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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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COLORI D’ALTOPIANO,

Aviatico si racconta con parole a colori

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Cornagera in autunno, dipinto di Carla Santomauro

Aviatico e le sue frazioni si racconta in una mostra personale di Carla Santomauro, pittrice di Sesto San Giovanni con casa ad Amora (una delle tre frazioni del Comune) con interventi poetici di Aurora Cantini.

L’evento, dal titolo “Colori d’Altopiano“, è promosso dall’Amministrazione Comunale allo scopo di valorizzare la bellezza del paesaggio dell’Altopiano bergamasco come risorsa per ridare valore alla cultura, allo star bene e al volersi bene, amando il proprio patrimonio culturale, territoriale e naturale.

Locandina Colori d'Altopiano 1-3 agosto 2016 Aviatico

Locandina Colori d’Altopiano, mostra pittorico-poetica  1-3 agosto 2016 Aviatico

Angoli di contrade quasi svuotate, sentieri che si perdono nell’ombra del sottobosco, rocce dolomitiche avvolte dal sole autunnale, ma anche il silenzio della neve, lo scrosciare del torrente, il sussurro della nebbia, il mormorio della pioggia, raccontati da immagini, dipinti e poesie.  Per l’occasione la Sala Civica del paese diventa scenario dove prende vita l’identità di un paese che con i suoi 500 abitanti ancora resiste allo spopolamento e all’abbandono.

Nelle opere pittoriche di Carla Santomauro si avverte il legame con la terra, con la montagna, con i ricordi, con la memoria. E i colori si fanno parole di poesia, il tratto si fa storia infinita, il pennello diventa inchiostro di vita.

“I colori a olio su una tela

sono come coriandoli

di vita nel cielo.

Il vento li porterà lontano.”

(aur cant)

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Pendio sotto il Poieto in autunno, dipinto di Carla Santomauro

Su tutto svetta e predomina lei, la Montagna, che perenne guida i passi delle genti abituate alla fatica dei lunghi inverni, alle partenze e ai ritorni, alle attese di nuova primavera, di nuovi caldi giorni, di nuove voci sull’aia e nei cortili, di nuovi colori oltre gli occhi, di sapori diversi da gustare.

Inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Oscar Carrara

Inverno ad Amora di Aviatico, fotografia di Oscar Carrara

Dall’1 al 3 agosto presso la Sala Civica del paese quindici quadri ad olio racconteranno Aviatico con le sue frazioni: Ganda, Ama, Amora. Spazio anche alle opere poetiche di Aurora Cantini, per tessere “Parole a colori”, parole di paesaggio.

Grande serata finale il 3 agosto, con l’evento “L’altopiano si racconta con parole a colori” tra immagini proiettate sullo schermo, fotografie, poesie e storie, per emozionarsi, ricordare, amare e sognare il nostro bellissimo Altopiano e i suoi abitanti.

C’è un desiderio di conoscere di più la storia del proprio territorio, la Cultura dei luoghi, che solo poesia e pittura sanno raccontare.

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Aurora Cantini durante la serata ad Aviatico 3 agosto 2016

La montagna chiede di essere di nuovo asocltata, accolta, protetta, dopo decenni in cui abbiamo maltrattato il paesaggio intorno  a noi, distorcendo l’idea di “benessere” e confondenolo con il possesso di cose e oggetti, mentre abbiamo bisogno di possedere l’idea di bellezza custodita dalla montagna.

Strade asfaltate che diventano sentieri, cartelli pubblicitari che diventano alberi, rumori che diventano stormir di foglia, palazzoni che diventano contrade, inferriate che diventano cortili.

Nel momento in cui abbiamo cominciato ad abbandonare a loro stessi i centri storici, a inquinare aria, acqua e silenzio, a devastare i terreni abbiamo dato il via alla crisi di identità, di se stessi, di storia, di cultura, di lettura, di riflessione, di valori.

Perché tutti noi siamo affamati di bellezza, quella vera, quella nostra.

 

 

A Nembro la memoria dell’infanzia abbandonata

dell’ex Brefotrofio di Bergamo

narrata nel romanzo “Il bambino con la valigia rossa”

Il bambino con la valigia rossa il 25 maggio a Nembro

Il romanzo “Il bambino con la valigia rossa” il 25 maggio a Nembro

SCHEDA DEL ROMANZO

Il bambino con la valigia rossa

Il 25 maggio il romanzo di Aurora Cantini, “Il bambino con la valigia rossa” (Silele Edizioni 2016), ha fatto tappa al Centro Cultura di Nembro, dove l’autrice ha presentato la sua opera, introdotta da Michele Villarboito Sindaco di Aviatico. Presente anche Simona Murero, consigliere del Comune di Selvino e Delegata alle relazioni esterne.

Ospite d’eccezione la signora Angela Maria Favaro, una delle piccole accolte al Brefotrofio di Bergamo negli Anni Sessanta, che ha portato la sua toccante e personale testimonianza.

25 maggio a Nembro

Da sinistra Michele Villarboito, Aurora Cantini, Silvia Zanoni, Simona Murero, Angela Maria Favaro il 25 maggio a Nembro

Coordinatrice della serata la signora Silvia Zanoni, bibliotecaria e moderatrice di gruppi di lettura che ha analizzato il romanzo.

“La valigia rossa che compare sulla copertina del nuovo libro di Aurora Cantini non è una valigia qualunque. Tema centrale è l’Infanzia abbandonata, quella dei tanti bambini con la valigia, spunto per parlare di Selvino dove ha sede Sciesopoli attraverso le parole di Simona Murero. Sciesopoli nasce anni ‘30 come colonia delle Figlie della Lupa  e dei piccoli Balilla, con l’interessamento di Arnaldo Mussolini, divenendo poi Colonia Ebraica per 800 bambini sopravvissuti all’Olocausto dal 1945 al 1948. Negli anni ‘60 e ’70 ricoprì un doppio ruolo: in estate era classica colonia estiva per i dipendenti delle aziende dell’hinterland milanese, mentre durante l’anno scolastico fu rifugio per  migliaia di bambini provenienti  da situazioni di gravi difficoltà dell’interland  Milanese. Erano perlopiù fanciulli senza famiglia, disagiati, figli di carcerati, di prostitute, di ragazze madri, di tossicodipendenti, di alcolizzati, di famiglie in difficoltà economica, che il Comune di Milano si era preso in carico attraverso l’ONMI (Opera Nazinale Maternità Infanzia). Da ottobre a maggio venivano portati in montagna nella colonia gestita dalle suore (PIO ISTITUTO SANTA CORONA), con la possibilità anche di seguire la scuola durante tutto l’anno.

Fu il tempo delle “Maestrine” di Selvino e degli arrivi davanti all’enorme cancellata di pullman colmi di fanciulli sperduti e senza storia, spesso con piccole valigie contenenti pochi indumenti. E fu la stessa ONMI che  permise l’attivazione dei Brefotrofi posti negli Ospedali di tutta Italia, detti IPAMI (Istituto Assistenza Maternità Infanzia).

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Veduta generale dell’ex Ospedale Maggiore di Bergamo. Il padiglione a destra ospitava il Brefotrofio, la cui vera definizione era Istituto Assistenza Maternità Infanzia (FONTE WEB)

Ho già avuto modo di sottolineare che per Aurora Cantini il poeta ha un profondo legame con la realtà che lo circonda e le testimonianze dei nostri ospiti l’hanno confermato. Come per la poesia di Aurora, anche per la narrativa l’ispirazione può venire da una fotografia, un oggetto, una manifestazione della natura, un articolo di giornale. E poi, immediatamente o con il tempo, giunge a maturazione. Tutta l’opera sia poetica che narrativa di Aurora Cantini è contraddistinta da una particolare sensibilità. Grazie a un intenso e instancabile lavoro di cesellatura su se stessa, ha trovato una lingua in grado di darle voce e dare voce anche a fatti e persone che altrimenti svanirebbero nel vento senza lasciare traccia. I bambini senza nome fanno parte di questa ampia schiera di testimoni silenziosi e taciuti.

Articolo su L'Eco di Bergam o24 maggio 2016

Nel libro il protagonista si confronta continuamente con la figura della propria madre. Tra coloro che erano ospitati presso i Brefotrofi c’erano bambini che avevano conosciuto i propri  genitori, ma che erano stati affidati al Brefotrofio perché le condizioni di miseria o di lavoro non ne consentivano la sopravvivenza. La loro nostalgia e il loro dolore per la mancanza della madre era enorme, ma perlomeno avevano una figura da ricordare.

Poi c’erano coloro che i loro genitori non li avevano mai conosciuti. Tra il neonato e la madre biologica esiste un profondo legame che ha origine nel periodo prenatale e che è fondamentale per la propria identità. La separazione provoca la cosiddetta “ferita primaria”. Conoscere il proprio passato diventa un’esigenza irrinunciabile per trovare il proprio posto nel mondo.

Diversi scrittori si sono confrontati con questo dolore e questa esigenza.  Tra gli altri, lo scrittore Tiziano Scarpa che con il suo Stabat Mater ha vinto il Premio Strega nel 2009.

Il Nembro

“Il bambino con la valigia rossa” presentato a Nembro

L’evento, o meglio, la storia che ha innescato questo romanzo, è basata sulla toccante esperienza di vita di Angela Maria Favaro. Venne accolta al Brefotrofio di Bergamo piccolissima e poi qualche anno dopo adottata da una famiglia bergamasca. Oggi i Brefotrofi non esistono più, sostituiti dalle Case Famiglia, ma il loro retaggio (vennero chiusi a partire dal 1975) è ancora molto vivo. Dalla Ruota degli Esposti ai Registri che riempiono gli scantinati di tantissimi palazzi provinciali sparsi lungo tutta la nostra penisola. Per la stragrande maggioranza dei bambini accolti al Brefotrofio rimane l’incertezza di non avere una identità, di essere come “sospesi”, figli di N.N. (“Nescio nomen”) e permane l’esigenza di conoscere genitori naturali.

Anche per Angela Maria Favaro è stato così. Nel 2011 venne pubblicato su L’Eco di Bergamo un articolo che parlava della sua vicenda e per Aurora Cantini fu l’input per dare inizio al romanzo.

articolo su Angela Maria Favaro L'Eco Bg 2011

Articolo de L’Eco di Bergamo aprile 2011

Purtroppo però le disposizioni legislative che regolano l’accesso a queste informazioni sono molto rigide, quasi invalicabili. La dicitura “Documenti riservati” preclude spesso il desiderio di questi ex bambini di risalire al nome del genitore. In questi ultimi anni si sono però create varie Associazioni per i Diritti degli ex Esposti all’abbandono. Si sono aperti anche numerosi Forum sul web, che aiutano e /o danno indicazioni per trovare anche solo parzialmente le proprie radici.

IL ROMANZO

1 copertina Bambino con la valigia rossa

Il piccolo Pietro, protagonista del romanzo di Aurora Cantini “Il bambino con la valigia rossa”, illustrazione di Davide Laugelli

Il romanzo è la storia della crescita di Pietro, quasi un romanzo di formazione. Il punto di vista del narratore è all’altezza di Pietro. Pian piano si alza. Negli ultimi capitoli appare come un tipico preadolescente, taciturno. Di mezzo c’è la sopravvivenza. Quando l’amico Gino scompare, ciò lascia devastato Pietro ma anche la scrittrice! La scrittrice cerca di recuperarlo, ma è tutto inutile. Gino non torna. Forse dipende dal fatto che Pietro per crescere e per crearsi una nuova identità da adulto doveva staccarsi. E’ come se Gino avesse traghettato Pietro sull’altra sponda, aldilà della corrente e che il suo compito fosse terminato.

Il racconto si snoda con una lingua curata, mai leziosa. Aurora ha raggiunto una maturità sia linguistica che di contenuto molto significativa. Nonostante le condizioni di solitudine e dolore che provano i bambini, la narrazione lascia spazio anche a descrizioni di vita quotidiana che strappano un sorriso. Si tratta di passi in cui l’autrice riesce a mostrarci in tutta la sua vivezza situazioni ed emozioni. Aurora dà dignità all’infanzia e alla povertà. I bambini come esseri pensanti, che sono immersi nella realtà e nella storia. Il  libro si basa un un’approfondita ricerca storica. E infatti la Cantini ben dipinge la realtà storica della seconda guerra mondiale vista con gli occhi degli ultimi.

Le descrizioni della città sono profondamente realistiche e commoventi, evocano immagini vivide. Basandosi su fotografie dell’epoca che ritraevano persone che camminavano per strada, l’autrice si è messa nei loro panni, si è chiesta che cosa pensavano, come si muovevano. Li ha seguiti mentre si muovevano per strada. Ha sentito i passi di coloro che camminavano.

Quando parla del nonno di Pietro, la Cantini trova occasione di accennare alla triste condizione dei reduci della prima guerra mondiale. Rimane fedele alla sua vocazione di dare voce agli ultimi, ai senza voce. In questo romanzo si parla anche di episodi storici. In particolare gli eccidi subiti dalla popolazione durante la fuga dei nazisti e dei fascisti dopo il 25 aprile, di efferata e immotivata crudeltà, che sono sconosciuti ai più. Inoltre in altri capitoli si parla dell’intervento diretto di alcuni preti nella Resistenza. Anche questo fa parte dell’esigenza sentita da Aurora di usare il proprio dono della parola. Ridare voce e forma a persone che nella loro vita hanno fatto qualcosa di eroico che ha segnato inconsapevolmente per noi la nostra vita e che altrimenti andrebbe perduto.”

(testo a cura di Silvia Zanoni, per gentile concessione)

 

La voce della montagna per ricordare la Grande guerra

“The voice of the mountain” al Rifugio Poieto di Aviatico

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Un canto echeggia lungo le vallate, lungo i costoni, dal pianoro fino alle vette. Il Comune di Aviatico vuole ricordare il Centenario della Grande guerra con un tributo alla montagna, ai canti di soldati e alpini che evocano quei 41 mesi di cento anni fa dove milioni di ragazzi montanari, contadini e mezzadri, muratori e carpentieri, vennero mandati al massacro, attraverso prove durissime e patimenti indescrivibili per la conquista di una vetta, di una postazione, di un caposaldo.

Gran parte di quei ragazzi delle valli non rividero più il loro paese, la loro contrada, il loro giaciglio.

Per loro sabato 16 luglio dalle ore 10.30 è in programma una giornata dedicata all’esibizione di cori alpini sulla vetta del Monte Poieto, accanto ai pilastri dolomitici del Monte Cornagera, a 1400 metri di altezza, raggiungibili con la salita in cabinovia.

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Il Rifugio del Monte Poieto visto dalla Cornagera

Ben tre cori alpini si alterneranno durante l’evocazione, in un grande, unico raduno di cori in vetta: il Coro Orobico Alpini Boccaleone, il Coro Ana Penne Nere Villa d’Almé e il Coro Alpini ValCavallina.

Si esibiranno in Canti nati dalla Grande guerra, tra le trincee, nei pochi momenti di tregua all’assalto e all’urlo della battaglia, nati come struggente richiamo per la propria terra, per la propria casa, canti che si fanno preghiera e disperata nostalgia per la morosa, la mamma e il papà che attendono forse invano nel chiuso della loro povera cucina.

Raccontano storie di sofferenza e di solitudine, lacrime e paura, lassù su quelle vette imprigionate dalle nevi perenni, dai nomi ancora oggi evocatori di struggente memoria: Adamello, Ortles, Dolomiti, Rombon, Alpi…

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Sul pianoro davanti al Rifugio Monte Poieto, là dove ogni estate si rilassano le famiglie e giocano i bambini, le voci possenti e robuste degli Alpini lanceranno il loro tributo al Cielo, per chiedere di non dimenticare, di ricordare e di operare affinché mai più la guerra possa rubare generazioni intere, cancellate, scomparse al mondo, come quelle innocenti e perdute di quei ragazzi degli Anni Novanta di Cento anni fa.

E quando riuscirono a tornare, molti di quei giovani soldati trovarono i loro paesi distrutti, i campi abbandonati e incolti, macerie di un vita che non fu più la stessa. Senza lavoro, senza futuro, furono costretti a ripartire, senza più una patria né una famiglia. Nacquero i canti degli emigranti, del ricordo e della fatica, perché la montagna è sudore e silenzio, giorni che si adombrano in fretta e notti lunghe d’inverno.

Tra i tanti che non tornarono anche i  fratelli Carrara di Amora Bassa, che diedero la vita per la Patria raccontati nel memoriale “Come una fiamma accesa” a cui la sottoscritta (Aurora Cantini) ha dedicato i versi poetici della poesia che ne dà il titolo, scritta per il giovane alpino Fermo Antonio disperso sul Rombon il 2 agosto 1916 a 20 anni.

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I 4 fratelli Carrara di Amora Bassa (Aviatico) Combattenti e Caduti nella Grande guerra

Al termine delle esibizioni l’orizzonte della montagna si riempirà del suono potente del maestoso Corno delle Alpi, utilizzato un tempo sulle Alpi Svizzere come strumento dei pastori. Lungo tre metri e mezzo, scavato nel legno, serviva a richiamare le mucche dal pascolo verso la stalla quando giungeva il momento della mungitura. Anche il suono del Corno delle Alpi verso sera è un tema tradizionale nella storia dell’arte. Il suono aveva infatti valenza di preghiera della sera e si sentiva risuonare lungo i dirupi come un legame indissolubile di comunicazione, armonia e quiete.

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MA OGGI QUALE E’ IL DESTINO DELLA MONTAGNA?

Oggi fatta eccezione per alcuni centri turistici di moda, la montagna “vera”, quella dei paesini arroccati sulle alture, si sta spopolando: contrade deserte, cascine abbandonate tra i rovi, ci vivono tenacemente solo i vecchi e alcune famiglie con le donne casalinghe, i bambini si contano sulle dita di una mano. Nei prati inselvatichiti non pascolano più le mandrie, né la fontana della piazza fa sentire il suo gorgoglio, si intravedono qua e là le ultime fienagioni, che gli uomini rastrellano la sera dopo essere risaliti al monte al termine di una giornata di lavoro.

In molti paesini sono stati chiusi la scuola, l’osteria, l’ufficio postale, il negozietto del paese, perfino il parroco giunge da fuori a dire messa. L’analisi non mira a un tentativo inutile di ritornare al passato, ma indubbimanete  ci si chiede perché la montagna stia morendo in questo modo brutale e inarrestabile, anche se ricopre il 64 % del territorio italiano. Non è possibile abbandonare in questo modo i suoi abitanti, considerati di serie B, costretti a far fronte alle emergenze, ai disagi invernali, alle spese per i neonati, alle cure mediche in bassa valle. I trasporti pubblici si riducono, si tagliano le corse e gli orari, aumentano i prezzi dei biglietti, e per i pochi studenti scendere in città ogni mattina all’alba è un pesante prezzo da pagare in nome della cultura e del progresso.

Perciò molte famiglie emigrano, si spostano nei centri abitati a ridosso della città e lassù rimangono ancora una volta le mamme e i papà invecchiati, che piangono nel chiuso delle loro cucine la fine di un mondo.

Ma la voce della montagna deve giungere al cuore di ognuno, per tenere vive le comunità, caparbiamente e instancabilmente, con la fantasia e l’unione, con la collaborazione e la fiducia.

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Il Gruppo Alpini di Amora al Rifugio Poieto il 16 luglio con Aurora Cantini e il memoriale “Come una fiamma accesa” dedicato ai Combattenti fratelli Carrara di Amora Bassa; accanto all’autrice il coordinatore della Zona 13 signor Vincenzo Carrara.

 San Rocco ad Aviatico e la peste dei Lanzichenecchi

La chiesetta di San Rocco in Aviatico, costruita per commemorare i morti e lo scampato pericolo della peste portata dai Lanzichenecchi

La chiesetta di San Rocco in Aviatico, costruita per commemorare i morti e lo scampato pericolo della peste portata dai Lanzichenecchi

La calata dei Lanzichenecchi nel Seicento e la terribile peste che portarono con sè colpirono quasi tutto il Nord Italia.  Numerosissime sorsero le chiese dedicate a San Rocco (invocato a protezione del morbo) dove sovente, nei sotterranei o nelle cripte, venivano sepolti i morti. Oggi la maggior parte di queste chiesette è stata demolita per far posto a chiese più grandi o accorpata ad edifici sorti successivamente. Eppure in alcune eccezionali circostanze alcune di queste piccole costruzioni, dedicate alla memoria  di un passato lontano ma comune, si sono conservate. È il caso della chiesetta di San Rocco ad Aviatico, giunta fino a oggi pressoché intatta grazie alla sua collocazione strategica e solitaria, su uno sperone di roccia a monte del piccolo abitato di montagna.

L’antica Via Mercatorum (Via dei Mercati) era una serie di mulattiere che già nel Tardo Impero Romano collegava Bergamo alla Valle Brembana attraverso i punti di accesso posti nella Media Valle Seriana. È stata oggetto di numerosi studi e approfondimenti che ne esaltano il valore storico, commerciale e culturale per la nostra terra. Aveva un passaggio essenziale ad Aviatico, uno dei due paesi che compongono l’Altopiano di Selvino, spartiacque tra la Valle Seriana e la Valle Brembana.

Aviatico 1960 con la Via Mercatorum ben delineata nella sua linea dritta

Aviatico in una cartolina d’epoca, con la Via Mercatorum ben delineata nella sua linea dritta, a sinistra la chiesetta di San Rocco.

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Aviatico 2015, con la chiesetta di San Rocco sullo sperone roccioso

Questa antica Via è ancora oggi ben tenuta, anche se poco sotto il suo tracciato è stata costruita dopo il 1950 la moderna strada asfaltata. Partiva dalla località “Cantül”, si accostava al Consorzio Agrario, attraversava l’abitato, passava davanti al portone della chiesa parrocchiale incuneandosi tra le varie case del borgo alto e superava il doppio lavatoio. Dal 1632 aveva una tappa di “riflessione e ristoro” in una chiesetta posta poco sopra un ripido costone. Era un luogo di preghiera e di raccoglimento, l’ultimo baluardo abitato prima di proseguire tra i cupi e solitari boschi. La successiva stazione di posta sarebbe stata Trafficanti, ma bisognava costeggiare la sponda del Monte Suchello, con le sue impervie e scoscese difficoltà.

FOTO 3 San Rocco 1950, di Piero Seguini

Chiesetta di San Rocco in una cartolina d’epoca, con la Via Mercatorum che si incunea tra due case torri (riconvertite poi in stalle) poste a dogana.

Posto come una pietra preziosa incastonata nel verde del pendio a mezza costa, questo piccolo luogo sacro a forma di croce greca è dedicato a San Rocco e si offre silenzioso e docile al cuore, addolcendo i passi e consolando i pensieri.

FOTO 5 Scalinata che conduce alla chiesetta di San Rocco Aviatico

Scalinata che conduce alla chiesetta di San Rocco

FOTO 6 Il tracciato della Via Mercatorum oggi nel tratto verso la chiesetta di San Rocco, in basso la moderna strada provinciale

Il tracciato della Via Mercatorum oggi nel tratto verso la chiesetta di San Rocco, in basso la moderna strada provinciale

FOTO 7 lavatoio Aviatico oggi

L’antico lavatoio oggi con le due bocche: a sinistra per abbeverare gli animali e a destra per gli uomini, con il piano per lavare il bucato.

Il lavatoio vicino alla chiesa di San Rocco, Aviatico

Il lavatoio vicino alla chiesa di San Rocco, Aviatico, in una cartolina d’epoca.

FOTO 8 La Via Mercatorum si insinua ancora oggi tra le antiche abitazioni

La Via Mercatorum si insinua ancora oggi tra le antiche abitazioni del borgo vecchio di Aviatico.

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Aviatico con la Via Mercatorum che conduceva all chiesetta di San Rocco; in prim opian oa sinistra le due case torri che fungevano da dogana poi riconvertite in stalle.

Per il villeggiante il minuscolo santuario evoca sogni di fiabe perdute e orizzonti lontani. Per il montanaro ricorda la forza della Fede e la Speranza nella Provvidenza che da sempre circonda le forti genti di montagna. Al suo interno leggiadre figure di angeli avvolgono lo sguardo verso il cielo, accanto a quadri di armoniosa bellezza. Tra essi un dipinto dell’artista Antonio Cifrondi, di Clusone. In una nicchia nel suo manto azzurro veglia dolcissima la Madonna Vestita del Rosario, usata fino al 1947.

FOTO 9 Interno chiesetta di San Rocco

Interno chiesetta di San Rocco

FOTO 10 Madonna Assunta, interno chiesetta di San Rocco

Madonna Assunta, interno chiesetta di San Rocco

FOTO 11 Interno chiesetta di San Rocco

Particolare del soffitto dell’interno chiesetta di San Rocco

FOTO 12 L'originale Madonna del Rosario vestita, usta fino al 1947 poi sostituita da quella nuova

La Madonna Vestita del Rosario, usata fino al 1947, tradizione molto diffusa un tempo nelle chiese.

Dal sagrato si può ammirare l’intero arco delle montagne e il cuore si avvicina al cielo. Poco lontano, l’arco di accesso al borgo si insinua tra le antiche case in pietra, evocando carovane di uomini e animali, storie di emigranti e commerci, fatiche di vita ma anche e soprattutto dignità e tenace eroismo quotidiano.

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Il panorama del Monte Poieto e del paese di Aviatico catturato dal sagrato della chiesa di San Rocco Aviatico.

Aviatico, a sx la strada dal Bar Dolci, in basso le case vecchie (oggi vicino c'è il campo di calcio)

Aviatico in una cartolina d’epoca con in primop iano la mulattiera -oggi scalinata- che scende dalla chiesa parrocchiale; a sinistra  la strada (ex Via Mercatorum) dal Bar Dolci, in basso il nuovo tracciato provinciale e le case vecchie (oggi vicino c’è il campo di calcio)

I LANZICHENECCHI

Il paesino di Aviatico prese vita fin dalla Preistoria, con la calata dei gruppi nomadi di uomini di Cro-Magnon. Subì l’arrivo dei Celti, dei Romani e dei Barbari e rimase coinvolto nelle sanguinose faide tra Guelfi e Ghibellini. Ebbe anche un tentativo di sottomissione da parte dei reggenti del comune di Selvino.

Ma nel 1630 qualcosa di misterioso e terribile oscurò i tranquilli giorni dei contadini del paese. Improvvisamente vennero strappati al loro quieto vivere quotidiano, sempre precario e di poca sussistenza, ma costruito con saldo e ardimentoso lavoro.

Dal Passo dello Spluga,  Cantoni dei Grigioni (oggi territorio svizzero), dopo aver superato il Passo San Marco e imboccata la “moderna” Via Priula, costruita nel 1592 dalla Repubblica di Venezia, calarono come una coltre nera sul Nord Italia gli squadroni mercenari dei Lanzichenecchi. Erano quasi quarantamila soldati al servizio dell’Imperatore tedesco del Sacro Romano Impero, chiamati per la guerra di successione che infiammava Mantova, contesa tra Spagna e Francia.

Portavano con sé odore di morte, sangue, urla di terrore e furia cieca, insieme ad un terribile e micidiale alleato: il morbo della peste. Ne narra in modo drammaticamente realistico il grande Alessandro Manzoni nel romanzo “I Promessi Sposi“.

La Repubblica di Venezia, temendo il dilagare del morbo nella bergamasca, dove aveva i suoi commerci, provvide subito a chiudere la “Via Priula”. Ma non riuscì a fermare il contagio, che si estese a tutta la Valle Brembana. Proprio questo devastante passaggio fu l’inizio di una lenta decadenza per la gloriosa “Via Priula”, che, anche se venne in seguito riaperta, fu sempre meno curata. Perciò, nella seconda metà del Settecento, rimase in uno stato di progressivo abbandono.

All’avvicinarsi delle potenti e sanguinose orde di guerrieri sbandati, gli abitanti di Aviatico si sentirono perduti. I pochi campi coltivati sul declivio, le magre scorte di cereali, il poco fieno accatastato nel sottotetto, i piccoli orti a terrazza recintati da semplici siepi, le mucche e gli altri animali di cortile, tenuti in maggior cura anche delle persone, tutto il loro mondo, il loro respiro stava per essere distrutto, annullato. Non c’era molto tempo. In fretta e furia gli abitanti lasciarono le case e cominciarono ad inerpicarsi lungo il costone, scomparendo nel fitto bosco sotto la cima del Monte Poieto. Arrancarono lungo i ghiaioni e le pietraie, una silenziosa processione di figurine avvolte in mantelli, uomini con i bastoni e i forconi, donne con i bambini in braccio, talmente spaventati da non piangere nemmeno, bimbetti che reggevano cesti con qualche pezzo di formaggio, su, su, sempre più in alto. Intanto dal campanile batteva l’eco la “campana a martello” segno di grave pericolo. La gente sapeva dove andare: cercavano la salvezza nell’unico luogo che già nei secoli precedenti aveva offerto loro un sicuro rifugio, i Canaloni impervi dentro il labirinto del Monte Cornagera.

FOTO 15 Il canalone interno della Cornagera

Il canalone interno della Cornagera

FOTO 14 La Cornagera

La Cornagera

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Aviatico visto dalla Cornagera

Il  morbo però li aveva già raggiunti e cominciarono ad apparire i primi bubboni, facendo cadere ammalati i primi abitanti.

Poi, per un qualche misterioso disegno divino, dopo pochi mesi si registrò una riduzione del numero di morti, che alla fine furono soltanto 21. Era un miracolo, se si pensa che quasi la metà della popolazione della Valle Brembana venne stroncata dalla peste. La popolazione ritornò alle proprie case pressoché incolume e decise di costruire una chiesetta nelle vicinanze del crinale della Costa. Essa venne ultimata nel 1632 e lì vennero seppelliti i poveri morti separati dagli altri, che fino a quel momento venivano tumulati vicino alla chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. Il piccolo e armonioso santuario venne dedicato a San Rocco e accanto prese origine il piccolo cimitero,  destinato nei secoli a divenire luogo sacro per l’intera comunità. I ventuno morti di peste, con il loro sacrificio, avevano steso un velo di protezione sul paese di Aviatico.

Ma l’animo umano è labile e passeggero. I ricordi e le paure si allontanarono dalla vita e ben presto la chiesetta perse attenzione.

Con il tempo nuove storie si intrecciarono nel migrar dei giorni e nuove idee cominciarono a prendere vita nelle vallate. Il Risorgimento evocava ideali di libertà che giunsero anche tra le antiche case del paese.

L’alba del 5 giugno 1850 i Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi entravano in Città Alta attraverso la Porta di San Lorenzo recando con sé palpiti di ardori nuovi, e anche ad Aviatico l’esultanza fu pressoché totale. Riprese vigore la Fede, il desiderio di nuovi giorni, la Speranza di un cammino più sereno. Le chiese suonavano a distesa, la comunità vi si stringeva intorno. Si ricordava il passato, si onoravano i propri cari perduti. Mani pietose e sguardi di commozione si raccolsero là, dove i morti tacevano e proteggevano. Ma la chiesina di San Rocco era abbandonata da molto, troppo tempo. Si decise così di darle nuovo vigore, ristrutturando e rifacendo, affrescando con nuovi colori, e impreziosendo l’interno con opere di alta spiritualità.

IL REGISTRO DEI REGGENTI DELL’ORATORIO DI SAN ROCCO

FOTO 17 Cassa dei Morti Registro Cassa San Rocco Aviatico

Cassa dei Morti Oratorio di San Rocco, Aviatico, per gentile concessione

Si creò un Registro Cassa per uso dei Reggenti Delegati per l’Oratorio di San Rocco 1872 – 1955, con amministrazione delle elemosine. Vi era anche un Registro Doveri dei Reggenti Delegati.

Registro dei Reggenti 1877, San Rocco di Aviatico, per gentile concessione

Fotografia del Registro dei Reggenti 1877, San Rocco di Aviatico, per gentile concessione

Dal Registro Cassa dei Morti datato 1877, si legge che tra i Doveri dei Reggenti  vi erano i seguenti obblighi:

“1° I Reggenti saranno immancabili nel praticare tutte le singole domeniche la Questua alle singole porte dei fedeli in Parrocchia e tutte le altre Questue d’uso come la Questua del formaggio in fin del Carnevale di ogni anno, quella del fieno, e le offerte nella borsa in chiesa.

2° Le entrate offerte d’ogni singola Questua verranno registrate su questo Registro di volta in volta, come pure verranno registrate anche le sortite. 3° Al venire del giorno dei Santi con queste entrate ordineranno al Parroco tante Messe ed Uffici cantati quanti saranno per entrarvi. 4° Alla Fabbriceria pagheranno Lire 10 dai Santi e lire 10 in fin del Carnevale per fuoco Cero.

5° Accenderanno la lampada nel Camposanto tutte le sere.”

L’uso della Questua venne portato avanti per tutto l’Ottocento e più della metà del Novecento. Tra i vari passaggi documentati ve n’è uno, del 1968, in cui si segnano le offerte per “Il Passio Fieno, la Madonna, il Latte.”

Le questue per la Parrocchia, Aviatico 1967, per gentile concessione

Parrocchia di Aviatico la Questua del 1967, per gentile concessione

I vecchi ancora oggi se le ricordano bene tali Questue: il “Passio Fieno”, era l’offerta del fieno della domenica, considerata la Pasqua della settimana. Lavorare in campagna la domenica era vietato per non creare nell’animo umano il desiderio di guadagno e attaccamento al denaro, era considerato peccato trascorrere la giornata nei campi. Ma a volte, a causa di temporali o altre calamità, si era rimasti indietro nella fienagione e bisognava recuperare. Perciò si domandava il consenso alla Chiesa. La quale, in cambio, come offerta, chiedeva una parte del ricavato sul fieno.

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La Questua per la Parroccchia di Aviatico, 1957

Dare “il latte alla chiesa” riguardava la produzione del formaggio. Il latte di quel determinato giorno considerato di festa o di particolare evento, veniva usato per fare come al solito il formaggio, ma la forma veniva messa all’incanto e il ricavato andava alla chiesa. Era un’usanza iniziata dai bergamini degli alpeggi, che non potendo scendere al paese per assistere alla messa, offrivano in questo modo la loro devozione, con un segno tangibile.

Registro dei Reggenti Oratorio di San Rocco, per gentile concessione

Fotografia dei Doveri dei Reggenti Oratorio di San Rocco, per gentile concessione

IL RITORNO ALLA VITA

A metà del Novecento la chiesa era ormai logorata dal tempo e dalle intemperie. Mancava di un vero e proprio pavimento, che “non era mai esistito” e il tetto era costituito da coppi e orditura in legno completamente cariati dal tempo. Anche il sagrato e il viale di accesso, su passaggio della Via Mercatorum,  meritavano un rifacimento più armonico.

Il Parroco si diede subito da fare. Da una lettera di richiesta del 14 aprile 1958, scritta  mano alla Commissione Arte Sacra di Bergamo, egli scrisse: “La chiesina di San Rocco urge di necessaria sistemazione perché quasi crollante. Il parere della maggioranza della popolazione è di sistemarla completamente. Questo parere l’ho avuto per iscritto da ogni capofamiglia e conservato in archivio. Perciò chiedo a codesta spettabile Commissione l’autorizzazione di iniziare detti lavori al più presto possibile, data l’urgente necessità di sistemazione.” Ma dalle righe traspare anche la gravità dei costi che il Parroco non poteva far ricadere sulle umili e povere famiglie contadine, perciò spiegava che “non potrà essere creato il pavimento alla Palladiana perché troppo costoso, ma sostituito da semplici mattonelle in graniglia.”

Si  ipotizzava anche il sagrato ricoperto con quadrati di lastre di pietra di Sarnico o di porfido di Trento. Ma il Parroco ribadì che ”Non si fa assolutamente l’opera di pavimentazione di sagrato e viale. Quindi sagrato e viale rimarranno come attualmente sono.”

Disegno pianta della chiesetta di San Rocco da ristrutturare, per gentile concessione

Disegno pianta della chiesetta di San Rocco da ristrutturare, per gentile concessione

Il tetto si confermava in ardesia nera. Inoltre il Reverendo comunicava che “Non verranno manomesse né pitture né stuccature dell’attuale chiesetta”. Nonostante la riduzione delle opere, il Prevosto si chiedeva come fare a pagare: “Ho avuto firme da tutti i capifamiglia per un libero impegno mensile di versamento per 4 consecutivi, dal quale verrà realizzato, alla fine del quarto anno, circa 2 milioni di lire. Tali impegni firmati si conservano in archivio.

L’approvazione della Curia Vescovile avvenne il 5 maggio 1958 attraverso la “Commissione d’Arte Sacra”. Nella lettera si legge anche che “Il Vescovo desidera che si faccia un bel pavimento alla palladiana (marmo unicolore chiaro levigato a piombo) o almeno in marmittone con ossequio Card. Raimondi, Segretario”. Come dice il sito web specifico “Il pavimento alla palladiana o anche detto a scaglia grossa, ci riporta alle vecchie pavimentazioni stradali dell’antica Roma in opus incertum”, generalmente adoperata per i camminamenti esterni. La palladiana e’ l’antica tecnica di comporre grandi superfici di pavimentazione utilizzando migliaia di piccoli pezzi di marmo o altre pietre naturali ciascuno di forma diversa.”

Tra i vari documenti conservati nell’Archivio Parrocchiale si legge che dal 31 gennaio 1959 fino al 31 dicembre 1960 la Parrocchia di Aviatico, per mezzo del Reverendo Parroco don Luigi Gritti, stipulò con l’impresa edile di Albino Virgilio Gritti un contratto di “Restauro e ampliamento della chiesina di San Rocco” per circa 5 milioni di lire. Inoltre “La parrocchia di Aviatico si impegna  celebrare negli anni 1959 e 1960 n°1 Ufficio Funebre con Messa per i Morti della Famiglia Gritti”.

Documento attestante la ristrutturazione della chiesetta di San Rocco di Aviatico, per gentile concessione

Documento attestante la ristrutturazione della chiesetta di San Rocco di Aviatico, per gentile concessione

È commovente scoprire come un tale desiderio di riportare alla vita la Chiesetta dei Morti di Aviatico sia stato molto oneroso per le famiglie contadine del tempo, che hanno dovuto sostenere un sacrificio notevole, in nome della Fede.

Oggi la Chiesetta di San Rocco ricorda a chi vuole ascoltare la caducità della Vita, ma anche la Speranza della Fede, piccolo vessillo volto verso l’azzurro, una “Luce di Vita dal Buio della Storia”.

RINGRAZIAMENTI

Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia della chiesetta di San Rocco ad Aviatico e la peste dei Lanzichenecchi è dare conoscenza e memoria di una pagina bergamasca oggi dimenticata, ma resa immoratle da Alessandro Manzoni nel suo capolavoro dei “Promessi Sposi”, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, molta fatica.

Ringrazio di cuore Ornella Carrara, già impiegata presso il Comune di Aviatico, per avermi aperto le porte dell’Archivio Parrocchiale e per essersi messa a disposizione per ogni informazione tecnica. Il mio grazie a suo fratello, Giambattista Carrara, per avermi permesso di fotografare l’interno della Chiesetta di San Rocco. Ringrazio infine il Parroco Don Franco Cortinovis per avermi dato il “via libera” alle ricerche. I documenti storici fotografati sono stati inseriti al solo scopo di dare informazione, per gentile concessione della Parrocchia di Aviatico, Bergamo.

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