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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Il ragazzo di Predale e la sua lapide sul sentiero verso il rifugio Calvi,

ricordo di un’epoca lontana

e di quei “famèi” lontani da casa

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

Poco più in alto del paese di Carona, in Alta Valle Brembana, il sentiero numero 210 conduce, in un tempo di circa 3 ore, al Rifugio Fratelli Calvi, situato a quota 2015 metri. Il Rifugio, ristrutturato negli anni 1982- 1984 dal CAI di Bergamo, è una tappa del sentiero delle Orobie ed è situato in una conca che è dominata dal Pizzo del Diavolo di Tenda e il Diavolino, accanto al Lago Rotondo.

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Carona e il suo lago

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A sinistra il Pizzo del Diavolo di tenda e il Diavolino

La strada carrabile, percorribile solo tramite Pass ottenuto all’ufficio comunale di Carona, permette una salita agile e svelta. Ma l’approccio più suggestivo è dato dalla salita a piedi. Ci si inerpica oltrepassando le case dell’antico borgo di Pagliari, tra boschi incantevoli e cascate naturali, tra cui quella della Val Sambuzza, fanno da cornice le baite del Dosso, si culmina verso il Lago del Prato in un tratto abbastanza ripido e si approda al pianoro sotto la diga del Lago di Fregabolgia, a  1900 metri sul livello del mare.

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Il borgo di Pagliari e la sua cascata di Val Sambuzza

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Baite e laghetto

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La diga di Fregabolgia e il suo sbarramento

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Il lago fi Fregabolgia e uno dei tanti laghetti verso il Rifugio Calvi, il lago Rotondo, vicino al rifugio Calvi

Superata una salitella si giunge al culmine della diga di Fregabolgia e aggirando l’ampio lago alla sua sponda settentrionale si sale un sentiero che in mezz’ora o poco più porta al Rifugio.

Poco prima di giungere alla diga di Fregabolgia, appena più sopra rispetto al sentiero, accanto ad una pozza circolare, una piccola lapide bianca di granito appare quasi luminosa e un giovane volto di ragazzo sembra trafiggere il cuore.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara sul sentiero verso il Rifugio Calvi

È l’immagine di un giovanetto dal viso serio e delicato, vestito in giacca a quadretti grigi quasi troppo grande per lui e camicia bianca e cravatta, lindo e composto in posa davanti al fotografo: si chiamava Modesto Carrara, era nato il 25 dicembre del 1943 nel piccolo Borgo di Predale, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, partito un giorno di inizio giugno del 1962 come bergamino sui monti del Rifugio Calvi e mai più ritornato a casa.

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La lapide in memoria del giovane Modesto Carrara vista dal sentiero

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Modesto Carrara nell’immagine che il cugino Guido conserva ancora oggi nel suo portafogli

Il Borgo di Predale (la cui storia narro in un separato articolo) era un nucleo di abitazioni molto antiche che negli anni Quaranta aveva contato  più di cinquanta abitanti, tanto da far ipotizzare la costruzione di una cappelletta per celebrare la messa, ed era situato poco sotto il paese di Ama, collegato alla contrada di Amora Bassa, tramite una agile via cavalcatoria parallela.

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Il borgo di Predale, sotto Ama, come era fino agli Anni Ottanta

Un tempo, all’inizio dell’estate, si portavano le mucche in alpeggio per garantire latte di buona qualità e permettere alle mandrie riposo e foraggio fresco e anche abitanti della contrada di Amora Bassa seguivano questa essenziale consuetudine.

In particolare le mandrie della famiglia di Modesto trascorrevano l’estate al Rifugio Calvi, ma, essendo numerose, unite a quelle degli zii, i proprietari dei pascoli montani di Branzi ( i Monaci) permettevano l’alpeggio a condizione che ne fosse garantita la sorveglianza continua.

Maria dello STefèn con i fratelli gino osvaldo bimbo Modesto cravatta davanti alla propria casa

Modesto Carrara in camicia e cravatta nella sua ultima fotografia davanti a casa sua a Predale, insieme alla sorella Maria, il fratello Gino e il fratellino Osvaldo. Sullo sfondo la Cornagera.

Per seguire le mucche in quota ci si affidava ai bambini dai 6 ai 16 anni, che all’inizio dell’estate lasciavano le loro case  in valle per salire agli alpeggi, al servizio dei bergamini.

Erano detti “famèi”, ed avevano il compito di accudire e sorvegliare il bestiame nei pascoli. Il loro tempo era scandito dalle stelle, “da stella a stella” perché iniziavano con l’ultima stella prima dell’alba e terminavano con l’apparire delle stelle della sera. Per loro si aprivano mondi di solitudine sui pendii, lontani dai coetanei, lontani dagli svaghi, in balia degli adulti burberi e severi, indifferenti alla loro nostalgia di casa.  Erano bambini provenienti non solo dalla bergamasca, ma anche da Brescia, Cremona, Valtellina.

Anche il giovane Modesto svolgeva queste mansioni, seppur con animo colmo di nostalgia. Quell’inizio estate del 1962 aveva diciott’anni, erano parecchie stagioni ormai che sopportava mesi e mesi di isolamento e solitudine sui monti, cominciava a sentire gravare sul cuore il peso di una vita nomade e solitaria, con la sola compagnia del suono dei campanacci nei lunghi crepuscoli estivi.

Già dalle settimane precedenti sentiva un profondo e inquieto presentimento che lo coglieva la notte lasciandolo senza sonno, faticava ad accettare l’imminente partenza e a separarsi dalla famiglia, anche se in casa svolgeva le sue mansioni con la solita laboriosità e senza lamentarsi. Il papà, “Stefèn” lo convinse ad accettare ancora una volta il pesante compito e a salire al Rifugio Calvi per 40 giorni, poi gli avrebbe dato il cambio, la sera del 26 luglio.

Le mandrie giungevano a Branzi sui camion bestiame, poi iniziava il lento, massiccio avanzare a piedi fino al paese di Carona. Da qui si inerpicavano lungo il sentiero che le avrebbe condotte sul pianoro del Rifugio, dove erano le malghe.

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L’area a Branzi dove un tempo si scaricavano le mandrie

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Uno scorcio del ripido sentiero che conduce al Rifugio Calvi

All’arrivo in baita, Modesto aveva a lungo implorato il quindicenne cugino Guido, che lo aveva accompagnato, di fermarsi lassù una settimana con lui perché si sentiva solo, senza amici e soffriva per il distacco. Ma Guido non poté accontentarlo perché iniziava a lavorare in bassa valle, ad Albino, come apprendista – fabbro. Così Modesto dovette rassegnarsi agli eventi. Stette immobile sul costone osservando il cuginetto caracollare giù, quasi in un planare verso casa, poi abbassò il capo e volse la spalle alla civiltà, per immergersi nel silenzio degli spazi aperti. In alto una poiana sembrava salutarlo, unica compagnia a quel giovane cuore gonfio di lacrime trattenute e di struggente addio.

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Le malghe nella zona del Rifugio Calvi

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Mucche di razza bruna alpina tipiche delle montagne bergamasche

IL DRAMMA

Tutto era accaduto poco prima di mezzogiorno del 26 luglio: era l’ultimo giorno di permanenza in quota e Modesto fremeva d’impazienza perché di lì a poche ore il papà “Stefèn” sarebbe salito a dargli il cambio. Dopo aver spostato la mandria in un nuovo pascolo, Modesto aveva deciso di tuffarsi in una pozza liquida e trasparente, poco profonda ma cristallina e limpida, uno dei bacini artificiali che alimentavano le turbine dell’Enel, detta “La presa della capra”: voleva mostrarsi fresco e rinfrescato per il ritorno a casa. Era abituato a lanciarsi nelle pozze, era abile ed esperto, anche nel suo Borgo di Predale era solito immergersi nella pozza “dol tinèl”, del mastello, per la sua forma circolare. Non era più riemerso. Non si saprà mai cosa successe in quegli istanti, probabilmente una congestione a causa dell’acqua fredda a contatto con la sua pelle accaldata. Chissà!

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La pozza in cui si tuffò il giovane Modesto, detta “Presa della capra”, vicino ai bacini dell’Enel

Sull’Altopiano di Selvino Aviatico, all’osteria del “Guèra” che fungeva da posto telefonico pubblico, giunse la tragica telefonata e in un battibaleno la notizia si sparse per tutte le borgate, mentre un compaesano intraprendeva la discesa fino alle case di Predale per dare l’annuncio alla mamma “Bèpa” e al papà in procinto di partire. Giunse al Rifugio verso sera, per accogliere tra le sue braccia il corpo senza vita di quel giovane figlio perduto. Modesto venne deposto nel cimitero di Carona in attesa del nullaosta da parte delle autorità, quindi trasportato sull’Altopiano di Aviatico al paese di Ama con il carro funebre, poi, sorretto a braccia dai cugini e dai fratelli, venne accompagnato giù per trenta minuti sino al gruppo di case costruite in Predale, sotto Ama, e lì venne deposto nel cucinino a pianterreno, a lato del portone d’ingresso. Venne vestito con l’unica giacca bella che avesse, acquistata con i risparmi di tanti sacrifici, quella grigia a quadretti con cui appare in fotografia. L’adorava.

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La casa dello “Stefèn” nel borgo di Predale, come era e cosa ne resta

La sua era l’ultima famiglia che ancora risiedeva nel Borgo; c’era stata quella “dol Mèrol”, del “Luigiòt”, del “Maele”, complessivamente sei o sette famiglie fisse, ma col tempo erano emigrate a valle, nei dintorni di Ranica e Torre Boldone.

Il giorno successivo dal Borgo di Predale era partito il funerale a piedi, una colonna di uomini e donne in nero, lungo il sentiero che si inerpicava in mezzo ai prati in piena fienagione estiva, un tragitto di mezz’ora o poco più fino alla chiesa di Ama, posta su un pianoro, mentre i lugubri rintocchi della campana a morto si propagavano su tutto l’Altopiano.

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La mulattiera che ancora oggi, sebbene non curata, sale da Predale alla chiesa di Ama; a alto il pendio di bosco della Valle Predale con in alto la chiesa di Ama

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Cartolina d’epoca con la chiesa di Ama e a destra l’inizio del sentiero che scendeva a Predale

Il corpo era stato avvolto nella tela cerata trasparente e poi nella bara scura, quindi seppellito nella nuda terra del piccolo cimitero sul Poggio Ama, unica costruzione solitaria  tra il verde.

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Cartolina d’epoca che raffigura il piano di Ama negli Anni Sessanta con a sinistra il cimitero solitario nel verde

L’anno seguente il cugino e amico d’infanzia Guido, di 15 anni, era risalito fino al punto in cui Modesto era annegato per porre una croce in ferro da lui stesso forgiata nella bottega del fabbro insieme ad un mazzo di fiori. Fu il suo primo lavoro di apprendista dal “frér – il fabbro” e mai avrebbe immaginato, nelle lunghe conversazioni con l’amato cugino, di realizzare qualcosa di così terribilmente tragico e sconvolgente. Ancora oggi porta con sé, ben riposta nel suo portafogli, la fotografia di quel cugino scomparso.

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Luglio 1963, il momento in cui Guido depose la croce da lui stesso fabbricata nei pressi della pozza in cui l’anno precedente era annegato il cugino Modesto e a lato la stessa croce come è oggi, che sorregge la lapide in granito bianco

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La croce come appare dal pendio del sentiero e a lato la croce su cui è appoggiata la lapide bianca

Il papà “Stefèn”, lacerato da un terribile senso di colpa, cominciò a deperire tragicamente finché, non reggendo al grande dolore, lui e la moglie “Bèpa” presero la sofferta decisione di andarsene dal Borgo di Predale. Non vi era più nulla che li legasse a quella contrada, la voce del loro amato Modesto riecheggiava ancora tra le pareti spoglie dell’enorme casa a più piani, e l’entrata economica che lui garantiva con le sue forti e giovani braccia era venuta a mancare. Partirono ad inizio giugno del 1963 diretti a Ospitaletto, in provincia di Brescia, dove da tempo si erano stabiliti gli altri figli, emigrati in cerca di lavoro sicuro.

Le case deserte si animavano solo d’estate quando i fratelli, (i primi in età sono del ’29 e ’31) risalivano al monte con i figlioletti, in cerca di fresco.

L’anno successivo, nel 1964, “Stefèn”, sopraffatto dall’immane fardello, morì di crepacuore, lontano dai suoi monti, lontano dal suo mondo. Modesto rimase a riposare nel piccolo cimitero di Ama per 18 anni, fino al 1980, quando venne riesumato e anche lui raggiunse i genitori a Brescia. Racconta la sorella Maria, emigrata per lavoro nel 1961 a 15 anni, che quando venne tolto dalla terra “era ancora intatto, perché dalle nostre parti i vecchi dicevano che il corpo di chi nasce il Giorno di Natale non si decompone.”

Nel 1990 venne scelta la lastra di uno dei loculi del cimitero di Ama e sopra venne fatto incidere il nome del povero ragazzo insieme alla sua fotografia. Poi il fratello maggiore, Ettore, insieme a una delegazione di parenti e al figlio Paolo, salì a Carona e, a spalle, la portò fino al luogo dove Modesto era annegato. Venne posizionata sopra la croce di ferro,  per ricordare quel giovane sorriso spento per sempre.

Oggi la lapide bianca accompagna la salita degli escursionisti, ma è silenziosa e scarna, solo gli occhi di quel giovinetto paiono brillare di luce, o forse piccole gemme come di lacrime. La sua storia sconosciuta è la storia dei ragazzi di un mondo lontano, quasi seppellito dietro le rocce scure delle montagne, la storia di fatiche e distacchi, di strappi dolorosi e gioventù costretta a diventare grande in fretta, ma ricorda anche come questa terra aspra porta le voci degli antichi abitanti, e chiede di non perderne il ricordo. La montagna vive finché ci vive la gente e la memoria.

Di quell’epoca lontana, di quei “famèi” lontani da casa, non rimane che un leggero sospiro nel vento, uno sguardo dalla terrazza del Rifugio a guardia del lago. Non ci sono più mandrie all’aperto, né fuochi di bivacco, solo il ritorno di un giorno in una pagina di ricordi ingiallita dal tempo, prima di riprendere lo zaino e ridiscendere per ritornare alla civiltà.

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Il Rifugio Fratelli Calvi e il lago Rotondo in cui si specchia

OGGI

Oggi il giovane Modesto, l’ultimo dei “Famèi” riposa nel cimitero di Ospitaletto, accanto ai genitori e ai fratelli.

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

Tomba di famiglia di Modesto Carrara a Brescia e dei genitori

NOTA DELL’AUTRICE

E’ stato emozionante oggi ritrovare a Branzi i ricordi legati al giovane Modesto Carrara: gli anziani ricordano ancora quel terribile giorno del 26 luglio 1962, mi hanno spiegato che la disgrazia avvenne alla presa dell’Enel detta “presa della Capra”, località situata poco prima della diga di Fregabolgia. Il giovane Modesto aveva la baita in alpeggio all’Alpe Bianca, zona dove ancora oggi le famiglie delle Aziende Agricole di Branzi e dintorni portano le mucche in alpeggio. (Grazie alla famiglia Monaci di Branzi per il ricordo).

RINGRAZIAMENTI

Un grande grazie a Maria Carrara, sorella di Modesto, per essere riuscita a ricordare, seppur nel dolore che  ancora vive in lei, la tragica storia del giovane Modesto, della sua breve avventura, del suo indomito coraggio.

Il Vescovo in bidonvia

Altopiano di Aviatico – Monte Poieto

(sulla base della testimonianza della signora “Ciòci” Grigis di Aviatico)

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Il Rifugio del Monte Poieto con a lato la Cappelletta della Madonna della Neve

Oggi siamo abituati a vedere il Papa o i Vescovi muoversi al passo dei tempi, con imprese “social” memorabili e impensabili un tempo. I confini del mondo sono valicati in tempo da record e soventi sono le visite ai territori e alle genti che vivono agli antipodi delle nostre latitudini.

Ma un tempo… Vescovi e Prelati non si vedevano spesso in giro, ed erano rivestiti di un’aurea sacra, personaggi fuori dalla vita quotidiana, inaccessibili.

Perciò una vecchia fotografia, ritrovata in una scatola riposta in un armadio di una delle tante cascine della borgata di Amora (frazione di Aviatico) racconta un’impresa quasi da leggenda.

Questa fotografia ritrae il Vescovo di Bergamo Monsignor Clemente Gaddi mentre sta per salire sulla Bidonvia che collega il paese di Aviatico (Orobie Bergamasche) al Monte Poieto, con accanto il Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima Bidonvia Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

Inverno 1963, il Vescovo Gaddi prima di salire in Bidonvia al Poieto con don Gritti Parroco di Aviatico

http://www.storylab.it/n/foto/6211/il-vescovo-in-bidonvia/

La data precisa non è certa, ma, dato che il Vescovo ha iniziato il suo mandato nel 1963, sicuramente era l’inizio dell’inverno del 1963 o 1964 e non prima.

La testimonianza che riporto è data in prima mano dalla signora “Ciòci” Grigis, di Selvino ma sposata ad Aviatico, una dinamica e ancora arzilla signora, che era presente quel giorno. Il fratello Mario, persona molto conosciuta a Selvino e nelle valli, di forte carisma e personalità, da qualche anno aveva dato avvio al “Progetto Poieto”, (montagna che sovrasta il paese di Aviatico, con una altezza di circa 1400 metri) prima con la costruzione della Bidonvia, poi piano piano con la realizzazione di un “baracchino” per turisti dove lui e la sorella “Ciòci” offrivano pane e salame, e successivamente con la messa in opera dell’edificio vero e proprio, ampliato nel corso degli anni.

Il primo palo per la Bidonvia venne impiantato nel 1959 proprio ad opera di Mario Grigis (fratello della Ciòci).

La possente ruota intorno alla quale giravano le cabine per ridiscendere a valle era stata portata fin lassù a spalle dal Passo della Muruna (Passo di Ganda) con l’aiuto degli abitanti dei paesi, che in questo modo avevano avuto una piccola entrata economica, sotto la supervisione del Parroco di Aviatico Don Luigi Gritti.

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Foto della stazione della bidonvia ad Aviatico quando ancora non c’era il rifugio sul Poieto

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Anni Sessanta Foto dell’impianto della bidonvia con il Rifugio del Monte Poieto

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Anni Sessanta Foto del rifugio del Monte Poieto in primo piano con le cabine della bidonvia

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L’inaugurazione della Bidonvia era avvenuta nel 1960, alla presenza del Senatore Folchi, durante il mandato del Sindaco di Selvino ingegner Rossi.

Perciò per quale motivo il Vescovo di Bergamo stava salendo in Bidonvia, in inverno, sull’Altopiano di Selvino Aviatico, per raggiungere un’altezza di circa 1.400 metri dove non c’era nulla, se non distese bianche sferzate dal vento, su cui si poteva solo sciare?

Bisognava ritornare alla mente instancabile di Mario Grigis, il quale, infaticabile amante della sua terra, non si fermava un momento e poco tempo dopo l’inaugurazione della Bidonvia aveva iniziato a realizzare le piste da sci.

Partivano da dietro il rifugio, verso le dorsali che scendevano verso il Passo di Ganda.

La prima pista da sci aveva un impianto di risalita a Skilift, cioè con la fune che terminava con un piattello adibita al traino degli sciatori .

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Anni Sessanta Rifugio Monte Poieto, lo sklift

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Anni Sessanta L’impianto dello Skilift con le piste da sci del Monte Poieto

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I terrazzamenti

Anni Sessanta Foto panoramica di una delle piste da sci del Poieto con vista sui terrazzamenti di Plaz

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1960 con Ganda e il cimitero

Anni Sessanta Foto panoramica con in basso sullo sfondo il piccolo paesino di Ganda , annidato sul cucuzzolo e il suo cimiterino isolato a mezza costa. A sinistra su un cucuzzolo si nota il puntolino nero della cappelletta del “Tribulì” di Ganda, dove si celebrava messa in estate e dove ci si recava durante le passeggiate quotidiane. Oggi trasformata in abitazione privata e completamente sommersa dal bosco.

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La continua presenza di sciatori richiedeva però nuove idee.

A lato nord dell’impianto già attivo, inoltrandosi oltre il Rifugio, si stendeva un pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” e che ben si prestava ad una nuova possibilità per gli sciatori, una pista quasi in picchiata, che avrebbe garantito neve fino a primavera, essendo quasi sempre in ombra.

Per quei tempi erano progetti futuristici, quasi inimmaginabili.

a dx la pista dei Ruc, detta Radici non ancora costruita

Anni Sessanta Nella foto, a destra dello sklift, si vede bene il pendio boschivo che scendeva nella valle dei “Ruc” dove poi si sarebbe ricavata la pista “Radici” e la sua Seggiovia.

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Ma per la nuova pista, impervia e maestosa, era necessario qualcosa di più robusto e sicuro di uno Skilift. Con l’aiuto di amici che contribuirono e sostennero l’idea di Mario Grigis, venne realizzata una Seggiovia con i seggiolini e solidi piloni portanti.  Si cominciò a dare un nome alle piste e la “Radici” divenne ben presto famosa  rinomata per la sua spericolatezza e difficoltà, ma anche per il suo pericoloso e intrigante fascino che richiamava turisti da ogni dove.

Ed ecco il ruolo di Monsignor Gaddi: attraverso i numerosi contatti di Mario Grigis era stato proposto al Vescovo di inaugurare il nuovo, brillante e massiccio impianto, perciò era stato accompagnato in auto fin sull’Altopiano di Selvino per la memorabile occasione, all’inizio della stagione invernale.

La signora “Ciòci” era emozionatissima quel giorno, e con lei la folla che era salita fin lassù per vedere, ammirare, seguire. Vedere un Vescovo, tutto “tirato” e compito, inaugurare una seggiovia, era una cosa strabiliante, quasi da non credere.

Dopo la cerimonia di benedizione venne offerta la cena al Rifugio, nella sala “vecchia”, costruita dal Mario nel 1962 e oggi trasformata in bar.

Alla giovane “Ciòci” era stato dato l’incarico di cucinare e di servire ai tavoli; fu durante uno di questi momenti che ascoltò il Vescovo commentare la particolare e vivace giornata con questo aneddoto, rivolto ai numerosi commensali presenti:

«Devo dire che non mi era mai capitato in tutta la mia carriera di Vescovo di inaugurare una seggiovia. E devo anche ammettere che ho riflettuto a lungo su quale preghiera optare per la benedizione. Ma, con sincerità, la mia mente non trovava soluzioni. Avevo pensato alla Preghiera dell’Alpino, ma questo biancore, questo elevarsi al cielo come volando, chiedeva qualcosa di più leggero. Alla fine ho trovato quello che faceva al caso mio. La mia scelta è caduta sulla preghiera dell’Aviatore e ora capisco che ho fatto bene perché qui su questa vetta sembra davvero di essere vicino al cielo.»

La sua affermazione era stata così sincera e spontanea che aveva scaturito un lungo e festante applauso.

L’inaugurazione della Seggiovia fu l’occasione anche per parlare ancora del futuro del nascente Poieto, e fu in quell’occasione che gli amici e i presenti, quasi come una battuta, lanciarono la proposta a Mario Grigis: «Ora che è arrivato il Vescovo, dovresti costruire qualche stanza per permettere il pernottamento, così il Monsignore ritornerà ancora, magari per qualche giorno di riposo in estate…»

Detto e fatto, le camere al piano rialzato, poi fu la volta della piscina, quindi l’ampliamento del piano terra, e via via.

La seggiovia della Valle dei “Ruc” marciò a pieno regime per anni e anni, si alternarono personaggi famosi dello spettacolo e dello sport, si sciava anche il 25 aprile e la sua fama era indiscussa. La neve a due passi da Milano, senza le code, senza stress, senza viaggi faticosi.

Poi il declino.

Oggi della seggiovia inaugurata dal Vescovo Clemente Gaddi restano solo alcuni pali, lo spettacolare dirupo aperto, quasi una lastra argentata, che sembrava proiettare verso il basso, si è rimboscato, tutto si è inselvatichito, come una fiaba senza il lieto fine. Non c’è più niente, solo i ricordi degli anziani.

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto i pali della seggiovia per la pista Radici in basso Coldré

19 aprile 2015, dietro il rifugio Poieto gli ultimi pali della seggiovia per la pista Radici, in basso si vede il borgo di Coldré

Grazie alla signora “Ciòci” ho potuto dare finalmente una storia a questo momento particolare dell’Altopiano di Selvino Aviatico.

Ma se non si fermano sulla carta i ricordi, rischiano davvero di scomparire nel nulla. Fatti e genti sommersi dall’oblio.

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Aprile 2015 Panoramica sulla Valle Seriana dal pianoro dietro il rifugio Poieto

 RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia della fotografia “Il Vescovo in bidonvia” è dare conoscenza e memoria, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

Ringrazio di cuore Storylab.it per l’archivio di fotografie d’epoca che ho potuto utilizzare. Ringrazio la signora “Ciòci” per il dattagliato ricordo del “Vescovo in Bidonvia”.

I commenti dei lettori per il romanzo

sull’infanzia abbandonata a Bergamo

Il bambino con la valigia rossa

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Il bambino con la valigia rossa, libro

“Cara Aurora,

ripensando alla presentazione del tuo nuovo libro, non posso non condividere con te le emozioni che mi hai suscitato. Come sempre hai dimostrato il raro dono di condensare il pensiero in poche frasi e in parole scelte con cura.

Chi ama la letteratura e scrive, o almeno ci prova, non può non aver provato ciò che tu hai espresso in modo così schietto e incantevole allo stesso tempo.

A volte, anzi spesso, ciò che succede nella realtà è talmente assurdo e imprevedibile che supera di gran lunga la fantasia. Uno scrittore è attento alla realtà circostante, e mentre la coglie al volo e la ferma sulla carta, allo stesso tempo la ricrea, la trasforma per darle un senso, perché nulla è accaduto invano e ogni vita lascia un segno. È quello che hai fatto tu.

Accanto al minuzioso e ammirevole lavoro di ricerca storica, ancora una volta colgo nelle tue parole l’attenzione alle persone, agli stati d’animo, ai sentimenti.

Mi ha fatto sorridere il tuo modo di presentare Gino, l’amico di Pietro, perché è proprio così che succede: quando un personaggio preme per uscire dalla tua penna e prende vita, ti accorgi che ad un certo punto non puoi più scegliere tu cosa fargli dire o fare. È lui stesso che ti suggerisce il suo ruolo nella vicenda e tu non puoi che lasciarlo libero di dire, fare, restare o andarsene da quel foglio, a quel punto della storia. Ci sono realtà in cui ti imbatti per caso, mentre cammini per strada, fai la spesa, leggi il giornale o raccogli lo sfogo di un amico.

Ci sono fatti e persone che ti restano in un angolo del tuo cuore e bussano, bussano finché tu non ti decidi ad aprire uno spiraglio e a lasciarle uscire. Questa volta hai lasciato che il tuo cuore e la tua mente fossero afferrati dalla triste realtà dei brefotrofi e di chi cerca, da sempre, di scoprire le proprie origini e mettere insieme i tasselli.

Hai saputo dare voce ai pensieri e alle emozioni di chi ha vissuto e vive storie dolorose e ingiuste come questa. Il cuore di chi soffre e aspetta non smette di soffrire, ma un po’ si riposa, riprende fiato e coraggio. Non si sente solo. Grazie, Anna C.”

“Ciao Aurora! Finalmente l’ho letto, anzi… Letteralmente divorato! Il tuo bellissimo libro “il bambino con la valigia rossa”. Semplice da leggere, scorrevole e… Commovente, decisamente commovente. Mi sono sentita una bimba del brefotrofio, ho avvertito la paura di Pietro, la sua rabbia, la solitudine, la tristezza, il freddo, ho patito la fame con lui, ho sentito la mancanza di affetto… Amo tantissimo i bambini e dopo ogni riga avrei voluto essere un’assistente, una sguattera, una balia, insomma una qualsiasi persona di quel brefotrofio per poter stringere, baciare, abbracciare e consolare tutti quei bimbi che ora avrebbero l’età dei miei genitori… Sono stata male perché, pur sapendo che è una romanzo, hai raccontato una storia VERA!!! Lo rileggerò x me stessa e lo leggerò sicuramente ai miei nipoti… Grazie per avermi aiutato a capire meglio cosa prova un bimbo senza l’amore della mamma… Grazie! Nadia Camozzi”

“Gentile Aurora, ho appena terminato di leggere il suo ultimo libro “Il bambino con la valigia rossa”. Tante informazioni storiche che ne fanno sicuramente un romanzo storico, accurato, interessante, atto a salvare dall’oblio piccoli frammenti del nostro passato. Ma questo è lo sfondo su cui si intreccia una storia di grande profondità. Come non affezionarsi a Pietro? Con lui vivi le sue sofferenze, i suoi dolori, le sue angosce. Alla fine si è emozionati quando “spicca il volo” lasciando il Brefotrofio. La Storia, il passato, il piccolo Pietro. Ma dietro a tutto questo, ad ogni singola frase, scorgo Aurora Cantini poetessa, con il cuore piantato come radici nel territorio in cui vive e che ama.  Con grande stima, Antonia”

“Eccolo finalmente l’ultimo romanzo di Aurora Cantini. E’ qui tra le mie mani. Provo un senso di timore/pudore nell’affrontarne la lettura. Come già è accaduto nella lettura dei suoi altri romanzi so che mi porterà a vivere le emozioni e i sentimenti della realtà che racconta e dei suoi personaggi. Sarà un’esperienza talmente “reale” e autentica come solo lei sa ricreare e proporre. Sarà un’esperienza profonda ma già so che anche le tragedie verranno raccontate con la delicatezza dell’ animo poetico dell’autrice. Nulla viene edulcorato della verità ma il modo in cui l’autrice ce la propone non fa perno su quanto nei fatti c’è di scabroso piuttosto su quanto di umano si può condividere con gli uomini di ieri e di oggi che lei ci fa conoscere e incontrare.”

“Un romanzo semplice ma che vuole raccontare la realtà del brefotrofio di bergamo. Una storia per dar voce ai bambini senza sorriso che tanto speravano di trovare casa. Consigliatissimo. Oscar C.”

“Ho letto con grande piacere i romanzi precedenti di Aurora Cantini: nonostante narrino di realtà talvolta dure, riescono a farlo in modo che l’animo che ne viene toccato ne esca rappacificato con alcuni aspetti “faticosi” dell’esistere. Lucia B.”

 

Le donne senza più patria raccontate in poesia

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A Treviglio, nell’ambito nella Tredicesima Edizione del concorso nazionale di Poesia “Enrico Brianza” organizzato da ANTEAS (Associazione Nazionale Tutte le Età Attive per la Solidarietà) è stata premiata la poesia dedicata a tutte le donne senza più patria tratte in salvo dal mare, assistite dai soccorritori, dal titolo “Sono una foglia su una zattera” di Aurora Cantini, che si è classificata seconda.

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Motivazione della Giuria per la poesia di Aurora Cantini

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

“L’attualità del contenuto e il linguaggio poetico, intriso di immagini forti, incalzanti e di riferimenti all’intimità del quotidiano, offrono al lettore lo spunto per riflettere sul valore della vita, fragile ma preziosa, e sul significato della fratellanza”

Tantissime donne, molte con i figlioletti in braccio o attaccati alle giacche, intraprendono la via del mare per fuggire alle guerre, alle carestie, alle persecuzioni, alla miseria.
Tanti, troppi bambini sono morti in questi ultimi mesi, tante, troppe donne sono scomparse sui barconi della morte, gettate fuori bordo, lasciate annegate nelle gelide acque, avvolte dai loro veli, come un sudario che le ha imprigionate. Le infinite stragi del mare

LA POESIA PREMIATA

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LA TESTIMONIANZA DI UN SOCCORRITORE

“Se non li vedi non puoi capire. Quegli enormi laghi neri e profondi che sono gli occhi dei bambini, la dignità di una donna che nonostante tutto tenta di lavarsi con una salviettina profumata, un ragazzo che tiene per mano l’amico con la gamba fratturata, il sapore del sale acre sulle labbra, il sudore, l’odore del ferro e l’odore della morte di quel momento di tragica stasi e di silenzio al passaggio dei sacchi neri pieni di corpi, di persone, di sogni, di speranze, di popoli. Siamo ospiti, ospiti di questo mondo, non proprietari.” (Fonte: E Liberali Dal Mare)

LA PREMIAZIONE

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Aurora Cantini premiata a Treviglio

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I Premiati della 13^ edizione del concorso nazionale di poesia “Enrico Brianza” ANTEAS Treviglio

DONNE SENZA PIÙ PATRIA

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Il 60% dei rifugiati e migranti sono donne e bambini

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