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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Quando Selvino ebbe il suo Garibaldino:

 Daniele Piccinini, Capitano dei Mille

(il Garibaldino che amò sempre

la sua montagna di Selvino)

Daniele Piccinini

Capitano Daniele Piccinini, uno dei Mille, che ebbe casa a Selvino, Bergamo

Parlare di Risorgimento a Selvino vuol dire raccontare del “Cacciatore” Daniele Piccinini, che aveva casa nel paese, uno dei più fidati collaboratori di Giuseppe Garibaldi, sempre arguto e schietto, senza tante lamentele e frivolezze. Risultò molto utile nella sua capacità di orientarsi bene lungo i sentieri e le boscaglie più intricate. Se gli altri erano in difficoltà, li esortava quasi brusco: «Poche parole, capìt? Giù la testa e avanti. È bassa la terra.»

Sbarcato in Sicilia con I Mille nella storica spedizione del 1860, durante una battaglia si mise davanti a Garibaldi coprendo con il proprio impermeabile la camicia sgargiante del Generale, che era assediato da un lancio di pietre. Senza mezzi termini urlò che LUI! il Piccinini, non aveva nessuna intenzione di farsi uccidere come un soldato qualunque a causa di un colore troppo vistoso. Al che il Generale, invece di arrabbiarsi per questa strafottenza, lo prese con sé come aiutante, nominandolo Tenente.

FOTO 1 Selvino con la zona dell'abitazione del Piccinini

FOTO 1 Cartolina d’epoca raffigurante Selvino con la zona adiacente l’abitazione del Piccinini

FOTO 2 Selvino oggi

FOTO 2 Selvino come si mostra negli Anni Duemila

FOTO 3 Selvino oggi

FOTO 3 Selvino visto dal Monte Podona

MA CHI ERA DANIELE PICCININI?

Nacque il  3 giugno 1830 in una casetta nel paese di Pradalunga, un piccolo borgo stretto sulla riva sinistra del Serio, Media Valle Seriana, e crebbe in una famiglia agiata con altri nove fratelli, dei 12 nati nel corso degli anni. Il padre si occupava dell’estrazione e lavorazione delle pietre coti e il bambino lo aiutava nelle piccole incombenze. Studiò a Bergamo e poi all’Università di Pavia.

 

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FOTO 4 Il fondovalle della Media Valle Seriana visto dal paese di Amora con il paese di Pradalunga sullo sfondo a destra

FOTO 5 Le pietre coti

FOTO 5 Le pietre coti

Quando nel marzo del 1848 Milano insorse con le barricate, le altre città la seguirono, compresa Bergamo e tutta la Valle Seriana. Gli uomini di Pradalunga presero i loro fucili da caccia e si avviarono verso il capoluogo. Fu in questa occasione che Daniele Piccinini entrò nella storia: dicono i documenti che stava sulla riva del Serio a pescare con il padre, ad un tratto delle voci concitate richiamarono la sua attenzione; seppe così dell’insurrezione e anch’egli si unì ai valligiani nei furiosi combattimenti nella zona di Sant’Agostino, che portarono alla scacciata degli Austriaci.

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FOTO 6 La riva sinistra del fiume Serio a Pradalunga

Piccinini entrò a far parte dei Cacciatori Bergamaschi, Volontari delle Valli, con il compito di sorvegliare le zone della Valle Camonica. Nel giugno del 1849, quando aveva solo 19 anni,  fu tra i ribelli che volevano creare la Repubblica Romana, accanto a Garibaldi e ad Anita.

Per più di mese difesero la città di Roma contro Napoletani e Francesi, con episodi di disperato valore, giovani eroi con la camicia rossa che cadevano sui bastioni senza un grido, ragazzi che avevano seguito il guerrigliero senza mai più voltarsi indietro. Ma il 3 luglio Roma fu costretta a capitolare e, mentre i Francesi entravano in città, Garibaldi ne usciva con quattromila uomini, iniziando così la tragica ritirata verso Venezia, l’unica ancora che resisteva. I soldati di ben quattro eserciti, quelli che avevano abbattuto la Repubblica Romana, si posero all’inseguimento del Generale, con l’ordine di catturarlo, vivo o morto.

C’era un ragazzo insieme al Piccinini, di 3 anni più grande, si chiamava Goffredo Mameli, in realtà l’aristocratico Goffredo Mameli dei Mannelli; era nato a Genova nel 1827 e si era unito al seguito di Garibaldi come poeta e scrittore. Morì il mattino del 6 luglio 1849, a soli 21 anni, dopo essere stato ferito durante l’assedio per la proclamazione della Repubblica Romana: un colpo di baionetta gli aveva procurato una ferita infetta alla gamba sinistra, che venne amputata per la cancrena, ma non bastò a salvargli la vita. Due anni prima, nel 1847, aveva scritto le parole de “Il Canto degli Italiani”, che diverrà l’Inno di Mameli cento anni dopo, nel 1946, con l’istituzione della Repubblica Italiana, messo in musica dal maestro Michele Novaro. Con la caduta pure della città veneta, il Battaglione Cacciatori Bergamaschi venne sciolto e di Piccinini si persero le tracce. Probabilmente ritornò a Pradalunga, al suo lavoro già avviato di salumiere. Mantenne la sua passione per l’uccellagione nei suoi casellini da caccia sull’Altopiano Selvino Aviatico, (si pensa che ne possedesse tre, situati poco sopra la Madonna della Neve), una tecnica di cattura che consisteva nell’attirare gli uccelli nei roccoli intrappolandoli con una rete stesa.

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FOTO 7 Tipico casellino da caccia sull’Altopiano di Selvino Aviatico

Per questo  soggiornava spesso nell’abitazione che la famiglia possedeva da tempo nel paese di Selvino, allora piccolo villaggio di non più di 500 abitanti, allevatori, contadini, mandriani, boscaioli.

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FOTO 8 Cartolina d’epoca con visione di Selvino: a destra il “Castello” del Tenore Federico Gambarelli a ridosso della via cavalcatoria verso Aviatico e poco sotto la dimora del Piccinini

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FOTO 9 Cartolina d’epoca: la salita dei “Cornèi” (gli spuntoni detti Cornelli) quando era ancora mulattiera, il “Castello” del Tenore Gambarelli e la casa del Piccinini

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FOTO 10 Cartolina d’epoca: particolare della mulattiera-salita verso Aviatico con a sinistra la biforcazione verso il paese di Ama. In questa valletta verrà costruita nel 1958 la funivia Albino-Selvino

Il Piccinini conosceva a occhi chiusi ogni sentiero dell’Altopiano, infatti fin dalla più tenera età, percorreva la vie cavalcatorie seguendo gli anziani e i bambinetti nelle mansioni giornaliere della fienagione o nella raccolta di legna e fogliame, e fu in quegli anni che imparò a sparare e ad orientarsi nel fitto della vegetazione, abilità che fu di importanza basilare nelle alture siciliane durante la Spedizione dei Mille.

Ma sull’Altopiano ritrovava quiete  e riposo, si sentiva tutt’uno con il Cielo; invitava spesso gli  amici e nomi celebri del tempo soggiornarono nelle sua maestosa abitazione: Benedetto Cairoli, Guido Sylva, Francesco Cucchi, Luigi Enrico Dall’Ovo, per citare solo alcuni nomi, i quali salivano  a Selvino inerpicandosi lungo le diramazioni della Via Mercatorum che da Bergamo, attraverso i rami che salivano da Alzano, Nese o Albino, conduceva in Valle Brembana.

FOTO 11 -Quadro a olio, 1913

FOTO 11 Quadro a olio datato approssimativamente 1913 e raffigurante la dimora del Piccinini (per gentile concessione di Ligato Marcella pronipote di Daniele Piccinini, Capitano dei Mille)

FOTO 13 -Scorcio del giardino antistante casa Piccinini, della famiglia Ligato, Pradalunga

FOTO 13 Immagine di uno scorcio del giardino antistante la casa Piccinini (per gentile concessione di Ligato Marcella pronipote di Daniele Piccinini, Capitano dei Mille)

Da segnalare l’impatto che Selvino ebbe perfino sul Generale Osio, istitutore di Re Vittorio Emanuele II, il quale, avendo attraversato l’Altopiano in occasione di una commemorazione alcuni anni dopo la morte del Piccinini,  rimase talmente colpito dalla freschezza alpina del paese, da volervi edificare una villa, detta appunto “Villa Osio”.

Passarono 10 anni e nella primavera del 1859 si andarono creando voci di una squadra denominata “Cacciatori delle Alpi” destinata a irruzioni in montagna. Per Piccinini una forza prorompente che lo chiamava a sé. Rientrato nei ranghi combattenti, incominciò  l’avanzata verso le principali città lombarde, che vennero liberate una dopo l’altra. Ma  con la Pace di Villafranca, nell’ottobre del 1860, dopo che migliaia di giovani  e ragazzi erano caduti nelle disperate battaglie di  Solferino e San Martino,  si sospese ogni ostilità e si chiuse la Seconda Guerra d’Indipendenza. Immensi furono la delusione e la sofferenza che appesantirono il grande cuore del Piccinini, profondo e sincero amico e commilitone, sempre pronto all’aiuto e alla lealtà.

Ad aprile 1861 ricevette una lettera di un amico d’armi che gli comunicava l’intenzione di imbarcarsi a Genova. Per Piccinini l’occasione tanto attesa.

Durante la nuova spedizione si distinse con episodi di coraggio folle e spericolato, al punto che il Garibaldino fu anche ferito ad una spalla, ma mantenne un temperamento saldo e impassibile, senza lasciarsi sopraffare dall’istintività, e perciò venne promosso prima Capitano e poi Maggiore.

Nelle pause tra i vari combattimenti se ne andava a cacciare uccelli mettendo le reti per la cattura di esemplari vivi. A Napoli i Garibaldini trovarono la strada sbarrata e ancora una volta il Piccinini venne congedato.

Nell’agosto 1862 era di nuovo con Garibaldi, sull’Aspromonte, purtroppo si crearono dei dissidi con i bersaglieri e in quell’occasione Garibaldi venne ferito ad una gamba. Piccinini era devastato:  in un impeto di prorompente impulsività ruppe la propria spada pur di non consegnarla al nemico.

I Garibaldini vennero arrestati e Piccinini fu liberato solo grazie ad un’amnistia reale: il matrimonio della principessa Maria Pia di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, con il re del Portogallo,  il 5 ottobre 1862. Piccinini, ritornato a Pradalunga, eresse nel suo orto una statua che rappresentava l’Italia ferita (con due stampelle), oggi abbattuto.

Nel maggio del 1866 ricevette una lettera dall’amico Cucchi, in cui raccontava l’idea di Garibaldi di gettarsi ancora nell’impresa di liberare le zone del Triveneto. Daniele ripartì. Era iniziata la III Guerra d’Indipendenza, dove combatté come soldato semplice, visto che non aveva più la spada.

Nel settembre 1867, arrestato Garibaldi, Piccinini e gli altri Volontari si dispersero, l’animo abbattuto e sofferente, il cuore pesante di ricordi mai sopiti, lo sguardo velato di rimpianti.

Ma Garibaldi fuggì da Caprera: aveva in mente la presa di Roma, e i suoi erano con lui. Con esiti altalenanti, la Città Eterna fu finalmente liberata nel settembre 1870.

IL GRANDE CUORE DEL GARIBALDINO MONTANARO

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FOTO 14 Dal pianoro di Selvino la vista sulla vallata della Media Valle Seriana da dove si vede il paese di Pradalunga

Piccinini ritornò ad essere il “salsicciaio” come si definiva, non partecipò ad alcuna cerimonia di commemorazione negli anni successivi, né desiderò mai richiedere onori e prestigio. Anzi, a chi gli chiedeva delle imprese con Garibaldi, la buttava sullo scherzo, quasi fosse stata una birichinata, un passatempo. Non si sposò mai, ma visse nella grande e antica casa paterna con il fratello Cesare e la sua famiglia; per gli otto nipoti fu sempre lo zio Daniele, forte come una quercia, burbero come il vento di montagna, scherzoso come il torrente delle valli, modesto come un timido ragazzo. Si occupava di loro con animo dolce e schivo, ma colmo di tanto affetto. Aveva promesso sull’Aspromonte di non toccare più una spada, e così fece.

Spesso, talvolta anche in piena notte, inquieto e sorpreso dai tanti ricordi, lasciava la sua casa sulla riva sinistra del fiume Serio, e, inoltrandosi lungo il sentiero attraversando poi il fiume, si inerpicava lungo la mulattiera che portava a Selvino, per andare a riposare nella sua dimora in montagna. Capitò che una notte d’inverno, avendo bevuto un po’ troppo con gli amici durante una delle solite serate di partite a carte, inciampò perdendo l’equilibrio e ritrovandosi sull’orlo di uno dei tanti dirupi lungo le pendici del monte Cereto e Nigromo.

Dicono che per un istante sembrò invocare il vuoto, ma fu solo un istante. La sua anima schietta e irruente non aveva mai rinnegato il passato, non aveva mai abbandonato la lotta. Decise di non bere più, per continuare a tenere le redini della sua Vita, per essere coerente e deciso nel suo cammino, per non essere compatito o deriso.

Era bizzarro, il Piccinini; uomo ben fatto, alto e possente, non passava inosservato, soprattutto per il modo di vestire: pantaloni di fustagno, panciotto in velluto sopra la classica camicia bianca, e al collo l’immancabile fazzoletto rosso e celeste. Fasciava i lunghi capelli in una bandana, sotto un ampio cappello. I suoi amici di battaglia, i suoi commilitoni avevano preso strade diverse: chi si era avviato verso la carriera politica, chi si era inserito Deputato in Parlamento, chi nei reparti militari, chi aveva preso interesse verso il giornalismo, la letteratura. Ma lui rimase montanaro per tutta la vita.

DA MONTAGNA A MONTAGNA

Non rimaneva però sempre ancorato ai suoi monti, anzi, spesso viaggiava, soprattutto nelle zone del Lazio e degli Abruzzi, che gli erano rimasti nel cuore.

Il 4 agosto 1889, dopo che da due mesi si trovava in un paesino della zona, Tagliacozzo, aveva in mente di salire sul Gran Sasso per una escursione. In quel frangente dalla sua pistola partì un colpo, che lo ferì sotto l’ultima costola, ma non sembrò così grave, dato che riuscì a ritornare in albergo. Eppure dentro di sé sentiva che non sarebbe sopravvissuto. Infatti scrisse le disposizioni per il funerale e fece avvisare telegraficamente il fratello Fernando, Sindaco di Pradalunga, che lo raggiunse dopo 4 giorni. Rimase vigile e cosciente fino al 9 agosto, quando il suo indomito cuore cessò di battere. Aveva 59 anni.

Fu il figlio di Garibaldi, Menotti, che aveva seguito il Piccinini fin da ragazzino, a dare la notizia ai parenti a casa tramite il telegrafo. Di lui scrissero ampiamente i giornali dell’epoca, perfino a New York si riportò il tragico incidente che gli costò la vita.

I funerali avvennero a Tagliacozzo, ma già l’anno successivo la salma venne trasportata a Pradalunga tramite treno e carrozza. Lungo il tragitto, alle stazioni di Roma, Milano, Treviglio, Nembro una folla di reduci, compagni, autorità civili e militari si assieparono per rendere omaggio al “pirata”; gli amici lo scortarono in silenzio devoto, in testa il Generale Menotti Garibaldi.

Fu seppellito nel piccolo cimitero del suo paese, nella Cappella di famiglia, dove ancora oggi una lapide recita: “Daniele Piccinini, uno dei Mille”

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FOTO 15 La Cappella di famiglia nel cimitero di Pradalunga dove riposa il Garibaldino Daniele Piccinini

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FOTO 16 La stele con i nomi di famiglia tra cui il Capitano Daniele Piccinini

FOTO 17 La striscia con il nome

FOTO 17 Particolare dell’iscrizione “Daniele Piccinini, uno dei Mille”

OGGI

La casa di Daniele, una austera struttura rettangolare fornita di numerose stanze, oggi è la rinomata “Caffetteria Del Piccinini”. Fa ombra e possente vigilanza un enorme faggio posto al centro dell’ampia radura: lì era il giardino del Piccinini, che sotto lo stesso enorme albero, amava trascorrere momenti di silenzio e ascolto, teso a sentire le voci mai dimenticate degli amici dispersi sulle alture, dei tanti giovani volti mai svaniti, delle numerose pagine scritte della nostra Storia. Poco più sotto, vicino alla chiesa nuova di Selvino, esiste un’altra abitazione, tuttora di proprietà degli eredi del Piccinini: era l’abitazione dei mezzadri della famiglia.

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FOTO 18 La dimora oggi Caffetteria Gelateria “Del Piccinini”, della famiglia Magoni

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FOTO 20 La casa dei mezzadri del Piccinini

FOTO 20 La casa dei mezzadri della famiglia Piccinini, ancora oggi di proprietà.

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FOTO 21 Il secolare faggio che svetta davanti alla Caffetteria “Del Piccinini”

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FOTO 22 L’angolo dell’abitazione con la targa che ricorda il Garibaldino Piccinini

FOTO 23 Targa affissa sulla vecchia abitazione del Piccinini, della famiglia Ligato, Pradalunga

FOTO 23 La targa quando era affissa sulla parete della casa Piccinini “Qui abitò Daniele Piccinini, Capitano dei Mille”

Nei suoi giorni di solitario riposo e silenzioso rimpianto, con la mente e con il cuore, Daniele Piccinini ascoltava il pulsare dei monti, la storia che lega l’uomo alla terra, la montagna, presenza perenne ed eterna, solida e consolatrice fino alla fine dei tempi.  Per chi oggi sosta a gustarsi un gelato o un dolce fatto in casa,  parrà di sentire un canto, una voce, una carezza leggera tra le fronde degli alberi: qui visse il Capitano, eroe silenzioso dal grande cuore garibaldino.

RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia del Garibaldino Daniele Piccinini, Capitano dei Mille, è dare conoscenza e memoria, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca sulla storia del Capitano Daniele Piccinini Garibaldino dei Mille, ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

Ringrazio di cuore Ligato Marcella, pronipote di Daniele Piccinini, Capitano dei Mille, per la gentile concessione delle fotografie storiche n° 11, n°12, n°13, n°23,  di cui è la sola proprietaria editoriale, come da espresso desiderio: “Le chiedo cortesemente di mettere la fonte di queste fotografie “Ligato Marcella pronipote di Daniele Piccinini, Capitano dei Mille”.

Ringrazio Giuseppe Pino Bertocchi, appassionato collezionista ed esperto dell’Altopiano, per le cartoline d’epoca n°1, n°8, n°9, n°10.

Molti dati tecnici sono tratti dal libro “Un Garibaldino a Selvino” di Ugo Dal

Il respiro della Natura nella poesia di Aurora Cantini

Posted by Maria Grazia Porceddu per Sannio Life, News dalla Provincia di Benevento

Sanniolife.it

Radura d'inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Radura d’inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

“L’arte – scriveva Marina Cvetaeva – è la natura stessa. Non cercate nell’arte altre leggi che non siano le sue.”

Leggendo la raccolta di poesia di Aurora Cantini, Oltre la curva del tramonto (LietoColle), pare si percepisca una sorta di fedeltà al pensiero della grande poetessa. Tutto questo lo si intuisce già leggendo ciò che la Cantini scrive nella nota introduttiva:

“Sono legata alla mia terra di montagna come una radice sospesa, la sento vibrare in me in ogni respiro di vento, in ogni scricchiolare di foglia, in ogni sentiero nascosto.
Ho ascoltato le poesie degli alberi frondosi che muovendosi nel dolce tramonto estivo cullavano i miei sogni bambini, o quando, carichi di neve, svettavano al cielo e mi portavano fin lassù, nell’azzurro, con le loro lunghe dita di diamanti.

Mi raccontavano, mi consolavano, mi inebriavano di vita. Mi amavano teneramente, silenziosamente e per sempre, portandomi oltre la curva del tramonto, fino a raggiungere le stelle.”

Tramonto d'inverno sull'Altopiano Selvino Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Tramonto d’inverno sull’Altopiano Selvino Aviatico, fotografia di Aurora Cantini

Ma è pur vero che chi ama la poesia cerca in ogni verso che legge un po’ di se stesso. Quindi, lasciando parlare la poesia di Aurora Cantini per qualche istante, di sicuro in qualche lettore vicino alla sua anima, risveglieremo il desiderio di attraversare con lo sguardo, pagina dopo pagina, questa silloge:

Mi chiedo se davvero/ Non te ne sei mai andato/ O se in realtà mi chiami/ Ma io non ascolto,/ Cuore senza voce/ parole senza lettere/ Preghiere senza lacrime (…)”

LietoColle Editore

Oltre la curva del tramonto

“Bambini in viaggio”,

4 autori raccontano l’infanzia in fuga e l’emigrazione

Ad Albino (Bg) Chiesa di San Bartolomeo

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L’Edizione 2016 della rassegna culturale Giornate della Storia e dell’Arte ad Albino, che negli anni si è arricchita della programmazione e del contributo delle associazioni culturali albinesi e delle proposte della biblioteca, propone varie e diversificate iniziative. In programma la mostra storica sulla Grande Guerra dedicata agli eventi bellici del 1916, la mostra sulla lavorazione del ferro nel maglio di Calvi di Comenduno, incontri con gli autori e il concorso Albino Città del Moroni.

In particolare da rilevare è una rassegna di storie accomunate dal tema dell’infanzia in viaggio: 4 autori raccontano in narrativa 4 storie di bambini costretti a lasciare il loro mondo, la loro casa, la loro cameretta, gettati allo sbaraglio in un mondo senza confini, né patria, né sorrisi.

Sabato 17 settembre ore 16:30 Chiesa di S. Bartolomeo

presentazione del libro  Solo la luna ci ha visti passare

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Francesca Ghirardelli, giornalista freelance, da oltre dieci anni collabora con diversi quotidiani e settimanali nazionali. Raccoglie storie di migrazioni e popoli in movimento, soprattutto lungo le sponde del Mediterraneo. Ha incontrato la quindicenne Maxima, curda siriana protagonista del libro a Belgrado, in Serbia, nell’ultima tappa del viaggio verso l’Olanda, dove poi l’ha ritrovata, sana e salva. Il libro ripercorre il viaggio di Maxima iniziato nel luglio 2015 e terminato un mese dopo.

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Sabato 8 ottobre ore 16:30 Chiesa di S. Bartolomeo

Presentazione del libro Una bambina in fuga di Lidia Gallico

(in collaborazione con biblioteca Di Vittorio – CGIL Bergamo)

Prefazione a cura di Maria Bacchi

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In uno scritto della fine degli anni ottanta, Lidia Gallico ripercorre la sua infanzia di bambina ebrea negli anni delle leggi razziali: nata a Mantova nel 1932, a soli sei anni subisce la durezza delle leggi razziali. Fuggita da Mantova con i genitori durante l’occupazione nazista, dopo un peregrinare in rifugi “sicuri”, nel gennaio 1944 ripara in Svizzera, dove resterà sino all’estate del 1945. Ad Albino (nella frazione Dossello) è ospite della famiglia Nicoli tra l’ottobre del 1943 e gennaio del 1944, dove arriva per tramite del cugino Goldstaub.

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Sabato 29 ottobre ore 16:30 Chiesa di S. Bartolomeo

Presentazione del libro L’ultimo arrivato di Marco Balzano (narratore della migrazione italiana)

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Marco Bolzano è nato nel 1978 a Milano, dove vive e lavora come insegnante di lettere. Ha pubblicato saggi e raccolte di poesie e, i romanzi Pronti a tutte le partenze (2013, Premio Flaiano), L’ultimo arrivato (2014), con cui ha vinto il Premio Campiello (2015) e Il figlio del figlio (2016).

Nel suo libro racconta la storia di un bambino, Ninetto, che dalla Sicilia migra a Milano in cerca di lavoro. Richiama la storia di migliaia di bambini che migrarono al nord dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Puglia a cavallo fra gli anni cinquanta e il decennio successivo.

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Sabato 5 novembre ore 16:30  Chiesa di S. Bartolomeo

Presentazione del libro Il bambino con la valigia rossa di Aurora Cantini

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Conduce Silvia Zanoni, bibliotecaria e moderatrice di gruppi di lettura

La Bergamo della seconda guerra mondiale e la vita dei piccoli ospiti del brefotrofio di Bergamo, scandita dai rituali del quotidiano e dallo scorrere delle stagioni e del tempo che accompagna verso la consapevolezza e l’età adulta. I preti e la gente della Resistenza. L’umana fraternità che i bambini coltivano nonostante la sofferenza dell’abbandono danno linfa alla speranza che rinvigorisce la loro vita e quella della nuova Italia intera.

Pietro troverà nella valigia rossa l’amore di sua madre e il coraggio e la forza per ricominciare.

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LA SCHEDA DEL ROMANZO

Il bambino con la valigia rossa

DOVE DORMONO I BAMBINI DELLA GUERRA

Le immagini dei bambini in fuga

 

 

I bambini coraggiosi di Sciesopoli a Selvino

Il Palazzo detto Sciesopoli a Selvino (paese delle Orobie Bergamasche) apre le sue porte ai ricordi degli ex bambini che nella vecchia colonia fascista al termine della Seconda Guerra Mondiale ritrovarono il sorriso e la vita.

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Dal 1945 al 1948 il maestoso edificio che svetta sulla Valle Brembana divenne rifugio e casa per oltre 800 bambini ebrei  sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, raccolti nelle foreste, sulle strade, nelle campagne d’Europa, senza più famiglia, né casa, né nome.

Tante storie cullano ancora le vuote finestre negli enormi padiglioni che compongono la struttura, tanti ricordi di coloro che, bambini sopravvissuti all’orrore, sull’Altopiano Selvino Aviatico ripresero a vivere, impararono una lingua e rinfrancarono il corpo e lo spirito.

Tante storie…

come quella di Jelica che oggi vive a Sarajevo, nella sua lettera al professor Marco Cavallarin, curatore del Progetto “Memoria di Sciesopoli” e che io (Aurora) riporto integralmente:

“Sig. Cavallarin, Mi mancano le parole per poterla ringraziare! Vorrei tanto che Lei si sentisse abbracciato da quell’abbraccio dove non servono più le parole e dove, nel sacro silenzio, si capisce tutto.
E io sono ancora là, una di loro: mi sveglio con il sole nelle finestre del dormitorio, preparo il mio letto (lo vedo con la spalliera di ferro, bianca!?), lavo i denti aspettando il mio turno. Dopo: il suono dei piccoli passi accompagnati dal caldo profumo della prima colazione. Impariamo a leggere, ci impegniamo ad essere bravi, cantiamo… poi giochiamo ai cinque sassi (i miei li ho ancora, era il mio gioco preferito), o ci troviamo nel silenzio misterioso della sala del cinema…
Si, adesso mi è tutto chiaro: questo è un luogo sacro.

Ma la sua sacralità si trova fuori dalla materia dell’edificio. Però di questo corpo fisico non può fare a meno. E’ paragonabile a un essere umano la cui specificità e valore apprendiamo dai suoi pensieri e dalle sue attività che, per esistere ed essere espresse, hanno bisogno di un corpo fisico, con cui stare in armonia.
Cosi, Sciesopoli ebraica per me è un essere. Il suo corpo permetterà di far emergere il suo spirito, le emozioni, la coscienza, l’intelletto…
Come diceva una delle figlie di un Bambino di Selvino: ”For us, the spirit of Sciesopoli is the way of living…” (per noi, lo spirito di Sciesopoli è il nostro modo di vivere). Anche io aggiungo la mia sincera partecipazione alla forza (spero crescente!) di questo sacro spirito!
Per ora La ringrazio per il grande regalo che mi ha consegnato e La saluto. Jelica, ex bambina di Sciesopoli”

Tante storie…

come quella di Bobbi Maxman (Bronka Auerbach) una ex Bambina di Selvino. È morta improvvisamente a New York il 7 luglio 2016, all’età di 83 anni. Dal sito www.sciesopoli.it si legge : “Bobbi era nata nel 1932 a Zalosce (Zalosza o Zaliztsi), una piccola città che allora era polacca e oggi si trova in Ucraina.

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Bronka-at-Sciesopoli-undated-04 www.sciesopoli.it

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la Polonia venne divisa e Zalosce entrò a far parte dell’Unione Sovietica. Ma, nel giro di due anni, i nazisti invasero la Polonia. Dopo aver vissuto nel ghetto di Tarnopol, la famiglia di Bobbi si nascose in un fienile, dietro la casa di un ucraino che veniva chiamato “il Gobbo”.
Quando il loro nascondiglio fu scoperto, tutta la famiglia, con Bronka e il fratello Avraham Auerbach, si nascose nella foresta dell’Ucraina. Per sei mesi tutti vissero in una buca scavata nel terreno, coperta da un pannello e da rami, che si riempiva d’acqua fino alle ginocchia quando pioveva e dalla quale non si vedeva la luce del giorno. Sopravvissero con i fagioli che dava loro un contadino in cambio di denaro e oggetti di valore.
Per passare il tempo, Bobbi e suo fratello avevano ideato un gioco particolare: dividevano a metà un filo di paglia su cui facevano gareggiare dei pidocchi come fossero delle macchinine. Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale i due fratellini vagando per l’Europa devastata finirono a Selvino, alla Sciesopoli, dove vennero raggiunti dai genitori. Bobbi lasciò Selvino nel 1947 insieme con una ventina di altri ragazzi di Selvino.  Avrebbero raggiunto Israele con un aereo che presero di notte vicino ad un cimitero nei pressi di Roma. Atterrarono in un campo incustodito della Palestina.” (fonte www.Sciesopoli.it)

Tante storie…

come la tenera storia d’amore tra due ex Bambini di Sciesopoli, Avraham e Ayala Aviel. Si erano conosciuti a Selvino durante i tre anni di permanenza nella colonia ebraica e da allora non si sono più lasciati: Avraham, nato a Dowgalishok, un villaggio agricolo ebraico polacco (oggi in Bielorussia), aveva percorso a piedi da solo centinaia di chilometri per riuscire a varcare quel cancello,”il cancello del Paradiso”, ne aveva sentito parlare quando era giunto a Milano dopo aver attraversato mezza Europa lungo i sentieri dei boschi e delle foreste e aver visto morire il fratellino e il papà. Se ne era rimasto attaccato alle sbarre per una giornata intera, fino a quando i sorveglianti  non gli permisero di entrare e rifocillarsi. Dopo aver dormito per ore su uno dei lettini del dormitorio, aveva iniziato la sua nuova vita in quella enorme casa del cuore. E aveva subito preso sotto la sua ala protettrice la piccola Ayala, una delle centinaia di bambine coraggiose scampate al massacro.

Avraham e Ayala Aviel il 17 aprile 2016 davanti ai cancelli di Sciesopoli Selvino

Avraham e Ayala Aviel il 17 aprile 2016 davanti ai cancelli di Sciesopoli Selvino

Insieme sono tornati a Sciesopoli nell’aprile del 2016 insieme alle due figlie, circondati dagli abitanti del paese e dalle autorità. Oggi Ayala non c’è più, se ne è andata il 26 gennaio, ma il suo spirito, prima di volare verso il cielo, ha valicato le nubi ed è tornato per l’ultima volta ad accarezzare le vecchie mura di Sciesopoli, là dove ha ripreso a giocare.

16 aprile 2015, Avraham e Ayala varcano i cancelli di Sciesopoli per la prima volta dopo 70 anni.

16 aprile 2016, Avraham e Ayala varcano i cancelli di Sciesopoli per la prima volta dopo 70 anni.

16 aprile 2015, Avraham Aviel uno degli ex bambini di Sciesopoli, racconta la sua storia sulla scalinata del portone di accesso all'edificio, a Selvino.

16 aprile 2016, Avraham Aviel uno degli ex bambini di Sciesopoli, racconta la sua storia sulla scalinata del portone di accesso all’edificio, a Selvino.

 

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Aurora Cantini a Sciesopoli, Selvino, 16 aprile 2016

Avraham Aviel riceve la copia della poesia "Anniversario Sciesopoli" dallla poetessa Aurora Cantini, davanti al portone di Sciesopoli, 17 aprile 2016

Avraham Aviel riceve la copia della poesia “Anniversario Sciesopoli” dallla poetessa Aurora Cantini, davanti al portone di Sciesopoli, 17 aprile 2016

Tante storie….

come quella di Sidney Jehoshua Zoltak, (vero nome Shie) che oggi vive a Montreal, in Canada. Nato a Siemiatycze in Polonia, approdò a Selvino ragazzino, dopo essere fuggito nella notte del 2 novembre 1942 dal ghetto della città, dove era stato confinato all’inizio di agosto insieme ad altri 7500 ebrei dai tedeschi che avevano invaso la città. Verso la fine di ottobre i militari avevano iniziato a ripulire il ghetto deportando gli abitanti e il piccolo Sidney era stato uno dei pochi a riuscire a sfuggire alla retata.

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Il piccolo Sidney Zoltak, uno degli ex bambini di Sciesopoli

Aveva trascorso mesi vagabondando su carri bestiame fino ad arrivare in Italia nel 1945. A Sciesopoli condivise le tragiche esperienze dei compagni, che spesso avevano perduto entrambi i genitori.  “La maggior parte dei bambini venuti a Selvino -racconta ancora oggi Sidney- erano arrivati dai campi di concentramento, dalle foreste dove alcuni di loro avevano combattuto con i partigiani, dai villaggi dove si aggiravano e si nascondevano e dai conventi e monasteri cattolici. Ci sono stati alcuni che sono sopravvissuti dopo essere stati esiliati in Siberia.”

Il ritorno di Sideny Zoltak a Selvino, 17 settembre 2016

L’ARTICOLO SU L’ECO DI BERGAMO

Articolo su Sciesopoli e poesia di Aurora Cantini 16 aprile 2016

Articolo su Sciesopoli e poesia di Aurora Cantini 16 aprile 2016

Tante storie…

Come la tragica avventura di Shmuel Milchman, ragazzino polacco passato per i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Mauthausen ed Ebensee, quindi divenuto tipografo, che è scomparso il 9 ottobre 2015. Insieme alla figlia Cheli Garty, ha scritto un libro sulla sua vita, dal titolo “Il ragazzo da lì. Memorie di luce e ombra di Shmuel Milchman“.

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Shmuel Milchman, uno degli ex bambini di Sciesopoli Selvino

Dopo l’arrivo dei soldati americani al campo, venne portato in una caserma in Austria. In quei giorni difficili di un primo ritorno alla vita, un pensiero continuava a riecheggiare nella sua mente, andare alla ricerca del fratello. Una notte salì sul primo treno, senza biglietto, finchè venne trovato in mezzo ad una strada da un gruppo della Brigata Ebraica, che raccoglieva gli adolescenti ebrei sopravvissuti alla Shoah per poi aiutarli ad emigrare in Israele. Così venne portato a Selvino.
Racconta nel suo memoriale: “Era una casa grande e spaziosa, una bellissima costruzione con camere comode, una piscina, giardini fioriti, erba, e un bellissimo panorama sulle Alpi. Un sogno, niente da dire. Vi arrivammo in estate, quando le montagne sono coperte di verde e tutto intorno è illuminato dalla luce del sole, dolce e morbida: che contrasto con il panorama delle baracche e le recinzioni di filo spinato dei lager!
Un miracolo. Non vi è un’altra parola per definirlo, dal momento in cui incontrai i soldati della Brigata per le vie di Innsbruck, la mia vita cambiò completamente. Come in un teatro, cala il sipario su una scena buia e dolorosa e alcuni secondi dopo il sipario si riapre su un palcoscenico illuminato e allegro.”

 

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