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Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

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Selvino,
Sciesopoli:
quel palazzo dove i bambini
di ogni tempo
e di ogni luogo
ritrovarono la libertà e il gioco
di Aurora Cantini

FOTO 1

Sciesopoli, il Padiglione Centrale denominato un tempo “Tonoli Melloni”. Ai piani superiori i dormitori, mentre al primo piano vi era il refettorio. 

Lungo le stradine avvolte dal verde e contornate da fiori di campo, proseguendo verso la Valle Brembana, un tragitto si inerpica tra le zone collinari dell’altopiano di Selvino Aviatico.
Silenzio intorno e cinguettio di uccelli, stormir di foglia e sussurrare di brezza. Appare una cancellata aggrovigliata ai vitigni, e lo sguardo si allarga su uno spiazzo aperto aggredito dall’erba selvatica. Imponente e fragile allo stesso tempo, si mostra l’austera facciata dell’edificio che un tempo palpitava di vita e di bambini. Il suo nome evoca un paese dei balocchi, un mondo di giochi e di futuro: “Sciesopoli”.

FOTO 2L’altura su cui è appollaiata la “Sciesopoli” tra la vegetazione e le nuove case.

FOTO 3Cartolina della “Sciesopoli” alla sua inaugurazione. E’ ben visibile sulla cancellata la garitta per le vedette e i pennoni.

Il Palazzo prese il nome del patriota milanese del Risorgimento Antonio (vero nome Amatore) Sciesa, calzolaio, condannato a morte dagli austriaci nel 1851 per aver affisso in Milano proclami di rivolta. I gendarmi austriaci mentre lo portavano al luogo della fucilazione lo fecero passare sotto le finestre di casa per indurlo a rilevare i nomi dei suoi compagni in cambio della vita; ma egli disse “tiremm innanz”, cioè “tiriamo dritto” (fonte Alberto Scanzi, Circolo Gramsci Bergamo)

Una volta completato l’edificio fu intitolato a due giovani del Regime: Emilio Tonoli e Cesare Melloni, rispettivamente di 22 e 25 anni, appartenenti alla Squadra da combattimento “Antonio Sciesa”, caduti il 4 agosto 1922 durante le azioni contro la tipografia dell’”Avanti” a Milano.
La sua costruzione fu un desiderio delle autorità milanesi del Partito, con l’attivo interessamento del fratello del Duce Benito Mussolini, Arnaldo, nell’ambito delle iniziative dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità Infanzia, istituita nel 1925) volte ad “allevare sane e forti le nuove generazioni”. Lo scopo era offrire ai giovani Balilla e alle piccole Figlie della Lupa (la Gioventù Italiana Littorio) la possibilità di respirare aria salubre e fortificare il corpo, la mente e lo spirito in una colonia estiva montana. Era stato scelto uno sperduto villaggio delle montagne bergamasche, da poco collegato alla città attraverso una strada tornanti che si inerpicava dal fondovalle lungo i fianchi delle scoscese montagne. Il rappresentante del Duce e i suoi gerarchi erano saliti fin lassù, per scegliere il luogo più adatto a crescere le nuove generazioni di guerrieri del Regime. E l’avevano trovato, un vasto terreno coperto di prati e boschi, poco sopra la chiesetta della Madonna della Neve.

FOTO 4Cartolina d’epoca con la chiesettta della Madonna della Neve e la stradina che sale alla “Sciesopoli”

FOTO 5Cartolina d’epoca: Il paesaggio sul crinale dell’altura, in basso la chiesetta della Madonna della Neve e in alto la “Sciesopoli”

Iniziarono i lavori, assumendo come muratori gli uomini dei due paesi dell’Altopiano (Selvino e Aviatico) e l’11 giugno del 1933 avvenne l’inaugurazione, con un discorso pregevole e possente scandito dal balcone centrale. Nell’atrio due enormi lastre illustravano i nomi di tutti i benefattori, privati e Associazioni dell’epoca, che contribuirono alle spese per la sua costruzione, tra cui lo stesso Duce, ma anche “La Direzione e Personale del Teatro “La Scala” di Milano, oppure il cantante Beniamino Gigli. Dopo pochi mesi si completarono uno dopo l’altro gli altri Padiglioni laterali (Fabrizio, Dux e Arnaldo) fino alla completa apertura nel 1934.

Sciesopoli con tutti i Padiglioni, elaborazione di Giuseppe Lenzi, fonte www.sciesopoli.it

Sciesopoli con tutti i Padiglioni (da sinistra Padiglione Fabrizio, Dux, Tonoli e Melloni centrali e a destra Arnaldo), elaborazione di Giuseppe Lenzi, fonte www.sciesopoli.it

L’idea della Sciesopoli ha però origini antiche. Il quotidiano “Il Regime fascista” del 13 giugno 1933 (visibile sul sito Sciesopoli.com) riporta che “Nel 1927 Luigi Franco Cottini [avv. Luigi Franco Cottini, fascista della prima ora] fece sorgere il primo padiglione della nuova “Sciesopoli” a Selvino col concorso anche manuale degli stessi squadristi della “Sciesa”; e Jenner Mataloni ha compiuto l’opera.” Sempre il quotidiano nello stesso articolo spiega anche che “…nella conca della Madonna della Neve, a Selvino, sorge “Sciesopoli”, nata dall’entusiasmo di uno dei caduti al cui nome è dedicata: Emilio Tonoli. Fu lui che nel marzo del 1922, in un bivacco squadrista in via Senato a Milano, propose ai camerati di organizzare per l’estate una tendopoli squadrista [ossia un campeggio] che si svolse in Val Solda e che Mataloni nominò “Sciesa”.
Si aggiunga poi che nell’agosto dello stesso anno Emilio Tonoli, insieme con Cesare Melloni, cadde negli scontri durante l’assalto fascista alla tipografia milanese dell’Avanti! (come citato dallo storico Alberto Scanzi). Evento che il duce definì “L’azione più eroica della vigilia fascista”; e nacque allora l’idea di onorare i caduti con una colonia alpina…”

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Foto di Pino Bertocchi (per gentile concessione)

Il maestoso e moderno complesso era formato da un edificio centrale, che svettava per la sua imponenza su tutta la vallata, e da padiglioni autonomi dai nomi riecheggianti, circondati da scalinate e sentieri nel verde parco: Dux, Fabrizio, Arnaldo, Tonoli e Melloni. A lato dell’ingresso, sopra la lavanderia, c’era l’Infermeria, dove si trovava anche il Padiglione Isolamento, per scongiurare eventuali epidemie. Una possente cancellata a 4 battenti sostenuta da borchie che reggevano i pennoni delle bandiere e sormontata da una garitta in ferro per il transito delle vedette di guardia, chiudeva imperiosa il parco verde di 17mila metri quadrati e cortili per le adunate e i giardini intorno. Al suo interno ampi saloni, tra cui il Salone Verde, per le attività ricreative, un refettorio con tavolate provviste di lunghe panchine in legno, una piscina, sala cinema, biblioteca, magazzini, guardaroba, sala medica, sala raggi, un piano adibito ad aule scolastiche, perfino un attico. I dormitori avevano le camerate da 60 letti in ferro dipinti di bianco dalla testiera arrotondata, a cui si aggiungeva un dormitorio più grande fornito addirittura di 90 letti.

FOTO 6Cartoline d’epoca: il Padiglione Fabrizio dove erano collocati i dormitori e il Padiglione Dux in costruzione con la piscina coperta interna (Padiglioni laterali a sinistra del cortile di entrata)

FOTO 7Cartoline d’epoca: il Padiglione Arnaldo in costruzione ( a destra del cortile di entrata) e il Padiglione Centrale Tonoli e Melloni con a lato l’Infermeria e lo stesso Padiglione Arnaldo

Il modello di edificio era il classico in vigore nelle progettazioni del periodo fascista negli Anni Trenta ed attuato in varie zone d’Italia. La struttura era talmente imponente e suggestiva che svettava su tutta la vallata brembana, offrendo un panorama di cime innevate e rigogliosi boschi da mozzare il respiro. Era visibile perfino dal pianoro lontano del Monte Perello, sul quale stava arroccato il Santuario della Beata Vergine (di cui narro in un precedente articolo).

FOTO 8Cartolina d’epoca con la “Sciesopoli” che dominava la Valle Brembana

FOTO 9Una cartolina del passato con la ripresa dall’alto del Monte Perello e del suo Santuario, mostrando, in alto sullo sfondo, la mole della “Sciesopoli”

Per gli abitanti del paese fu una sorpresa osservare con occhi rapiti i piccoli ospiti marciare impettiti lungo le vie del borgo, oppure svolgere i loro esercizi ginnici all’aperto, lindi e ordinati come porcellana pregiata. Mentre transitavano con le fascine o le mandrie, diretti ai campi dei dintorni, sbirciavano oltre la possente cancellata, dove i piccoli Balilla in divisa erano intenti all’alzabandiera o alle esercitazioni, li sentivano cantare dalle finestre aperte, ogni giorno nuovi percorsi, nuovi sogni.

FOTO 10In una cartolina d’epoca l’alzabandiera al Padiglione Arnaldo. Era il Padiglione dove a piano terra vi era la Palestra aperta. Al piano superiore vi era il Reparto Isolamento.

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FOTO 11Da una cartolina d’epoca: Il retro di uno dei Padiglioni (Padiglione Dux) con il parco

Poi tutto precipitò.

I BAMBINI ORFANI DI SCIESOPOLI

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dall’autunno del 1945 all’autunno del 1948, “Sciesopoli” divenne la “Colonia Ebraica”, come dicono i documenti “il più importante orfanotrofio in Italia, uno dei maggior in Europa”, e offrì ospitalità, rifugio e ritorno alla vita a circa 800 bambini ebrei orfani sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Le organizzazioni partigiane ed ebraiche, che li avevano raccolti, li portarono lassù, per ritornare alla vita, prima di riprendere il loro viaggio e giungere finalmente in Palestina. Erano bambini perlopiù polacchi, ungheresi, rumeni, che nulla capivano della lingua italiana, ma ai loro occhi il verde dei boschi intorno a Selvino, il bianco della neve sui Monti Podona e Poieto, il giallo dei giorni d’estate all’ombra degli abeti, il rosso delle foglie dei faggi in autunno, divennero i colori della vita, un arcobaleno dopo il nero dei giorni della “Shoah”.
Qui i bambini ripresero a studiare, a creare, costruire piccoli manufatti, ad imparare, al fine di fornire loro ogni possibilità di intraprendere una vita dignitosa e autonoma.
Gli anziani del paese si ricordano ancora di quelle volte in cui, ragazzini del posto timidi e impacciati, venivano invitati ad assistere ad un film in compagnia dei piccoli della “Sciesopoli”. Dicono: “Non capivamo una parola ma per noi figli di contadini, abituati a lavorare duramente nei campi fin dall’età di 4 o 5 anni, era un divertimento puro, un paradiso.”
Raccontava al settimanale “Gente” nel giugno del 1995 (in occasione del Cinquantesimo Anniversario) la maestra Angela Camozzi: “Erano tutti magrissimi, con le guance scavate e lo sguardo triste. Molti di loro avevano visto i genitori entrare nei forni crematori e nelle camere a gas. Me lo raccontavano in un linguaggio fatto di gesti e di qualche parola in italiano, tra lacrime disperate. Piangevano spesso. Mentre erano impegnati in una partita di calcio o seduti davanti al cinema della colonia, davanti a una comica di Stanlio e Ollio, qualcuno all’improvviso veniva colpito da una crisi di pianto. Io potevo solo abbracciarli e stringerli forte.” Lei, appena diplomata, si recava spesso alla colonia a insegnare un poco di italiano. La gente del paese era commossa da queste vicende e faceva a gara per dare una luce di serenità a quei visetti pallidi e seri.

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L’articolo apparso sul settimanale “Gente” nel giugno 1995, per gentile concessione di Beatrice Ghirardi

Alcune famiglie ebree liberate dai lager vennero accolte nelle case del paese; tra queste una bimba di 5 anni, Nugne, insieme a mamma e papà, venne ospitata a “Cà di Ròc” una cascina poco sotto la zona della Sciesopoli, in casa di Giulio Ghirardi e del figlio ventitreenne Battista, che spesso veniva chiamato alla Sciesopoli per lavori manovali. La piccina, insieme ai genitori, saliva spesso alla Colonia, per incontrare, vedere, osservare i tanti bambini ospiti, per trovare conforto e consolazione, lo scambio di una parola conosciuta, il ritrovo di un abbraccio. Lei si considerava una privilegiata perché aveva ancora i genitori ed era felice quando poteva dare agli amichetti un secondo “papà” e una seconda “mamma”. Anche il giovane Battista era stato adottato come “zio” e sovente se la portava in giro a cavallina, il gigante e la piccina, in teneri momenti di svago. Dall’alto di quelle spalle di montanaro la piccola ritrovava il sorriso e la gioia di essere solo una bimba senza pensieri. In casa comunicavano con poche parole o qualche frase in russo, lingua che conosceva sia il papà di Battista, essendo stato deportato durante la guerra, che i genitori di Nugne, ma soprattutto comunicavano con il sorriso.

Battista Ghirardi, la piccola Nugne e la mamma ospiti a Selvino neol 1946

Battista Ghirardi, la piccola Nugne e la mamma ospiti a Selvino neol 1946, dalla rivista Gente del giugno 1995

Dopo 8 mesi la famiglia di Nugne lasciò l’Altopiano, diretta prima a Verona e poi negli Stati Uniti, e nel 1948 anche i bambini della Sciesopoli partirono verso la loro nuova patria. La “Colonia Ebraica” rimase muta, vuota, quasi sperduta tra le enormi chiome degli alberi. Ma non aveva ancora concluso il suo compito.

LA NUOVA COLONIA

Il Comune di Milano, pur non essendo proprietario dello stabile, (apparteneva infatti ad una Società per Azioni), prese in consegna la Colonia denominandola “Pio Istituto di Santa Corona” e dandone gestione alle Suore. Essa aveva un doppio ruolo: in estate era la classica colonia estiva di vacanza per i figli dei dipendenti delle aziende dell’hinterland milanese.

Da ottobre a maggio in collegamento con l’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia, un ente assistenziale italiano fondato nel 1925 allo scopo di proteggere e tutelare madri e bambini in difficoltà, sciolto nel 1975)  la Sciesopoli diventava “Stazione climatica di montagna” facente parte del progetto “Colonie climatiche scolastiche montane” per i bambini disagiati e con difficoltà economiche.

FOTO 13Cartolina d’epoca: Il “Pio Istituto di Santa Corona”

Durante l’anno, ogni 3 mesi, salivano a Selvino ben 4 pullman che, partendo dalla stazione di Milano presso Porta Vigentina, portavano lassù oltre 200 bambini desiderosi di giochi e armonia, soprattutto figli di carcerati o di tossicodipendenti, bambini che avevano subito violenze, figli di ragazze madri o prostitute, i quali venivano così tolti dalla solitudine e dall’abbandono, rifocillati e curati nel corpo e nell’anima lacerata.
Agli abitanti dell’Altopiano Selvino e Aviatico venne offerta la possibilità di un lavoro che andava oltre la fatica nei campi e nei boschi: ogni giorno, dalle 7.30 alle 14, e dalle 18.30 alle 20, le donne di Aviatico e Selvino salivano alla “Sciesopoli” per lavare, stirare, fare le pulizie nelle camerate, servire alla mensa del refettorio, pulire i bagni e lavorare in cucina. La cuoca era di Aviatico, Ausilia, ed era aiutata da 3 cuciniere. Lavoravano anche 3 guardarobiere e varie inservienti: due servivano alla mensa del refettorio, altre due avevano in consegna le camerate piccole, mentre ben tre inservienti si occupavano del dormitorio da 90 letti. Dovevano anche cucire e rammendare, occuparsi della lavanderia e della biancheria. Il sabato era riservato alle docce e il mercoledì al pediluvio. Fino al 1974 le inservienti erano obbligate e dormire alla Colonia e per questo era stato allestito un Dormitorio separato, poi erano diventate “esterne”. Avevano diritto ad un giorno libero, da scegliere durante la settimana (la domenica era a rotazione, i bambini andavano comunque accuditi), mentre le ragazze minorenni potevano averne due.
C’era anche chi faceva “la notturna”, il servizio di controllo dei bambini durante la notte, per intervenire in caso di bisogno o emergenza: erano due donne del paese, Corinna, Rosa, che in questo modo potevano portare a casa una piccola e solida entrata economica. Percorrevano i deserti saloni dalle 22 alle 6 del mattino, guidate solo da una pila, a volte un po’ impaurite dallo sbatacchiare dei rami contro i vetri, nel silenzio della notte, a vigilare sui piccoli addormentati; avevano anche il compito di far alzare i più piccoli per fare pipì, e per riconoscerli, facevano un nodo alla salvietta che ogni bimbo teneva infilata tra le sbarre laterali della testata bianca in ferro.

Sciesopoli di Giuliana Cantini Foto di gruppo

Sciesopoli ele inservienti, tra cui Giuliana Cantini ( in alto la seconda da sinistra), Anni Settanta, per gentile concessione

Gli uomini svolgevano mansioni di fatica: elettricisti, falegnami e muratori, idraulici, fattorini e fabbri, chi era addetto al servizio manutenzione ordinaria dei giardini e curava i prati, chi potava alberi e cespugli, chi sistemava i sentieri e le scale di accesso ai vari settori esterni e alle spianate a terrazza poste sul retro dei padiglioni. Ogni mattina sul presto il panettiere del paese, Bertocchi, portava pane fresco, il fruttivendolo forniva la frutta e la verdura, il macellaio la carne, regolarmente passava il barbiere per il taglio dei capelli. Se bisognava scendere a Milano, in Direzione, era disponibile l’autista Gildo, oppure si usava il taxi del “Cente” o del Fogaccia, che venivano chiamati dalle Suore in caso di bisogno.
Anche Battista continuò a collaborare con la Colonia e sua figlia Bea svolse la mansione di inserviente dal 1974, in quella che fu denominata “O. P. Colonia Climatica Permanente di Selvino”.
In quel parco chiuso sul verde, tra le mura dipinte di rosa, lungo i corridoi illuminati da ampie finestre e i saloni ben tenuti, tra cui il vasto Salone Verde, viveva tutto un mondo in miniatura gestito dalle Suore, in tutto sei, che seguivano e dirigevano con precisa puntualità, rigore e attenzione. Esse erano presenti per ogni incombenza e avevano alloggio nella cosiddetta “Casa delle Suore”, posta poco oltre il Salone Verde.
In una nicchia nell’angolo sinistro dell’enorme atrio era stata ricavata una Cappella dove si celebravano le funzioni di ogni ricorrenza.

FOTO 14Cartolina d’epoca: L’atrio con la cappella in una nicchia nel lato sinistro. Il pavimento era ancora l’originale di epoca fascista.

All’interno vi era tutto quanto poteva servire ai bisogni di una comunità, compresa una Sala Raggi, di cui potevano beneficiare anche gli abitanti del paese.
L’atrio candido era abbellito da poltroncine per i visitatori, accanto sulla destra si mostrava la Sala per gli Uffici e per il pranzo degli ospiti di riguardo.
I bimbi frequentavano regolarmente le lezioni scolastiche; infatti a Sciesopoli era attiva perfino la scuola elementare, che occupava il piano superiore ed era curata dalle maestre statali nominate dalla locale Direzione Didattica. Ma soprattutto c’erano loro, le “maestrine”, giovani diplomate provenienti da tutta la Lombardia e anche dal Meridione, che accettavano di prestare servizio lontano da casa, per tutto un anno scolastico, dopo aver inoltrato domanda alla Pia Associazione, spesso tramite il Parroco del paese.
Al mattino i bambini seguivano le lezioni ordinarie secondo i Programmi Nazionali, mentre al pomeriggio subentravano le maestre del doposcuola che li seguivano nei compiti dalle 14 alle 16 e che poi li impegnavano in attività ricreative, giochi, passeggiate fino all’ora di cena, dopodiché si ritiravano nelle camerate.
Ad ogni maestrina era affidata una Squadra, un gruppo di 30 bambini divisi in base all’età e al sesso, e di essa era responsabile anche di notte, visto che dormiva nel box di legno circondato da tende bianche in fondo alla camerata.
Le maestrine erano soggette ad un preciso orario di servizio, avevano però anche una o due ore libere al giorno, ma era vietato uscire dalla “Sciesopoli” senza autorizzazione. Il turno settimanale prevedeva anche un giorno libero da scegliere a piacere, e le ragazze, per poter tornare a casa in pianura, raggruppavano i giorni liberi su due settimane, così da poter stare due giorni in famiglia.
I giovani del paese facevano tappa consueta alla “Sciesopoli” per andare a “morose” (infatti parecchie di quelle maestrine lassù trovarono l’amore della vita) mentre i ragazzi della Banda Musicale si recavano spesso sotto le finestre per offrire un momento di musica e divertimento a quei bambini dallo sguardo triste e nostalgico, oppure Ermanno con la sua chitarra li faceva cantare a squarciagola.
La domenica, in accordo con le suore, le famiglie del paese ospitavano un bambino della Colonia per tutta la giornata, in modo da farlo sentire “a casa”, e allontanare un poco la nostalgia dai suoi occhi.
Per le vacanze natalizie e pasquali la Colonia-scuola chiudeva e i piccini ritornavano in famiglia.
Ricorda Bea che il personale di servizio, tra cui lei stessa, riempiva con cura ognuna delle piccole valigie, molte di esse vecchie e consumate, inserendo i panni ben piegati e puliti, odorosi di bucato e di vento, con amorevole e materna sollecitudine, aggiungendo un fiocco, un nastrino, una mollettina, un piccolo pensiero. Ma purtroppo, spesso, quando a gennaio i bambini rientravano in Colonia, le inservienti scoprivano con amarezza e dispiacere che molte valigie non erano state nemmeno aperte, oppure erano vuote. Una domanda saliva alla mente: che cosa avranno fatto quei bambini, chi si sarà occupato di loro? Che cosa avranno visto ancora che un bimbo non dovrebbe mai vedere?
Così le Suore escogitarono un rimedio: insieme ad alcune donne, usando l’autista del paese, si recavano direttamente a Porta Vigentina alla partenza dei pullman, a controllare che i bagagli contenessero almeno il minimo indispensabile.
In estate protagonisti erano i “Privati”, cioè i piccoli figli dei dipendenti di alcune Aziende dell’Hinterland milanese: La Ferrovia Nord (si riconoscevano per il logo FS sulle magliette), il Gruppo Cino del Duca, la Breda, la Breda Fucine. I nuovi arrivati si riconoscevano dalle valigie, linde, ordinate, curate. In questo periodo il turno delle “maestrine” era ridotto ad un mese, non essendoci la scuola, ed il loro compito era controllare a e seguire i bambini durante la giornata, organizzando uscite e passeggiate nei dintorni, escursioni, laboratori. Ogni squadra accostava le une alle altre le numerose panchine in ferro a formare club o circoli, oppure si riunivano due o più squadre per creare piccoli spettacoli o scenette.
Spiccavano sul verde del prato i cappellini bianchi dei piccoli ospiti, simili a granelli di quarzo, come tanti ce n’erano nei dintorni di Selvino, oggetto di desiderose avventure da parte dei ragazzi, entusiasti nell’esplorazione del “prato dei minerali”.
Una volta al mese salivano anche i familiari in visita, che potevano trovare alloggio all’Albergo Roma, situato poco lontano dalla Colonia.

FOTO 15In una cartolina d’epoca momenti di svago e giochi nel cortile, sotto il controllo delle Suore. Si vedono i Padiglioni Dux (quell ocone le scale) e più lontano il Padiglione Fabrizio, con i dormitori.

Figura essenziale era il Custode, colui che, dalla casetta a lato dell’ampia radura anteriore al palazzo, controllava l’accesso, apriva e chiudeva i cancelli, accoglieva i parenti in visita, autorizzava le uscite.
Negli Anni Sessanta, mescolata agli scolaretti che frequentavano la scuola, vi era anche una bambina del paese: dal 1961 al 1964 fu infatti Domenico, della frazione di Amora, a svolgere la mansione di custode e la sua primogenita, Adalgisa, venne iscritta in seconda elementare proprio alla “Sciesopoli”. Lì, al piano superiore rispetto alla sua casetta, frequentò le classi intermedie. Per lei, bimba di montagna, fu una scoperta sorprendente ascoltare storie di posti lontani anni luce dal semplice mondo contadino della vallata, luoghi dove le case raggiungevano il cielo, vi erano condomini e grandi palazzi, tram e metropolitane. Quando nacque il fratellino nel 1963, il primo maschio dopo quattro femmine, fu un evento: tutta la “Sciesopoli” si attivò alla ricerca di un nome per il piccino, poi ecco l’idea lanciata dalle suore Domenica, Olga e Iosefina: gli fu dato il nome Giovanni in memoria del Papa bergamasco appena scomparso, unito a quello di Paolo in onore del Papa appena eletto.
Quando il custode Domenico lasciò il lavoro per avviare l’osteria nella frazione di Amora, Adalgisa, straziata, dovette dire addio ai suoi piccoli compagni. Le Suore, addolorate e commosse, a lungo si recarono a casa di Domenico per convincerlo ad affidare loro la bambina alla “Sciesopoli”, per permetterle di frequentare con i suoi compagni anche la quinta elementare. Ma in famiglia avevano bisogno di lei, a curare i fratellini e ad aiutare nelle faticose incombenze quotidiane e la piccola non ritornò più in quel luogo amato.
Per un anno prese in custodia la “Sciesopoli” la sorella di Domenico, Dina, quindi subentrò la signora Teresina, che ne sarà custode per 40 anni.
Nel 1978 arrivò la notizia a ciel sereno: la Colonia sarebbe stata chiusa.
Per i 20 dipendenti, quasi tutti dei paesi di Selvino e Aviatico, fu un tragico annuncio. Decisero di occupare l’edificio ad oltranza, sperando in un ripensamento.
Il 1979 passò senza eventi, la Colonia venne aperta solo 3 mesi d’estate, ma nel 1980, trasformata in “Opera Pia Per l’Assistenza Climatica”, titolazione che ancora oggi campeggia sulla facciata dell’edificio, divenne punto di accoglienza del Progetto “Scuola Natura”. Era un’ambiziosa e moderna concezione della valorizzazione del territorio attraverso campus e settimane bianche invernali: lassù salivano a cadenza quindicinale educatori e studenti alla scoperta delle bellezze naturali delle Orobie Bergamasche, i quali necessitavano però di particolari attenzioni e impegni che ben presto risultarono troppo onerosi da sostenere per il Comune di Milano.
Nei 3 anni successivi ospitò alcune famiglie di profughi vietnamiti, che avevano lasciato il loro paese per la difficile situazione economica, carenza di cibo e beni di prima necessità, causati dall’autorità del governo comunista, impegnato in una alleanza militare con l’Unione Sovietica, e sofferente per la tensione tra il Vietnam e la Cina, oltre alla guerra con la Cambogia.

FOTO 16Le famiglie vietnamite sulla scalinata di accesso alla “Sciesopoli”, per gentile concessione di Beatrice Ghirardi

Tra i tanti che dormirono nelle camerate della colonia anche i pazienti dell’Istituto Marchiondi, un Istituto Minorile per l’educazione di ragazzi difficili, basato non come riformatorio ma “scuola di vita”. Per la stagione 1982 – 1983 giunsero i bimbi emopatici, affetti da anemia mediterranea: spesso accompagnati dal medico personale, soggetti a frequenti trasfusioni, fragilissimi ed estremamente deboli, quei bimbi dai grandi occhi già adulti si estasiavano seduti sotto le chiome dei faggi, nel fresco silenzio dei giardini, tra il chiaroscuro dei giorni d’estate, con il sole a giocare a nascondino con le ombre.
Salirono poi alcuni ragazzi di origine africana e infine, tra il 1984 e fine estate del 1985 la Colonia venne scelta dall’II.PP.A.B di Milano (Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza, che svolgono attività socio assistenziali) per soggiorni legati alla terza età.
Infine giunse l’inesorabile declino, che portò alla chiusura della “Sciesopoli” alla fine dell’estate del 1985.
Da allora cadde il silenzio.

IL RITORNO DEI BAMBINI DELLA GUERRA NEL 1983

Nell’agosto del 1983, quando ancora la Colonia era attiva e funzionante, si verificò un evento straordinario: per la prima volta ritornarono sull’Altopiano 66 di quegli 800 bambini ebrei ospitati dopo la guerra.
Ormai adulti, accompagnati dalle famiglie, ritrovarono i posti occupati da piccini, le camerate con i letti di ferro dipinti di bianco, candidi con il copriletto in tinta, il refettorio con le panchine su cui sedevano ordinati in attesa del cibo, i saloni dove tanto avevano pianto ma dove anche tanto erano stati amati. A leggeri passi accarezzarono, sfiorarono, ricordarono, come entrando in un sacro luogo, là, dove avevano ricominciato a giocare, là, dove avevano ricominciato a respirare. Con sorpresa però non trovarono più la piscina, era stata interrata, per creare un secondo refettorio. Le donne inservienti, con la consueta divisa azzurra di lavoro, si mossero alacremente per fornire loro tutte le comodità: chi dormì ancora nei letti delle camerate (erano spaziosi e un adulto ci poteva stare comodamente), chi nei box con le tende bianche allestiti al piano superiore, dove erano le aule. Si fermarono a Selvino due o tre giorni, culminati nella liturgia del Sabato ebraico celebrata nel refettorio, che mobilitò la popolazione alla ricerca di candelabri e pane azzimo.
A far loro compagnia e ad accudirli con amorevole sollecitudine le mitiche inservienti: Franca, Giuli, Loredana e Bea, la figlia di Battista.
Di quei giorni colmi di ricordi, gioia e affetto, rimasero fotografie, in cui quei bimbi sopravvissuti, ormai cresciuti, sorridevano alla vita, ricevuta come un nuovo dono in quel maestoso edificio appollaiato su un armonioso Altopiano delle Orobie bergamasche.

FOTO 17Agosto 1983: i bambini ebrei, ormai adulti, immortalati nell’atrio della “Sciesopoli”, per gentile concessione di Beatrice Ghirardi

FOTO 18Le inservienti fotografate nella stessa occasione: da sinistra Franca, Giuli, Loredana, Bea (per gentile concessione di Beatrice Ghirardi)

Anche la piccola Nugne non aveva dimenticato. Dopo essere partita da Selvino con i genitori, diretti prima a Verona e poi negli Stati Uniti, precisamente a Baltimora, aveva conservato una foto in cui era ritratta con la mamma e il giovane Battista; l’aveva tenuta con sé negli anni della crescita, prima ragazzina, poi donna sposata e mamma. Raccontava spesso a chi voleva ascoltarla dell’affetto ricevuto nel piccolo paesino sperduto nelle montagne bergamasche, che l’aveva circondata di vita dopo la liberazione. Desiderava ritornare in Italia, desiderava ritornare a Selvino.
Finalmente il suo desiderio si avverò. Con il marito una delle due figlie arrivò ad Albino nel 1992, prese la funivia e chiese in inglese al manovratore, Dorino, se conosceva Battista. Non riuscendo a farsi capire, estrasse dal portafogli la foto ingiallita e l’addetto alla funivia riconobbe subito, anche se era invecchiato, l’amico del paese. Nugne ebbe l’indirizzo e si presentò senza preavviso a casa di Battista. L’uomo, pensionato, si ritrovò davanti una gentile signora inglese e non la riconobbe: come poteva, visto che l’aveva conosciuta bambina? Ma quando Nugne, con dolce cadenza, pronunciò quel nome caro, il suo, Battista fu sopraffatto dall’emozione. Da allora, anche se oggi Battista non c’è più, il legame di amicizia continua attraverso i figli, soprattutto attraverso Bea, la figlia di Battista.

OGGI

Sono entrata nell’enorme edificio vuoto in una giornata di gennaio limpida e soleggiata. Il tepore del pianoro intorno pareva risucchiato dal gelido respiro degli atri bui, spogli e squallidi. I dormitori non recano più voci di bambini, solo colonne desolate, che come soldatini ancora reggono l’enorme salone. Non ci sono più i lettini ordinatamente in fila, né i banchi di scuola, né piattini, né scodelle, né tavolini, né panchette, nessun gioco, nessuna impronta se non quella del tempo.
La “Sciespoli”, antica dimora di bimbi, oggi piange le sue solitarie lacrime dimenticate, chiede solo di essere ascoltata, chiede solo di ritornare alla luce.

LE INIZIATIVE PER FAR RIVIVERE “SCIESOPOLI”

In questi ultimi anni la Sciesopoli ha ritrovato una ribalta attraverso numerose inizitive di commemorazione che hanno visto attivarsi Associazioni, Istituti Scolastici, Comuni e Assessorati

♠ Sciesopoli, memorie e ricordi

♠ Sciesopoli, muri per la memoria

♠ Sciesopoli e l’Altopiano Selvino Aviatico

♠ Sciesopoli e il binario del non ritorno

La poesia per il 70° Anniversario Sciesopoli

♠ I bambini coraggiosi di Sciesopoli

Gli ex bambini e il viaggio del ritorno a Sciesopoli Selvino

L’ex bambino di Sciesopoli Sidney Zoltack ritorna a Selvino

L’articolo su La Repubblica per Sciesopoli luogo della Memoria

FOTO 20                                                                           La  radura ra incolta

FOTO 19                                                                                       La cancellata

FOTO 21                                                                   Un ultimo sguardo

L’ISTITUTO MARCHIONDI

CorriereWeb Milano Istituto Marchiondi

CorriereWeb Milano Istituto Marchiondi

La Sciesopoli, mastodontico relitto di una memoria dimenticata, continua a piangere nel silenzio dell’abbandono e della decadenza: anche l’Istituto Marchiondi di Baggio di cui l’autrice narra nell’articolo, un Istituto Minorile per l’educazione di ragazzi difficili, basato non come riformatorio ma “scuola di vita”, i cui ragazzi vennero ospitati alla “Sciesopoli” negli Anni 1981-1982, per ritrovare il sorriso e la serenità fisica e morale, è oggi in completo disfacimento.

Scrisse su Il Giorno Luca Zorloni il 27 ottobre 2012
“Opera visionaria, fu realizzata nel 1952 da Vittoriano Viganò, che voleva abolire sbarre e cancelli per dare ai “ragazzi difficili” una scuola di vita, ma da trent’anni è stata fatta prigioniera dell’abbandono e del miraggio di un restauro. Ha sessant’anni ma ne dimostra molti di più.”
Nei mesi scorsi RAI3 ha trasmesso un servizio dedicato proprio a questo dimenticato Istituto
L’ex Istituto progettato da Vittoriano Viganò è uno dei capolavori del Brutalismo italiano ma dal 1982 è abbandonato. Un progetto di recupero è fermo al palo per mancanza di fondi.
C’era un progetto per la trasformazione in residenza per gli studenti universitari del Politecnico ma non è andato a buon fine. Oggi i ruderi dell’Istituto Marchiondi sono invasi dalle sterpaglie e dai rovi, un’altra Sciesopoli dolorosamente perduta.
Una selvinese è entrata all’Istiuto Marchiondi quando ancora era attivo: la bidella Bea, che lavorava come inserviente alla Sciesopoli, era scesa fino a Milano per aiutare nei preparativi con i ragazzi che poi sarebbero saliti a Selvino con i pullman. E quando alcuni mesi fa RAI3 ha trasmesso un servizio su questo edificio in rovina, ne è rimasta colpita, perché una parte della sua vita è stata legata a quei ragazzi difficili, ma comunque sempre ragazzi, spaesati, fragili, dal destino incerto, eppure tanto bisognosi di affetto.

RINGRAZIAMENTI

 Lo scopo di questo mio lavoro personale di ricerca sulla storia di “Sciesopoli” è dare conoscenza e memoria, pertanto chiunque può attingere ad esso, VI CHIEDO PERO’ DI CITARE QUESTA FONTE. Infatti questo lavoro di ricerca sulla storia di “Sciesopoli” prima colonia fascista, poi colonia ebraica, infine colonia montana milanese e colonia scolastica permanente ha richiesto da parte mia molto lavoro, molte informazioni cercate, molte ore di impegno, MOLTA FATICA.

Ringrazio caramente l’insegnante Luigina Cantoni per i commoventi ricordi della sua esperienza alla “Sciesopoli” come “maestrina”, portavoce di tante ragazze come lei, alcune delle quali, sposate, oggi vivono sull’Altopiano. Tutte le cartoline d’epoca sono state gentilmente concesse da Giuseppe Pino Bertocchi, appassionato e completo collezionista, il quale ha vissuto in prima persona una parte della vita della “Sciesopoli” come muratore e musicista della Banda. Ringrazio Adalgisa Cantini per i suoi ricordi di bambina, mai dimenticati. Mi ha detto: “Vorrei entrare alla “Sciesopoli” ancora una volta” e ho capito il forte legame che ancora la lega a quel luogo. Un omaggio alla Maestra Angela Camozzi, scomparsa da alcuni anni, di cui mi sono permessa di riportare le toccanti parole pronunciate per la rivista “Gente”. Non ho vergogna a dire che ho pianto. Infine un caro saluto a lei, Bea, Beatrice Ghirardi, ex inserviente, oggi bidella alle Scuole Primarie del paese, che mi ha raccontato con precisa e vivida memoria una pagina così importante per l’Altopiano Selvino Aviatico e per tutta la terra bergamasca: sue le fotografie citate nell’articolo. Sua la pagina della rivista  “Gente” che narra del papà Battista Ghirardi e della piccola Nugne.

L’11 Settembre nelle scuole

Recensione per il romanzo

“Come briciole sparse sul mondo”

dedicato alle vittime delle Torri Gemelle

A cura della professoressa Roberta Azzola
Istituto Superiore ISIS “Oscar Romero” di Albino
Aprile 2015

Cantini copertina Come briciole sparse sul mondo

Cantini copertina Come briciole sparse sul mondo

“Attraverso la lettura del libro “Come briciole sparse sul mondo” si ha la possibilità di far propri importanti insegnamenti. Si possono scoprire antichi imprescindibili valori come la valorizzazione e la difesa della propria terra d’origine e la fierezza delle proprie radici e del proprio territorio.

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La straordinaria bellezza e ricchezza del libro cresce progressivamente con lo scorrere delle pagine fino a raggiungere il suo culmine nel momento in cui il lettore percepisce l’incredibile preziosità dell’esistenza. La vita può cambiare per sempre in pochi istanti, in pochi secondi, e quindi è necessario, e doveroso, saper apprezzare, saper assaporare ogni momento di felicità ed allegria: trasmettere ogni giorno i nostri sentimenti alle persone amate, fare del bene poiché la vita è troppo breve ed imprevedibile per fare diversamente.
Attraverso la lettura, si comprende ancor meglio che solamente essendo più tolleranti si possono evitare tragedie simili. Auspico che il sacrificio di quelle 2974 persone consenta all’umanità di crescere definitivamente, diventare più tollerante e globalizzata mettendo da parte qualsiasi differenza culturale. Spero che la fine di tutte quelle vite umane e il ricordo di questa tragedia porti alla nascita di una nuova società che possa vivere in un’atmosfera di tranquillità, di armonia, di fratellanza, di pace. Purtroppo in molte parti del mondo questo mio desiderio non è ancora realtà; nonostante ciò questo contesto può cambiare, se i nostri comportamenti sono tesi a migliorare le situazioni in cui viviamo.” (Prof. Roberta Azzola)

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LA RECENSIONE SUL SITO DI ALETTI EDITORE

La recensione

IL LIBRO SUL SITO DEL COMUNE DI FIRENZE

Parole in fuga, tra i 30 libri consigliati dal SDIAF

Bibliografia Estate 2015

Sul sito del Comune di Firenze, per il SDIAF -Sistema documentario Integrato Area Fiorentina- tra i 30 libri consigliati per le letture d’estate, nella Sezione PER APPROFONDIRE -libri che trattano temi importanti- c’è anche il romanzo “Come briciole sparse sul mondo” ambientato nei giorni dell’11 settembre.

IL RICORDO

Per Marcy Borders

COME UNA BRICIOLA SPARSA SUL MONDO

Marcy Borders e il suo 11 settembre

Marcy Borders e il suo 11 settembre

Questo è un mio piccolo ricordo personale per una dei sopravvissuti all’11 settembre: Marcy Borders è morta a fine agosto 2015 per un male incurabile, conseguenza delle polveri respirate quel giorno. Aveva solo 42 anni.

La fotografia che la ritraeva coperta di bianco fece il giro del mondo. Venne denominata “Lady Cenere” e ispirò il titolo al mio romanzo dedicato alla tragedia delle Torri Gemelle “Come briciole sparse sul mondo”

“Ora che nulla di me è rimasto, se non polvere nel vento, vago e mi poso tra le pieghe della vita di coloro che sono ritornati a casa portando con sé, tra i capelli, sui vestiti, sulle scarpe, sulla pelle, le tracce di una storia, i minuscoli frammenti di quello che un tempo erano le Torri al centro del mondo.
Sono nel cuore dei nuovi nati, che porteranno negli occhi e nel respiro qualcosa di me.
Sono nei padri e nelle madri che ogni sera accarezzano le fotografie sorridenti delle loro figlie e dei loro figli, scagliati lassù come una freccia, deposti sul trono dell’eternità, immolati come innocenti bandiere di pace e fratellanza.” (Dal romanzo “Come briciole sparse sul mondo”, Aletti Editore, 2012)

Le poesie della raccolta

“Oltre la curva del tramonto”

di Aurora Cantini

lette da Valentina Savitteri

Aurora Cantini poesie OLTRE LA CURVA DEL TRAMONTO

Aurora Cantini poesie OLTRE LA CURVA DEL TRAMONTO

Recensione

di Valentina Savitteri

Oltre la curva del tramonto” è una raccolta di poesie che conquista fin dalla copertina. Infatti ho trovato molto originale la scelta dell’autrice di mettere delle foto sia sul fronte che sul retro. Seguendo le mie abitudini ho letto prima quanto scritto nel retro copertina e devo dire che mi ha colpita subito e mi ha stimolato a leggere immediatamente il volume. L’introduzione racchiude in sé tutte le pulsioni e le emozioni che la poetessa vuole esprimere con i suoi versi. Non solo vuole offrire al lettore preziose informazioni per poter apprezzare al meglio le sue poesie ma, a mio parere, possiamo considerarla già essa stessa come la melodia del cuore. “… parole. Io le catturo sulla carta e come palloncini le faccio volare nel cuore della gente” frase emblematica densa di significati poiché le parole identificate come palloncini possono avere molti colori a seconda del tipo di emozione che la poetessa vuole presentare.

§ particolare albero di ciliegieMi è piaciuta molto anche perché Lei scrive non solo per riportare un’emozione ma per farla vivere in prima persona al lettore. Quindi non solo si tratta di poesia pura, cioè fondata sul vero, ma anche didattica perché, volendo lasciare qualcosa al lettore, gli insegna qualcosa di profondo. Tutte le poesie sono lo specchio dell’anima della poetessa che non solo fanno sì che il lettore sia coinvolto nel turbinio di emozioni provate al momento della scrittura ma viva in un certo senso la situazione di cui si parla. Inoltre oltre a visualizzare quanto descritto all’interno del volume si trovano delle foto meravigliose scattate dalla poetessa in persona e quindi si può dire che anche attraverso le foto da lei scattate ci trasmette delle forti emozioni. Onestamente non saprei quale poesia scegliere per preferita e anzi troverei ingiusto dire “questa è la migliore” perché a me sono piaciute tutte. Sono molto contenta di aver avuto l’onore di leggere queste poesie e aver potuto dare la mia opinione che, mi auguro, corrisponda alla volontà dell’autrice.” (Val.Sav.)

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L’Altpiano Selvino Aviatico in un tramonto invernale

LA SCHEDA DEL LIBRO

Oltre la curva del tramonto

IL VIDEO DI PRESENTAZIONE

Booktrailer

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