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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Medaglia d’oro alla poesia dedicata

al giovane alpino bergamasco Caduto nella Grande Guerra

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Diploma seconda classificata alla poesia “Come una fiamma accesa” di Aurora Cantini, Bardineto (SV) 3 settembre 2016

La poesia “Come una Fiamma accesa” che dà il titolo al memoriale dedicato ai 5 fratelli Carrara di Amora Bassa (Aviatico – Bergamo) Combattenti e Caduti nella Prima Guerra Mondiale ha ricevuto la Medaglia d’oro alla 15^ edizione del Premio Nazionale di Poesia “Italo Carretto” a Bardineto, in provincia di Savona.

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La medaglia d’oro alla poesia “come una fiamma accesa” di Aurora Cantini dedicata al giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara Caduto sul Cukla-Rombon il 2 agosto 1916 a vent’anni e mai più riportato a casa.

LA POESIA

“Come una fiamma accesa”

La poesia è dedicata in particolare ad uno dei più giovani dei 5 fratelli bergamaschi, il giovane alpino Fermo Antonio Carrara, Disperso sul Monte Cukla Rombon il 2 agosto 1916 a 20 anni, durante missione notturna in cordata, fatta uscire allo scopo di trovare una via di arrampicata sul retro del Rombon, quota 2105, in quei giorni in mano agli Austriaci. Furono selezionati sette “scalatori provetti” (così ingiunse il comando da Torino) di quella “ardita pattuglia” come si legge sui Diari Storici dei Battaglioni depositati nell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma, scoperti tra oltre 2.500 pagine dal signor Massimo Peloia del Gruppo Alpini di Saronno a giugno di quest’anno.

Rientrarono sul far dell’alba senza aver trovato alcun passaggio, nè fenditura, nè possibile via di accesso. Ma avevano perso un compagno. Non avendo luci né torce non erano riusciti  localizzarlo, per questo nei giorni successivi vennero fatte uscite varie pattuglie per cercarlo. Dovettero arrendersi alle impervie e insuperabili difficoltà create dalle pareti a strapiombo, dai profondi crepacci, dalle abissali voragini che avevano fatto del gruppo del Rombon uno dei punti più pericolosi dell’intero fronte alpino di guerra. Il giovane soldatino Fermo Antonio giace ancora oggi tra le rocce del Rombon.

Carrara Fermo Antonio con la divisa da alpino

Carrara Fermo Antonio con la divisa da alpino

MOTIVAZIONE PER LA POESIA

“Come una fiamma accesa”

In questa commossa elegia, scritta in memoria del giovane alpino Fermo Antonio Carrara caduto nella guerra ’15-’18, bene ha fatto la poetessa a dare la parola a lui, al Soldato, il cui canto “sommesso, perduto nel silenzio”, trova il suo affondo nei versi “di me non è rimasta neanche un’impronta  sul nevaio battuto dal vento, (…), solo un cippo imbiancato dal tempo, (…), della mia vita di ragazzo di montagna non è rimasta nemmeno una croce”. La lirica si stempera in un fraseggio denso di nostalgia “per i giorni leggeri lungo i pendii della valle”, ma infine, ecco, l’affrancamento dal rimpianto e dal dolore attraverso la forza della parola poetica: “Il mio nome è fiamma accesa che scalda la memoria”, dove la potenza salvifica della poesia assegna alla memoria il compito di trascendere la morte, facendo rivivere questo giovane soldato, ormai per noi un eroico fratello. Quel fratello che abbiamo conosciuto solo ora, ma che, come recita il suo nome, è tuttora “Fermo” nei suoi meravigliosi vent’anni donati alla Patria. Ma “Fermo” anche, e per sempre, nel nostro cuore, grazie a questi indimenticabili versi.

Bardineto 3 settembre 2016

Per la Giuria Franca Maria Ferraris

LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE

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Aurora Cantini premiata con la Medaglia d’oro insieme al sindaco di Bardineto Franca Mattiauda, (a sinistra), al Capogruppo alpini di Bardineto e alla signora Ines Gastaldi, moglie del poeta Italo Carretto.

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Aurora Cantini legge la poesia “Come una fiamma accesa” Medaglia d’oro alla 15^ edizione del Premio Nazionale di poesia “Italo Carretto” a Bardineto, Savona, 3 settembre 2016.

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Ritmi di vita antica a Bani di Ardesio, Orobie bergamasche

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Le antiche case con le lobbie a Bani di Ardesio, 80 abitanti

Inerpicandosi lungo i tortuosi tornanti seguendo la diramazione della Valle Seriana, nel Parco delle Orobie Bergamasche, all’altezza di Ardesio, nella valle laterale di Valcanale, si approda oltre il tempo, in una borgata ancora di sapore antico, remoto, quasi da fiaba. Siamo a Bani di Ardesio, ottanta abitanti e un pugno di case antiche arroccate intorno al proprio campanile.

Qui è da rimanere senza fiato: cielo terso e aperto, roccia vivida sovrastante, pianori inondati dal sole, viuzze scavate tra le fessure delle case, cortili che emergono come specchi tra le lobbie con i panni stesi, mulattiere che si inoltrano lungo il costone e sembrano scomparire.

Qui la vita ha il ritmo antico della pazienza, dell’attesa, del senso del ritorno.

Bani di Ardesio offre poche comodità, ma non manca Internet e ProLoco, un piccolo bar dove gli anziani si ritrovano a giocare a carte, un passato di contadini ed emigranti, ma il presente è tutto da scoprire: qui ritornano ogni settimana le nuove generazioni, qui hanno scelto di vivere le giovani coppie, qui hanno deciso di trascorrere la vecchiaia gli anziani. Un senso di libertà, relazione di affetto tra gli abitanti che si conoscono tutti, un legame che si rinsalda ogni giorno, un forte attaccamento alla vita di montagna, che nonostante tutto ripaga con la gioia della bellezza. Ci si guarda intorno e si vede la natura che ci prende per mano, le stagioni che ci avvolgono come un manto, le mura antiche che si rinsaldano intorno al nostro tepore. Tutto racconta quanto è bella la vita, quanto preziosa è la gioia di appartenere a  questo nostro mondo.

Inzia il mio reportage a Bani di Ardesio

(Fotografie esclusive di proprietà di Oscar Carrara)

l’Arera salendo verso Bani di Ardesio

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Bani di Ardesio

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Bani di Ardesio intorno alla chiesa parrocchiale

LA MADONNA DELLA CINTURA

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La Madonna della Cintura di Bani di Ardesio, particolare della Cintura

A Bani di Ardesio si celebra ad agosto la festività della Madonna della Cintura. Dicono i documenti: “La festa della Madonna della Cintura viene celebrata la prima domenica dopo il 28 agosto, data in cui la Chiesa fa memoria di Sant’Agostino.

La devozione alla Vergine della Cintura, secondo la tradizione, è nata dal desiderio di Santa Monica, mamma di Sant’Agostino, di imitare Maria anche nel modo di vestire: Monica infatti avrebbe chiesto alla Madonna di farle conoscere quale era il Suo abbigliamento durante la Sua vedovanza e, soprattutto, come vestiva dopo l’ascesa al cielo di Gesù. La Vergine, accontentandola, le apparve letteralmente coperta da un’ampia veste di stoffa dozzinale, dal taglio semplice e di colore molto scuro, ossia in un abito totalmente dimesso e decisamente penitenziale.

Tale veste era stretta in vita da una rozza cintura in pelle che scendeva quasi fino a terra. Maria, slacciatasi la cintura, la porse a Monica raccomandandosi di portarla sempre e le chiese di invitare tutti coloro che desideravano il Suo particolare patrocinio ad indossarla.”

La Madonna della Cintura di Bani è una delle statue dette “Madonne vestite“, introdotte dagli spagnoli nel ‘500 e diffuse in tutto il Nord Italia.

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Madonna della Cintura venerata a Bani di Ardesio

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Madonna della Cintura, Bani di Ardesio

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Case di legno a Bani di Ardesio

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Cascine a Bani di Ardesio

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Mulattiere a Bani di Ardesio

IL MISTICO PARROCO DI BANI “Ol prét di Bà”

Il mistico parroco di Bani di Ardesio

Si legge nel libro “Don Francesco Brignoli, l’uomo di Dio”, 2014: “Nella piccola frazione di Ca’ Brignoli, sopra Peia, nasceva il 19 gennaio 1853 Francesco Giuseppe Brignoli, terzogenito di Giuseppe Brignoli e Caterina Bosio. Sarebbe stato chiamato, più tardi, don Francesco, definito “Ol pret di Bà”.

Ordinato sacerdote, venne assegnato alla parrocchia di Bani di Ardesio, frazione di Ardesio, nell’Alta Val Seriana. Don Francesco arrivò nella nuova parrocchia la sera del 23 dicembre 1890. Vi sarebbe rimasto per quarantatré anni, fino al giorno della sua morte. Povertà, carità e preghiera hanno costituito le basi su cui don Francesco ha scelto di fondare il suo sacerdozio. Al suo arrivo a Bani non aveva con sé nulla, nemmeno una camicia per cambiarsi: accettò con riconoscenza quella che gli venne offerta da una donna del paese. Spesso dormiva nel fienile, cedendo il proprio giaciglio a chi ne aveva più bisogno e mise a disposizione del paese una mucca, che comprò durante l’epidemia di spagnola. Di lui Papa Giovanni XXIII disse: «Oh, quanto bene ha compiuto quel sacerdote che tutti chiamavano l’uomo dei miracoli, ma che io ho sempre detto: l’uomo della preghiera». Don Francesco Brignoli morì il 2 gennaio 1934. Fino all’ultimo, e benché molto malato, volle celebrare la messa. Ai funerali, celebrati l’8 gennaio 1934 con la neve alta che ricopriva tutto, assistettero migliaia di persone.”

Il Parroco di Bani, “Ol prét di Bà” visto da Giorgio Fornoni

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La chiesa parrocchiale di Bani di Ardesio con l’effigie del mistico Parroco a alto dell’ingresso

 

I reduci delle Torri Gemelle

11 settembre 2001

11 settembre 2016

Sono passati 15 anni da quel tragico giorno che ha cambiato la storia contemporanea e ha gettato la violenza del terrorismo direttamente nelle nostre case.

Da quelle 8.48 in poi, ogni ora, ogni minuto, ogni istante hanno segnato uno spartiacque al senso di fiducia e di aspettativa che ognuno coltiva nell’animo per lasciare il posto ad un globale senso di paura, anche solo scendere in metropolitana o entrare in un centro commerciale, o andare allo stadio, o uscire a mangiare al ristorante, o partecipare ad un concerto, o affollarsi sulla spaggia….

Ma poco ormai si parla dei reduci delle Torri Gemelle, di coloro che sono ritornati indietro, portando per sempre sulla pelle e sul cuore le ferite devastanti della paura. Poco raccontano di quegli incubi che aggrediscono le loro notti, come le testimonianze degli italiani sopravvissuti.  2979 vittime, come un paese intero cancellato dalla faccia della terra. Ma come vivono oggi coloro che sono sopravvissuti, coloro che hanno perso una parte della propria anima?

Manhattan dall'alto, foto di Oscar Carrara

Manhattan oggi vista dall’alto, foto di Oscar Carrara

Piccoli gesti, rituali di ogni giorno conservati nella memoria visiva di chi ha visto scomparire una persona cara: le pantofole del marito lasciate ancora dove lui le ha appoggiate, ben ordinate sotto il letto, come in attesa, le foto conservate in bella vista sul tavolino, i vestiti della moglie rimasti appesi negli armadi, il posto vuoto del papà al tavolo in cucina, il libro rimasto aperto alla pagina segnata dalla figlia studentessa, i fiori in giardino ancora curati come faceva la mamma…

Senza parole si mantiene il legame profondo con  chi non c’è più, perché dopo la parte ufficiale, sbandierata, esposta, rimane quella privata, intima, personale, dove il lutto e la perdita sono vividi come il primo giorno.

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Scrive Alessandra Retico nel suo reportage: “Le vedove dei pompieri morti nel crollo delle torri hanno costituito una associazione, per farsi forza a vicenda, ma anche i figli orfani. La Twin Towers Orphan Found ha stimato che circa duemila ragazzi hanno perso un genitore l’11 settembre, spesso il padre, visto che l’81% dei morti sotto le Torri erano uomini, età media 39 anni. Diverse centinaia il padre non hanno fatto in tempo a conoscerlo. Come Charlie, nato il 17 settembre. Suo padre Jimmy, 36 anni, lavorava alla Cantor Fitzgerald, piani 101-105 della Torre Nord. Sua madre Trish, 32 anni, si è ribellata allo stato di vedovanza anticipata e ha scelto di continuare a vivere. Come? Comprando un paio di scarpe da ginnastica (“paralizzata dal lutto alla mia età?”) e dandosi da fare con bollette, assicurazioni, pensione e tutta quella burocrazia che Jimmy sbrigava per la famiglia.
Fa quello che faceva prima, ma c’è qualcosa di bloccato nella vita di Mike Kehoe, uno dei pompieri sopravvissuti al crollo delle Torri. Pochi ricordano il suo nome, la sua faccia è invece stampata nella memoria del mondo: sulle scale della Torre nord Mike fu ripreso in uno scatto fotografico che lo ha immobilizzato a cinque mesi fa: lo sguardo terrorizzato e come di scusa mentre percorre le scale nel senso contrario della salvezza, verso l’alto. La gente in fila scendeva, lui saliva per fare il suo dovere. Si è salvato Mike, e non ha mai raccontato granché di quei momenti, né alla moglie né agli amici cari. L’hanno definito un eroe, e lui non ci si sente: “Ho fatto quello che ognuno ha fatto quel giorno: ho salvato me stesso”. Solo dopo tre mesi dall’11 settembre Mike è tornato a lavorare “perché la caserma è la mia terapia”.
Non ci sono statistiche, ma molte piccole storie che raccontano di manager e impiegati che dopo l’11 settembre si sono disfatti del lavoro e della carriera. Oggi, per loro, la vita è altrove.”

Dopo 15 anni molti dei sopravvissuti continuano a morire di cancro: i sopravvissuti dell’11 settembre mentre ancora non si sono trovati molti corpi. Uno dei pompieri accorsi quel giorno non fu mai più ritrovato. Fu uno dei 343 soccorritori scomparsi. Aveva fatto una donazione qualche settimana prima dell’attentato per aiutare un bambino che aveva bisogno di un trapianto di midollo e solo a giugno di quest’anno si è finalmente potuto celebrare il suo funerale: al posto del suo corpo hanno deposto due provette del suo sangue.

QUEL CHE RESTA DELLE TWIN TOWERS

Quel che resta delle Torri Gemelle

L’World Trade Center non esiste più, al suo posto svetta la Freedom Tower. L’altezza è di  541 metri e 33 centimetri (non vengono calcolati i 5 metri del pennone), che equivalgono a 1776 piedi. Il numero 1776 è stato scelto poiché rappresenta l’anno della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Accanto è stato allestito il Memorial dell’11 settembre con le sue due enormi vasche quadrate che occupano l’impronta delle Torri Gemelle.

Il Museo dell’11 Settembre si inserisce tra le due fontane, si scende per sette piani, perché il museo si trova sottoterra e le luci sono basse, si oltrepassano i propilei delle due colonne  della facciata originale del World Trade Center e si è al cospetto della Memoria: foto, oggetti, ricordi. È stato definito in parte monumento, in parte museo, in parte cimitero in cui resti umani ancora senza nome entrano ed escono per le prove del Dna. Si trova 20 metri sotto la superficie, laggiù dove erano ancorate le fondamenta delle Torri Gemelle. Il cuore del dolore.

Uno sguardo silenzioso all’interno del Museo del Memorial 9/11

Il ROMANZO SULLE TORRI GEMELLE

Come briciole sparse sul mondo

 

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