Crea sito

Le Ali dell'Aurora

Parole di Poesia, Narrazioni di Vita

Visualizza gli articoli pubblicati sotto dicembre 2014

Mille e una Bergamo,

tradizioni, luoghi,

voci e storie dimenticate:

la storia di Modesto Carrara,

uno degli ultimi “famèi” di Predale

scomparso al Rifugio Fratelli Calvi nel 1962-

(A cura di Alessandra Facchinetti)

Modesto Carrara, quella lapide bianca sul sentiero verso il Rifugio Calvi

Modesto Carrara, quella lapide bianca sul sentiero verso il Rifugio Calvi

C’è una lapide bianca in un punto del sentiero che si inerpica dal paese di Carona (Alta Valle Brembana) fino al Rifugio Fratelli Calvi. Un giovane volto di ragazzo sembra osservare gli escursionisti. Molti si fermano un attimo lì accanto magari curiosi, ma nessuno sa la sua storia. Questo è un omaggio ad un ragazzo dell’Altopiano di Selvino, Modesto Carrara, uno dei tanti fanciulli che un tempo venivano chiamati “Famèi” e salivano mesi e mesi nel silenzio e nella solitudine degli Alpeggi ad accudire le mandrie di bestiame.

Mandrie e la gàbia

Mandrie e la gàbia

Era partito dal borgo di Predale, sotto Ama, Altopiano Selvino Aviatico per seguire le mucche in alpeggio al Rifugio Calvi, Alta Valle Brembana, dove per 40 giorni rimaneva da solo.

Non tornò più a casa se non in una bara di legno. Io ho raccontato la sua storia sul sito Creative Family, Mille e una Bergamo per ricordare quei ragazzini di un mondo lontano, quell’infanzia sparita presto.

Aveva 18 anni quel 26 luglio del 1962, era l’ultimo giorno di permanenza in quota, poi il papà sarebbe salito fin lassù a dargli il cambio. Si è tuffato in una pozza sotto le turbine dell’Enel  e non è più riemerso. Sul sentiero oggi c’è una lapide bianca con la sua foto che accompagna gli escursionisti. Da quella tragedia la famiglia non si  riprese più, se ne andarono tutti da Predale, che cominciò la sua decadenza fino al completo abbandono. Il papà di Modesto morì di crepacuore due anni dopo.

La casa di Modesto Carrara a Predale, come era e come è oggi

La casa di Modesto Carrara a Predale, come era e come è oggi

LA STORIA

Il ragazzo di Predale e quella lapide sul sentiero verso il Rifugio Calvi

 

 

 

 

STORIE DI NATALE:

DAL FREDDO INVERNO RUSSO

LA MADONNA DEL DON

AGLI ALPINI

ancora oggi silenziosa raccoglie i pianti invisibili di ogni mamma

e  ci ricorda che tutti noi siamo stati Figli

Rivista L'Alpino: la Madonna del Don

Rivista L’Alpino: la Madonna del Don

È inverno, silenzio bianco sulle alture e fuoco acceso nel camino. Un articolo apparso sulla rivista L’Alpino racconta di un altro inverno, remoto nel tempo, quasi un’altra vita. Eppure si muore ancora nelle terre squarciate dalla guerra, tra i rami spogli delle alture trafitte dal gelo e le rocce bianche

Nell’inverno della steppa russa, tra l’imperversare della bufera, i soldati Alpini avanzavano sorretti solo dalla loro tenacia e dal senso del dovere a cui mai sarebbero venuti meno.

Buio intorno, gelo nel cuore e negli occhi, solitarie distese di campi  a perdita d’occhio, in una profondità senza fine. Era l’inverno del 1942 e i soldati italiani erano ragazzi di vent’anni, strappati alla loro terra, gettati sull’altare del potere come agnelli, o angeli immacolati.

Marcia sul Don, www.mneo.tv

Marcia sul Don, www.mneo.tv

I contadini dei villaggi russi semisommersi dalla neve erano povera gente, la stessa in ogni parte del mondo, per loro la Guerra dei Grandi non aveva alcun significato, perché per loro, e per i soldati Alpini, non sarebbe cambiato nulla, se non il nome di qualche  città, o paese, ma la fame, la fatica, la miseria, la sopravvivenza quotidiana, sarebbero stati gli stessi, sempre, immutabili come il volgere inesorabile delle stagioni, o della Vita.

Una vecchia contadina del villaggio di Belegorije chiese ad un giovane alpino di aiutarla a recuperare alcune povere cose dalla sua isba quasi distrutta dai combattimenti.

Tra le macerie ecco apparire un’icona della Vergine Addolorata, trafitta dai Sette dolori, dolente e armoniosa al tempo stesso. Il suo vero nome è “myrovlita Icona della Madre di Dio “Addolcimento dei cuori malvagi” (“Semistrelnaya”). Secondo gli abitanti, l’Icona veniva dal Monastero della Resurrezione di Belogorskog vicino a Pavlovsk. Gli Italiani la chiamarono “Madonna del Don”. Fu un raggio di luce per i soldati accecati dal bianco.

La vecchia contadina la regalò al Cappellano del Reggimento e lui pose quell’immagine delicatissima sulla porta d’entrata della capanna adibita a piccola cappella. Si avvicinava il Natale e gli Alpini cominciarono subito a rivolgersi alla Madre Celeste chiedendo pace, consolazione, vicinanza, coraggio, forza.

Tremavano nei loro pastrani troppo leggeri, quei fragili ragazzi chiamati alla guerra, e il Generale Gelo stava serrando nella sua morsa ogni rivolo d’acqua, il fiume Don stava ghiacciando e la profondità della notte accerchiava la mente e i movimenti fino a incatenare ogni spirito, ogni ardore.

Il cappellano, Padre Narciso Crosara, verso la metà di dicembre del 1942, affidò l’Icona ad uno dei soldati che doveva rientrare in Patria perché la madre stava morendo. Gli diede il compito di portarla alla madre del cappellano, affinché la Madonna Addolorata divenisse conforto per le tante migliaia di mamme in attesa, che non avrebbero festeggiato nessun Natale, se non con la trepidante attesa di un ritorno.

La Madre Santissima avrebbe cullato i tanti cuori spersi dietro i vetri, le tante figure in grembiule sedute accanto alla finestra, e avrebbe raccolto il dolore delle mamme  che non avrebbero mai più rivisto i loro ragazzi. Sicuramente, quando avessero saputo che proprio davanti a quell’Immagine i loro figli avevano pregato e tremato, loro, le mamme, li avrebbero sentiti vicino anche solo per un istante di respiro e di preghiera.

Padre Crosara sopravvisse alla guerra, tra i pochi che riuscirono a superare il Passo e ritornare a casa. Per lui fu naturale ritrovare la Sacra Immagine dell’Addolorata, e cominciò un cammino portandola in giro per l’Italia, affinché la Madonna potesse alleviare il grande e infinito dolore delle mamme che avevano perso i figli lassù nella steppa russa.

Dopo il Pellegrinaggio itinerante, la Madonna del Don si fermò, e fu deposta nel Santuario dei Frati Minori Cappuccini a Mestre, dove ancora oggi silenziosa raccoglie i pianti invisibili di ogni mamma.

Davanti all’Icona arde perennemente una lampada votiva, tenuta accesa, a turno, da ogni Sezione dell’ANA, come impegno redatto dall’Associazione fin dal 1974.

Un pagliericcio, un bimbo addormentato, una Madre che veglia, un Padre che vigila.  La vita è un Mistero e molte e diverse sono le scelte che guidano la Vita di ognuno: non tutti gli uomini al mondo diventeranno mai padri, non tutte le donne diventeranno mai Madri, ma sicuramente una cosa ci accomuna: siamo tutti stati figli.

Teniamo alta la Lampada della Luce, crediamoci. Crediamo nella Speranza!

Rivista L'alpino: articolo riguardante la storia della Madonna del Don

Rivista L’Alpino: articolo riguardante la storia della Madonna del Don

L’ATTO DI AFFIDAMENTO DEGLI ALPINI ALLA MADONNA DEL DON

http://www.ana.it/page/la-madonna-del-don-2006-10-20

madonnadeldon_mini

madonnadeldon_mini

LA MADONNA DEL DON SUL MONTE ALBEN

(VALLE BREMBANA, OROBIE BERGAMASCHE)

http://www.pieroweb.com/fotobrembane/alben/alben2-3pianpalla.htm

A San Giovanni Bianco

nella Brughiera

intorno all’Albero di Giuseppe,

il Natale trova le parole più dolci….

10855123_744867295602797_2434415677161104607_o

 Il 21 dicembre, a San Giovanni Bianco, Valle Brembana, dalle ore 16.00

si terrà presso il Centro Culturale “Pensieri nel bosco”

nella Radura in fondo alla Via Briolo Fuori

organizzato da BedandBreakfast Sopra Il Portico

una festa intitolata

INTORNO ALL’ALBERO DI GIUSEPPE“….

Una bella occasione per rivestire quest’albero, che simboleggia l’albero di Natale di ogni uomo, dei nostri ricordi di Santa Lucia o del Natale…

Per chi vuole la festa continuerà con una grigliata condivisa, ovvero ognuno si potrà portare qualcosa da grigliare.

10394519_719762698113257_8471807877204969170_n

Molti sono stati i racconti e le testimonianze giunti in queste ultime settimane alla sede dell’Associazione. Ognuno  è stato appeso ai rami della radura, a perenne amore verso la parola raccontata e ascoltata.

Un pomeriggio dedicato alle parole buone, dove ci si ritroverà in festa tra fuochi scoppiettanti, una zuppa calda per riscaldarci e di certo non mancherà il famoso croccante di Oscar, mentre la Fata del Bosco ci intratterrà leggendo alcuni dei racconti, che verranno poi inseriti in una delicata Antologia.

10421414_730250570397803_6959063177243543540_n

Nella Brughiera i personaggi magici che da sempre popolano le storie narrate intorno al fuoco intratterranno leggendo testimonianze e racconti, insieme ai personaggi reali – escursionisti e abitanti- che transitano lungo i sentieri di montagna.

Tra veli di vapore bianco e magie di un’Unica Attesa  farà capolino anche lei, Santa Lucia, portatrice di doni in tutto il Nord Italia, accompagnata dal suo asinello. Cosa si ricordano di lei i bambini di ieri e cosa si aspettano da lei i bambini di oggi?

Santa Lucia

Santa Lucia

IL RACCONTO

DI SOGNI SI VIVE,

(incipit al racconto di Aurora Cantini)

“Vi è nel cuore di ognuno di noi un mondo piccino, fatto di giorni di sole e vento tra  i capelli, corse lungo i prati e ghirlande di fiori, un mondo di sogni d’infanzia e palloncini colorati, bibite fresche e corse in bicicletta. Un sogno di notti magiche e stelle lucenti, neve bianca dietro i vetri e stupore di sguardi oltre la staccionata.

Come in un variopinto gioco del mondo, sulle dita si contano i giorni in attesa di una Notte Unica, dove il sogno diventa magia, il desiderio diventa gioia, il mistero diventa fiaba. Una notte da assaporare con il naso all’insù, come cercando un velo bianco oltre la luna, gli occhi a scrutare il bosco appena dietro il paese, tintinnii di campanelle e fruscii d’argento a cullare il sonno dei più piccini….. (testo di Aurora Cantini)

index

GLI SPONSOR

sponsor

 LA GALLERY DELL’EVENTO

 

 DSCF1849 DSCF1853 Da destra Serena Riffaldi e Aurora Cantini  Aurora Cantini Serena Riffaldi

DSCF1850

DSCF1858

1912334_783516831740468_8600008361813786506_n

10349885_783516525073832_8941505409358695888_n

10447026_783528951739256_8155868730180364890_n

10885440_783516771740474_822288008968121323_n

10850258_783516968407121_2830999362452768286_n

10806414_783517188407099_8840556685477077328_n

IL LIBRETTO

 DSCF1859

 

Matteuccia da Todi, la prima strega italiana,

quando il desiderio di conoscenza

per una donna

era un marchio da estirpare

2075737 strega

Tra le tante storie dimenticate della nostra Italia, ve n’è una nascosta, ma che il mio cuore ha scoperto con profonda e umana dolcezza: la storia di Matteuccia da Todi, di Francesco di Ripabianca, nata nel 1388 e morta il 20 marzo 1428, a 40 anni esatti. Era una “Domina Herbarum”, profonda conoscitrice delle erbe e in grado di preparare unguenti,  ma venne accusata di essere una strega, un’incantatrice, una fattucchiera e autrice di sortilegi.

Subì un processo interminabile a Todi, contro di lei si interessò perfino il grande predicatore del tempo Bernardino da Siena, fu denigrata come prostituta, vennero emesse prove di colpevolezza per la vendita di filtri d’amore fin dal 1426. Addirittura i giudici definirono il luogo esatto in cui essa si sarebbe mostrata come strega: un albero di noce poco fuori il villaggio di  Ripabianca di Deruta, albero che doveva essere già stato abbattuto tempo prima ma che misteriosamente era ricresciuto, ad opera del demonio.

Il Tribunale detto “Dei Malefici” lesse la sentenza sulla piazza e fu dichiarata colpevole e condannata a essere bruciata viva. Fu uno dei primi processi alle streghe di cui si ha notizia in Europa.

DSCF0033

L’INQUISIZIONE

Fin dall’antichità la Chiesa definì come Eresia qualsiasi forma di originalità che si discostasse dai canoni della dottrina cattolica, e mirava soprattutto le menti che andavano oltre le apparenze, che mostravano di non sapersi adeguare e inquadrare nella massa.

L’Inquisizione viene fondata tra la fine del Dodicesimo e il principio del Tredicesimo secolo, quando la Chiesa istituì delle figure specifiche che sapessero approfondire ed estirpare con tutti i mezzi possibili ogni forma di eresia. I tribunali dell’Inquisizione durante il Trecento si diffusero in tutta Europa ed erano affidati in un primo tempo ai domenicani e successivamente anche ai frati minori.

Ma non solo: per i Cattolici che denunciavano gli Eretici erano previste indulgenze.

In una lettera inviata da Papa Pio V a Filippo II di Spagna si legge: “Riconciliarsi mai: non mai pietà; sterminate chi si sottomette, e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza, uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il Signore.” Il punto centrale di ogni processo per stregoneria era la confessione, resa liberamente o preferibilmente sotto tortura, quest’ultima considerata la più rispondente a verità. Le torture erano le più varie: ruota, catene, amputazione di dita, mani, orecchie, lingua, bruciature con tenaglie e ferri incandescenti, frustate, bastonate, disarticolazioni di braccia e gambe…

Oltre a ciò,  quasi una beffa,  i Giudici facevano pagare ai familiari degli accusati una tassa per le feroci torture inflitte alle vittime e che servivano per coprire le spese dall’incarcerazione all’esecuzione dell’imputato. Questo determinava il subitaneo allontanamento da parte dei familiari, arrabbiati verso il loro stesso congiunto per il pesante fardello economico che faceva ricadere.

IL PROCESSO A MATTEUCCIA

Ben trenta furono i capi di imputazione contro Matteuccia e non solo la donna era risultata rea confessa, ma era stata anche riconosciuta “colpevole di aver svolto la sua attività criminosa in maniera continuata e aggravata”.

Si legge dai Verbali del processo, conservati ancora oggi nella Biblioteca di Todi, che “Inoltre non contenta delle cose suddette, ma aggiungendo male a male, istigata da spirito diabolico, consigliò svariate volte agli spiritati, ovverosia succubi di fantasmi che si recavano da lei per rimedio, di procurarsi un osso pagano, ossia di sepolti senza battesimo, corpi di annegati per ricavarne grasso con cui, dopo aver cotto le carni, creare un liquore.” Sapeva anche trasformarsi in mosca e in queste sembianze si spostò nei villaggi dei dintorni portando male su male. Sempre dai Verbali si legge: “Alla Matteuccia fu dato e assegnato un certo termine, già scaduto, per presentare qualunque difesa per le accuse suddette; e nulla la stessa fece né altri per lei per queste cose né per le altre cose.”

La donna non si difese, né ebbe mai la possibilità di contrastare la tenace, indefessa battaglia scatenata contro di lei. Non ebbe mai la possibilità di redimere la propria immagine, di spiegare il suo desiderio di conoscenza che la portava a usare le erbe medicamentose e a voler scoprire anatomicamente il corpo umano, al fine di poter contrastare le malattie che comunemente affliggevano le popolazioni delle contrade.

DSCF1765Si rivolgeva soprattutto alle donne, per cercare di educare ad una maggior consapevolezza del proprio corpo, donne già spente per le numerose gravidanze, donne oberate dal peso della famiglia, donne sottomesse al volere dei parenti. Desiderava solo essere libera, Matteuccia da Todi, e pensava che essere una esperta di erbe la potesse tenere al riparo dalla cattiveria del mondo maschile. Non fu così, ed è ancor più angosciante leggere che nessuno della sua famiglia la sostenne. Non ebbe consolazione, né parole di conforto, né abbracci di madre, in quella minuscola cella buia. Cosa avrà pensato nelle sue ultime ore?

Che cosa avrà provato il giorno del suo supplizio? Il giorno dopo, il 21 marzo, era Primavera. Sarebbero rifioriti i prati verdi, avrebbe ripreso il suo canto il gorgoglio dei ruscelli, sarebbe stata più tiepida l’aria e più lungo il giorno. Ma per lei, minuscola donna in un mondo di uomini, sarebbe stato per sempre inverno.

E OGGI…

La storia di Matteuccia da Todi potrebbe essere raccontata ancora oggi, quando nel silenzio una donna viene marchiata e cancellata, solo per il fatto di essere donna.

LA FONTE STORICA SUL SITO DELLA REGIONE UMBRIA

Goodmornigumbria, la strega Matteuccia

IL SEMINARIO IN ATENEO

Letizia Pellegrini, docente di Storia del cristianesimo e delle chiese dell’Università di Macerata, ha tenuto un seminario sul caso di Matteuccia di Francesco, bruciata a Todi il 20 marzo 1428

Motivazioni sulla condanna al rogo di Matteuccia di Francesco

LO SPETTACOLO TEATRALE

Sandro Allegrini e il suo “20 Marzo 1428, processo alla strega”

IL BLOG CHE RACCONTA LA SUA STORIA

Antonio Santantoni: “Di quella pira l’orrendo fuoco”

 

Cos’era “Sciesopoli”

e cosa rappresentò per l’Altopiano di Selvino Aviatico?

La Sciesopoli oggi

La Sciesopoli oggi

Si parla ancora molto della “Sciesopoli” di Selvino, grazie anche al Reportage proposto su Rai1 nelle scorse settimane, ma grazie soprattutto alla Petizione per salvarla che sta raggiungendo adesioni altissime, quasi ottomila firme. Proprio nei giorni scorsi lo storico Marco Cavallarin ha incontrato gli altri Referenti al Percorso “Sciesopoli, perché duri la Memoria” ed è lo stesso Cavallarin a relazionare l’esito dell’incontro, il testo integrale visibile su Perché duri la Memoria di Sciesopoli di Selvino:

“Il 17 novembre abbiamo avuto, a Selvino, un lungo incontro con il Sindaco Diego Bertocchi, e gli amministratori Paolo Carrara (v. sindaco), Simona Murero e Laura Grigis. Con Marco Cavallarin erano Enrico Grisanti e Patrizia Ottolenghi. Dagli Stati Uniti Miriam Bisk (del comitato Nord America per Sciesopoli) ha partecipato alla preparazione dell’incontro. All’ordine del giorno era la messa a punto di un piano di lavoro per la salvaguardia della Memoria di Sciesopoli ebraica (1945-1948).
Si è verificata una perfetta intesa tra la Petizione (che ha ormai più di 8.000 firme) e gli amministratori selvinesi. Salvare la Memoria di Sciesopoli è un modo per contribuire al futuro di Selvino. Selvino possiede tutte le carte in regola per la realizzazione di un’opera di fondamentale importanza storica, civile e di memoria, anche nella prospettiva della valorizzazione delle valli e della memoria, che sono tra gli obiettivi della Regione Lombardia e di Expo 2015.
Ricorre nel 2015 il 70° anniversario di Sciesopoli ebraica. Si è concordato sulla necessità di realizzare per quella data alcuni obiettivi, anche in vista che l’occasione vedrà arrivare a Selvino da tutto il mondo centinaia di ex Bambini di Selvino, loro discendenti e familiari.
Obiettivi principali da realizzare entro l’estate 2015 sono:
– realizzazione del Memoriale dei “Bambini di Selvino”;
– organizzazione dell’incontro degli ex “Bambini di Selvino”.
Tali obiettivi possono essere parte del programma di Expo 2015 e andranno realizzati con la collaborazione della Regione Lombardia. Essa deve acquisire il ruolo di sostenitore di questo percorso e collaborare, insieme al Comune, alla Petizione, e agli organismi per la progettazione e la tutela del territorio, alla salvaguardia della Memoria di Sciesopoli ebraica, aderendo all’invito espresso dalla petizione internazionale per il Memoriale, e in memoria dell’abnegazione della gente lombarda e la sua accoglienza.” (brano tratto dalla relazione di Marco Cavallarin)

Angolo Rosso

Angolo Rosso

IL VIDEO DEL TG1 DELL’ 8 NOVEMBRE 2014

Sciesopoli, il miracolo dimenticato

Cartolina d'epoca di "Sciesopoli" Selvino, di Giuseppe Pino Bertocchi

Cartolina d’epoca di “Sciesopoli” Selvino, di Giuseppe Pino Bertocchi

LE PAROLE DI ALESSANDRA FACCHINETTI

PER L’ARTICOLO  LA STORIA DELLA SCIESOPOLI

“Sorta in epoca fascista per offrire alle nuove generazioni la possibilità di respirare aria salubre e “fortificare il corpo, la mente e lo spirito” divenne, al termine della Seconda Guerra Mondiale, “Colonia Ebraica” (uno dei maggiori orfanotrofi d’Europa), al fine di offrire ospitalità e rifugio a circa 800 bambini ebrei orfani sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti.

Risorse nuovamente in estate come “Colonia elioterapica” mentre da ottobre a maggio divenne “Stazione climatica scolastica di montagna” per i bambini disagiati e con difficoltà economiche e tale rimase sino all’avvento degli anni ’80, quando cambiò nuovamente funzione sopravvivendo, con alterne vicende, sino alla chiusura definitiva, avvenuta a fine estate del 1985.

Dell’epopea di Sciesopoli e degli intrecci che si avvicendarono tra i suoi ospiti e la popolazione di Selvino, e del significato, in termini storici, umani ed economici, che la struttura rivestì per 50 anni, ci parla Aurora Cantini attraverso una narrazione ricca e sfaccettata, che si avvale di commoventi testimonianze dirette, nonchè di una nutrita documentazione strorica. Un sentito ringraziamento all’Autrice.”   (Alessandra Facchinetti, Bergamo)                  

IL RITROVAMENTO DELLA TARGA

10352843_462417827232739_8698328574203292650_n

Powered by WordPress Web Design by SRS Solutions © 2017 Le Ali dell'Aurora Design by SRS Solutions