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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Giornata della Memoria 2016

A Sciesopoli, Selvino,

il binario del non ritorno

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Sciesopoli, il binario del non ritorno, foto di Oscar Carrara

In occasione della Giornata della memoria 2016, l’antico e imponente palazzo chiamato “Sciesopoli” a Selvino, Orobie bergamasche, ha riaperto i suoi cancelli.
Un’emozione unica e indescrivibile poter entrare, anche solo per una volta, nel cuore della storia, là, dove 800 bambini ebrei orfani, scampati allo sterminio dei campi di concentramento, sopravvissuti al genocidio delle loro famiglie, nascosti nelle foreste, nei villaggi, nelle caverne e nelle cascine, raccolti dai comitati di liberazione, ritrovarono la libertà e il sorriso.
Rimasero a Selvino tre anni, dal 1945 al 1948, per ricostruire pezzo per pezzo, pagina per pagina, lacrima dopo lacrima, la propria anima e il proprio respiro.
Oggi Sciesopoli è silenziosa e dormiente, ma non sola, ma non assente.

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Le catene di bianchi palloncini avvolgono Sciesopoli, foto di Oscar Carrara, Padiglione centrale un tempo denominato “Tonoli Melloni”. Al primo piano vi era il refettorio.

Palpita dell’ardore mai venuto meno di chi non dimentica, di chi ancora e sempre ricorda e ha memoria. Tanti visitatori davanti alle sue finetre vuote, alle sue porte scheggiate, ai suoi muri sbrecciati. Tanti davanti al binario di quindici metri simbolo del non ritorno posizionato nel cortile dove un tempo giocavano i bambini, tanti in silenzio raccolto e rispettoso davanti alle catene di bianchi palloncini svettanti al cielo che simboleggiano le anime di chi dai campi di sterminio non tornò più.
E accanto al binario un albero secolare intagliato e abbattuto rappresenta il corpo dell’uomo morente, il nuovo Cristo immolato nell’innocenza.

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Davanti a Sciesopoli la scultura lignea “Relitti”, foto di Oscar Carrara

Come innocenti e sinceri sono gli sguardi degli oltre 300 ragazzi delle classi terze delle Scuole Secondarie di primo grado di Nembro, Albino e Selvino, che sabato 23 gennaio, insieme ai loro insegnanti, ai dirigenti scolastici, agli Assessorri e ai Sindaci, hanno percorso a piedi il tragitto dalla piazza del paese fino al Palazzo di Sciesopoli per rendere memoria ai loro coetanei di 70 anni fa, quelli sopravvissuti e quelli che morirono lontano da mamma e papà, lontano dalla prorpia casa, dalla propria infanzia.
Hanno intonato canzoni indimenticabili come “Auschwitz” di Francesco Guccini e la canzone ebraica «Gam Gam» per unire sotto lo stesso cuore e lo stesso sangue l’umanità intera.
Come dice Bernardino Pasinelli, archivista e curatore dei documenti su Sciesopoli “non esistono razze, dentro di noi abbiamo lo stesso cuore che pulsa, lo stesso sangue rosso, la stella pelle rosa, lo stesso respiro trasparente, lo stesso dolore e la stessa gioia”
All’ingresso di Sciesopoli è stata inaugurata l’installazione «Relitti», ideata dall’artista bergamasco Ivano Parolini. L’iniziativa è stata organizzata dall’assessorato Turismo e Cultura del Comune di Selvino. Ai ragazzi e agli adutli presenti è stata poi donata una brochure con riprodotta la copia della poesia “Anniversario Sciesopoli” scritta da Aurora Cantini in dedica agli ex bambini di Selvino, ritornati alla Sciesopoli dopo 70 anni nel settembre 2015, e letta anche alla platea degli studenti presso la Sala Congressi del Municipio di Selvino. Alla giornata ha preso parte anche Marco Cavallarin, promotore della petizione per salvare Sciesopoli.
Sciesopoli sarà aperta fino al 27 gennaio compreso, dalle 10.30 alle 16.30. Entrando in Sciesopoli si aprono i cancelli della Memoria…

Sciesopoli, 24 gennaio 2016

Sciesopoli, 24 gennaio 2016, foto di Oscar Carrara

NEL CUORE DI SCIESOPOLI

Reportage fotografico a cura di Oscar Carrara, visitatore a Sciesopoli domenica 24 gennaio 2016, per gentile concessione

Interno di Sciesopoli, l’atrio

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Interno di Sciesopoli

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Interno di Sciesopoli

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Interno di Sciesopoli

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La cappella usata al tempo del Pio Istituto Santa Corona Anni Sessanta Ottanta

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L’ARTICOLO SU l’ECO DI BERGAMO

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L’Eco di Bergamo per Sciesopoli Selvino, Giornata della Memoria 2016

“Torneranno i prati”,

nella recensione di Paola Casella

la speranza di una nuova primavera

oltre l’inverno della Grande Guerra

locandina

     “Questo ero io,

e lo ricordo proprio a te,

sperando che tu sia custode della mia memoria,

e che porti con te il mio messaggio.

Perché “anche quelli che sono tornati indietro

hanno portato dentro la morte che hanno conosciuto…”

                                                                          A cura di Paola Casella
“In un avamposto d’alta quota, verso la fine della prima guerra mondiale, un gruppo di militari combatte a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca, “così vicina che pare di udire il loro respiro”. Intorno, solo neve e silenzio. Dentro, il freddo, la paura, la stanchezza, la rassegnazione. E gli ordini insensati che arrivano da qualche scrivania lontana, al caldo. Ordini telefonati che mandano i soldati a farsi impallinare come tordi.
torneranno i prati, scritto tutto minuscolo come si conviene ad una storia minima e morale, non è un film d’azione e non ha nemmeno una trama nel senso canonico del termine, perché i pochi avvenimenti si consumano come la cera di una candela, dentro una quotidianità sporca e scoraggiata. Il film di Ermanno Olmi è una ballata malinconica come la melodia alla fisarmonica che apre la narrazione, e triste come Il silenzio, le cui note sono incorporate nel tema finale composto e suonato alla tromba da Paolo Fresu.

“torneranno i prati” è un film epidermico, che ci fa sentire il ruggito dei mortai in lontananza, il rosicchiare del trapano che scava una galleria nemica sotto la trincea, il gelo e la monotonia delle giornate segnate dal rancio e dalla consegna della posta, unica occasione in cui i nomi dei soldati vengono pronunciati, riconoscendoli come esseri umani invece che come semplici numeri. I militari, dal capitano alla recluta, restano attoniti davanti all’orrore dell’inganno in cui sono caduti per aver creduto nell’amor di patria e nel dovere del cittadino italiano. Alcuni guardano verso di noi e raccontano quell’orrore e quella solitudine, ricordandoci i magistrali sguardi in camera de Il mestiere delle armi. Anche questi soldati semplici sono testimoni della storia, una storia che si è consumata sulla loro pelle, e a loro insaputa.
La fotografia profondamente evocativa di Fabio Olmi, a suo agio nel gestire tanto le nebbie quanto il profilo nitido delle montagne, allinea quadri grigi in successione atemporale, sottolinea i colori dell’oro e del sangue; le scenografie di Giuseppe Pirrotta ricostruiscono con esattezza storica ed emotiva la miseria della trincea, fatta di pochi pezzi essenziali – la gavetta, la lampada ad olio – e i costumi di Andrea Cavalletto (con l’amichevole supervisione di Maurizio Millenotti) trasformano i soldati in fantasmi, ombre imbacuccate irriconoscibili a se stesse sotto pile di coperte che non bastano a cacciare il freddo dalle ossa. Ci vuole pudore per raccontare una guerra senza senso, come lo sono tutte le guerre. Ci vogliono lunghi silenzi, profondità di sguardo e di coscienza, per intonare un de profundis dedicato alla memoria dei tanti giovani (e meno giovani) morti in luoghi dove poi sarebbero ricresciuti i prati, cancellando la memoria del loro sacrificio.

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Un sacrificio di cui il regista si fa cantore, ritraendo i suoi soldati nel momento dell’estrema consapevolezza di essere andati a morire invano, in una guerra di posizione che si è rivelata una mera attesa del proprio destino finale.
In “torneranno i prati” c’è la lezione di Remarque e Rigoni Stern e Buzzati, nessuno citato perché tutti assorbiti nel sapere di Olmi, che crea un mondo da incubo i cui personaggi si rivolgono a noi dicendo: questo ero io, e lo ricordo proprio a te, sperando che tu sia custode della mia memoria, e che porti con te il mio messaggio. Perché “anche quelli che sono tornati indietro hanno portato dentro la morte che hanno conosciuto”, e se il piccolo Ermanno ricorda i racconti del padre, cui ha dedicato questo film, il regista più che ottantenne teme che, come dice un soldato, “di quel che c’è stato qui non si vedrà più niente, e quello che abbiamo patito non sembrerà più vero”.

Recensione di Paola Casella

La poesia bergamasca vola ad Ala di Trento,

lungo il filo dei versi dedicati alla Memoria

12182576_390976524442703_4022499078290322240_oDue poeti bergamaschi tra i vincitori della Ventinovesima edizione del Premio Nazionale di poesia “Giuseppe Caprara ad Ala di Trento, organizzato dal Comune, in collaborazione con la famiglia di Giuseppe Caprara e con la partecipazione del Comune di Avio

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Dalla Redazione QuiRovereto.it, i vincitori del 29° Premio Caprara

“Una serata di premiazioni andata in scena nella Biblioteca comunale di Ala, con la giuria presieduta da Italo Bonassi che ha deciso i vincitori delle quattro categorie in programma. La giuria era composta da Italo Bonassi, Roberto Caprara (figlio del grande poeta a cui è dedicato il Premio), la scrittrice e poetessa Antonia Dalpiaz, Gemma Nardelli Mosna, Pietro Sartori ed Elena Corradini in qualità di segretaria.

Quasi 300 le liriche giunte nelle scorse settimane, frutto del lavoro di altrettanti poeti.
Nella categoria A, quella nazionale, il primo posto è andato a “Come una fiamma accesa” poesia dedicata al giovane alpino bergamasco Fermo Antonio Carrara Caduto nella Grande Guerra della bergamasca Aurora Cantini,
“Di me non è rimasta
neanche un’impronta
sul nevaio battuto dal vento…”

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La motivazione alla poesia

Secondo premio invece a Luca Bonati sempre di Bergamo con “Palpito cromatico”,
“Un rovente diario
delle mie nostalgie
le foglie d’autunno…”

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La motivazione alla poesia

Terza classificata “Inches –In memoria di John H.” di Davide Rocco Colacrai
“Perché può rifugiarsi in un bicchiere,
la notte,
scivolare sui fianchi anonimi
duri di storie…”

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                                 La motivazione alla poesia

Nella sezione B, quella per i testi in dialetto del Triveneto o mantovano, a vincere è stato il veneziano Gianni Vivian con “So cofa un supion de pissacan” davanti a “Nu ‘l par…” della roveretana Grazia Binelli seconda ed a Domenico Bertoncello con “Paroe de moena”, terzo. La sezione C prevedeva, invece, opere dedicate alla figura di Giuseppe Caprara o alle sue città di Ala ed Avio.
Ad aggiudicarsi questo riconoscimento è stata Barbara Cannetti, originaria di Corlo in provincia di Ferrara, con “Non dimenticheremo”

IL RICORDO DI GIUSEPPE CAPRARA

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Il poeta Giuseppe Caprara

Giuseppe Caprara nacque ad Avio il 15 luglio 1921. Grande invalido di guerra, dalle stanze della sua casa nel paese di Ala, dove risiedeva da sposato, registrava le voci profonde della sua ricca interiorità e le impression idella natura viva intorno a lui. estremamente sofferente per le ferite di guerra, riempiva ogn igiorno pagine di riflessioni e di poesie che denotano il suo grande e forte attaccamento alla vita. Pubblicò molte raccolte, soprattutto ini dialetto trentino, ma anche opere in prosa di pregevole scrittura.

Caprara morì ad ala il 28 febbraio 1982, lasciando 4 figli e 7 nipotini. Dopo pochi anni dalla sua morte siu decise la creazione di un Premio di poesia a lui intitolato, che nel corso degli anni vide lòa partecipazione di sempre più numeorsi autori italiani.

LA FOTOGALLERY DELLA PREMIAZIONE

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“Le parole poetiche di Aurora Cantini fluttuano come puntini di soffione nell’animo umano”

William Amighetti di ValSeriana News e la sua recensione per il libro

Oltre la curva del tramonto

Aurora Cantini Oltre la curva del tramonto copertinasito

“Taraxacum officinale. O più semplicemente soffione. Le piccole spore del fiore spumoso che tutti abbiamo soffiato lontano, almeno una volta nella vita, possono essere utilizzate per descrivere anche la poesia. Il bisogno della parola di fluttuare nel vento, scendendo poi con garbo sulla terra, che altro non aspetta se non di poterla conoscere. Questo dovrebbe essere il fine ultimo della comunicazione. Questo è ciò che mi sono ritrovato a scoprire leggendo le metriche intense, di una conterranea, ahimè sino a ieri sconosciuta.

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Tramonto di dicembre sulla strada per Costa Serina, Valle Brembana

La poesia è l’essenza della vita. Noi non leggiamo poesie solo perché intrise di belle parole. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita e le parole che Aurora Cantini (nomen omen mai prima così appropriato) sceglie, fra mazzi di tante altre, ecco che fluttuano come puntini di soffione e scendono su di noi, con l’intento di far nascere nel nostro animo, nel nostro piccolo domestico ecosistema, una nuova forma di bellezza, di consapevolezza verso ciò che siamo e che spesso fingiamo di dimenticare. I testi che si susseguono non hanno mai nulla di scontato.
Mai nulla di banale. Sono chiaroscuri ed esplosioni di colore. Sono variazioni prospettiche e bilanciamento della realtà quotidiana. Ognuno di noi ha scritto poesie. Piccoli gomitoli di parole che nella maggior parte dei casi non sono riuscite a trasformarsi in una sciarpa o una coperta o un maglione che potesse tenere al caldo il nostro cuore e il nostro animo.
Aurora Cantini si trasforma in una sorta di magliaia dei sentimenti, riuscendo a tessere una tela che improvvisamente ti compare fra le mani, che chiede di essere toccata, girata, messa in controluce. Le parole, ma i banali, utilizzate come biglietto di viaggio riescono a portare chi ha la pazienza di restare in silenzio per carpirne le vibrazioni, verso luoghi che parevano dimenticati.
Un lavoro davvero di pregio, sottolineato da riconoscimenti ottenuti in vari premi letterari. Un lavoro che auspico proficuo ancora, perché delle belle parole e delle emozioni che queste ci sanno dare, non possiamo mai davvero dire di averne avuto abbastanza.”

A cura di William Amighetti, Recensione Cultura Val Seriana News
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