute tornare in tempi brevi, anche solo per una breve visita. Era quasi andare dall’altra parte del mondo, seppur a una distanza di pochi chilometri.

I bambini che avevano il compito di chierichetti osservavano con occhi sgranati quelle figure vestite a festa che sembravano uscire direttamente dalla terra, gli uomini sepolti nei loro cappotti che chissà quando avrebbero di nuovo indossato, le donne in scuro, serie e silenziose nel loro circondare la sposa, il senso del bianco che avvolgeva tutto: bianco il paesaggio, la sposa, i confetti, il sagrato, bianchi i fiori, le mani, il viso, il vapore nell’aria gelida, il cielo.

Sposa lungo la mulattiera, da Amora Bassa alla chiesa, frazione di Aviatico, 26 dicembre 1964

Sposa lungo la mulattiera, da Amora Bassa alla chiesa, frazione di Aviatico, 26 dicembre 1964, per gentile concessione di Rosetta Carrara

LE MULATTIERE

Sulle montagne, in particolare sull’Altopiano di Aviatico, si diramava una rete di mulattiere, o anche strade cavalcatorie che un tempo si estendevano sul territorio collegando paesi, borgate, cascinali, passi  e luoghi di lavoro. Con il fondo in ciottoli ben connessi, i “rissöi” per secoli hanno fornito alle popolazioni una rete primaria di comunicazione lungo la quale viaggiavano pedoni, animali, carovane. Con i “rissöi” la gente si spostava, aveva relazioni con altre comunità e viaggiavano anche le notizie.

La mulattiera era costituita da cornelle di pietra, dette in dialetto bergamasco “arnèle”; tali cornelle erano formate da un unico blocco di pietra posizionato in orizzontale lungo tutto il bordo del piano, sì da creare un liscio e tondo balzello rialzato che serviva anche ad arginare l’acqua piovana ed evitare il debordare di fango e terriccio; col tempo le “arnèle”  erano diventate lucide e lisce, rendendo sdrucciolevole il passo, soprattutto in  caso di pioggia.

In inverno invece la mulattiera si presentava spesso completamente innevata, oppure difficilmente praticabile a causa della neve bagnata e pesante, sovente ghiacciata, la “paciuga”; pertanto i bambini tagliavano giù per i prati, dove la neve farinosa permetteva una discesa “quasi asciutta”. Al primo apparire del “remòl”, quando la neve cominciava a rammollarsi, tutti venivano reclutati alla manutenzione dei tracciati. Oggi di tante mulattiere percorse ininterrottamente dai valligiani si può ancora ammirare la mulattiera che si arrampica dal fondo valle di Albino fino ad Amora, rimasta pressoché intatta nei secoli. Faceva parte della rete della Via Mercatorum.

30 Aldina del Ceserì sale alla chiesa gennaio 1969 per sposare Costantino Cuter

La sposa sale dalla contrada Amora Bassa, frazione di Aviatico, lungo la mulattiera verso la chiesa: gennaio 1969, per gentile concessione, Aldina Carrara

La contrada di Amora Bassa frazione di Aviatico come è oggi, con la mulattiera un tempo percorsa a piedi dalle spose e dagli stessi abitanti per salire alla chiesa. Faceva parte della Via Mercatorum

La contrada di Amora Bassa frazione di Aviatico come è oggi, con la mulattiera un tempo percorsa a piedi dalle spose e dagli stessi abitanti per salire alla chiesa. Faceva parte della Via Mercatorum

 

 

 

 

 

 

Tra gli alti boschi del Monte Perello

il Santuario che veglia sulla valle

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-FILEminimizer–veduta-aerea-santuario FONTE http://www.santuarioperello.it/dal-ns.-archivio.html

Per il villeggiante che soggiorna sull’Altopiano Selvino Aviatico molti sono i sentieri facilmente percorribili, che permettono di passeggiare a contatto con la natura, respirando aria tersa e pulita e lasciando vagare liberi i pensieri.

Tra le tante mete di grande suggestione e con panorami mozzafiato ve n’è una che non può mancare nei ricordi da custodire al rientro in città: è la passeggiata al Santuario della Beata Vergine del Monte Perello, nella parte orientale del gruppo del Monte Podona.

Si lascia l’auto al parcheggio del Palazzetto dello Sport, zona sud di Selvino, e subito un chiaro cartello indica la via. Il primo tratto in discesa si incunea in un fitto bosco di latifoglie, poi si comincia la leggera arrampicata.

FOTO 1 Scaletta nel bosco di Perello

Scaletta nel bosco di Perello

Una deliziosa staccionata lignea evoca storie di folletti e casette nel bosco, come una fiaba a cielo aperto, mentre il profumo di ciclamini e menta selvatica riempie il cuore di attese e sogni.

Percorrendo il sentiero che si snoda lungo i fianchi del Monte Podona, lo sguardo volge al cielo il suo saluto. Fanno compagnia i solitari stridi della poiana e la brezza leggera nello stormire tra gli alberi.

FOTO 2 Percorso nel bosco di Perello

Percorso nel bosco del Monte Perello

A destra la vista mozzafiato dei paesini arroccati sui pendii come pietruzze colorate gettate per ripicca al tempo degli Dei, mentre si supera lo scrosciare del torrente e i punti di belvedere.

FOTO 3 Sottobosco del Monte Perello

Il sottobosco del Perello

Più sotto si scorge il bianco paesino di Rigosa, una macchia candida quasi incastonata in uno scrigno di verde.

FOTO 4 Rigosa vista dal sentiero del Perello

Il paesino di Rigosa visto dal sentiero che porta al Santuario del Monte Perello

Poi, in una gola che separa le tante vallette, ecco aprirsi  la radura: in uno spiazzo aperto su un pianoro che invita al riposo, scavato nella montagna, appare la facciata linda e splendente del Santuario dedicata alla Vergine del Monte Perello.

FOTO 5 La chiesa del Monte Perello nel dipinto di Annalisa Carminati

La chiesa del Monte Perello nel dipinto di Annalisa Carminati

Si erge quasi intrappolato dal verde del monte omonimo che fa da spartiacque a 900 metri di altezza tra la Valle Seriana, con gli abitati di Salmeggia, Nembro, Alzano, e la Valle Brembana e paesi intorno, attraverso le forre del torrente Ambriola. Lungo il costone passava uno dei sentieri della Via Mercatorum, che conduceva sul lato ovest verso Nembro e Alzano, e dall’altro verso il Passo San Marco e la Svizzera.

FOTO 6 Il Santuario della Madonna del Perello nascosto nel verde estivo

Il Santuario della Madonna del Perello nascosto nel verde estivo

Non è un santuario appariscente e gagliardo, ma timido come fanciulla, tenacemente attaccato al costone che precipita verso il basso, verso il torrente Algua, quasi inaccessibile alla massa, alla gente.

Non mano d’uomo a confondere materia e diletto, non voci di piazza di contrada, non sfrecciare d’auto. Solo raccoglimento, riflessione, riposo, calma e frescura. Abbarbicato al santuario sta la foresteria che il Vescovo Gregorio Barbarico volle per ospitare i preti nei loro esercizi spirituali.

Anticamente denominato “Oratorio della Beata Vergine Maria ad Elisabetta nel Bosco del Perello”, è uno dei più antichi della bergamasca, si legge infatti sul sito del Comune di Selvino “cronologicamente è la seconda apparizione, dopo quella avvenuta alla Basella di Urgnano (Bg) nel 1356, canonicamente accertata  ed approvata in diocesi di Bergamo” e forse uno dei pochi incastonati in un totale verdeggiante scrigno di natura nella bergamasca, solitaria luce nel peregrinare dell’uomo.

FOTO 7 La chiesa del Monte Perello arroccata sullo sperone roccioso; in alto è ben visibile la strada e in basso il paese di Rigosa

La chiesa del Monte Perello arroccata sullo sperone roccioso; in alto è ben visibile la strada e in basso il paese di Rigosa

Un tempo era raggiungibile solo a piedi, attraverso mulattiere che si inoltravano nel bosco partendo da Selvino, da Sambusita/Rigosa o da Miragolo. Solo verso la fine del XX secolo esso fu collegato da una comoda strada che ancora oggi arriva sul piazzale antistante il Santuario stesso: è la strada provinciale n°28 Algua-Selvino, che si può percorrere sia dalla frazione Sambusita di Algua in direzione località Passata, oppure da Miragolo San Salvatore, o infine direttamente da Selvino, salendo al borgo di Salmeggia, sempre passando dalla località Passata.

FOTO 8 Il piccolo borgo di Salmeggia e la località Passata

Il piccolo borgo di Salmeggia e la località Passata, da dove si può raggiungere il Santuario del Perello

Dal tempo dell’Apparizione al povero contadino Ruggero intento a falciare fieno nelle radure tra la boscaglia fitta, il santuario ha accolto pellegrini, viandanti, uomini devoti, bisognosi, in un abbraccio silenzioso ed eterno. Non giunge qui il rumore del traffico, non giunge il cicaleccio della vita.

Ha l’aspetto di un antico eremo, reso ancor più massiccio e possente anche dal campanile longilineo, con i locali per abitazione del custode (un tempo chiamato “romito”, eremita, figura fondamentale nel passato, perché aveva il compito di custodire il Santuario ma soprattutto di accogliere ogni pellegrino, in ogni ora del giorno o della notte, ancora oggi presente anche se non più residente fisso), la foresteria alloggio e ristoro dei pellegrini e le tre chiese costruite una sopra l’altra.

FOTO 9 L'abitazione del Romito

L’abitazione del Romito

La più antica delle tre chiese è oggi la Cripta dove sono avvenute le Apparizioni, chiusa a botte come sigillata nel suo scrigno.

Della seconda, costruita nel 1468 insieme al campanile per contenere il sempre maggior afflusso di pellegrini, è rimasto poco, mentre la terza, realizzata a ridosso, venne edificata tra il 1560 e il 1575.

Nel tempo opere pittoriche, sculture e affreschi hanno impreziosito le pareti della chiesa: nomi famosi come Carlo Ceresa, Gian Paolo Pace detto L’Olmo, Marinoni di Desenzano di albino, vigilano accanto ad altri più sconosciuti, ma eternamente vivi nel loro amore verso la Vergine.

Commovente il legame che da sempre lega il Santuario ai suoi emigranti: dai luoghi dove giungevano non mancavano di far pervenire al Santuario oggetti e ricordi a testimonianza di devozione, un suggello di buon augurio e di fede convinta e mai vinta. 

FOTO 10 I dipinti nel Santuario del Perello

I dipinti nel Santuario del Perello

Due dipinti che raffigurano l’Apparizione sono opera di Pietro Baschenis, un esponente della famiglia di pittori nota in tutta la Valle Brembana. Numerosi sono gli affreschi della “Madonna del latte”, tra cui quello proveniente dal borgo ormai scomparso di Predale sotto Ama, molto invocata dalle puerpere del tempo affinché, in un periodo in cui non esistevano ancora pappe ed omogeneizzati, garantisse latte a sufficienza per permettere ai neonati di superare il primo anno di vita. Nel 2009, grazie all’interessamento di Don Valerio Ghilardi, originario di Selvino, e con l’aiuto di Guido Carrara, si è riusciti a ritrovare l’affresco a Cenate, in casa di una delle nipoti del parroco che l’aveva tolto dalla parete negli anni Sessanta, don Francesco Berbenni. Attraverso vari contatti con gli eredi, finalmente questo antico affresco, espressione della pittura popolare, è ritornato sull’Altopiano ed ha trovato degna collocazione nel Santuario della Beata Vergine Madonna del Perello, di cui don Valerio è guida spirituale.

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L’affresco che abbelliva una delle case dell’antico borgo di Predale, sotto Ama

Nella terza chiesa si può ammirare un secondo gruppo statuario dell’Apparizione, opera dello scultore Alessandro Cappuccini di Milano.

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La statua della Madonna e del contadino Ruggero, FONTE http://www.santuarioperello.it/dal-ns.-archivio.html

Per secoli l’amministrazione del Santuario fu tenuta dai sindaci e parrocchiani di Rigosa e Sambusita, comproprietarie del Santuario, sotto la giurisdizione del Vescovo di Bergamo. Oggi le due parrocchie sono fuse e quindi il sacro luogo, aperto dal Lunedì dell’Angelo fino al Primo Novembre, Solennità di tutti i Santi, è gestito dal Rettore del Santuario, che è anche il “parroco pro tempore della Parrocchia di Rigosa di Algua, in qualità di Presidente di una commissione di nomina popolare confermata dal Vescovo, coadiuvato da un sacerdote diocesano nelle vesti di cappellano”.

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L’Annullo filatelico per il Giubileo del 2013

IL 2 LUGLIO 1413

Quella lontana giornata del 2 luglio 1413 era stata calda e soleggiata. Un tempo i valligiani vivevano dei lavori nei campi e anche il contadino Ruggero Gianforte de Grigis, del paese di Rigosa, si era portato sul far del mattino verso il crinale che scende lungo i fianchi del Monte Perello, sopra Rigosa, in territorio di Algua, per falciare i piccoli appezzamenti di prato tra i boschi di faggi- carpini e frassini.

La falce si muoveva veloce e con un tocco di gomito si creavano le “andane”, lunghe strisce di fieno simili a boccoli dorati di fanciulla, che si creavano andando avanti nel percorso di taglio.

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Le tipiche andane di fieno lungo i pendii di montagna

Ad un tratto ecco apparire, mirabile e stupefacente, una figura di donna. Riporta il testo della guida al Santuario: “In un primo momento, incerto dell’improvvisa visione, si dice che il buon uomo non fece nessun cenno di riverenza e “manco si tolse il cappello”.  La Visione, una donna dal manto lungo fino ai piedi, ricomparve e Ruggero si inginocchiò, sopraffatto dall’emozione.

La Madonna lo rincuorò, pronunciando parole leggere come la brezza tiepida, e chiedendo che in quel luogo impervio, lontano dal mondo, nascosto agli occhi del benessere, celato ai desideri terreni, venisse eretta una chiesa, costruita dalle mani operose e instancabili degli abitanti di Rigosa e Sambusita, a cui i paesani facevano capo come Parrocchia.

Per quattro volte apparve, e nell’ultima presenza, come prova del luogo esatto e attestato di veridicità nei confronti dei popolani, fece nascere da un ceppo di faggio marcio lì nei pressi, un ramoscello di ulivo verdeggiante e frondoso.

FOTO 15 L'Apparizione al contadino Ruggero

L’Apparizione al contadino Ruggero

Dopo una iniziale incredulità, dettata giustamente dall’evento mirabolante e sorprendente per gente abituata solo a chinare il capo sotto il sole e lavorare nei campi, gli abitanti di Rigosa uniti a quelli dell’altra frazione di Algua, Sambusita, si recarono a frotte sul luogo e davanti al prodigio del ramoscello d’ulivo, pianta impossibile da coltivare a quell’altitudine, si misero all’opera.

Scavarono il cuore del monte Perello e con pale e picconi, punta e mazza, appianarono il tratto di pendio al fine di costruire una chiesa. Il sentiero venne allargato ed era un continuo viavai instancabile di uomini e lavoranti, ragazzi con la “schisèta” (gavetta) del pranzo, donne con i “pignetì” di latte fresco o acqua, o minestrone, o zuppa.

Il ceppo di faggio secco con il virgulto semprevivo di ulivo venne rinchiuso nell’alcova e rimase visibile fino all’epoca della Visita Pastorale del Vescovo Ruzzini, nel 1705. Fu poi “murato per ordine del Vescovo per evitare manifestazioni di superstizione” come si legge nei documenti ufficiali.

Da allora molti prodigi, ex voto, devozioni e suffragi, hanno riempito gli antichi e sacri muri, a testimonianza del grande e forte legame con la terra di montagna e i suoi abitanti.

Gli studiosi si sono a lungo interrogati sul significato profondo del virgulto d’ulivo: a quel tempo, a causa dell’imperversare della guerra tra Guelfi e Ghibellini che aveva stravolto ed era dilagata anche in Valle Brembana, in Valle Serina e sull’Altopiano Selvino Aviatico, numerose erano le faide tra famiglie, tra borgate, all’interno di uno stesso gruppo familiare, e il miracolo dell’ulivo si può considerare una richiesta divina alla Pace.

In realtà per circa tre secoli l’evento dell’Apparizione è stato tramandato solo oralmente dagli abitanti della zona. Di questa mancanza di  documenti scritti e delle ricerche fatte a partire dal 1613, ne fa fede una annotazione nel libro dei conti conservato nell’Archivio del Santuario.

Eppure furono molte le personalità illustri che trovarono ristoro e meditazione tra le mura del Santuario: primo fra tutti San Carlo Borromeo a fine settembre del 1575, il quale aveva fatto tappa al Perello durante la sua visita sull’Altopiano di Selvino Aviatico, come testimonia la Cappelletta a lui dedicata situata all’inizio del paesino di Amora. Quasi cento anni dopo, nel settembre 1658, fu il Vescovo di Bergamo  San Gregorio Barbarico a inginocchiarsi dinanzi alla Vergine.

 Un ricordo significativo e commovente viene narrato: “Un certo Vincenzo Carminati, di Nese, dall’età di 3 anni, portato nella gerla dai genitori, e fino all’anno della morte a 101 anni di età, non mancò mai l’appuntamento annuale con la Madonna del Perello.”

L’Incoronazione della statua della Madonna del Perello avvenne l’11 agosto 1963, in occasione del 550° anniversario dell’Apparizione, e fu benedetta dal Vescovo di Norcia Monsignor Alberto Scola, essendo venuto a mancare 8 giorni prima il Vescovo di Bergamo Monsignor Giuseppe Piazzi.

Nell’archivio del Santuario sono inoltre conservate due pergamene papali, una di Alessandro VI datata 1498, l’altra di Urbano VIII del 1626 (che si possono osservare in riproduzione nella chiesa di mezzo): entrambe danno disposizioni in merito al Santuario e certificano l’esistenza in quel luogo del culto della Vergine Santissima. “Oh, pellegrino, questo luogo che ti accinge così tanto, è stato eretto nel segno della Fede e dell’Amore: tutto in esso vuol parlare al tuo cuore, per condurti ad esprimere devozione e santità. Guarda ed ammira ogni cosa, ma non tralasciare il raccoglimento del luogo e non resistere al suo richiamo.”

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Cartolina d’epoca con il Santuario del Perello e sullo sfondo, in alto a sinistra, la maestosa facciata della Sciesopoli di Selvino (per gentile concessione di Giuseppe Pino Bertocchi)

 Sciesopoli Selvino

 

 

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