Crea sito

Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

Visualizza gli articoli pubblicati sotto luglio 2017

 

Lo scrittore Isidoro Perin commenta

Il bambino con la valigia rossa

romanzo di Aurora Cantini

Il bambino con la valigia rossa all’edizione 2017 della Fiera dei Librai Bergamo

Quella valigia così grande, così rossa, ai piedi di Pietro ormai cresciuto, avremo voluto conoscerla meglio, ma Aurora l’ha nascosta fino al finale, dove si svela l’arcano.

Pietro vive i suoi giorni dentro il Brefotrofio, un luogo terribile quanto indispensabile per quei tempi di miseria e di guerra, dove però anche sorridere, può essere già una colpa.

La penna di Aurora lo segue con trepidazione, gli anticipa i pensieri, lo protegge finché un giorno lo lascia arrampicarsi sul ciliegio carico di marinelle mature. Pietro ne fa una scorpacciata e le raccoglie anche per gli altri “Esposti” suoi compagni di sventura. Sale sui rami più alti e assapora per la prima volta il sapore della libertà.

Lo scenario della 2^ Guerra Mondiale è vissuto da Pietro e dagli altri trovatelli con le storture imposte dalla Direzione. Tuttavia i più grandicelli riescono a percepire un minimo di realtà.

La malattia dall’amico Gino sarà vissuta da Pietro in modo traumatico.

Per fortuna Aurora attinge alla sua vena poetica per mitigare la durezza degli avvenimenti. Così descrive l’amicizia dei due orfanelli alla fine della guerra:

  • Aveva solo bisogno di volare, il mio amico Gino, ma il suo piccolo cuore era troppo debole per strappare i sogni alla notte che ancora attanagliava la nostra vita.

Ne eravamo tutti consapevoli. Il mondo ricominciava a vivere, ma  non era giunto al Brefotrofio.

A dodici anni Pietro uscirà dal Brefotrofio con la sua valigia rossa e scoprirà, al suo interno, il grande amore della mamma.

Abbiamo bisogno ancora di storie raccontate da Aurora Cantini, e siamo sicuri che anche lei ha bisogno di scriverne! Grazie Aurora,   Isidoro Perin 

https://www.facebook.com/Isidoro-Perin-250963635037722/

ARTI, MESTIERI E TRADIZIONI RIVIVONO PER UN GIORNO

Ad Aviatico, paese sull’Altopiano Selvino, Orobie Bergamasche, per un giorno rivive il mondo delle antiche contrade.

Arti, mestieri e tradizioni ad Aviatico

Un tempo nei borghi di montagna transitavano periodicamente bizzarri personaggi con il loro vario campionario di commercio. Nel mese di ottobre, in concomitanza con le feste del Rosario, capitava nella contrada un tale ometto bizzarro; costui girava a piedi per i borghi recando numerose statuette in gesso della Madonna, di varie fogge e misure. Stava sull’altopiano per qualche settimana, distribuendo le sue statuine in cambio di cibo e magari anche alloggio di fortuna. Quando sopraggiungeva lui, i bambini interrompevano i loro impegni, magari stavano sfogliando “ol melgòt” (il granoturco) e lo attorniavano chiedendogli di dire la Predica o il Rosario o altre giaculatorie un po’ interpretate a modo loro, sul ridere.L’ometto accettava di buon grado il loro assalto e per un’oretta si trasformava anche lui in un bambino.

Non appena la stagione intiepidiva uno dei primi ambulanti a comparire sulla strada era l’arrotino, il “molèta”; poi “ol magnà”, il calderaio, colui che veniva a “giöstà i orègie di peroi”, cioè i manici laterali delle pentole, l’ombrellaio, l’impagliaio, che impagliava le sedie; le donne si passavano la voce quando passava l’uomo col fagotto, un ambulante di biancheria, il quale girava a piedi con un fagotto che dispiegava sull’aia in un tappeto multicolore di abiti e stoffe.

http://www.icponte.gov.it/ipertesti/ambiente_alpino/pmagna.htm

Il Calderaio

Talvolta spuntava “ol strassér”, lo straccivendolo, che annunciava il suo arrivo con il grido: “Strassér, òss, strass, pèi de cünì!” (straccivendolo, ossa, stracci, pelli di coniglio!”) Girava con un carretto e pesava tutto con la bilancia piccola o quella con l’asta graduata e il peso che si mette nelle varie tacche, il piatto sospeso a delle catenelle e il gancio per tenerla sollevata. I contadini appendevano alle lobbie le pelli dei conigli e dei gatti in attesa dello straccivendolo che le avrebbe portate via. Gli avrebbero permesso di raggranellare qualche soldo.

Lo straccivendolo

 Lo “stremassì”, il materassaio era l’uomo che rimetteva a nuovo i materassi, “i stremàss”, con lo scardasso, “ol scartès”, un attrezzo munito di denti uncinati, “i décc”, che consentiva di pettinare la lana, rendendola di nuovo soffice. L’arrivo dello “stremassì”, che andava di casa in casa, per i ragazzi era un evento originale e solleticava la loro curiosità. Le donne provvedevano ad aprire i materassi e ad allargare manualmente la lana arruffata e increspata, così che il suo lavoro era facilitato e costava meno. Poi lavavano la tela mentre “ol stremassì” ridava forma al materasso lavorando con spago e un grosso ago.

http://www.paviaedintorni.it/temi/attivita_professioni_file/vecchimestieri_file/materassaio.htm

Il materassaio

In casa non tutti i materassi erano di lana, perché erano tenuti dacconto: di solito per la camera dei ragazzi si usava un saccone pieno di foglie di mais “ol melgòt” o di paglia chiamato ”pajù” ( paglione) appoggiato alla rete metallica con le molle. Nella tela c’erano delle aperture attraverso cui si entrava manualmente a rimescolare “i sfoiàss” e “rügà ol melgòt” (mescolare le folgie di mais) per evitare dossi e montagnole che spezzavano la schiena.

fonte Beni culturali Marche

Il camino lo spazzavano i ragazzi della casa, usando i rami frondosi di cornale, che non si rompevano e si potevano maneggiare con facilità.

Anche le scarpe quando era possibile si aggiustavano in casa, usando un attrezzo per chiodare il cuoio con il martello da “scarpulì”.

Per i lavori di carpenteria ci si faceva prestare “ol  trapén”, progenitore del moderno trapano, funzionante a manovella. Era un attrezzo molto costoso e quindi andava maneggiato con attenzione, solo in casi di effettiva necessità, perchè in cambio andava “returnat ol tép” o si offriva il servizio dell’asino.

Per fare buchi o piccoli fori nel legno, nelle cinture, per costruire le gabbie o le bacchette si utilizzava una specie di punteruolo: “ol tenevrì”.

ol tenevrì

La piallatura delle assi o dei tavolati veniva eseguita con “la piala” in legno fatta scorrere sul ripiano avanti e indietro fino alla completa lisciatura. I chiodi, grossi e acuminati, erano adatti ad ogni necessità e si conservavano per ogni nuovo manufatto.

Ma ad Aviatico domenica 23 luglio si potranno anche ascoltare storie di vita quotidiana al tempo delle contrade:  oggetti antichi messi in mostra con il loro corrrdo di ricordi e di emozioni, gerle e gabbie, rastrelli e forconi, falci e pietre coti. E poi ancora gli oggetti di casa, dal ferro da stiro di ghisa al macinino da caffè, alla zangola usata per fare il burro, fino al bidone del latte che già da bambini si portava a spalla lungo i sentieri dal pascolo alla stalla o alla cascina.

Antichi mestieri ormai scomparsi: l’impagliatore di sedie, il casaro, il fabbricante di gerle, il fabbro e il minatore, il boscaiolo e l’intagliatore del legno.

Fonte web

Per un giorno quegli ex bambini che un tempo vivevano la quotidianità della vita contadina, oggi adulti, si presteranno a fare il fieno, a raggrupparlo in covoni sulla schiena usando l’attrezzo della “fraschéra” una sorta di lettiga. Il pubblico verrà guidato a sperimentare dal vivo il peso della zangola, del fieno, della gerla… in un immedesimarsi per un istante in quell’epoca aspra e difficile dove ci si affidava alla Provvidenza e alla fede per riuscire a sopravvivere e ad andare avanti.

“Ol masöl” mazzo di fieno con la fraschera

Le donne con la loro paziente attesa di un ritorno, a sferruzzare sulla porta di casa o a dipanare le matasse usando l’arcolaio, recitavano il rosario ogni giorno, ogni sera.

Ad allietare le antiche storie e narrazioni raccontate da Aurora Cantini ci saranno i canti  ele musiche delle tradizioni, al suono della fisarmonica e del flauto.

Aurora Cantini e alcuni oggetti di vita contadina

Ed ecco che l’Italia riscopre il profeta don Milani

Sembra strano oggi risentire parlare di don Lorenzo Milani. Scrisse e pubblicò nel 1967, cinquant’anni fa, “Lettera a una professoressa” che tutti abbiamo letto. Sbandierato ai quattro venti come un libro sabotatore”, fu considerato quasi rivoluzionario, ribelle, un cartaceo Sessantotto.  Lo abbiamo letto a scuola, commentando quelle pagine con una certa accondiscendenza, perché scritte da un  prete. In ogni caso c’era il rispetto e la guardinga attenzione di noi studenti verso quell’adulto che, strano ma vero, teneva la parte ai giovani. E ci ritrovavamo un po’ in quei ragazzi, per noi degli Anni Settanta già considerati “vecchiotti” ma veri.

Poi è calato l’oblio. Dimenticato letteralmente quel pretino strambo, sorridente nelle fotografie, che doveva aver combinato chissà quali misfatti per essere cacciato in esilio, così lontano, così solitario.

Ma oggi arriva Papa Francesco che decide di andare a pregare sulla tomba del Profeta, di don Milani.

https://www.cislbrescia.it/tag/don-milani/

https://www.cislbrescia.it/tag/don-milani/

E allora quel vecchio libro ritorna alla ribalta.

In realtà rileggendolo in questi Anni Duemila non si trova più traccia di quel terremoto che all’epoca aveva suscitato nell’Italia del boom economico, ancora avvinta però alle catene dell’arretratezza e della miseria.

Parlava di obbligo scolastico, una parola che neanche si pronuncia più, se non per parlare dei bimbi del Terzo Mondo. Ma l’obbligo scolastico di cui intendeva don Milani era diverso. Diceva: “I figli dei ricchi hanno già tutte le parole a casa, prima ancora di andare a scuola. E se arrancano sui banchi possono permettersi le lezioni private per rimettere in sesto la pagella. I figli dei poveri invece partono indietro, condannati al ritardo e lasciati soli dai professori fino alla bocciatura, che li trasforma in carne da fabbrica.” Lapidaria questa sentenza, che se letta oggi, vale ancora e soprattutto in questo mondo globale, interconnesso e social.

Ed ecco che l’Italia si accorge del Profeta.

Don Lorenzo Milani non aveva nessuna intenzione di rivoluzionare il mondo, la sua parola d’ordine era antica come il respiro: Amore. L’amore verso le persone, non verso le idee. Quelle cambiano e si modificano, girarono e prendono il volo. Le persone no, quelle muiono là dove sono cadute e magari dove sono nate, nel fango. Persone che non hanno visto nient’altro che botte e schiaffi, che non hann sentito altro odore se non quello della nafta, del metallo, dell’olio surriscaldato.

Già a Firenze don Milani non aveva guardato i colori, né le idee: al funerale di un operaio aveva accettato in chiesa le bandiere del Pc.

Per questo il  23 novembre 1954 viene nominato Priore della chiesa di Sant’Andrea a Barbiana, negli Appennini. Niente telefono, né elettricità, niente Ufficio Postale. Niente strada carrozzabile.

Anche il numero dei fedeli era ridotto, una trentina o poco più. Don Milani giunge a piedi alla canonica, arrancando lungo la mulattiera, nel freddo di una sera d’inverno, il 7 dicembre del 1954, sotto una pioggia  battente. Lui e la fedele perpetua. Dopo una notte gelida, la mattina subito decide di comprarsi una tomba nel minuscolo cimitero e al pomeriggio pensa già a creare una scuola. I ragazzi, pochi in realtà, giungono sulla porta a curiosare, noncuranti.

http://www.corriere.it/foto-gallery/cultura/16_febbraio_04/don-lorenzo-milani-biografia-c4ddd3e4-cb47-11e5-9200-b61ee59246a7.shtml

http://www.corriere.it/foto-gallery/cultura/16_febbraio_04/don-lorenzo-milani-biografia-c4ddd3e4-cb47-11e5-9200-b61ee59246a7.shtml

Ma a poco a poco quel giovane prete strano li conquistò. Scrisse nel suo testamento: “Cari ragazzi,  ho voluto più bene a voi che a Dio, ma sono sicuro che non baderà a queste piccolezze.”

Morì a soli 44 anni, il 6 giugno 1967, dopo una lunga e terribile malattia.

Era consapevole di lascire un’Italia smarrita, una generazione che aveva perso il proprio equilibrio, un rinnovamento che mai era arrivato davvero. Lasciava la consapevolezza che “le Beatitudini”  ancora non erano davvero entrate nel cuore dell’uomo.

Mentre sul letto in casa di sua madre vedeva scoccare le ultime ore, pensava a quella moltitudine di poveri già esclusi in partenza dalla vita sociale: a scuola, nelle fabbriche, fantasmi che nessuno vedeva e osservava davvero.

Un Profeta. Il suo libro “Lettera a una professoressa” oggi quasi fa sorridere nella sua ingenuità, in tempi in cui in diretta assistiamo alla barbarie quotidiana dell’uomo verso i suoi simili. Eppure lo mandò perfino a processo. Le autorità ecclesiastiche e civili lo braccarono, lo accusarono, lo denigrarono. Gli negarono Amore.

E oggi questo Papa ha revocato il divieto di pubblicazione di un altro libro di don Milani “Esperienze Pastorali” ed è andato a pregare sulla sua tomba. In privato. Come un genitore che, dopo tanti anni, ritrova quel figlio da lui considerato “scapestrato”, senza esserlo davvero. Perché anche un genitore può aver torto. E se si accorge di aver torto quando ormai il proprio figlio è morto, nulla può più riannodare i fili. Nulla. Si può solo piangere.

 

“Forse sarei più sola

Senza la mia solitudine”

(Emily Dickinson)

http://www.artspecialday.com/9art/2017/05/15/emily-dickinson-solitudine/

È una delle poesie più brevi di Emily Dickinson, la grande poetessa americana, nata ad Amherst, Massachussets, il 10 dicembre 1830, e morta, sempre ad Amherst, il 15 maggio 1886. Nel leggere i pochi versi la prima cosa che ci avvolge è la sensazione di un prato mosso dal vento, saranno le tante S, allitterazioni morbide e rotonde che evocano il leggero fruscio del vento, saranno le parole sola – solitudine che fanno pensare al sole, ad una giornata luminosa, tersa, azzurra… e quindi un prato, con l’erba mossa dal vento, accarezzata come una persona cara. E già qui è sentirsi parte di un tutt’uno, di un’immensità. Non c’è tristezza in quei versi, né malinconia, semmai la gioia di amarsi, di vivere con sé come se fosse uno specchio in cui l’altro si può tuffare.

Sarà che io fin da bambina ho provato, senza saperlo, quella stessa solitudine, quando abbandonavo i giochi rumorosi dei cugini in piazza o in cortile e me ne andavo nei boschi a camminare lungo i sentieri, solo io e la mia ombra, l’altra me, la mia gemella dentro di me. Avevo otto o nove anni,  ma chissà cosa meditavo, cosa pensavo quando mi staccavo dagli altri, dal gruppo, per starmene un  po’ da sola, quando mi intrufolavo nel sottobosco parlando da sola, sussurrandomi storie e canzoncine inventate, quando parlavo ad immaginari personaggi e creavo storie e avventure. Stavo via delle ore, fino al crepuscolo, salendo la montagna lungo la ripa del torrente, seguendo i sentieri dei cacciatori e dei boscaioli, in alto, in alto, fino alle cascate. Cantavo e gridavo, ripetevo l’eco, saltellavo e piroettavo, poi mi sdraiavo sul prato di una radura.

https://acolazionenonsiparla.com/2016/02/22/io-viaggio-da-sola-libro/

Ero sola, ma non in solitudine. Ero una bambina, ero felice. La brezza sussurrava il mio nome, tanti nomi, quelli che conoscevo e quelli che sognavo, le foglie e i rami disegnavano volti che mi sorridevano, che vegliavano su di me, volti che conoscevo e volti che sognavo. I fiori assomigliavano a piccoli cuori di vita, un battito dopo l’altro, disposti così sparsi, lontani eppur vicini, come una famiglia, come tanti piccoli cuori umani, insieme, anche se ognuno solo con i suoi petali e i suoi colori. In quella solitudine io mi sentivo accolta, afferrata, completata e rinata.

Altopiano di Ganda, fotografia di Oscar Carrara

Altopiano di Ganda, fotografia di Oscar Carrara

Oggi invece il mondo è solo, soffre la solitudine. Ne è piegato, schiacciato, spezzato. Ne ha paura.

Emily Dickinson in un’altra poesia, scritta nel 1865, numerata F1091,  scrisse:

“Possedere nell’Anima l’Arte
D’intrattenere l’Anima
Col Silenzio come Compagnia
E in continua Festa”

Io ho avuto quel grande, unico e stupendo privilegio: crescere cullata dalla solitudine, coccolata dal silenzio, amata da quelle lunghe ore tutte mie, da riempire con me stessa, con il mio io, con la mia compagnia.

Ringrazio mio padre e mia madre, che non mi hanno mai impedito di vivere quella mia solitudine. Semplicemente mi attendevano, sapevano che ne avevo bisogno, che era essere  me stessa quel mio strano fuggire via.

Non sono mai venuti a cercarmi, nemmeno quando pioveva, o quando  mi attardavo tra le rocce e le ombre della sera scendevano dalla montagna, nemmeno quando c’era la neve, o faceva freddo. Si fidavano e basta.

Oggi c’è la paura che attanaglia i pensieri di un genitore, l’ansia di riempire il silenzio ad ogni costo, l’angoscia di allontanare la solitudine dai propri figli, vista come qualcosa di maligno, scuro, cattivo. E allora tutti a chattare, a digitare sullo smartphone, a partecipare a piazze virtuali. Tutti a fare rumore, ognuno chino sulla sua finestra, ognuno isolato da chi è vicino. Ognuno con gli occhi bassi, pe rnon incrociare quelli del vicino, sconosciuto.

Eppure solo stando con noi stessi, nel nostro cantuccio caldo e calmo, nel nostro prato accarezzato da una leggera brezza riusciamo ad assaporare e a gustare la vita. Per vivere una solitudine che rallegra l’anima. Con il silenzio come compagnia, dobbiamo ritrovare nell’intimo dell’anima l’arte di rallegrare l’anima. Solo così riscopriremo il valore di una parola amica, di un sorriso, di una mano che ci sostiene, che ci toglie dalle spalle i pesi della giornata quotidina, che ci accompagna, che ci scalda. E impareremo di nuovo a volare, come una libellula che tende le ali azzurre verso il cielo, sfiorando i petali di un fiore, facendolo dondolare lievemente, come un accordo di musica che solo noi, nel nostro intimo, riusciamo ad ascoltare. E sarà “una continua festa”.

Powered by WordPress Web Design by SRS Solutions © 2017 Le Ali dell'Aurora Design by SRS Solutions