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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Bambini in fuga e infanzia negata,

il romanzo di Aurora Cantini incanta ad Albino

Albino 5 novembre 2016

Aurora Cantini e il suo romanzo ad Albino, 5 novembre 2016

Incontro con la scrittrice Aurora Cantini ad Albino

Si sono concluse ad Albino le «Giornate della storia e dell’arte 2016». Tra i tanti appuntamenti, anche incontri con gli autori nell’ambito della Rassegna “Bambini in viaggio“. Dopo Francesca Ghirardelli con «Solo la luna ci ha visti passare» e Silvia Gallico con «Una bambina in fuga», altri due scrittori hanno presentato i loro libri. Gli appuntamenti si sono svolti entrambi alla chiesa di San Bartolomeo, per due sabati di fila alle 16,30.

Sabato 5 novembre l’appuntamento è stato con Aurora Cantini. Nativa delle nostre zone, vive tra l’Altopiano di Aviatico e Nembro, dove svolge la professione d’insegnante. Ha esordito nella poesia e ora si sta dedicando ai saggi e ai romanzi. Ha presentato «Il bambino con la valigia rossa» ad un pubblico numeroso, attento e commosso.

Aurora Cantini ad Albino 5 novembre

il Romanzo di Aurora Cantini “Il bambino con la valigia rossa” ad Albino, 5 novembre 2016

«L’idea della rassegna è nata proprio dal suo romanzo, perché volevamo parlare dei bambini in fuga e dell’infanzia negata – osserva Silvia Zanoni nell’ intervista a MyValley “Marco Balzano e Aurora Cantini ad Albino” –. Il protagonista del romanzo è Pietro, un bambino che a 4 anni, durante la Seconda guerra mondiale, si ritrova improvvisamente senza la mamma, uscita di casa e non più rientrata. L’unico oggetto che conserva di lei è una valigia rossa, con la quale entrerà brefotrofio di Bergamo.Il dolore dell’abbandono, l’amicizia con il compagno Gino, che ha visto portarsi via la mamma malata di tubercolosi e con il padre fucilato, le regole della vita comunitaria, la realtà della guerra e della Resistenza, il ruolo della popolazione comune nelle vicende belliche, la quotidianità dell’emergenza e la rinascita “(…) Il mondo ricominciava a vivere, ma non era giunto al Brefotrofio, la Vita non passava da quelle sbarre”.

Il libro offre anche uno spaccato di Bergamo durante Seconda guerra mondiale, una parte interessante è dedicata ai preti che hanno fatto la Resistenza. Vicende vere e un intenso lavoro di documentazione per un romanzo raccontato con partecipazione e scoppiettante vivacità». (Silvia Zanoni, moderatrice dei gurppi di lettura biblioteca di Albino)

Il servizio su Antenna2TV:

Ad Albino Marco Balzano e Aurora Cantini

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Tutti i libri pubblicati finora da Aurora Cantini

L’ARTICOLO SUL MENSILE PAESE MIO

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Aurora Cantini sul mensile “Paese mio”, ottobre 2016

LA FOTOGALLERY DELL’INCONTRO

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Aurora Cantini e Silvia Zanoni

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Silvia Zanoni, Nives Colombi direttrice della Biblioteca di Albino e Aurora Cantini

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Aurora Cantini ad Albino

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Aurora Cantini e Silvia Zanoni ad Albino

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Il folto e attento pubblico all’incontro con Aurora Cantini ad Albino

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Il pubblico ad Albino per Aurora Cantini

 

La memoria del mistico fraticello di Amora

Recensione di Francesco di Ciaccia

Filosofo, saggista e scrittore

Copertina Fra Pacifico

Il libretto in memoria di Fra Pacifico da Amora (1883-1937) dal titolo “Un campo di stelle il mio riposo”

In Memoria di Frati Minori Cappuccini:

i familiari ricordano loro congiunti

Fra Pacifico da Amora (1883 – 1937)

Recensione di Francesco di Ciaccia

“Mi fa piacere annotare alcuni pensieri dopo aver letto le pubblicazioni – agili e dense di richiami e documenti d’archivio – compiute dai familiari di frati cappuccini, perché è importante che si sia sentito il bisogno da parte loro di ravvivare la memoria dei quei congiunti i quali, lasciata la casa paterna, si sono dedicati alla vita consacrata in conventi cappuccini.

È importante, perché è segno dell’interesse del mondo secolare nei confronti della vita religiosa, nei confronti della realtà conventuale, in particolare se si tratta della vita di fratelli laici francescani. E proprio con un libretto alla memoria di un fratello laico cappuccino mi piace iniziare questa presentazione di due piccoli libri, redatti e pubblicati a cura dei rispettivi familiari di due frati cappuccini.

È bene infatti ricordare che la famiglia francescana, così come l’ha ideata san Francesco stesso, fondamentalmente – benché non esclusivamente – è costituita da frati laici, anche se, ancora vivente l’Assisiate e con la sua personale adesione, fin dalle origini si annoverano frati che erano anche chierici dell’ordine presbiterale, quali Pietro Cattani e poi Antonio da Padova.

Una pubblicazione è dedicata a fra Pacifico da Amora, al secolo Vincenzo Carrara, e presenta – come recita il titolo – “la vita, le testimonianze, i luoghi, il riposo” del frate, in un “libretto in memoria”, per l’appunto, a firma di Aurora Cantini, per le Edizioni Villadiseriane, dal titolo “Un campo di stelle il mio riposo. L’Autrice del libretto ha riesumato – come per caso, ma provvidenzialmente – tra le “cose vecchie” riposte in solaio, nella casa di famiglia, un manoscritto proprio di fra Pacifico da Amora. Egli vi si racconta, parla di sé, tra dati anagrafici – “sono nato in una assolata giornata d’estate, il 12 agosto del 1883” – e sguardi interiori ed esteriori. E proprio questi ultimi mi sorprendono: gioiosamente. Dico sul serio: sono rimasto stupito. Dico stupito, perché mi sono sentito ammaliato. Per questo ho detto: “stupito”. Non mi aspettavo tanta una prosa così bella. Mi son detto che è un grande scrittore, un fine narratore; ma di primo acchito – così, senza riflettere – mi è sembrato avere un quadro davanti agli occhi.

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Il mistico fraticello questuante Fra Pacifico da Amora (1883 – 1937) nell’unica fotografia esistente.

Leggete. È l’inizio, assoluto:

“Sono fermo ai lati della pista e osservo la gente che passa frettolosa. Dietro di me lo sciacquio del lago d’Iseo mormora piano le sue storie”.

Non è finita: subito la prosa continua, ancora più narrativamente pittorica:

“Mi fanno compagnia i cespugli di mirto e biancospino nel loro stormire leggero, un brusio che mi culla e rasserena le mie ore disperse. Come tetto un antico ippocastano […]. Unica coperta la distesa d’erba […].

Se anche tu transiti da queste parti, fammi un cenno, riconosci il mio sguardo, afferra la mia voce e portala con te”.

Come si può dare torto all’Autrice, che è andata proprio lì, in quei posti, per incontrarlo; lì, anche se egli non c’era, perché – come appunto continua fra Pacifico – “non mi vedrai, perché io sono solo vento e brezza leggera […]. Ma ti racconterò la mia storia”.

La storia, appunto, si diparte dalla famiglia d’origine del frate – che si autoracconta -, nel suo contesto territoriale, nella sua vita di casa, anche negli aspetti struggenti (“Vedevo mia madre Anna Maria invecchiare sotto il peso degli affanni e del poco cibo”), fino al suo sogno, quello in cui, una volta lasciato questo mondo terreno, egli (ossia “Io, Fra Pacifico di Amora”) si rivive ancora nel ricordo di coloro cui ha donato il profumo di una buona parola, di un sorriso, di un gesto di sincerità.

A me questo sogno – o meglio, questa speranza interiore, dolcissima, soave – ha suscitato una impressione di viva umanità: è l’immagine già evocata dal Foscolo, di restare, cioè, vivo nell’animo di chi ci ha conosciuti, di chi ci ricorda con affetto: in questo caso, nel caso del Nostro Frate Pacifico, con lo sguardo rivolto all’“Amore grande” – come lo definisce frate Pacifico stesso -, che è Dio.

Il libretto poi contiene tutto ciò che occorre per completare la presentazione di Fra Pacifico da Amora, dalla commemorazione redatta dal P. Leandro Spadacini M. da Malegno, superiore del Seminario Serafico – la quale registra soprattutto i tempi dell’ultima fase della vita terrena del Nostro frate Pacifico, quella prossima a Sorella morte -, alle testimonianze di confratelli che conobbero frate Pacifico e che ne ricordano, direi con venerazione, la vita semplice, umile, devota, un’esistenza condotta, per buona parte della giornata, a volte, con le spalle sotto il peso della bisaccia.

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Una veduta panoramica del paesino di Amora, Valli Bergamasche, vista dal fondovalle di Albino, Media Valle Seriana

Chi è, in effetti, Fra Pacifico da Amora, piccolo paesino montano del Bergamasco? Un frate “questuante”, uno di quei frati cappuccini che vanno a fare la questua, vanno a ricevere elemosine – in natura, generalmente – per provvedere alle necessità di approvvigionamento del convento, girando tutto il giorno per le case di campagna o del paese – come il fra Galdino di manzoniana memoria.

L’ho riportata come ultima notizia, non perché la cosa non sia importante, ma proprio perché mi riconduce alla mia prima impressione, quella in cui ho iniziato questo ricordo. Infatti, proprio perché sapevo che il frate questuante, quello cioè della “cerca”, è – così risulta normalmente – povero di istruzione, mi sono sorpreso, e meravigliosamente stupito, leggendo le sue righe. Ma ho ricordato alla fine questa notizia, anche perché la figura del Nostro frate avalla una teoria o idea molto radicata in tutti i saggi spiriti e in tanti sapienti confratelli: non sono le argomentazioni, non sono le belle parole, magari messe bene in fila, a edificare, ma sono le poche parole dette col cuore e sostenute – direi: sopraffatte! – dai fatti e dall’esempio pratico, materiale, concreto.

E con ciò finisco, rifacendomi a quanti hanno scritto come frate Pacifico abbia “operato in mezzo a noi […] cogli esempi della sua vita di sacrifici, di disagi sempre da lui dissimulati e nascosti […]” (Bollettino Parrocchiale di Sarnico), facendo “del vero apostolato col suo esempio” (Fra Alipio M., Vicario Apostolico dell’Eritrea).

Entro questo quadro così felice e gaudioso – poiché gli spiriti di profonda vita interiore illuminano l’umana famiglia – credo coerente anche la ricostruzione genealogica del casato cui appartenne fra Pacifico Carrara, compilato con perfetta chiarezza dall’Autrice del presente libretto, grazie anche alla collaborazione della Signora Angioletta Dentella, dell’Ufficio comunale di Aviatico, di Ornella Carrara, già impiegata presso il medesimo Ufficio, e – per l’insieme dell’opera, sul piano archivistico – grazie alla dedizione di Padre Costanzo Cargnoni, responsabile dell’Archivio Provinciale Cappuccini Lombardi e della Biblioteca Francescano-cappuccina provinciale di Milano.”

(Francesco Di Ciaccia)

 

Victor Hugo e il suo struggente

lamento per la figlia perduta

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Leopoldine Hugo

Testo in lingua originale: Demain dès l’aube, de Victor Hugo

Domani, all’alba

Domani, all’alba, quando imbianca la campagna

io partirò. Lo vedi, so bene che m’attendi.

Andrò per la foresta, andrò per la montagna.

Non posso stare ancora a te così distante.

Camminerò, lo sguardo intento ai miei pensieri,

senza vedere niente, senza ascoltare suoni,

ignoto, solitario, mani incrociate, chino,

triste, e per me la luce sarà come la notte.

Non guarderò né l’oro del giorno che declina,

né i veli che ad Harfleur cadono di lontano,

e, giunto in tua presenza, poserò sulla tomba

un mazzo d’agrifoglio e l’erica fiorita.

(Traduzione di Andrea Giampietro)

Un padre che perde la figlia primogenita, un uomo che attraverso la parola lancia il suo lamento al Cielo, disperato, unico, inafferrabile. Il grande autore del dramma immortale come lo sono I Miserabili supera il tempo per trafiggere il cuore di chi ha perduto una persona cara e sente straziante la ferita che mai si rimargina.

Nata nel 1824, Leopoldine portava il nome del nonno paterno, Leopold Hugo. Era una gioia per il papà Victor Hugo vederla crescere, unica sua farfalla, unico suo splendore.
Aveva diciannove anni, quando, nel febbraio 1843, andò sposa a un giovanotto  del quale la ragazza era follemente innamorata da quando aveva 15 anni. Vivevano sulla riva destra della Senna, felici come lo sono tutte le giovani coppie vibranti d’amore.

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La corona del matrimonio di Leopoldine Hugo, Museo Casa di Victor Hugo http://maisonsvictorhugo.paris.fr/en/work/leopoldine-hugos-wedding-wreath-1843

Nell’estate del 1843 Victor Hugo,  prima di partire per la Spagna per qualche giorno di riposo, andò a salutare l’amata figlia: da tre mesi aspettava un bambino e la sua felicità le illuminava gli occhi e il cuore come un gioiello prezioso. Un momento di pura e intima fusione con il papà, che non si stancava di ammirare quel suo giglio perfetto e puro.

Leopoldine aveva promesso al padre che, se fosse stato un maschio, gli avrebbe dato il suo nome.
Eppure… quel giorno Leopoldine non voleva staccarsi dal papà, addirittura lo implorò di non partire.
Un doloroso senso di distacco, di perdita offuscò il dolce viso della ragazza, e anche il padre sentì opprimente un senso di profonda angoscia che rese la partenza estremamente agitata. Il viaggio non riuscì a scacciare un pesante senso di oppressione e di presentimento che rendevano le notti dell’autore estremamente inquiete.
Rientrato in Francia, la mattina del 9 settembre 1843 Victor Hugo si fermò in un caffè di Rochefort, per rifocillarsi e leggere qualche giornale.
Come scrive il sito Penna d’autore: “…E fu a quel punto che il pungente turbamento che lo aveva accompagnato durante le vacanze si cristallizzò in una notizia assurda, devastante.
Aperto un giornale, Hugo sbottò in un’angosciosa esclamazione: “È terribile!” e rimase pietrificato, esterrefatto.
Il quotidiano riportava la notizia dell’improvvisa morte della sua Leopoldine e del genero, annegati nella Senna cinque giorni prima.
“Leopoldine Hugo se noie à Villequier avec son mari”, titolava il giornale.
Oltre che al suo ostinato turbamento quella ferale notizia suggeriva un’amarissima spiegazione al tetro presentimento che aveva attanagliato la figlia nel momento del distacco da lui.
Era successo che Leopoldine aveva voluto fare una gita in barca, ma un improvviso colpo di vento aveva fatto rovesciare la piccola imbarcazione, facendo cadere in acqua lei ed il marito, il quale, abile nuotatore, aveva cercato di trarre in salvo la moglie, ma lei, presa dal terrore, non voleva staccare le mani dalla chiglia ormai capovolta.
Charles, resosi conto che non sarebbe riuscito a farle allentare la presa, s’era lasciato colare a picco insieme con la moglie.
Gli sventurati coniugi furono sepolti in un’unica bara, nel piccolo cimitero della città dove si erano stabiliti, Villequier.

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leopoldine_HUGO_et_son_mari https://www.landrucimetieres.fr/spip/spip.php?article1970

Victor Hugo fu sopraffatto da un dolore indescrivibile, con una notevole componente di rimorso: si domandava, con lancinante insistenza, se per caso non dovesse pagare per non essere rimasto accanto alla figlia.
Da allora ogni anno, nella mesta ricorrenza del decesso di Leopoldine, al riaprirsi, cioè, di una ferita difficilmente rimarginabile, il grande scrittore compiva un pellegrinaggio nella cittadina di Villequier e quando, a causa del forzato esilio a Guernesey (Belgio), scattato l’11 dicembre 1851, ciò non fu più possibile, vi ritornava con la mente e coi versi.
Ritornato in patria il 5 settembre 1870, Hugo riprese la via crucis, che lo conduceva al cimitero vicino alla Senna, dove riposava per sempre la primogenita.
L’eco appassionata e commovente del suo tenacissimo attaccamento alla ragazza, repentinamente strappatagli da un crudele destino, vibra nella seconda parte di Le Contemplazioni (1856), il capolavoro lirico dello scrittore francese, il quale nella breve prefazione aveva scritto: “Un abisso separa le due parti di questo libro: una tomba”, ovviamente quella della sua Didine.
La sezione del libro dedicato alla figlia contiene i versi ispiratigli dalla morte di lei e degli anniversari di quella tragedia.
Si tratta indubbiamente delle più belle poesie sgorgate dalla penna di un padre.
Si racconta che Hugo, il quale aveva il pallino dell’occultismo, riusciva spesso, nel corso di sedute spiritiche, a mettersi in contatto con l’anima dell’amatissima Didine e a colloquiare con lei, estremo suggello di un legame affettivo che la morte della ragazza – lungi dall’aver affievolito – aveva oltremodo corroborato, portandolo quasi ad un livello ascetico.”

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Nulla più si può aggiungere alla forza dirompente e terribile di un uomo che ha perso l’unica certezza d’immortalità, l’amore più grande, il più innocente, l’unico al di sopra di ogni sospetto. Un padre che ha perso il proprio figlio.

L’ALTRA FIGLIA, ADÈLE

Adèle, la figlia del Poeta
a cura di Andrea Giampietro

A mia figlia Adele

Bambina, mi dormivi accanto, fresca e rosea,
come un piccolo Cristo sopito nel presepe;
era il tuo puro sonno così calmo e incantato
che non udisti il canto dell’uccello nell’ombra;
pensieroso, aspiravo tutto il dolce mistero
del nero firmamento.

Ed ascoltavo gli angeli volare sul tuo capo,
guardandoti dormire; e sopra le tue fasce
sfogliavo lievemente gelsomini e garofani;
e, vigile, pregavo, sulle tue chiuse palpebre;
e gli occhi mi bagnava la sola idea di cosa
la notte ci riserva.

Un giorno sarà il turno per me riposare;
il letto fatto d’ombra sarà così tremendo
che più non sentirò il canto dell’uccello,
la notte sarà nera; allora, mia colomba,
in pianto, preci e fiori, rendimi sulla tomba

quanto alla culla diedi.

(traduzione di Andrea Giampietro)

 

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