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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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I cento anni di Francesco (Checo) Morandi,

l’ultima voce narrante del disastro della diga del Gleno

1 dicembre 1923

 La diga del Gleno spezzata

La diga del Gleno spezzata

All’approssimarsi del 1 dicembre di ogni anno la tristezza cala sulla Valle di Scalve e su tutte le valli bergamasche, perché questa data riporta al cuore un fardello pesante di ricordi e pianti che sono rimasti come radici contorte ad avvolgere e ghermire la scorza dura di montanari della gente di montagna delle Orobie.
Il 1 dicembre del 1923 alle ore 7.15 la possente muraglia di 180 metri della Diga del Gleno si apriva in due come un libro mai sfogliato e una massa d’acqua di 7 milioni di metri cubi si riversò dallo squarcio di 70 metri travolgendo in 15 minuti l’intera vallata, fino a erompere e terminare la sua folle corsa 45 minuti dopo nelle acque del Lago d’Iseo, che si alzò di 1 metro e mezzo riempiendosi di cadaveri, detriti, alberi, fango e carcasse di animali. I morti furono più di 500.
Francesco (Checo) Morandi è l’ultima voce narrante di questo disastro imputabile solo all’avidità umana. Nel 1923 aveva 8 anni e vide con i suoi occhi di bambino l’epico scenario da apocalisse che aveva squassato le pendici delle aspre montagne della Valle di Scalve e i graffi colossali lasciati dall’acqua sulle rocce delle impervie montagne.
“Ricordo delle donne che piangevano e recitavano il rosario, perché qualcuno giurava che stava arrivando la fine del mondo.” Sempre in una intervista aveva aggiunto: “Qualche tempo dopo portarono tutti noi bambini a vedere cos’era rimasto della diga. Andammo nella frazione di Nona e poi prendemmo un sentiero che ci portava nel luogo dove era avvenuto il crollo. A noi non sembrava ci fosse niente di strano, non avevamo mai visto una diga. Poi ci spiegarono quanta acqua era scesa per da lì. Non so se c’è ancora quel sentiero. Non l’ho più voluto fare”

Francesco è nato nel 1915, un anno anch’esso tragico, perché segnò l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Quest’uomo asciutto e nodoso come un albero secolare mi ha accolto nella sua casetta in contrada Barzesto di Schilpario una mattina limpida e dolce di fine agosto.

Francesco Morandi con Aurora Cantini Agosto 2015, Barzesto

Francesco Checo Morandi con Aurora Cantini Agosto 2015, Barzesto

I liquidi occhi chiari, intrappolati in un paio di occhiali da lettura, sprigionavano luce e ricordi, mentre se ne stava seduto sulla seggiola di legno accanto alla fedelissima moglie, la dolce e silenziosa signora Maria, una figurina minuta e candida come la neve con il sorriso incantevole e magico. Facevano da cornice al nostro incontro le cataste di libri sparsi ovunque, dono di amici, parenti o visitatori saliti quassù a parlargli, a ricevere una goccia di vita, proprio come ho fatto io.
Francesco ha iniziato a raccontare come in un film, e un po’ attore lo è davvero: ha partecipato come protagonista alla stesura del film documentario “Gleno, dove finisce la Valle”, per la regia di Francesco di Marino, opera che ha ricevuto il Premio del Pubblico come Miglior Film alla Rassegna “Orobie Film Festival 2015.

Gleno dove finisce la Valle

Gleno dove finisce la Valle

Il documentario, aspro e toccante come tutte le storie di genti e valli di montagna, racconta la vita delle persone che oggi abitano i luoghi della tragedia del 1923, “uomini che eleggono la montagna a propria bussola in una continua scoperta di sé” come si legge nella presentazione del film, “perché quel 1 dicembre 1923 non si dimenticherà mai e il suo ricordo diventa preziosa testimonianza per le nuove generazioni”
Tra le tante cose che Checo mi ha raccontato emergono alcune frasi che mi colpiscono al cuore: “Mi sono sempre chiesto perché su 20 ragazzi miei coetanei sono rimasto solo io. Perché Dio mi ha permesso di arrivare a 100 anni, quando tanti dei miei compagni non sono arrivati neanche alla metà? Mi sono tanto chiesto la motivazione. Ora forse capisco: perché il mio desiderio innato di scoprire, di sapere, di conoscere, mi ha fatto capire che io avevo un compito, trasmettere e tramandare, ricordare e insegnare”
E Francesco Morandi ha assolto al meglio il suo compito: ha sempre avuto la passione per la scrittura, cosa rara e “strana” in un’epoca in cui l’essenziale era imparare l’alfabeto per riuscire a scrivere il proprio nome sui documenti; questa passione gli ha permesso di tenere un diario quasi quotidiano, in cui registrava gli avvenimenti, le frasi che più lo colpivano, i ricordi, ma anche filastrocche e conte risalenti all’infanzia. Una innumerevole quantità di pagine scritte che è diventata un libro: Francesco è infatti autore di una autobiografia semplice ed essenziale, dal titolo “La mia vita compreso il militare”, specchio della gioventù di un tempo lontano ma eppur vicino al cuore, ragazzi costretti a diventare grandi in fretta, ragazzi che hanno dovuto scendere a patti fin dall’infanzia con la morte e la caducità della vita di ogni giorno, appesa ad un filo tenace ma fragile, leggero come l’aria: uno strappo e tutto può precipitare nell’abisso.

L'autobiografia di Francesco Morandi

L’autobiografia di Francesco Morandi

Francesco ha visto tanto, persone famose come il Re o il Duce e sconvolgimenti politici e culturali, ribaltamenti di stati e paesi, nascite e morti, lutti e sorrisi, ha stretto mani, abbracciato cuori, visitato luoghi, incontrato genti, ha svolto ogni lavoro possibile, dal boscaiolo al minatore, dal contadino all’intagliatore del legno, dal pastore al carbonaio, ha vissuto l’orrore della Seconda Guerra Mondiale sui fronti di Francia e Albania, come Alpino, ha visto morire compagni e commilitoni, molti prigionieri, ha dovuto sopportare fame e freddo, con temperature anche a -30°, è stato eroe silenzioso: ma quello sguardo trasparente come l’acqua è rimasto immutato, azzurro come il cielo della valle nelle giornate d’estate senza nuvole, azzurro come il ruscellare quieto delle sorgive che scendono a valle, azzurro come il grembiule della sua donna, fedele donna di montagna.

Francesco Morandi, Aurora Cantini e la signora Maria, agosto 2015, Barzesto

Francesco Checo Morandi, Aurora Cantini e la signora Maria, agosto 2015, Barzesto di Schilpario

Al termine della lunga chiacchierata, nella quale non eravamo soli, circondati da quasi tutti i suoi figli e da tutti coloro che sono vissuti prima di noi, davanti ad una torata deliziosa preparata dalla figlia Daniela per il mio arrivo, il signor “Chèco” come ama farsi chiamare, mi ha confidato il suo ultimo pensiero: “ Ho solo due grandi immagini che non dimenticherò, la prima è quella bimba nel fango della diga del Gleno, sconosciuta per sempre, ma che i miei occhi bambini conserveranno fino all’ultimo respiro come una sorellina senza nome, e l’altra non sapere le mie origini, perché io sono uno dei tanti bambini senza radici, vorrei tanto sapere chi erano i miei nonni, da dove proveniva mia madre, quale storia scorre nel mio sangue.”

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La dedica personalizzata sull’autobiografia di Francesco Morandi

Il sole riluceva come un intarsio tra le tendine a quadretti, creando una spettacolare visione di luce, un miraggio di speranza e di vita: dal fango del Gleno il ritorno alla vita, “una vita piena di veri valori, vissuta con coraggio, fiducia e gioia di vivere.” Fino all’ultimo respiro.

L’ARTICOLO SU L’ECO DI BERGAMO

L'articolo su L'Eco di Bergamo per i cento anni di Francesco Morandi, Barzesto di Schilpario

L’articolo su L’Eco di Bergamo per i cento anni di Francesco Morandi, Barzesto di Schilpario

LA POESIA,

di Aurora Cantini

Quella bimba nel fango del Gleno

Ad Aviatico il sacrificio dei 4 fratelli Carrara

nella Grande Guerra

Come una fiamma accesa

Come una fiamma accesa, in un libro il sacrificio dei 4 fratelli Carrara nella Grande Guerra

Come una fiamma accesa, in un libro il sacrificio dei 4 fratelli Carrara nella Grande Guerra, articolo apparso su L’Eco di Bergamo

Nell’ambito delle iniziative per il Centenario dalla Grande Guerra ad Aviatico, paese delle Valli bergamasche, l’Amministraszione Comunale in collaborazione con i Gruppi Alpini dell’Altopiano, in particolare con il Gruppo Alpini di Amora, ha tributato il ricordo  e la memoria per i suoi Caduti attraverso una serata culturale, nella quale è stato illustrato alla popolazione il libro “Come una fiamma accesa” (Edizioni Villadiseriane) che ricostruisce i dati dei 20 Caduti che anche Aviatico annovera tra le milioni di vittime nella Grande guerra. In particolare ha avuto ampia divulgazione la storia riscoperta dei 4 fratelli Carrara, vissuti nella contrada di Amora Bassa, contadini e muratori, scomparsi alla vita in quella “inutile strage”.

La serata, moderata e introdotta dal sindaco dottor Michele Villarboito, alla presenza delle Autorità e degli esponenti delle Associazioni Culturali del territorio e della valle Seriana, ha avuto come fulcro del racconto la proiezione di immagini e documenti che hanno riportato alla luce storie e parole oltre la polvere del silenzio. La terra di Bergamo ha offerto molti ragazzi mai più ritornati a casa, molti dispersi tra le alture straniere, molti deposti nei Sacrari sparsi sulle vette, tutti immolati nella loro semplice innocenza di ragazzi di montagna.

Il sindaco di Aviatico e l'autrice Aurora_Cantini

Il Sindaco di Aviatico e l’autrice Aurora Cantini

IL COMMENTO DI CHI C’ERA

“Carissima Aurora,
un grande Grazie per la tua preziosissima presentazione di ieri sera. Con grande trasporto hai saputo trasmettermi fortissime emozioni. Ho trattenuto con fatica i singhiozzi, sentivo lo stomaco stretto stretto, ma le lacrime no, quelle le ho lasciate scorrere……
Sono passati 100 anni, possono sembrare tanti. Ma tu sei riuscita a farmi vivere la “triste grande storia dei nostri cari ascendenti” come se fosse oggi.
D’ora in poi avro’ sicuramente uno sguardo ed un sentimento molto diversi da quelli di prima, verso quella targa affissa sulla loro casa natale. Casa che, peraltro, destino vuole, mi trovo felicissima di condividere. Sono orgogliosa di essere nata in un piccolo paesino, dove ci sono persone dal cuore e sensibilità grandi, come te e come i nostri cari alpini guidati dal condottiero Gesualdo, che sanno tener vivi grandi valori. Grazie per l’amore con cui hai fatto tutto questo faticoso e non facile lavoro.
Un forte abbraccio. Cinzia”

“Ciao Aurora, innanzi tutto complimenti per la serata, grande affluenza e pubblico interessato, complimenti anche per il modo con cui affronti l’argomento. Non usi metodi accademici ma ti immedesimi nella parte della mamma o della zia che racconta il passato e le origini della propria famiglia. Se non si conoscono le proprie origini cresciamo orfani, senza legami, e senza esempi da seguire. Mauro Marchi, Associazione Cimeetrincee

“Ciao Aurora. Mi hai fatto emozionare anche con la tua mail, come se non bastassero le emozioni che susciti con le tue performance di poetessa, scrittrice e “attrice”.
Siamo noi che ringraziamo te per l’arricchimento culturale che sai estendere in modo sublime!!!
Il 7 novembre ti sei superata!!! In attesa di prossimi eventi, ti abbraccio, Carla”

Aurora Cantini illustra la storia dei 4 fratelli Carrara e il loro sacrificio nella Grande Guerra

Aurora Cantini illustra la storia dei 4 fratelli Carrara e il loro sacrificio nella Grande Guerra, fotografia di Ettore Ruggeri

LA FOTOGALLERY DELL’EVENTO

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Il sindaco di Aviatico, l'autrice Aurora Cantini e il coordinatore ANA della zona 13, Sezione di Bergamo

Il sindaco di Aviatico, l’autrice Aurora Cantini e il coordinatore ANA della zona 13 Sezione di Bergamo

Il Presidente dell'Associazione Familiari Caduti e Dispersi in guerra sezione di Bergamo con Aurora Cantini

Il Presidente dell’Associazione Familiari Caduti e Dispersi in guerra sezione di Bergamo con Aurora Cantini

Aurora Cantini con Ivano Calvi e il fotografo della serata Ettore Ruggeri

Aurora Cantini con Ivano Calvi e il fotografo della serata Ettore Ruggeri

L’autrice e il sindaco di Aviatico

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“La fine della Poesia, l’oblio del Pensiero

E ora cosa ci rimane di un mondo di versi?”

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Sull’Unità del 4 ottobre un articolo che fa riflettere, firmato da Alessandro Agostinelli, dal titolo “La fine della Poesia, l’oblio del Pensiero“, apre una ferita mai rimarginata: “Le classifiche e i premi Letterari tentano ancora di tenere in vita la Poesia. La Poesia è morta per il mondo. Nonostante noi abbiamo due milioni di sedicenti poeti che pubblicano a loro spese, la poesia non esiste più. Da quando la poesia ha perso i suoi committenti si è perso anche il luogo della poesia”
Il giornalista Agostinelli rimarca che “I lettori sono rari: la poesia vivacchia a stento nelle collane editoriali, le riviste letterarie che fino a metà del Novecento alimentavano dialoghi, correnti, manifesti letterari sono scomparse; il Poeta è solo”
La parola della Poesia deve essere precisa, accurata, scelta. È quella parola, e non un’altra. “È solo quella parola, in quel verso, solo quella può illuminare un’emozione. La parola della poesia deve essere quella parola a tempo indeterminato” dice ancora Agostinelli: “E meglio sarebbe se quella parola tornasse al potere della viva voce, e uscisse dalle paludi delle troppe pubblicazioni inutili. La viva voce è potente perché ha delle vibrazioni emotive che la parola scritta non può trasmettere. E di questo dovrebbero farsi carico i Poeti”
Parlare innanzitutto di Poesia, recitare le poesie, narrare poeticamente in pubblico è il solo strumento che può far risollevare la potenza della Poesia e ridare quiete all’uomo e alla sua anima.
Perché, come dice Antonio Tabucchi, i grandi personaggi dal Presidente degli Stati Uniti al Papa, quando devo lanciare un messaggio forte, “non mandano mail, ma parlano”
Non c’è nulla di più travolgente del sentire la viva voce di una poesia. Io li vedo, i lettori, quando leggo ad alta voce le mie poesie in pubblico, ascoltarmi rapiti, e io so che quello che sto esprimendo è il cuore profondo e arcano dell’Umanità fin dai suoi albori, quando elevava canti e salmi, inni e preghiere al Dio lassù, umanità che sopravviveva nella povertà, senza cultura, non letterata, ma viva.

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Spero che la Poesia torni nelle piazze, torni a cantare le sue ottave o le sue terzine, torni a erompere con il suo impeto d’orgoglio ad alleviare e incantare, per ridare identità alla nostra lingua.
“La poesia è la scienza più esatta della parola (non ce ne sono altre più efficaci)” conclude Agostinelli, che auspica “è necessario tornare alla viva voce della Poesia”

C’è poi un altro articolo sempre pubblicato su L’Unità, firmato da Valeria Trigo, che coglie appieno il “problema” legato alla Poesia oggi e al suo disinteresse: “Dopo i fasti degli anni Settanta Ottanta, la Poesia è rimasta l’arte che non ha voce in capitolo. Alla cronica assenza di lettori, di pubblico, che non siano i poeti stessi o i familiari dei poeti, si è aggiunta una quasi totale assenza della critica, indifferente alla poesia e rivolta perlopiù al passato. Molti degli stessi critici ignorano senza tanti rimorsi la produzione poetica attuale.
Nel panorama editoriale italiano ci sono ottimi poeti pubblicati da case editrici minori o addirittura invisibili, e autori, a volte di scarso interesse, che escono in case editrici molto accreditate.”

Come darle torto?

 

Commemorazione del 4 novembre:
quando una data deve riportare la Storia sulla nostra strada

Soldati italiani entrati a Trento il 4 novembre 1918

Soldati italiani entrati a Trento il 4 novembre 1918

C’è tutto un fiorire di commemorazioni per ricordare il 4 Novembre, Festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate.
Scrive davvero bene il giornalista Giorgio Bardaglio su L’Eco di Bergamo quando dice: “Lunga è la notte, specialmente quella della Memoria. Per intuire davvero la Prima Guerra Mondiale servirebbero abiti zuppi di pioggia e un elmetto di metallo in testa, odore di polvere da sparo, timpani rotti dal fracasso degli scoppi, sapore di sangue in bocca e lacrime agli occhi annebbiati dai gas e dal ricordo dei genitori o della fidanzata a casa. Dovremmo essere lì, (tutti noi), in trincea, accartocciati nel grembo della terra, al buio, con le mani che stringono la baionetta e il terrore che fa tappo allo stomaco, risucchia nei polmoni l’aria.” (tratto da L’Eco di Bergamo del 24 maggio 2015)
Il 4 novembre 1918 non segnò alcun finale da leggenda, né un lieto fine incorniciato da ghirlande, solo fango e fame, cupe nuvole basse che serravano la cittadina di Vittorio Venero in un abbraccio da oltretomba.
L’Armistizio firmato a Villa Giusti non portò al cambiamento di colore, né di luce, né di battito. Per centinaia di migliaia di uomini e ragazzi in uniforme il silenzio dei cannoni non significò la fine della guerra. Per loro fu solo l’inizio di un lungo viaggio verso il ritorno alla vita, spesso solo sfiorata e mai realizzata.
Per centinaia di migliaia di uomini e ragazzi in uniforme il silenzio significò mettersi sulle spalle il peso dei compagni morti, dei loro nomi che più nessuno avrebbe ricordato o pronunciato, delle lettere ancora in tasca da consegnare alle mamme o alle spose dei loro commilitoni, delle gavette con incisi i nomi di chi non c’era più, significò rinunciare a cancellare le immagini dietro gli occhi che per sempre, ogni ora, ogni minuto della loro vita da quel 4 novembre in poi avrebbero ferito il sonno, sconquassato le notti, flagellato la mente.
E dei tanti, milioni, che non tornarono, rimasero le lapidi, gli epitaffi, i monumenti destinati a ergersi contro le intemperie, contro la frenesia della vita aldiqua, a ingrigirsi nello smog e nella caotica quotidianità. Spesso transitiamo davanti a quei piedistalli con incise interminabili liste di nomi e nemmeno ce ne rendiamo conto. Non uno sguardo, non un pensiero, solo l’impellenza di andare avanti lungo la nostra strada.

Monumento ai Caduti di Aviatico: particolare

Monumento ai Caduti di Aviatico: particolare

Eppure è quella lista di nomi che ci ha fatto da indicazione per sapere dove andare, un faro lungo la strada della nostra esistenza che neanche siamo consapevoli di avere accanto.
Il sindaco di Aviatico nella sua introduzione al memoriale dedicato ai Caduti del territorio e ai 4 fratelli Carrara, che verrà illustrato alla comunità sabato 7 novembre presso la Sala Civica, ha racchiuso il vero significato della Commemorazione del IV Novembre: “I versi poetici “il mio nome è in chi mi ricorderà” sono un invito forte a tenere accesa la fiamma della memoria davanti alle foto sbiadite ed ai nomi incisi sulle lapidi di questi figli della nostra terra.
Ed anche – come ha scritto Guareschi – a guardare in alto perché “quando un soldato muore, il suo corpo rimane aggrappato alla terra, ma le stelle della sua giubba di staccano e salgono in cielo ad aumentare di due piccole gemme il firmamento”.

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