Crea sito

Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

Visualizza gli articoli pubblicati sotto aprile 2017

Quello sguardo bambino dalla funivia Albino Selvino

Fonte Archivio Wells http://www.storylab.it/n/foto/3407/guardando-dalla-funivia/

C’è un punto della Funiva Albino Selvino (Orobie Bergamasche) molto amato dai bambini, era il posto che anche io preferivo quando salivo con mio papà. Mi sembrava di volare come sopra l’acqua, sopra il vento, a bordo di una mongolfiera. E il brivido era vedere incombere sempre più grande, quasi a schiacciarmi, l’enorme massicciata della stazione di arrivo di Selvino.

La Funivia Albino Selvino collega il paese di Albino posto a fondovalle nella Media Valle Seriana, con Selvino, situato sull’Altopiano Selvino Aviatico, un dislivello di circa 600 metri che viene superato in 7 minuti esatti.  È una delle poche funivie che svolgono il servizio nel cuore di due centri abitati, al pari di un comune sistema di trasporto quotidiano.

Archivio Wells FONTE http://www.storylab.it/n/foto/272/stazione-della-funivia-albino-selvino/

Archivio Wells FONTE http://www.storylab.it/n/foto/3405/stazione-funivia-albino-selvino/

La sua realizzazione, inziata nel 1954 con l’impiego dei muratori, carpentieri e manovali di tutto l’Altopiano (tra cui anche mio papà Mansueto) ha rotto il secolare isolamento dei piccoli paesi dell’Altopiano, Aviatico e Selvino, raggiungibili fino a quel momento solo percorrendo impervie mulattiere lungo la Via Mercatorum e di fatto ha dato inizio all’epoca del turismo, della costruzione edilizia, del lavoro in bassa valle per tanti giovani e ragazze,  non più rinchiusi nella prospettiva antica di una vita di fatica nei campi.

La funivia è stata inaugurata nel maggio 1958 e, come scritto sul giornalino ProAlbino del maggio 1958, veniva considerata “la più importante delle funivie europee colleganti due centri sempre abitati”.

Articolo sulla rivista Proalbino per l’inaugurazione della Funivia Albino Selvino 8 maggio1958

Cartolina d’epoca: la vecchia funivia svettante sopra uno degli imponenti piloni. In alto la mole della Cornagera

Che emozioni ancora provo nello sbirciare oltre i vetri sospesi! Mi sembra ieri, è passato un mondo! Il primo modello era grigio, poi la funivia divenne rossa, e infine, dal luglio 2010, la funivia si è ripresentata al pubblico completamente rinnovata e con una linea estremamente innovativa.

 

Funiva Albino Selvino, primo modello

Funivia Albino Selvino, la funivia rossa in funzione fino al 1987, foto di Mino Piazzini FONTE Facebook “Sei di Selvino se…”

Funivia Albino Selvino, modello rosso seconda versione, attivo fino al 2010

Funivia Albino Selvino, modello innovativo del luglio 2010

LA VECCHIA FUNIVIA

Guardando giù dal pianoro sopra Salmeggia in un pomeriggio di camminate, i miei occhi scorgono un puntino rosso tra il grigio del campo del Perello: la vecchia funivia giace come un relitto di un tempo lontano, solitaria e spersa nel suo silenzioso sonno.
Non so perché, ma mi sono sentita assalire da un groppo di nostalgia commossa, come a vedere una persona cara. O forse semplicemente perché su quella funivia sono salite e scese tante persone amate e conosciute, con tante storie, tanti pensieri, tante vite sospese nel vento.

Dal pianoro di Salmezza, sopra Selvino, lo sguardo sulla vecchia funiva dismessa Albino Selvino

Come tutto nella vita, le cose cambiano e la nuova funivia è tecnologica, ma lì sopra i ricordi ancora non ci sono. Sono tutti accartocciati tra le lamiere della vecchia funivia. E così sarà per molto. Sulla nuova funivia saliranno i ricordi dei ragazzini di oggi. Cara vecchia funivia, ti abbraccio da lontano, vecchia guardiana della mia infanzia.

Il cerbiatto Bambi ha perso il suo “papà”

Bambi

Chi di noi non ricorda la tenerezza di Bambi, la sua dolce curiosità, la malinconia che assaliva il cuore nel seguire le disavventure del piccolo cerbiatto rimasto orfano di madre?

La storia di Bambi ha fatto crescere milioni di bambini e di bambine, che si sono avventurati a piccoli passi nel bosco incantato, dove tutto parlava di magia, di gioia e tenerezza, ma anche di solitudine e spavento.

Famosa è la storia creata nel 1923 dall’autore austriaco Felix Salten dal titolo “Bambi, la vita di un capriolo“, ma ancora più famosa fu la trasposizione cinematografica ideata da Walt Disney nel 1942 e proiettata in Italia per la prima volta nel 1948. Un film d’animazione eterno, intramontabile, che ha fatto piangere genitori e figli in sessant’anni di distribuzione.

Pochi sanno però che Bambi aveva un papà, un papà in carne ed ossa, il disegnatore che lo ha inventato, il quale si è spento poco tempo fa all’età di 106 anni. Si chiamava Tyrus Wong ed era nato in Cina. “Subì il carcere, l’isolamento, interrogatori durissimi, la povertà e la discriminazione nella speranza di costruirsi una vita negli Stati Uniti.” (fonte Republbica.it)

Ma non è tanto l’età avanzata o la fortuna che gli ha portato il cerbiattino a catturare la mia attenzione, no, quanto l’emozione che mi è nata nel cuore nel leggere la drammatica storia di questo piccolo, esile uomo dal grandissimo talento.

Una delle scene principali del film, la più toccante e tragica, vede il carbiatto e la sua mamma scappare nella foresta immersa in una fitta nevicata. La mamma incita il suo piccolo: “Bambi, corri più svelto, non voltarti indietro, corri, corri…” Poi un colpo di fucile rimbomba nel silenzio del bosco e Bambi rimane solo. “Dove sei mamma? Mamma! Mamma!” grida disperato, ma la mamma non ritornerà più. Ecco, Tyrus Wong scelse ogni colore, ogni sfumatura, ogni linea del piccolo cerbiatto, lo coccolò e lo amò fino all’ultimo disegno. Lo scelse come un fratellino, perché Bambi era lui, sentiva di esserlo in ogni respiro, in ogni tenero e incerto passo del piccolo animale. Tyrus Wong era nato in Cina, in un tempo in cui i cartoni animati neanche si sapeva esistessero, un tempo in cui riuscire a mangiare era una vittoria. La mamma era talmente povera che per riuscire a salvare dai topi il poco cibo destinato ai suoi due bambini (Tyrus e la sorellina) lo doveva appendere con uno spago al soffitto. A nove anni il destino era segnato, tragico e immutato. Il padre, per dare una possibilità di sopravvivenza a quel figlioletto debole e denutrito, decise di emigrare negli Stati Uniti portanolo con sé. Era il 1919, la guerra si era da poco conclusa e il mondo era capovolto, devastato. Un’intera generazione era stata cancellata dalla faccia della terra. Il piccolo Tyrus era disperato, non voleva staccarsi dalla sua mamma. “Mamma, mamma, tienimi con te… non lasciarmi solo…” gridava incessantemente. Ma il padre fu irremovibile. A piedi si avviarono verso la costa e a Hong Kong si imbarcarono su un mercantile in procinto di attraversare l’Oceano Pacifico. Fu una traversata devastante. Mancava l’acqua a bordo e l’unico cibo era qualche chilo di riso e pesce secco che il padre aveva con sé. Il bambino deperì in maniera allarmante, non parlava con nessuno, nemmeno con suo padre, e non mangiava. Arrivarono ad Angel Island, un’isola della baia di San Francisco dove venivano visitati e controllati tutti gli emigranti orientali, quasi allo stremo. Tyrus fu subito separato anche dal padre, perché il suo corpicino era ormai troppo deperito. Venne portato in un lazzaretto, dove rimase per tre lunghe settimane. Quasi invisibile sotto le coperte di un lettuccio sudicio, in un angolo dell’enorme camerata, l’unico bambino insieme a moltisismi adulti disperati, continuava a ripetere: “Mamma, mamma dove sei?” senza requie, piangendo debolmente e inconsolabilmente.

Tyrus wong bambino, fonte web

Finalmente suo padre ebbe il permesso di andare a riprenderlo  e per Tyrus fu il ritorno alla vita.

Dopo essersi stabiliti in un quartiere di Los Angeles, Tyrus cominciò la sua nuova vita, imparando l’inglese e cercando di integrarsi nel nuovo paese. Era molto bravo  disegnare, anzi, bravissimo. Disegnava a carboncino sui fogli  unti, con le mani sporche, sempre il volto della mamma e della sorellina rimaste in Cina, nelle lunghe ore in cui attendeva il ritorno del padre dal lavoro come lavapiatti nei ristoranti. A scuola gli insegnanti si accorsero del suo enorme talento e sapendo della sua estrema povertà, gli offrirono una borsa di studio per frequentare l’Istituto d’Arte. Quando i soldi finirono, il ragazzo si offrì come bidello nella stessa scuola: di giorno era uno degli alunni, la sera puliva i gabinetti e i pavimenti.

Nel 1930, a 20 anni, Tyrus si diplomò con lode, ma una notizia tremenda giunse dalla Cina: la mamma e la sorella erano sparite. La speranza di Tyrus di riabbracciare la mamma, mai sopita in tutti quegli anni, veniva cancellata, disintegrata, frantumata. Era talmente sconvolto che si gettò con una foga incessante nel disegno. Aveva però bisogno di lavorare e cercando senza tregua bussò alle porte di Walt Disney. Iniziò dal gradino più basso, spesso denigrato e insultato, addirittura scambiato per il lavapiatti della mensa. Ma Tyrus aveva un sogno, volare oltre l’orizzonte con i suoi disegni. Quando seppe che la Disney stava pensando di  trasformare in un film il romanzo dell’autore austriaco Felix Salten “Bambi, la vita di un cucciolo”, il giovane Tyrus lesse il libro d’un fiato e capì che la storia del cucciolo rimasto solo nella foresta era simile alla sua. Inizò a disegnare foglio dopo foglio, in un crescendo di magia e di suggestiva creatività originale e rivoluzionaria. Si legge su Repubblica.it che “Ispirandosi ai panorami della Dinastia Song presentò un serie di acquarelli e pastelli carichi di atmosfera. Walt Disney in persona impazzì per la liricità del disegno che evocava “il mistero della foresta”.”

Tyrus Wong, fonte Web

L’opera durò anni, dal 1935, senza mai indietreggiare o indebolire la sua forza dirompente e unica, mentre gli altri collaboratori cedevano e se ne andavano uno dopo l’altro. Ma per Tyrus Bambi era la sua vita. Era un tributo che lui doveva a sua madre, al suo sacrificio, alla sua indimenticata presenza. Quando nel 1942 la pellicola venne competata, Tyrs venne licenziato perché aveva partecipato ad uno sciopero. In realtà era in ufficio a disegnare gli ultimi sfondi, ma siccome mancava all’appello e nessuno sapeva dove fosse,  il suo nome venne inserito nella lista delgi scioperanti. “Per anni non si è saputo che quei fondali incantati erano l’opera di un artista cinese immigrato negli Usa negli anni Venti. Il contributo di Tyrus Wong non fu riconosciuto per decenni.” (fonte Repubblica.it)

Eppure non si pentì mai della sua scelta. Ormai Bambi era pronto a spiccare il volo, a correre e saltare oltre il buio fondo del bosco cupo,  era pronto a diventare grande.  

Tyrus Wong venne assunto dalla Warner Bros dove divenne una firma leggendaria. Fu lui che disegnò le scenografie di due film immortali e strazianti al tempo stesso e che divennero leggenda e mito: “Gioventù bruciata” con il grande James Dean e “Il mucchio selvaggio

Tyrus Wong, papà di Bambi, con i suoi aquiloni

Trovò il tempo di seguire le proiezioni del suo Bambi fin dalla prima uscita e quando andò in pensione negli Anni Settanta, continuò ad andare a vedere “Bambi” con i suoi numerosi nipotini.

Smise di disegnare cartoni animati ma inizò a costruire e dipingere enormi e bellissimi aquiloni,  che portava a volare sulle spiagge di Los Angeles, insieme ai figli, ai nipoti e ai pronipoti.

Volava sulle ali degli aquiloni per raggiungere il cuore diviso a metà. Per ritrovare quel bimbo sperduto nella foresta e ridargli il sogno di un abbraccio, l’abbraccio della sua mamma, perduta agli occhi ma mai perduta al cuore. È morto nel sonno il 30 dicembre 2016.

 

Powered by WordPress Web Design by SRS Solutions © 2017 Le Ali dell'Aurora Design by SRS Solutions